Testo

Tel. 3319034020 - mail: precariunited@gmail.com

martedì 23 maggio 2017

G7, SOVRANI E CONIUGI



http://popoffquotidiano.it/2017/05/22/g7-loro-sono-loro-e-noi-non-siamo-un-cazzo/

G7. Catania e Taormina blindate. Anche il Monastero dei Benedettini invaso dai Sette.Un appello contro la repressione

di Matteo Iannitti/Siciliani Giovani

Benedettini_chiusa

Il Monastero dei Benedettini di Catania, uno dei luoghi più belli e affascinanti della città, è sede del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, ogni giorno è affollato da centinaia di studentesse e studenti che seguono le lezioni, affrontano gli esami, studiano e vivono la vita universitaria.
Lo scorso 17 maggio un avviso ufficiale dell’Ateneo comunica la sospensione delle attività didattiche e la chiusura della sede nel giorno 26 maggio: “si comunica che venerdì 26 maggio 2017 non sarà possibile accedere al Monastero dei Benedettini per urgenti e improrogabili interventi di manutenzione straordinaria e pertanto tutte le attività saranno sospese per l’intera giornata”.
Gli urgenti e improrogabili interventi di manutenzione straordinaria sono in realtà la visita dei coniugi dei Capi di Stato del G7 che si tiene a Taormina. Probabilmente il Rettore dell’Università, il capo del dipartimento e il corpo docente hanno provato imbarazzo a interrompere il pubblico servizio per via di una visita dei coniugi di figure istituzionali. Meglio una bugia. Catania sarà interamente blindata. “Mogli e mariti di” si recheranno al Municipio in piazza Duomo per pranzare. Il Palazzo di Città, sede della rappresentanza democratica, verrà per l’occasione trasformato in sala banchetti per soggetti che, pur non ricoprendo alcuna carica istituzionale, si vedono trattati da “regnanti” per aver sposato una persona potente. Addio Repubblica. Anche al Comune interruzione di pubblico servizio. Poi tutti al Teatro Greco, per una passeggiata, con centinaia di poliziotti e militari.
Comunque poco rispetto a ciò che sta avvenendo a Taormina, trasformata in base militare, con migliaia di soldati, scuole e ospedali chiusi, traffico bloccato, antenne disattivate, raccolta rifiuti sospesa e persino il cimitero blindato. Si dirà che giova al turismo. Vedere Melania Trump al Teatro Greco, il marito di Angela Merkel in piazza Duomo o la moglie di Macron al Municipio per loro sarà una bella cartolina per Catania. E questo giustificherà l’annullamento di qualsiasi valore democratico e repubblicano. Sarebbe bastato, qualora avessero davvero avuto bisogno di incontrarsi i presidenti di sette paesi tra l’altro neanche i più influenti e industrializzati, chiudersi in una base militare nel deserto o su una portaerei in mezzo al mare. Avrebbero protetto al meglio i governanti.
Invece hanno deciso di calpestare le persone e i territori, trasformare città e paesi in zone di guerra e i luoghi istituzionali in saloni delle feste. Il rispetto delle leggi, della decenza, della democrazia e della Repubblica contro l’aristocrazia interessano a noi, solo a noi. Quelli sono sette marchesi del Grillo, loro sono loro e noi non siamo un cazzo. Sindaco e Rettore non dovrebbero umiliare così tanto la città di Catania e l’Istituzione universitaria. Sarebbe il caso che rivedessero subito le loro scelte.

1490115670576
Il G7 è vicino. La repressione si inasprisce.
Compagni e attivisti vengono pesantemente colpiti con denunce, multe e intimidazioni. I provvedimenti restrittivi, penali e pecuniari aumentano notevolmente, e la repressione del dissenso assume delle forme sempre più preoccupanti.
Alla Questura di Catania c’è chi interpreta alla lettera la svolta securitaria del governo a guida PD e dal ministro Minniti. In questo contesto nazionale, le forze del (dis)ordine preventivo lanciano scomuniche e anatemi contro chi si oppone allo sfruttamento, al razzismo e alla guerra. L’obiettivo è intimorire, isolare e stigmatizzare l’opposizione politica, fatta sia dai compagni che da anni sono attivi in cittá che dalle realtá emergenti.
L’obiettivo è creare il clima per trasformare in problemi di ordine pubblico le manifestazioni contro l’imminente vertice internazionale di Taormina e, in generale, trasformare in problemi di sicurezza le problematiche sociali ed economiche che questo sistema produce quotidianamente. Tutto ció ha un sapore, non troppo vago, di ordine fascista.
Ma ancora di più l’intenzione è quella di sbattere il “mostro” in prima pagina, ossia “gli antagonisti”, i dissidenti, quelli cioè che “fanno paura” e agiscono come “folli criminali”. Giornalisti compiacenti copiano e incollano le veline della questura. Anche questa strategia retorico-comunicativa puzza di fascismo.
Di fronte a tutto ciò noi non chiniamo la testa, ma opponiamo l’orgoglio e la ragione di chi dice NO ai potenti della terra, ai signori della guerra e ai loro solerti servitori. Per questa ragione noi saremo a Giardini a manifestare contro il G7; per questa ragione non smetteremo di denunciare Frontex e le sue politiche assassine nei confronti dei migranti; per questa ragione continueremo ad impegnarci per la costruzione di un mondo diverso.
Per questa ragione ancora, a tutte le forze politiche, organizzazioni e singoli cittadini che non accettano questa risposta repressiva ai problemi sociali e politici della città e del paese chiediamo di schierarsi apertamente e di esprimere solidarietà a tutti i compagni colpiti.
Primi firmatari in ordine di adesione
Csp “Graziella Giuffrida-Comunità resistente “La Piazzetta”-Collettivo politico Experia-Rete dei comunisti Catania-Collettivo Punteruolo Teatro dell’oppresso-Liberi pensieri studenteschi-Rete catanese contro il g7-Cobas scuola CT-Unione Sindacale di base-Catania Bene Comune-PCI sez Olga Benario-Comitato NoMuos No sigonella Catania-Comitato No Muos Ragusa-Comitato No Muos Piazza Armerina-Comitato mamme No Muos Caltagirone-Coordinamento dei comitati No Muos-Arci catania-Città felice Catania-PC sez. G. Rosano Adrano CT-Casa del Popolo G Rosano P Maccarrone Adrano-Libert’aria Palermo-Comitato Nomuos Alcamo-Comitato di base Nomuos Palermo-Sakalash Palermo-Circolo Arci Faber Catania-Circolo Arci Melquiades Ct-Partito della Rifondazione Comunista Sicilia-Sinistra Anticapitalista
Vittorio Turco dirigente CGIL Catania-Paolo Modica Fiom Catania-Ciro D’Alessio Funzionario Fiom Reggio Emilia-Giorgio Cremaschi Eurostop-Daniele Zito scrittore-Goffredo D’Antona avvocato-Anna di Salvo attivista-Luca Cangemi Responsabile nazionale scuola PCI-Dario Pruiti presidente Arci Catania-Alfonso di Stefano Comitato NoMuos No Sigonella-Teresa Modafferi portavoce Cobas Scuola CT-Nino De cristofaro cobas scuola-Pierpaolo Montalto avvocato-Giusi Milazzo-Maurizio Acerbo Segr Naz Rifondazione Comunista_SE-Italo di Sabato Responsabile nazionale Osservatorio repressione-Anna Bellia-Gianni Piazza professore università di Catania-Giovanni russo spena resp giustizia PRC-SE-Alessandro dal Lago sociologo-Marilina Mantineo ricercatrice Università di Genova-Pietro Saitta sociologo università di Messina-Eleonora Forenza- parlamentare europea PRC-SE-Mimmo Cosentino segretario regionale PRC Sicilia- Checchino Antonini, direttore di l’Anticapitalista

