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mercoledì 18 luglio 2018

L'ONDA GRIGIA SI ALLARGA


da  https://ilmanifesto.it/rapporto-ispra-londa-grigia-si-allarga/



La legge che non c'è. Nell’ultimo anno le coperture artificiali hanno riguardato 54 km2 di territorio, 2m2 al secondo. Maglia nera al lombardo-veneto



Nel 2012 fu il ministro delle Politiche agricole del governo Monti a presentare il primo disegno di legge per il contenimento del consumo di suolo. Sei anni dopo, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha scelto la camera dei deputati per presentare il nuovo Rapporto 2018 sul consumo di suolo in Italia, perché una legge non c’è ancora e la cementificazione continua: nell’ultimo anno le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 54 chilometri quadrati di territorio, circa 15 ettari al giorno o 2 metri quadrati al secondo.
È VERO CHE DIECI ANNI FA, prima della crisi economica, si era arrivati agli 8 metri quadrati al secondo, ma il ridimensionamento non fa sorridere nessuno all’Ispra: «In assenza di interventi strutturali e di un quadro di indirizzo nazionale», sottolinea il rapporto, i dati confermano «la mancanza del disaccoppiamento tra la crescita economica e la trasformazione del suolo naturale».
Se l’economia cresce, lo fa consumando suolo: l’Italia è ancora una Repubblica fondata sul cemento, che copre aree naturali e agricole con l’asfalto. L’onda grigia s’allarga anche attraverso l’espansione di aree urbane, «spesso a bassa densità», e questo nonostante le statistiche dell’Istat indichino che dal 2015 i residenti in Italia sono in discesa.
È per questo che il convegno di ieri nella Sala della Regina di Montecitorio, presente il ministro dell’ambiente Sergio Costa, è stata anche l’occasione per ribadire l’esigenza di una legge nazionale per fermare il consumo di suolo, un concetto declinato in modo diverso alla camera e al senato nelle proposte e disegni di legge presentati nel corso della nuova legislatura iniziata a marzo: «Arresto del consumo di suolo» (Daga, M5S), «riduzione del consumo del suolo» (Muroni e De Petris, LEU), «contenimento del consumo del suolo» (Braga, Pd). Il testo depositato dai 5 Stelle è quello elaborato da un gruppo di 75 esperti per conto del Forum “Salviamo il paesaggio!”.
I DATI DELL’ISPRA LASCIANO immaginare che l’unica soluzione vera sia oggi l’arresto, immediato, del consumo di suolo. Perché è vero che la superficie complessiva già compromessa è pari a 23.062 chilometri quadrati, e quindi al 7,65% di quella totale del Paese, ma lo è anche che alcune regioni superano abbondantemente il dieci per cento, come la Lombardia (12,99%) e il Veneto (12,35%). E che nel 2017 è in questi territori già compromessi che si è registrata la maggiore variazione di suolo consumato in termini assoluti: più 11,3 chilometri quadrati in Veneto, dov’è avvenuto oltre un quinto delle trasformazioni registrate a livello nazionale; più 6 chilometri quadrati in Lombardia.
