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lunedì 26 marzo 2012

Da Atene, Syntagma Calling report

Camminando per Atene, soprattutto nelle zone più attraversate da studenti, attivisti, militanti come i quartieri di Exarchia e Monastiraki, si avverte pienamente la densità dell'esperienza politica che si sta sviluppando in Grecia, una ricchezza alla quale quotidianamente dall'Italia è difficile poter accedere, essendo guidati solamente dalle parzialissime e saltuarie narrazioni del mainstream e purtroppo dall'ancora bassa continuità di comunicazione all'esterno da parte del movimento greco.
La città di Atene sembra, come dice un ragazzo in uno dei tanti interventi che hanno animato ìl meeting “Syntagma calling”, appare quasi “in sospensione”; l'eco della grande giornata dello scorso 12 febbraio non tace ancora, eppure si avverte la tensione a cercare, nelle mille difficoltà che questo passaggio porta al suo interno, di attivare una dinamica costituente che costruisca momenti di organizzazione dal basso a partire dai bisogni e dalle difficoltà reali, spazzando via le macerie lasciate dalle politiche della troika e dalle imposizioni della finanza internazionale.
La due giorni di dibattito appena conclusasi tenutasi al teatro Empros ha avuto come maggior pregio proprio quello di aver permesso di condividere informazioni non mediate dai media mainstream riguardo alle condizioni che accomunano il nostro paese alla Grecia.
Forse per la difficoltà nella comprensione reciproca della lingua, forse per l'utilizzo ancora un po' di basso profilo di strumenti fondamentali come i social networks (di Facebook ne viene fatto un utilizzo molto “personale”, Twitter è poco utilizzato in generale), forse per una decisamente poco prolifica attività di traduzione (la scarsa conoscenza dell'inglese accomuna decisamente i nostri paesi), senza dubbio la ricchezza dì mobilitazioni di cui ci arriva notizia è minore di quella che è in realtà, e sicuramente non si limita alle esplosioni conflittuali che si prendono le prime pagine dei giornali in tutto il mondo.
Nella prima giornata di dibattito si è discusso sulle somiglianze tra i contesti italiano e greco, a partire dai governi tecnocratici per poi spostarsi sulla materialità delle politiche di austerity e di attacco ai diritti, somiglianze che sono a dir poco sorprendenti. Da questo punto di vista le esplosioni italiane del 14 dicembre e del 15 ottobre sono state narrate dalle realtà nostrane del Knowledge Liberation Front come importanti momenti di rifiuto di quella che è la gestione pacificatrice da parte dei poteri forti di una crisi che invece è agita dai movimenti per attaccare la rappresentanza politica se non in toto la democrazia liberale.
Anche sulla scia delle forti giornate di opposizione ai memorandum della troika, per ciò che hanno significato nel rapporto tra partiti e società, la mediazione con le istituzioni è un concetto completamente bypassato da una composizione sociale e politica impegnata all'attuale in un profondo dibattito sul come costruire le proprie istituzioni autorganizzate a partire dall'incidenza materiale della crisi.
Ad Atene manifestazioni e presidi si susseguono quotidianamente, al punto tale che i greci stessi non sono a conoscenza di tutto ciò che si muove in città: nonostante questo, si avverte una tensione diffusa al “creare”, al riuscire a fare lo scarto di mettere in pratica forme di autorganizzazione sulle quali costruire nuova società. Ad esempio l'esperienza del centro sociale “all'italiana”, capace di mischiare presenza nel quartiere ad attivismo culturale e politico, si sta molto dibattendo in ambiti di movimento come possibile passaggio in avanti all'interno di questo discorso.
La piacevole sorpresa è quella, registrata nel confronto con attivisti e militanti di base su specifici temi, del grande sottobosco di azione politica presente in questa terra sotto attacco.
Solo ad Atene ad esempio ci sono più di 60 assemblee locali, sul modello di quelle che il movimento delle acampadas ha impostato nei “barrios”. Assemblee che si svolgono con cadenza più o meno settimanale, luoghi in cui persone di ogni zona della città si ritrovano a discutere temi che vanno dai beni comuni alla crisi del debito, dalle politiche sulla migrazione alla gestione dello spazio urbano. All'interno di queste assemblee vi sono pure i collettivi autorganizzati che partecipano e portano il loro apporto, contribuendo a renderli spazi importanti di decisione politica dal basso.
Si discute, all'interno di un dibattito che affronta via via molteplici questioni, dell'ingente espropriazione in atto nei confronti della popolazione greca: basti pensare a tutta la questione sui rincari previsti, per decreto governativo, all'interno delle bollette dell'elettricità, con la quale lo Stato minaccia il taglio della fornitura a chi si rifiuta di pagare quella che è una vera e propria imposta sul debito. Un vero e proprio ricatto che sta vedendo però anche in questo caso dinamiche di risposta, come ad esempio il ripristino dal basso del servizio elettrico per chi è impossibilitato o si rifiuta di pagare.
Anche il mondo della formazione è presente all'interno del panorama dei movimenti sociali ellenici: il processo di svendita e privatizzazione dell'università, incarnato nelle dinamiche promosse dal Bologna Process, è stato parzialmente messo in campo tra il 2006 e il 2007, quando non mancarono però anche le risposte dei movimenti autorganizzati che piano piano hanno messo piede nelle facoltà cercando di scalfire le esperienze di sindacalismo studentesco filo-partitico egemone fino a quel momento.
Nello scorso la decisione del governo greco di eliminare il ruolo di “asylum” alle università, prevedendo nuovamente che la polizia potesse accedere negli atenei (cosa che non era permessa dalla fine della dittatura dei colonnelli), è stata fortemente contestata da una composizione studentesca che occupò centinaia di licei, istituti tecnici e facoltà. Nonostante il mancato raggiungimento dell'obiettivo di far ritirare la decisione, continua l'agitazione del mondo della formazione che ha preso parte pienamente alle battaglie contro il secondo memorandum dello scorso febbraio.
La questione ambientale è decisamente molto sentita; il contributo portato dai compagni italiani sulla questione del NoTav è stato molto apprezzato, vista la contemporanea esplosione qui in Grecia delle lotte sui beni comuni (e del loro collegamento intimo con la questione del debito, del reddito e del welfare da ricostruire). Si va da esperimenti di filiera corta e di autogestione dei flussi di acquisto dei beni all'esempio, simile in molti aspetti alla questione valsusina, della discarica di Keratea, sulla quale torneremo nei prossimi giorni. Ad ogni modo, la questione territoriale ed ambientale è vissuta anche qui come centrale nei processi di accumulazione capitalistica attuali.
Un meeting che lascia dunque molti spunti di analisi, che permette a chi l'ha attraversato di comprendere meglio la situazione del laboratorio Grecia. Un'importante momento di condivisione di prospettive che si spera già nelle date del 12-15 maggio, assunte nell'assemblea conclusiva, possa portare a passaggi pratici di lotta comune transnazionale.