1490115534112.jpg--g7__ecco_il_dispositivo_di_sicurezza__taormina_blindata_per_cinque_giorni

lunedì 22 maggio 2017

JOBS ACT: IL GATTOPARDO



da http://www.senzasoste.it/successone-jobs-act-aumentano-licenziati-contratti-termine/

jobs act

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il motto del Gattopardo è perfetto per il Jobs Act di Renzi. L’Osservatorio sul precariato dell’Inps ha dimostrato, una volta di più, che a marzo 2017, il mercato del lavoro era precario e lo resta ancora oggi. Con gli incentivi pubblici alle imprese agli sgoccioli, le assunzioni a tempo indeterminato calano ancora e aumentano i licenziamenti disciplinari. Il mercato del lavoro non solo è stagnante, ma la poca occupazione esistente è il prodotto del boom dei contratti a termine a cui un decreto Poletti ha cancellato la «causale», dell’apprendistato e persino dei contratti di somministrazione. Tutto, tranne il contratto a tempo indeterminato sbandierato da Palazzo Chigi quando era il momento di dare fiato alle trombe e si sparava ai «gufi».
UN’OCCHIATA AI DATI diffusi ieri è utile per capire cosa sta succedendo in questo infelice paese. Nel primo trimestre 2017 le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono state 398 mila con un calo del 7,4% sul 2016. Questo dato va analizzato attentamente perché non è composto da contratti di lavoro stabili, come di solito viene fatto credere. Da questa cifra vanno sottratte le trasformazioni da contratto a tempo determinato a tempo indeterminato, incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti: sono 89 mila, con una riduzione del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2016. Vanno poi esclusi 40 mila contratti di apprendistato e, soprattutto 315 mila contratti precari, inclusi quelli stagionali. I contratti a tempo indeterminato veri e propri sono 22 mila. L’Inps sottolinea che le cessazioni dei contratti sono state 381 mila. Il saldo è di 17.537 unità per di più in calo rispetto al primo trimestre del 2016 quando il saldo era di 41 mila unità e gli sgravi erano a pieno regime. Rispetto allo stesso periodo del 2015 c’è un abisso: il saldo era di oltre 214 mila unità.
QUESTO ANDAMENTO decrescente del mercato del lavoro attesta il fallimento del Jobs Act di Renzi che aveva scommesso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato all’interno di una strategia – più annunciata che reale – di risubordinazione del lavoro precario senza i diritti come l’articolo 18 riconosciuto al lavoro dipendente assunto prima del 7 marzo 2015, giorno in cui è entrata in vigore la «riforma». Così, evidentemente, non è stato. Ma questa considerazione non basta per spiegare la ragione di fondo di un’impresa così costosa per le casse pubbliche. I 18 miliardi di euro destinati dal governo Renzi al finanziamento degli sgravi alle imprese per i neo-assunti sono serviti a occultare il dato strutturale del mercato del lavoro italiano: il lavoro precario con il contratto a termine, l’iceberg del continente sommerso del lavoro precario, intermittente o grigio. A questo proposito l’analisi della dinamica dei flussi è esplicita. Tra gennaio e marzo le assunzioni sono state complessivamente oltre 1 milione e 439 mila. Sono aumentate del 9,6% rispetto allo stesso periodo del 2016.
MA COSA, DI PRECISO, è aumentato? Il lavoro precario, quello che Renzi e il Pd hanno cercato inutilmente di nascondere mobilitando un’immensa quantità di denaro pubblico direttamente nelle casse delle imprese. L’assistenzialismo di stato al capitale non può oggi nascondere che il maggior contributo all’aumento dell’occupazione è stato dato dagli apprendisti (+29,5%), ovvero da coloro che dopo il periodo di prova o di formazione professionale potrebbero essere non confermati sul posto di lavoro. Dopo di loro ci sono i tempi determinati (+16,5%). mentre calano i contratti “fissi” del 7,6%. I settori dove crescono i contratti sono quelli del commercio, turismo e ristorazione, lì dove la rotazione della forza lavoro a basso tasso di competenze e produttività è più alta.
NEGLI STESSI SETTORI l’Inps ha registrato un boom di un’altra forma di precariato che la lunga stagione renziana ha provveduto a strutturare sin dalle scuole superiori con il progetto «alternanza scuola-lavoro»: le assunzioni in apprendistato sono aumentate del 35% ed è significativa la crescita dei contratti di somministrazione (+14%). Si tratta del vecchio «lavoro interinale» che passa dalle agenzie private che selezionano il personale alla bisogna. Tutte queste forme non sono «stabili» né «a tempo indeterminato», diversamente da quanto annunciato.
L’INPS CONFERMA anche un’altra tendenza, ormai nota da mesi: crescono i licenziamenti per motivi disciplinari (giusta causa o giustificato motivo soggettivo) tra i dipendenti a tempo indeterminato nelle aziende oltre i 15 dipendenti. L’abolizione dell’articolo 18 voluta da Renzi è coincisa con un aumento in un anno del 14,4% da 16.004 a 18.349. Rispetto al 2015 sono aumentati del 44%. Nei primi tre mesi di quest’anno le aziende hanno licenziato 143 mila persone con un aumento del 2,8 rispetto al 2016. Un dato che conferma un altro aspetto della riforma: il cosiddetto «contratto a tutele crescenti».
PURISSIMO CONIO RENZIANO, questa espressione è un paradosso in termini: l’unica cosa che cresce con il Jobs Act è la libertà di licenziare. «Una scelta sciagurata che aumenta le ritorsioni contro i lavoratori» sostiene Susanna Camusso (Cgil).