Se poi l’occhio vuole scendere in profondità, può rendersi conto che ci sono intere province in cui un terzo del suolo è ormai artificiale, come Monza e Brianza (41%), Napoli (34%) e Milano (32%), o altre dove il cemento copre circa un quinto della superficie, come Trieste (23%), Varese (22%) e Padova (19%). Appena quattro, invece, quelle che restano sotto la soglia del 3%, e sono il Verbano-Cusio-Ossola (2,85%), Matera (2,87%), Nuoro (2,89%) e Aosta (2,91%).
A livello comunale, il quadro si fa ancora più complesso: ci sono almeno 55 Comuni che superano ormai il 55% della superficie consumata, e sono per lo più nel napoletano, nel milanese, in Brianza o in provincia di Caserta. Nel comune di Torino è ormai artificiale il 65,7% della superficie. In Lombardia, un tris supera il 64% (Lissone, Sesto San Giovanni e Cusano Milanino), mentre in Veneto Padova continua la corsa verso il 50% (è al 49,4%). Anche Aosta supera il 30 per cento, dieci volte la media regionale. In termini assoluti, il comune più «oltraggiato» d’Italia è quello della Capitale: la superficie consumata a Roma è pari a 31.697 ettari, con una crescita di ulteriori 36 ettari nel 2017. È proprio a livello municipale che l’Ispra individua alcune tendenze, come il ruolo «delle grandi opere infrastrutturali e il tema della logistica», su cui ha posto l’accento nel suo intervento Michele Munafò, curatore del Rapporto. A Vercelli, in particolare, nel corso del 2017 sono stati trasformati 44 ettari, per realizzate il polo Amazon: «Visto dall’alto è impressionante. È quasi un nuovo quartiere della città: è un esempio e un simbolo evidente di ciò che sta avvenendo, delle direttrici del consumo di suolo».
ECCO PERCHÉ NON DEVE meravigliarci se non sappiamo rintracciare su un cartina dell’Italia il comune che guida la classifica del consumo di suolo nel 2017. È Sissa Trecasali, nella Bassa parmense, e ha doppiato Roma: qui la misura del suolo agricolo cancellato è pari a ben 74 ettari, ma non c’è nessuna corsa di nuovi abitanti, nessuna lottizzazione residenziale né centro commerciale in costruzione. È tutta colpa della Ti-Bre, cioè del primo lotto dell’autostrada che dovrebbe collegare l’A15 all’A22, tra Parma e Rolo-Reggiolo. Ad aprile La Stampa titolava un reportage «Nove chilometri verso il nulla». Perché dell’autostrada è autorizzata solo una breve tratta, e si fermerà in una minuscola frazione di Sissa Trecasali