Redazione Infoaut da piazza Syntagma, Atene

3 commenti:

Massimo Campus ha detto...

Laggiù c'è una situazione non compromessa tra i partiti comunisti, i sindacati di classe e la popolazione, come invece si verifica purtroppo in Italia.
Il nostro sindacato, di cui il padrone oggi non ha più bisogno, si torce le budella perchè cacciato dal tavolo della concertazione.Le banche e la finanza non hanno più bisogno nemmeno della mediazione politica dei partiti "di sinistra" e si sono installati direttamente al potere negli anelli deboli dell'europa finanziaria: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, anche se per interposte persone in Spagna e Portogallo.
Di fronte a tutto ciò, per farla breve, si assiste ad una acquiescienza quasi supina di gran parte della popolazione italiana che pare quasi fornire quotidianamente al capitale ed ai suoi cani da guardia il bastone con cui viene massacrato.
In ciò il sindacato ha la responsabilità maggiore, naturalmente, diventando in un trentennio prima sindacato concertativo, poi di regime ed ora finalmente cogestore della finanza internazionale attraverso all'enorme flusso di capitali derivanti dai fondi pensione.
Coi quali la finanza specula, indebita gli Stati nazionali, che colpiscono naturalmente gli strati popolari attraverso ulteriore precarizzazione si stato sociale e pensioni costringendoli a delegare sempre più il proprio futuro a fondi integrativi privati, e ricomincia il ciclo perverso.
Sono riusciti nell'operazione di far diventare il popolo carnefice di se stesso.
In Grecia l'hanno finalmente capito in tanti, ed hanno capito che il giocattolo incrinato poteva essere finalmente rotto. Sono usciti fuori dall'assunto cittadino virtuoso-protesta pacifica perchè hanno capito che la partita si deve ora giocare nel nostro campo e con le nostre regole. In Italia siamo indietro, purtroppo, checchè ne dicano gli ottimisti.

precari united ha detto...

Sono sempre più convinta che gli Italioti ancora nella loro merdazza ci sguazzino bene per il momento.....la classe media arranca ma non si è arrivato alla fine del buco nero nel quale è entrata la maggior parte della popolazione Greca....in Italia la situazione è diversa su certi aspetti, anch'io come te Illic attribuisco la colpa al sindacato, ma specialmente ai lavoratori e mi domando fino a quando questa popolazione "perbene" troverà la forza di dire ora basta.
zw.

brunaccio ha detto...

Quello che io invece ho notato dall'articolo è di come i greci siano più ingegnosi degli italiani nell'auto organizzarsi, dato ancor più notevole se, come scritto lì, internet viene usato poco.
Mentre noi italiani per capacità auto organizzative brilliamo poco.

Se ci aggiungiamo quel che dice Ilic, sul fatto che là i sindacati e il partito comunista (che noi non abbiamo più) non si sono venduti come i nostri, credo che il meccanismo virtuoso che fa la differenza con noialtri è evidente.


Ma, anche qua, pratiche come il No Tav, che è un esempio brillante di auto organizzazione, ma anche tutta la lotta dei beni comuni (in primis la campagna sull'autoriduzione delle bollette dell'acqua) stanno introducendo pratiche auto organizzate che potrebbero, in un momento così difficile, estendersi nella società parallelamente al peggioramento delle condizioni istituzionali.