sabato 20 maggio 2017

SUNDAY MAGAZINE



PERO' CH'AMORE NON SI PO' VEDERE

Risultati immagini per amore

Però ch'amore non si pò vedere
e no si tratta corporalmente,
manti ne son di sì folle sapere
che credono ch'amor sia niente.

Ma po' ch'amore si face sentire
dentro dal cor signoreggiar la gente,
 molto maggiore presio de[ve] avere
che se'l vedessen visibilemente.

Per la vertute de la calamita
como lo ferro atra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente.

(Pier Delle Vigne)

venerdì 19 maggio 2017

TORTURA, UNA PESSIMA LEGGE


da   http://popoffquotidiano.it/2017/05/17/tortura-che-brutta-legge-non-la-vota-nemmeno-chi-lha-scritta/

Legge sulla tortura, passa al Senato (e torna alla Camera) un testo stravolto, peggiore perfino della prima stesura che alcuni consideravano meglio di niente. Manconi si rifiuta di votare

di Checchino Antonini



2012-6-18-cmh-kuxingtu-11

Tortura: 195 voti a favore e 8 contrari, è stata approvata oggi dal Senato la proposta di legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano ma Acad, così come Amnesty International Italia e Antigone non nascondono la propria delusione di fronte a un testo che rischia di normare la tortura piuttosto che punirla. «La lobby delle polizie ha la sua legge: torturare si può, purché si rispettino i piccoli accorgimenti suggeriti dalla legge che ora tornerà alla Camera – dicono gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa - il reato di tortura, invece, dovrebbe essere specifico e imprescrittibile delle forze dell’ordine e dei pubblici ufficiali, come chiede la convenzione internazionale firmata dall’Italia nel’88. Ma la legge che stabilisce che il reato di tortura sia attuato solo con una pluralità di trattamenti disumani o degradanti ed esclude la configurabilità del reato in caso di uso legittimo della forza da parte delle forze dell’ordine a seguito di un ordine impartito. Un risultato imposto dalle pressioni degli apparati di polizia e dell’ambiguo sindacalismo del comparto sempre pronto a difendere gli autori di abusi in divisa e salvaguardare la “licenza di tortura” per gli operatori del settore».
«Il Senato ha approvato una legge truffa sulla tortura, scritta in modo da renderla inapplicabile e in totale contraddizione con la convenzione Onu sulla tortura e con le indicazioni contenute nella sentenza di condanna contro l’Italia della Corte europea per i diritti umani del 7 aprile 2015 (Cestaro vs Italia per il caso Diaz). E’ un testo provocatorio e inaccettabile, che il parlamento non può approvare, se l’Italia intende rimanere nel perimetro delle nazioni democratiche e all’interno della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali, firmata nel 1950». Così è spiegato bene in una lettera firmata da Enrica Bartesaghi, Arnaldo Cestaro, Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova); Ilaria Cucchi,  Enrico Zucca (già pm nel processo Diaz), Roberto Settembre (già giudice nel processo d’appello per Bolzaneto), Fabio Anselmo, Michele Passione (avvocato, studioso della tortura), Vittorio Agnoletto (già portavoce del Genoa social forum), Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto (psicologi, autori di studi sulla violenza collettiva e le vittime di tortura), Marina Lalatta Costerbosa (docente universitaria, autrice del libro “Il silenzio della tortura”), Pietro Raitano (direttore di Altreconomia). «Nel testo licenziato dal Senato il crimine di tortura è configurato come reato comune e non proprio del pubblico ufficiale, arrivando alla scrittura di una norma volutamente ingannevole e quindi pressoché inapplicabile; la tortura è tale solo se “violenze”, “minacce” e “condotte” sono plurime (in tutto il mondo si usa giustamente il singolare); la tortura mentale – la più diffusa – è tale solo se “il trauma psichico è verificabile” (quindi sottoposto a incerte valutazioni, con inevitabili disparità di trattamento e lasciando la porta aperta a tecniche, come la deprivazione sensoriale, oggi praticate in tutto il mondo); la possibilità di prescrizione permare (il Senato ha addirittura eliminato il raddoppio dei termini previsto dal testo della Camera, mentre le convenzioni internazionali e la Corte di Strasburgo richiedono la imprescrittibilità del reato); non è previsto alcun fondo per il recupero delle vittime (altro obbligo disatteso, mentre in altre leggi si prevede il rimborso delle spese legali per certe categorie di imputati); nulla si dice – ulteriore mancanza rispetto agli obblighi internazionali – sulla sospensione e la rimozione di pubblici ufficiali giudicati colpevoli di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
Se la Camera approvasse questo testo, l’Italia avrebbe una legge che sembra concepita affinché sia inapplicabile a casi concreti; avremmo cioè una legge sulla tortura solo di facciata, inutile e controproducente ai fini della punizione e della prevenzione di eventuali abusi.