lunedì 16 luglio 2018

I DANNATI DELLA LIBIA


Pubblichiamo una testimonianza sugli atroci campi di detenzione libici, testimonianza in cui ha un importante ruolo il personale medico della nostra città, Senigallia


da  https://ilmanifesto.it/i-dannati-della-libia/

Il dolore è scritto sulla pelle, nei corpi, ma il vissuto di chi è stato torturato e violentato nei «mezra», depositi di umanità, in Libia viene fuori a poco a poco, prima negli incubi o con strani disturbi fisici. Cinque anni di storie raccolti all’ospedale di Senigallia



di Angelo Ferracuti

Quando dall’entrata principale con l’ascensore saliamo al sesto piano, i reparti amministrativi dell’ospedale di Senigallia dove incontro Stefania Pagani sono deserti. Lei è una dottoressa bionda, piccola di statura, e un viso espressivo con grandi occhi castani, l’accento ibrido mescola il tarantino d’origine che circola in quello marchigiano della terra dove si è trasferita da adolescente.
NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI come medico legale ha visitato e ascoltato le storie tragiche di più di trecento richiedenti asilo, arrivati dagli Sprar e dai centri di accoglienza (Cas) della Prefettura. Ha visitato soprattutto giovani con meno di trent’anni, donne e uomini, venuti da Ghana, Senegal, tanti dalla Nigeria, una nazione divisa da tensioni etniche tra cristiani e musulmani, ma anche dal Gambia, dalla Costa D’Avorio, dilaniata da una guerra civile, dal Mali, dove imperversano le insurrezioni jihadiste. Donne e uomini che avevano affrontato il deserto, e li accumunava aver subito torture, gente scappata da guerre, perseguitata per motivi religiosi o di orientamento sessuale.
PIÙ DI TRECENTO, racconta. «La medicina forense umanitaria viene incontro alle persone che attraverso le loro storie raccontano di aver subito violenze, nel corpo e nella psiche», dice, seria e decisa. E allora lei, quando incontra una persona, quando questa entra nell’ambulatorio, comincia a leggerla, decifra le ferite sugli arti, le mutilazioni. «I segni che hanno sulla pelle, sui corpi»- dice ancora – «raccontano già il dolore e i drammi, il corpo diventa testimone».
NELLE PRIGIONI LIBICHE i torturatori più efficaci sono quelli in grado di esercitare una violenza che più si avvicina al confine con la morte, i volts da non superare durante le scariche elettriche inferte sui genitali, per non provocare l’arresto cardiaco, l’acqua bollente versata da grandi pentole sulle braccia o sul ventre. Quelli più esperti nella pratica della falaka o falanga sanno come colpire le piante dei piedi con spranghe di ferro di uomini legati tenuti a testa in giù che urlano terrorizzati e non riusciranno più a camminare per mesi. Lo spavento che provocano, deve restare a vita nella memoria e nei cuori palpitanti di quelle persone. Questa è la nota situazione in Libia dopo l’accordo tra il governo Gentiloni e quello di Fayez Al Sarraj, definito disumano dalle Nazioni Unite, che ha fatto dire all’Alto commissario Zeid Raad Al Hussein: «La sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».
QUEI RICORDI e quelle paure spesso si spostano nella vita onirica e diventano incubi. Stefania dice che non è facile farli parlare, «ci vuole tempo», riferisce mentre prendo appunti sul mio taccuino e siamo da una parte e dall’altra di una lunga scrivania. «Inizialmente raccontano di avere disturbi del sonno, cefalee persistenti, somatizzazioni. Ma gli esami sono sempre negativi, perché sono i sintomi di qualcosa di molto più profondo». Raccontano solo la punta dell’iceberg.
UNA RAGAZZA che aveva subìto violenze sessuali di gruppo lungo la traversata nel deserto – racconta – «nella memoria del corpo aveva sviluppato una serie di sintomi, aveva dolore all’orecchio, non sentiva bene, avvertiva un ronzio, e poi lamentava bruciore agli occhi». Gli esami anche nel suo caso furono negativi. Mentre la violentavano, le avevano gettato sabbia negli occhi e fatto tagli alle gambe. «Era piccola, graziosa, impaurita da morire», dice Stefania, sorridendo con dolcezza.
«IL RACCONTO di un sintomo di un ghanese non è uguale a quello di un italiano o di un francese, sono sempre affiancata da mediatori culturali capaci di interpretare i segni e i sintomi, ma prima deve svilupparsi tra me e loro un’empatia, e poi una vera e propria alleanza terapeutica». I mediatori a volte piangono, si commuovono, «perché quando ascolti una storia di violenza della tua terra, è come se facessero una violenza anche a te». Quella sessuale nelle carceri libiche è una forma etologica di dominio. Le donne sono spesso stuprate, anche le bambine sono costrette a fare sesso con i miliziani, e quando ne arrivano di nuove, i carcerieri scelgono quelle tra di loro fisicamente più debilitate o incinte e le uccidono, poi chiedono alle sopravvissute di pulire in terra le macchie di sangue versato e di sotterrare i corpi. Di ognuno si deve ricostruire la storia, ma a volte alcuni hanno crisi di pianto o alterazioni spazio temporali, ci sono ragazzi che hanno subìto abusi da persone dello stesso sesso, costretti a rapporti anali, violati in gruppo da detenuti minacciati dai carcerieri che urlavano “violentatelo o vi uccido!”»