E’ nell’interesse dei cittadini e delle stesse forze di sicurezza mantenere l’Italia nel perimetro della migliore civiltà giuridica, perciò chiediamo ad Antigone, ad Amnesty International, alle associazioni, a tutte le persone di buona volontà di battersi con ritrovata fermezza affinché la Camera dei deputati cambi rotta e il parlamento compia l’unica scelta seria possibile, ossia il ritorno al testo concordato in sede di Nazioni Unite. Quel testo garantisce un equilibrato aggiornamento del codice penale e può essere approvato dal parlamento nell’arco di poco tempo, entro la fine di questa legislatura.
“Questa legge – dicono Amnesty e Antigone – qualora venisse confermata anche dalla Camera sarebbe difficilmente applicabile. Il limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo, nonché distante e incompatibile con la Convenzione internazionale contro la tortura. Con rammarico prendiamo atto del fatto che la volontà di proteggere, a qualunque costo, gli appartenenti all’apparato statale, anche quando commettono gravi violazioni dei diritti umani, continua a venire prima di una legge sulla tortura in linea con gli standard internazionali che risponda realmente agli impegni assunti 28 anni fa con la ratifica della Convenzione”.
Una legge così brutta che non la riconosce nemmeno il suo primo firmatario, Luigi Manconi, piddì ma spesso in controtendenza con gli spiriti autoritari e sicuritari che albergano nella ditta fondata da ex Pci ed ex Dc. «Non ho partecipato al voto sull’introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento perché lo considero un brutto testo. E la scelta di non votarlo è per me particolarmente gravosa visto che del disegno di legge che originariamente portava il mio nome, depositato esattamente il primo giorno della presente legislatura, non rimane praticamente nulla. Innanzitutto – spiega – perché il reato di tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. Derivante, quindi, dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino. Inoltre, nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero ‘reiterate’ (e già era un problema grave, ndr). Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da ‘più condotte’. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di waterboarding) potrebbe non essere punito. Ancora, la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima? Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti».
Ma per Giovanardi Carlo, controversa figura di democristiano di destra esplicitamente a capo della lobby delle polizie è già troppo un testo del genere perché, a suo dire, «pur riconoscendo la correzione di inaccettabili forzature della Camera tese a paralizzare con pregiudiziali ideologiche l’attività delle forze dell’ordine, il testo votato contiene ancora inaccettabili ambiguità che ci hanno portato ad un voto di astensione». Così i senatori di Idea, il partito di cui fa parte il senatore, indagato per presunti favori per una ditta in odor di ‘ndrangheta, noto per le sue dichiarazioni violente contro le vittime di malapolizia e le loro famiglie, non hanno votato il testo che tornerà in quarta lettura alla Camera dei Deputati. «Continueremo a respingere con forza – prosegue Giovanardi – l’accostamento che si continua a fare fra tragiche vicende di tortura vera come quello di cui è risultato vittima Giulio Regeni in Egitto e i nove italiani e trucidati a Dacca con una situazione italiana nella quale comportamenti illeciti sono già puniti dal codice penale con reati come lesioni e percosse, semplici o aggravate che non possono essere però confuse con la tortura, così come viene purtroppo praticata in tanti paesi del mondo».

giovedì 18 maggio 2017

LA COMPOSIZIONE SOCIALE POST CRISI


da   https://ilmanifesto.it/non-ci-sono-piu-le-classi-sociali-di-una-volta/


Italia 2017. Rapporto annuale Istat: la relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata. Operai e borghesi sono classi esplose nella crisi. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli uni e la proletarizzazione degli altri coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Il presidente Istat Alleva: «La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione». E' record di precariato e disuguaglianze, mentre crollano le nascite



Dieci anni di crisi hanno frammentato la classe operaia e la classe media e modificato il senso dell’appartenza sociale. Il rapporto annuale dell’Istat, presentato ieri alla Camera dal presidente Giorgio Alleva, sostiene che la classe operaia ha perso il suo connotato univoco, mentre la borghesia si distribuisce su più gruppi sociali. La relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata e il reddito da lavoro non basta per definire capacità e disponibilità omogenee all’interno delle stesse classi sociali tradizionali.