Quando queste persone arrivano, intimidite nell’ambulatorio, Stefania Pagani si mette pazientemente in ascolto, poi li fa spogliare e accomodare sul lettino. «Certificare che certi segni sono compatibili con le storie raccontate, per loro ha un grande valore, riesce a ridare una dignità alla persona, la tortura ha invece l’obiettivo di distruggere», dice abbassando il tono di voce e diventando più intima.
Alessandro Leogrande ne La frontiera (Feltrinelli,) il libro che meglio ha raccontato questi nuovi dannati della terra, riferisce alla perfezione cosa significa tutto questo: «Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler far altro che parlarne».
UNO DEGLI ULTIMI CASI di cui Stefania si è occupata, riguardava un ragazzo africano vissuto per due anni nelle prigioni libiche. «Si riteneva fortunato perché era arrivato vivo qui per raccontare la sua storia, da testimone, anche per i tanti che non ce l’avevano fatta». Mi riferisce quella di un ragazzo africano giovanissimo che a otto anni è andato a lavorare in un Paese lontano.
Minorenne, è assoldato e costretto a combattere da un gruppo di ribelli, torturato e obbligato a uccidere sotto l’effetto di droghe, poi a scavare fosse dove mettere i corpi. Durante la visita, ricordando quelle storie, diceva a Stefania che non doveva avere paura di lui, li aveva uccisi ma non era un assassino. «Il suo cruccio era che le persone potessero giudicarlo per le cose che raccontava» dice la dottoressa. Era fuggito, aveva attraversato il Mali, il Burkina Faso, poi era arrivato in Libia. Lì era stato catturato e portato nei «magazzini», i mezra, dove i trafficanti di esseri umani segregano le persone. Lì sono torturati, privati delle unghie, le gambe legate con una corda, il corpo viene sollevato, e colpito in modo continuativo fino a tramortirlo.
Un altro ragazzo, raccontava che per umiliarlo lo facevano camminare accosciato in un terreno pietroso. «Aveva escoriazioni sulle gambe, sulle mani», ricorda di quella visita. Il più delle volte si fa raccontare la parte di storia finalizzata alla valutazione del trauma, «non dall’inizio, però, per non ritraumatizzare: il fatto di dover raccontare troppe volte, nel ricordo può riacutizzare il dolore».
È UN LAVORO che si fa in équipe, altri medici intervengono singolarmente, c’è sempre uno psichiatra, così come può esserci un dermatologo, un vulnologo capace di valutare ustioni e lesioni della cute. «La loro pelle è diversa, tende a fare cheloidi in maniera superiore alla pelle chiara».
Mi fa vedere alcune foto che ha sul display del telefonino, sono parti di corpi che appartengono a persone che hanno subìto violenze, immagini atroci di mani o di piedi ai quali sono state amputate dita, segni di arma da taglio sul petto, stampi di frustate sulla schiena. Alcuni altri hanno scarificazioni, segni o incisioni tribali, simboli di appartenenza a gruppi etnici-religiosi: ormai è capace di riconoscere anche quelli. Essendo un medico imparziale, questo lo ripete più volte, deve solo capire se il segno è verosimile, «mi limito a dare una compatibilità a una lesione, riconducibile a una violenza particolare, devi far capire loro che non sei lì per giudicarli, il tuo compito è valutare se la manifestazione fisica e i segni sono compatibili con ciò che raccontano».
Molti non sanno se riusciranno mai a dimenticare lo strazio di quello che hanno vissuto, «sono persone che soffrono incubi notturni, alcuni hanno subìto più lutti, prima violenze nel loro Paese, poi hanno perso amici e parenti lungo la traversata».
UNO DI LORO – penso mentre stiamo attraversando il lungo corridoio, avvicinandoci lentamente all’uscita – si chiamava Emmanuel Chidi Nabdi. Cristiano, con la moglie Chinyere era scappato dalla Nigeria dalla violenza terrorista dei fondamentalisti islamici di Boko Haram. Usciti salvi all’assalto a una chiesa, nell’esplosione avevano già perso una figlia e i genitori. Durante la traversata dalla Libia verso Palermo sua moglie incinta è stata picchiata e ha abortito. Lui è stato ucciso il 5 luglio di due anni fa a Fermo, nella mia città, da un razzista che prima di colpirlo con un pugno ha chiamato la sua sposa «scimmia africana».

sabato 14 luglio 2018

WEEK END MAGAZINE



LA LUCE SULLE TEMPIE

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Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: «adesso».


(Milo De Angelis)

venerdì 13 luglio 2018

GOVERNO NEL CAOS SUI MIGRANTI


da   https://ilmanifesto.it/governo-nel-caos-sui-migranti-trenta-smentisce-salvini/


I facinorosi. La ministra della Difesa: «Chi fugge ha diritto ad essere accolto» Il titolare del Viminale replica: «Per me parlano i numeri»


Dipendesse da Giuseppe Conte probabilmente neanche varrebbe la pena di parlarne. Divergenze interne al governo? Macché. Ieri il premier ha incontrato Matteo Salvini prima che partisse alla volta di Innsbruck per il vertice dei ministri degli Interni dell’Ue e insieme hanno discusso della nave Diciotti della Guardia costiera che da due giorni attende di sapere quando potrà sbarcare i 67 migranti che si trovano a bordo. Vicenda che divide il leder leghista dal collega dei Trasporti, il pentastellato Danilo Toninelli, ma l’incontro, assicura il premier, «è andato molto bene», anche se la Diciotti ieri sera era ancora in alto mare. Un’altra assicurazione del buon clima che regnerebbe nell’esecutivo arriva poi dal ministro degli Esteri Moavero Milanesi per il quale in Austria il leghista arriva con un «documento condiviso» da tutti. Infine c’è la ministra della Difesa Elisabetta Trenta che su Facebook al massimo ammette qualche «sensibilità differente» tra le due anime gialloverdi ma subito tranquillizza: «Remiamo tutti nella stessa direzione». E seppure a modo suo, anche Salvini getta acqua sul fuoco: nessun contrasto con i 5 Stelle assicura, «sento più Toninelli e Di Maio che i miei genitori».
A volerci credere sembrano la famiglia felice di qualche vecchia pubblicità di biscotti. In realtà lo scontro sotterraneo tra leghisti e grillini è sempre meno sotterraneo e sempre più alla luce del sole. A portare l’ultimo attacco al leader del Carroccio è stata di nuovo la titolare della Difesa. Qualche giorno fa, quando Salvini minacciò di chiudere i porti alle navi delle missioni internazionali con i migranti a bordo, era stata lei a ricordargli che la missione europea Sophia dipende dal suo dicastero e dalla Farnesina. Un richiamo che oggi, alla luce delle ultime dichiarazioni della ministra, sembra poca cosa. In un intervista ad Avvenire Trenta attacca infatti tutta la linea anti-migranti e anti-Ong di Salvini, compresa la scelta di chiudere i porti. «L’Italia non si volta dall’altra parte» assicura ricordando l’importanza del «diritto di assicurare un asilo a chi fugge dalla guerra. Il diritto ad arrivare e trovare un lavoro». «Ho guardato cento volte le foto di migranti – prosegue Trenta – e ho pensato sempre una cosa: una famiglia che mette un figlio su un barcone sperando di regalargli una vita migliore va solo aiutata». E sulle Ong, infine, non potrebbe essere più chiara: «Dico basta a un’eccessiva demonizzazione che non mi convince e non mi piace».
Per il leader leghista si tratta di bordate pesantissime delle quali è difficile non abbia parlato nell’incontro avuto in mattinata con il premier. Come se non bastasse, poi, anche Luigi Di Maio prende le distanze da lui. Su La7 il vicepremier grillino definisce «non immaginabile chiudere l’ingresso a una nave italiana» e propone anche di aprire i porti alle ong che rispettano e regole. «No» è la replica secca di Salvini. «I porti italiani sono aperti alle navi delle autorità italiane, non ad altri». E sulle critiche rivoltegli dalla Trenta, la risposta del leghista è più una conferma delle tensioni in seno all’esecutivo che una smentita: «Parlano i numeri», dice rivendicando la flessione degli arrivi in Italia frutto in realtà delle politiche avviate dal suo predecessore Minniti.
Insomma l’argine di convenienza reciproca che teneva le divergenze sotto il tappeto sembra ormai ritto e le polemiche a questo punto potrebbero allargarsi anche oltre l’immigrazione. Sempre Di Maio, ad esempio, ieri ha corretto il ministro per gli Affar europei Paolo Savona negando che il governo stia pensando a un piano B per uscire dall’euro. E lo scontro potrebbe accendersi di più nei prossimi giorni, quando Salvini presenterà la risposta leghista al decreto dignità sotto forma di un pacchetto sicurezza che come principale novità avrà una riforma della legittima difesa quasi sicuramente indigesta al M5S.
Intanto sull’immigrazione anche il M5S si divide. Mentre la ministra della Sanità Giulia Grillo si schiera con Salvini dicendosi favorevole alla chiusura dei porti il collega Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, si dice d’accordo con la ministra Trenta: «Sono anch’io poco convinto dell’eccessiva demonizzazione delle ong e concordo sulla necessità di legare accoglienza e legalità», ha scritto su Facebook.

giovedì 12 luglio 2018

SI MUORE DI LAVORO

Ieri sono morti altri due operai: a Massa un uomo di 37 anni, Luca Savio, con un contratto da 4 giorni, travolto da un blocco di marmo (seconda vittima quest'anno), mentre un altro nel trevigiano al suo primo giorno di lavoro. Pochi giorni fa era morto un altro lavoratore di 70 anni, età in cui si dovrebbe essere in pensione e lontano dai cantieri.
Qui di seguito un articolo con il numero dei morti al lavoro da gennaio a maggio: un numero molto alto, che ci fa capire che ci sono motivi strutturali di sicurezza, e che non siamo davanti a semplici fatalità.