Quinto stato

LA PRINCIPALE CAUSA di questa «esplosione» dei confini tra le classi ereditati dal Novecento è la «precarizzazione delle forme contrattuali» e l’aumento delle «diseguaglianze sociali» sostiene l’Istat. Venti anni di destrutturazione del mercato del lavoro iniziata nel 1997 con il «pacchetto Treu» del primo governo Prodi e terminata (al momento) con il Jobs Act di Renzi entrato in vigore il 7 marzo 2015 hanno portato a una trasformazione radicale della composizione sociale: oggi non basta essere operai per appartenere alla classe operaia e non basta essere impiegati o occupati per essere «borghesi». Nella posizione della classe operaia oggi si ritrovano quelli che l’Istituto nazionale di statistica definisce «giovani blue-collar», ovvero precari del terziario più o meno avanzato. Un settore che all’inizio della trasformazione produttiva in senso post-fordista – negli anni Novanta – sembrava essere una terra promessa. E per anni si è fantasticato sulle “classi creative”, o altri ritrovati sociologici, che l’avrebbero popolato. Dopo quasi un lustro il rapporto dell’Istat ne restituisce un’immagine più realistica: il terziario avanzato si è trasformato in un «sommerso post-terziario» dove il lavoro intermittente è accompagnato da un «sommerso dei redditi» dove proliferano figure labili e provvisorie, che vivono sulla soglia tra formazione e lavoro, tra precariato e impieghi gratuiti.

NELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA
 si tratta di under 49 che lavorano con contratto a tempo determinato o con la partita Iva, svolgono attività discontinue nel pubblico o nel privato, hanno anche creato famiglie più o meno stabili. Il loro reddito è ben al di sotto del ceto medio delle professioni o impiegatizio. Lo stesso discorso vale per il ceto medio all’interno del quale esistono redditi e occupazioni più vicine alla condizione di un nuovo proletariato che a quelle più tradizionali che attribuiva alla «borghesia» il ruolo della «classe dell’innovazione sociale», così è scritto nel secondo capitolo del rapporto. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli operai e la proletarizzazione del ceto medio coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Questa condizione definita – «Quinto stato» o «precariato come classe esplosiva» (Guy Standing), va inoltre analizzata alla luce della crescita della povertà assoluta: 4,6 milioni di persone e della povertà relativa (8,3 milioni) in cui rientrano alcune delle categorie considerate nel rapporto. Nella piramide sociale le famiglie più svantaggiate sono quelle straniere (4,7 milioni di persone), la fascia più benestante è composta da 12,2 milioni catalogate come «famiglie di impiegati».

Apolidi

FUORI DA QUESTO SCHEMA, risultato di un’evoluzione di quello approntato da Paolo Sylos Labini in un celebre volume sulle classi sociali nel 1974, emerge un settore “apolide”. Nel 2016 l’Istat ha contato circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro. Parliamo di milioni di persone che non risultano, almeno agli occhi delle statistiche ufficiali, né occupati né pensionati da lavoro. La percentuale più alta si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Sono definiti nuclei «jobless» dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Rispetto al 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila. Tutte le classificazioni sono limitate e, spesso, macchinose. Quelle dell’Istat non fanno eccezione. Ma possono essere lette in senso trasversale, come una spia della complessità del divenire delle classi nella crisi. In questo caso, nella stessa fascia, si trovano evidentemente persone che possono vivere di rendita (o affittano appartamenti su Airbnb) e persone che vivono con uno o più sussidi. La categoria potrebbe essere fallace, ma l’indistinguibilità tra uno stile di vita da rentier e quello da poverissimo dice molto dello sconfinamento avvenuto e della realtà sociale in cui siamo immersi.

Boom di precariato

DATI IMPRESSIONANTI che parlano di un impoverimento di massa e dell’affermazione di una nuova realtà: il lavoro povero che non basta per arrivare a fine mese è insufficiente per accumulare una pensione e non basta per pagarsi una visita medica specialistica. Uno su dieci rinuncia. A Sud è record: rinuncia il 10% della popolazione. Crisi dei redditi, mancanza di prospettive spiegano anche il crollo delle nascite: «Nel 2016 abbiamo superato il record negativo che non si registrava dalla metà del 500» ha detto Alleva.
L’OCCUPAZIONE CRESCE nei settori meno qualificati e aumenta il lavoro intermittente. Quello permanente a tempo parziale è stato l’unica forma di lavoro a crescere nella crisi (+789 mila dal 2008, +101 mila nell’ultimo anno). Dal 2008 i precari sono aumentati di quasi un milione (+29,3%), arrivando nel 2016 a un totale di quasi 4,3 milioni di persone. Quanto al tasso di disoccupazione è diminuito solo lievemente a livello nazionale (11,7% da 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%). Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all’anno precedente (+1,2%).
SI E’ AFFERMATA inoltre un’asimmetria generazionale tra gli over 50 che hanno un lavoro vero e proprio (effetto Jobs Act combinato con la riforma Fornero che ha aumentato l’età pensionabile) e i «giovani adulti» tra i 24 e i 49 anni. Questa è la fascia anagrafica più precarizzata. Di solito è considerata la più «produttiva». In realtà è la prima generazione che ha sperimentato, sulla propria pelle, la violenza della ristrutturazione capitalista che ha modificato anche la struttura sociale italiana. Accanto, o nel mezzo, ci sono i «Neet», i «giovani che non studiano né lavorano» fino ai 29 anni: nel 2016 sono scesi a 2,2 milioni, per effetto dei trucchi statistici che mascherano la disoccupazione reale la formazione professionale o tirocini con Garanzia giovani. E tuttavia i numeri sono così imponenti da rendere evidente l’anomalia italiana; l’incidenza dei «Neet» è del 24,3%, la più elevata in Europa dove la media è al 14,2%. Uno degli effetti più visibili di questa situazione è che sette giovani under 35 su dieci vivono nella famiglia di origine per mancanza di lavoro o perché guadagnano troppo poco per conquistarsi un’indipendenza.