da  http://www.senzasoste.it/morti-bianche-gennaio-maggio-2018-389-vittime/





LA STORIA DI UN ECCIDIO CHE NON RACCONTA DI UNA GUERRA MA DELLA QUOTIDIANITÀ’ LAVORATIVA IN ITALIA.
DA GENNAIO A MAGGIO 2018 SONO 271 I DECESSI RILEVATI IN OCCASIONE DI LAVORO E 118 IN ITINERE.
LA MEDIA E’ DRAMMATICA: 77 INFORTUNI MORTALI AL MESE.

IL MAGGIOR NUMERO DI VITTIME IN OCCASIONE DI LAVORO VIENE REGISTRATO IN LOMBARDIA (39), EMILIA ROMAGNA (34) E VENETO (31). LA PROVINCIA IN CUI SI MUORE DI PIÙ SUL LUOGO DI LAVORO E’ ROMA (19 DECESSI). SEGUONO: MILANO (15), NAPOLI E TORINO (12), UDINE (10), BOLOGNA (9), MODENA (8), BRESCIA E TREVISO (7).
La storia di un eccidio che non racconta di una guerra ma purtroppo della quotidianità nei luoghi di lavoro nel nostro Paese. Sono 389, infatti, le vittime rilevate da gennaio a maggio 2018 in Italia. E sono 271 quelle registrate in occasione di lavoro, mentre 118 quelle in itinere, 26 delle quali sono donne.
Un’istantanea che nessuno vorrebbe vedere quella scattata dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega di Mestre (sulla base dei dati INAIL), perché proietta l’immagine di un’emergenza che non conosce fine. Con una media di mortalità inquietante: 77 vittime al mese, considerando i morti in occasione di lavoro e in itinere.
Ed è ancora la Lombardia ad indossare la maglia nera con il più elevato numero di vittime in occasione di lavoro (39 decessi); seguono: l’Emilia Romagna (34), il Veneto (31), il Piemonte (24), la Campania (22), il Lazio (20), la Toscana (16), il Friuli (13), Calabria e Sicilia (11), Basilicata e Liguria (8), Sardegna e Puglia (7), Marche (6), Abruzzo (5), Umbria (4), Molise (3), Trentino Alto Adige (2).
I settori in cui si contano il maggior numero di vittime in occasione di lavoro sono quelli delle Costruzioni (con 43 decessi), quello delle Attività Manifatturiere che, come il settore Trasporto e Magazzinaggio, fa rilevare 37 morti. Nel settore Commercio e Riparazione di autoveicoli e motocicli sono stati rilevati 17 morti sul lavoro.
La maggior parte delle vittime rilevate in occasione di lavoro aveva un’età compresa tra i 55 e i 64 anni.
La provincia in cui si conta il maggior numero di infortuni mortali sul lavoro è Roma (19 decessi). Seguono: Milano (15), Napoli e Torino (12), Udine (10), Bologna (9), Modena (8), Brescia e Treviso (7). Le donne che hanno perso la vita nel 2018 in occasione di lavoro sono state 19. Gli stranieri deceduti sul lavoro sono 45 pari al 16,6% del totale.
Al fine di promuovere e diffondere la Cultura della Sicurezza sul Lavoro, ci auguriamo che il comunicato non solo sia un utile strumento di lavoro per Voi ma anche una fonte di riflessione e di analisi di fronte alla grave situazione che colpisce la nostra Penisola.
Inviato a Senza Soste da Vega Engineering

mercoledì 11 luglio 2018

TUTTI CONTRO TUTTI




Risultati immagini per conte premier

da  https://www.linkiesta.it/it/article/2018/07/10/un-mese-e-siamo-gia-al-tutti-contro-tutti-altro-che-gialloverdi-questo/38752/