«Degiovanimento»

I GIOVANI si trovano al centro di un duplice processo. Quello sociale dell’esplosione delle classi sociali tradizionali e quello demografico. Per l’Istat l’Italia sta vivendo un «degiovanimento», ovvero il calo delle generazioni dei giovani sulla popolazione complessiva. «Analizzando la struttura per età stimata al primo gennaio 2017, si nota la forte riduzione dei contingenti delle generazioni più giovani, praticamente la metà delle generazioni nate nel periodo del baby boom». Siamo «uno dei Paesi con il più basso peso delle nuove generazioni». Nell’ultimo decennio, dal 2008 al 2017, la popolazione residente di età compresa tra i 18 e i 34 anni è diminuita di circa 1,1 milioni. Attenua questa dinamica solo «il contributo positivo dei cittadini stranieri».
«IN UN PAESE FRAMMENTATO – sostiene la Cgil in una nota – si privilegia l’austerità e la svalutazione competitiva del lavoro. Serve un piano straordinario per il lavoro». «Questo è il fallimento delle politiche degli ultimi governi, quello di Renzi e di Gentiloni, ma anche quelli prima» sostiene Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) che «interventi pubblici e redistribuzione della ricchezza. Il movimento Cinque Stelle rilancia il «reddito di cittadinanza» (in realtà è un «reddito minimo»). Tutte le fiches dell’esecutivo sono oggi puntate sulla ripresa lillipuziana che non produce occupazione fissa [Jobless recovery]. Ieri, il ministro dell’Economia Padoan si è detto soddisfatto della crescita dello 0,2% del Pil nel primo trimestre 2017. Rispetto al 2016 la variazione è dello 0,8%. «È in linea con le previsioni del governo». Ciò che Padoan ha omesso di dire è che solo la Grecia ha fatto peggio dell’Italia. «La crescita è insufficiente – ha concluso Alleva – e stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione».

mercoledì 17 maggio 2017

LAUREA DI CLASSE



da  https://ilmanifesto.it/alluniversita-la-laurea-e-una-questione-di-classe/

Saperi. Rapporto Almalaurea 2017: sugli studi pesa l’origine sociale, metà dei giovani vuole emigrare



Un’università di classe, dove ci si laurea in pochi e in media un anno prima. Per una buona metà i neo-dottori vorrebbero andare all’estero, anche per cercare lavoro. Sono i risultati della XIX indagine Almalaurea sul profilo dei laureati italiani presentati ieri all’università di Parma. Il rapporto ha preso in esame oltre 272 mila laureati nell’anno solare 2016 e conferma, una volta di più, come i laureati che hanno genitori operai o impiegati esecutivi siano meno di quelli che hanno genitori imprenditori, liberi professionisti o dirigenti. I primi conseguono il titolo di primo livello (23%) e arrivano alla laurea magistrale nel 21% dei casi. Solo il 14% sono laureati magistrali a ciclo unico. I secondi sono il 34%. L’origine sociale influisce sul passaggio tra i livelli di studio: chi ha un genitore già laureato, in una posizione di classe più elevata, ha una possibilità superiore sull’opportunità di completare il percorso universitario. Un reddito maggiore permette agli studenti di cambiare regione, sostenere un affitto e i costi di una città diversa da quella di residenza. Nel 2016 questa mobilità ha continuato a scendere.
ALMALAUREA CONFERMA la propensione ridotta agli spostamenti per motivi di studio in gran parte dovuta all’impossibilità delle famiglie di contenere le spese di un’università dove le tasse sono più elevate rispetto a più della metà dei paesi Ocse dove, in molti casi, il primo ciclo degli studi è gratuito. Va tuttavia ricordato che la selezione avviene prima dell’entrata all’università. Il basso tasso d’ingresso dei diplomati all’università è un problema storico per l’Italia. La crisi lo ha aggravato: oggi l’accesso ai corsi è riservato al 37% dei diplomati, nettamente inferiore rispetto alla media dei paesi Ocse. Questo dato va letto insieme al boom anomalo dei giovani «Neet» (che non studiano, né lavorano) rispetto ad altri paesi europei registrato, da ultimo, dal rapporto Ocse «Education at a glance» 2016. Questi giovani non considerano l’istruzione terziaria un’opzione utile per sottrarsi all’inoccupazione o all’inattività. In questa cornice Almalaurea registra un movimento evidente da tempo nei nostri atenei. Chi può cerca di anticipare l’uscita dal paese e conseguire la laurea all’estero. Conseguire questo titolo permette di articolare da subito una «carriera» nel paese di emigrazione, accorciando i tempi dell’integrazione. Una tendenza che si rafforza al termine del percorso di studi (e di lavoro precario): il 49,8% dei laureati guarda oltralpe per continuare gli studi e per trovare un lavoro.
NEL 2016, IN ITALIA, ci si è laureati un anno prima e in regola con i tempi previsti: in media a 26,1 anni, in particolare nelle professioni sanitarie. Nel 2006 l’asticella era ferma a 27,1 anni. Nelle discipline giuridiche un laureato su tre termina gli studi con 4 anni di ritardo in media. Non è proprio un successo per l’università «riformata» dalla legge Berlinguer. La sua impostazione «produttivistica» mirava ad aumentare il numero dei laureati, accorciando i tempi di studio. Non è andata proprio così. Oggi, tra i paesi Ocse, l’Italia resta sempre agli ultimi posti per numero di laureati. È uno dei paradossi dell’università «professionalizzante»: avrebbe dovuto preparare forza lavoro avanzata al mercato, ma il mercato è ultra-precario e non permette di trovare facilmente un lavoro e un reddito degno di questo nome. Il tasso di occupazione dei laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è il 62%. La media Ocse è venti punti superiore: l’83%. Non giova all’università «riformata» lo storico sottofinanziamento (6 miliardi di euro contro i 20 della Germania) e l’irrisorietà dei fondi per il diritto allo studio. Circa l’80% degli studenti iscritti ai corsi di laurea di primo e secondo livello non ha alcun aiuto finanziario o sostegno per le tasse d’iscrizione sotto forma di borse di studio.

martedì 16 maggio 2017

ACI INFORMATICA: IL GOVERNO CI RIPROVA




da  http://popoffquotidiano.it/2017/05/15/aci-informatica-600-posti-a-rischio-per-privatizzazione/

Aci Informatica: il governo ci riprova. Un decreto in discussione vorrebbe privatizzare la gestione del Pra cancellando 600 posti di lavoro. Lavoratori in agitazione

di Checchino Antonini

2328892_rsu_aci_informatica.jpg.pagespeed.ce.HCmSiY1EcG

Stanno per piombare su Roma almeno altri seicento licenziamenti. Se la lotta dei lavoratori non riuscirà a sventare le intenzioni del governo Gentiloni. Si tratta dei lavoratori di Aci Informatica e dell’indotto che andrebbero a sommarsi ai 156 di Sistemi informativi Ibm, tanto per citare le mattanze sociali più note, i 1666 di Almaviva e ai duemila esuberi di Alitalia. Una strage di cui il governo è mandante, nel caso delle ultime due, o proprio killer nel caso dei 600 di Aci Informatica, la società per azioni che opera per gestire il Pra, pubblico registro automobilistico per conto dell’Automibil club italiano. Le lavoratrici e i lavoratori di ACI Informatica da questa mattina sono entrati in assemblea permanente per contrastare l’adozione della Razionalizzazione dei processi di gestione dei dati di circolazione e di proprietà di autoveicoli, motoveicoli e rimorchi, finalizzata al rilascio di un documento unico, una proposta di decreto legge, ovvero la pistola che potrebbe presto essere fumante e impugnata dai ministri Del Rio e Madia.
«Quel decreto non è che una truffa ai danni di cittadini e lavoratori» spiega a Popoff, Marco Paolucci, Rsu di Aci Informatica, schemattizando così gli effetti che si produrranno:
- l’aumento dei costi per i cittadini che deriva dallo smantellamento dell’unico presidio pubblico efficiente ed efficace, cioè il PRA gestito dall’ACI;
- il degrado dei servizi per il cittadino, basti pensare allo smantellamento del servizio gratuito – ufficio a domicilio – che il PRA eroga ai cittadini svantaggiati per ragioni di invalidità o ricovero sanitario;
- l’aumento della spesa pubblica, dato che andranno rifatte le procedure informatiche, dovranno essere ricollocati gli oltre 2.900 dipendenti pubblici dell’ACI e trovati gli “ammortizzatori sociali” per gli oltre 600 licenziamenti di lavoratrici e lavoratori a contratto privato, che deriveranno dall’adozione del decreto;
- 600 licenziamenti previsti delle lavoratrici e dei lavoratori di ACI Informatica e del suo indotto (pulizie, mensa, guardiania, manutenzione ecc.).
«La nostra lotta è per la tutela dei nostri posti di lavoro ma anche per la difesa del servizio pubblico al cittadino», dice ancora la Rsu, annunciando un’escalation di iniziative di lotta che sarà possibile seguire anche sul loro sito http://www.autorganizzati.org/ : «Non gli daremo tregua e ricordiamo che fra pochi mesi ci sarà la campagna elettorale politica e per l’elezione del Presidente e del Consiglio della Regione Lazio, non credano questi signori e loro partito di appartenenza, il PD, di potersi presentare in giro per Roma senza dar conto di una politica del lavoro che solo negli ultimi mesi ha prodotto: 1.666 licenziamenti in Almaviva; 2.000 esuberi in Alitalia; 600 licenziamenti previsti in ACI Informatica. Da oggi sentirete parlare di noi ogni giorno finchè la lotta non vincerà e ogni giorno il nostro grido sarà da esempio e richiamo all’unità e il riscatto di tutte le lavoratrici e i lavoratori».
Aci Informatica è attiva con questo nome dal 1976 ed è una spa al 100% proprietà di Aci. I suoi operatori hanno un contratto metalmeccanico anche se lavorano in esclusiva per un ente di diritto pubblico non economico. Questi lavoratori, da sempre più sensibili della media anche rispetto a temi più generali, sono stati protagonisti di dodici giorni di presidio a Montecitorio nel 2007 perché nelle celeberrime “lenzuolate” di liberalizzazioni dell’allora ministro Bersani già veniva messo a rischio il loro posto di lavoro con la medesima logica del governo Gentiloni che, Bersani e i suoi, appoggiano a prescindere. Cinque anni fa, al tempo del governo Monti, il decreto legge 95 noto come spending review, scriveva all’articolo 4 che le società in house della PA dovevano essere cedute a privati entro il 30/6/2013 o chiuse entro il 31/12/2013: ACI Informatica è una società in house dell’ACI. Anche quella volta la mobilitazione raggiungerà il suo apice nella 6 giorni di presidio permanente a Piazza delle 5 Lune, sotto la sede del Senato, con lavoratori di altre società in house della PA a Roma. La mobilitazione otterrà la modifica del provvedimento cancellando “l’automatismo” di chiusura o privatizzazione e rinviando ai vari enti pubblici proprietari.
Ma l’attacco continua.

lunedì 15 maggio 2017

ANCHE I PROFESSIONISTI PROTESTANO



da   https://ilmanifesto.it/professionisti-e-impoveriti-a-roma-in-piazza-per-l-equo-compenso/




Ventimila avvocati, architetti, ingegneri, medici e dentisti, geometri, geologi, veterinari, commercialisti e giornalisti hanno sfilato ieri da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni a Roma in rappresentanza dei 140 tra ordini, associazioni e sindacati aderenti alla piattaforma «Noi professionisti» per il giusto compenso. Una presenza inconsueta nelle piazze italiane, ma indicativa della crisi che ha aggredito il ceto medio impoverito che oggi sopravvive con redditi proletari, soffre della perdita dello status professionale e per la crisi del senso delle professioni intellettuali.
Il corteo non è stato il prodotto di una fiammata improvvisa. Organizzato dagli ordini romani degli avvocati, architetti e ingegneri, e da quello degli avvocati di Napoli, è stata la risposta alla liberalizzazione delle professioni voluta da Bersani, quando faceva il ministro dello sviluppo nel governo Prodi nel 2007, e alla riforma Monti-Fornero del 2012 che ha abolito le tariffe minime. Un uno-due da Ko che ha fatto esplodere le diseguaglianze tra le partite Iva affluenti e quelle proletarizzate, introducendo nel mercato delle professioni l’uberizzazione delle prestazioni: oggi si vendono pacchetti medici o consulenze su groupon, mentre i giornalisti freelance o gli ausiliari della giustizia sono pagati 4 euro al pezzo o all’ora. La deregolamentazione selvaggia, il peso insostenibile dei contributi previdenziali e la crisi del mercato hanno fatto crollare i redditi Dal 2007 al 2014 solo le professioni tecniche hanno perso il 22% del reddito, mentre i due terzi dei 122.414 avvocati hanno redditi da 10 mila euro lordi annui. I più colpiti sono i professionisti individuali, giovani e meno giovani. E lo sono anche gli ordini professionali, e le loro casse previdenziali. In prospettiva la crisi economica degli iscritti farà esplodere i conti, eliminando la possibilità di una pensione. Nella stessa condizione si trova il lavoro freelance, il precariato diffuso e il lavoro indipendente: il pluriverso del Quinto stato.
Di questa condizione sociale l’iniziativa di ieri ha restituito una parte. Rispetto ai 2.700 ordini territoriali, senza contare tutte le altre rappresentanze del lavoro autonomo, le 140 sigle aderenti che hanno aderito al corteo sono una minoranza. Ma sono il sintomo di un fenomeno più largo. L’assenza di una cultura politica e sindacale, originariamente basate sulla rappresentanza del lavoro dipendente o su un approccio liberista, sta spingendo le rappresentanze ordinistiche a fare politica. Un modello che potrebbe risultare insufficiente, considerata la degenerazione della situazione e la difficoltà degli ordini a sganciarsi dai blocchi di potere e dalle corporazioni. Ma è un fatto che la crisi abbia scavato tanto a fondo da spingere questa avanguardia a rivendicare equità retributiva, previdenziale e fiscale, oltre che uno statuto del lavoro autonomo.
Gli effetti epocali di questa crisi insidiano anche la mentalità del «professionalismo borghese» che ha ispirato la scelta delle parole d’ordine del corteo e l’impostazione della manifestazione. Tra l’Esquilino e San Giovanni più volte sono tornate espressioni come «dignità», «rispetto» e «qualità». Concetti che rispondono a una delle caratteristiche della cultura del lavoro autonomo, e in particolare di quello delle professioni liberali. Sono ispirate alla cultura umanistica e civica che, insieme a quella cortigiana e borghese, ispira la deontologia e giustifica l’esistenza degli ordini professionali. I promotori del corteo considerano il professionista un lavoratore, e non un’impresa, che offre un servizio intellettuale alla cittadinanza sulla base di un sapere. Se non è pagato, svende le sue competenze, o aumenta il suo onorario per pagare le tasse sopra ogni limite danneggia tanto il cittadino, quanto la sua «dignità». Quello economico è un aspetto importante, quanto il profilo morale del professionista. L’equilibrio è difficile da mantenere. Da qui l’attenzione a non essere troppo «rivendicativi» e l’insistenza sull’utilità pubblica del loro servizio deprezzato.
Per il lavoro autonomo ordinistico il Ddl sul lavoro autonomo, approvato il 10 maggio, non è risolutivo. Il provvedimento ha riconosciuto malattia e maternità per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, ma non l’equo compenso, il sostegno al reddito e norme sull’equità previdenziale per tutte le partite Iva. Un’apertura limitata, ma significativa, che può avere convinto i promotori del corteo romano ad avanzare due proposte: una legge sulle professioni intellettuali e una sul «giusto compenso». Quest’ultima richiesta è basata su una sentenza dell’8 dicembre 2016 della corte di giustizia europea secondo la quale i minimi tariffari inderogabili sono legittimi e compatibili con la normativa europea.
Sarebbe così caduto l’alibi «Ce lo chiede l’Europa» usato da Bersani o da Monti per «liberalizzare» le professioni. «Una scelta scellerata quella di abolire i minimi. La classe politica ci ha traditi. Ha fatto gli interessi delle banche e dei grandi studi, mentre noi lavoriamo in ristrettezze e i giovani emigrano» è stato detto nei comizi in piazza San Giovanni. I politici, di destra e di sinistra, che ieri hanno solidarizzato con il corteo, hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Entrambi sono stati al governo e, quando non hanno adottato le leggi, nulla hanno fatto per evitarne le conseguenze. In tempo di populismo, meglio dare ragione a tutti.