L’amore non è bello se non è litigarello, dice il proverbio. E forse saranno burrasche passeggere tra neo sposini, forse sarà il caldo che rende tutti un po’ nervosi, ma il clima all’interno del governo gialloverdeblu non sembra essere quello dei giorni migliori. E ha voglia il premier Giuseppe Conte ridestatosi dal torpore, a raccontare alla Stampa che «il governo ha una sola linea». Chissà se non l’avesse, verrebbe da dire. E chissà cosa succederà quando invece di decreto dignità e missioni in mare si comincerà - se mai si comincerà - a parlare di flat tax, di reddito di cittadinanza, di superamento della legge Fornero.
Chissà cosa dirà Giovanni Tria, ad esempio, nostro amato ministro della realtà,indefesso baluardo della stabilità economica del Paese e della sostenibilità dei nostri conti pubblici, che ieri ha bacchettato il suo collega d’esecutivo Luigi Di Maio: «Non si può fare un annuncio al giorno», pare abbia detto al ministro dello sviluppo economico e del lavoro, che l’aveva a sua volta accusato di aver bloccato il decreto dignità, che a distanza di una settimana non ha ancora ricevuto la bollinatura dalla Ragioneria di Stato. Pare ci sia qualche problema di coperture, tra le quali la fantasiosa formula che “con meno precari si consumerà di più” che aggiorna la definizione di finanza creativa. Pare anche che il ministro dell’economia, alle prese con la legge di bilancio, non abbia esattamente gradito le accelerazioni di Di Maio sul taglio delle pensioni d’oro, sulla riduzione delle tasse sul lavoro, sul reddito di cittadinanza finanziato coi soldi europei.
Pare pure, peraltro, che non ci sia solo un problema di coperture, per il decreto dignità. A quanto si dice, la Lega vorrebbe modificarlo pesantemente, per placare la rivolta della sua base elettorale di piccoli imprenditori, che non vuole sentir parlare di regole più rigide sui contratti a tempo determinato, e nel contempo voglia reintrodurre i voucher in agricoltura e nel settore turistico. Vallo a spiegare a Di Maio, però, che ha dichiarato urbi et orbi che il suo decreto non dovrà in alcun modo essere annacquato e che contro i voucher, a suo tempo, ha fatto fuoco e fiamme. Qualcosa ci dice che ne vedremo delle belle.
Nel frattempo, la vera notizia è che Moavero Milanesi, ministro degli esteri in quota élite dentro il governo del popolo ha finalmente dato notizia della sua presenza, dopo essere stato commissariato da Salvini per una trentina di giorni: «Non ci sfileremo dagli impegni internazionali. Bisogna salvare le persone e condurle in porti sicuri», ha dichiarato il giorno dopo il caso della missione Sophia, nell’ambito della quale una nave irlandese aveva portato a Messina 106 migranti, scatenando le ire del solito Salvini. Salvini che era stato zittito pure dalla ministra della difesa Elisabetta Trenta che gli aveva ricordato che il ministero dell’interno non era competente sulle missioni internazionali. Un modo elegante e istituzionale per dire all’ipetrofico vicepremier di stare al suo posto.
Saranno fischiate le orecchie, a Salvini, visto che anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella, nel colloquio di ieri al Quirinale pare gli abbia chiesto, per cortesia, di abbassare i toni su giustizia e immigrati. «So di essere irruento, cambierò registro», pare gli abbia promesso il titolare del Viminale, anche se non scommetteremmo nemmeno un nichelino sul fato che possa mantenere la promessa, che la smetta di parlare e cominci a fare qualcosa. Che poi, tombola, è quel che proprio ieri ha chiesto pure Mario Draghi: « Il vero test saranno i fatti - ha dichiarato in audizione all’Europarlamento - per ora ci sono state solo parole, che peraltro sono cambiate». E se non ci sta capendo niente lui, figuratevi noi.

martedì 10 luglio 2018

TASER, TUTTI I RISCHI


da  https://www.popoffquotidiano.it/2018/07/06/amnesty-tutti-i-rischi-della-taser/

Amnesty: tutti i rischi della Taser


BOLOGNA – “Il confine tra letalità e non letalità purtroppo è molto sottile, facilmente valicabile per una serie di ragioni che vanno dalla potenziale disinvoltura con cui un’arma considerata non letale può essere usata alle condizioni del soggetto nei confronti del quale viene usata”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, commenta l’avvio della sperimentazione dell’uso del taser, la pistola elettrica, in 11 città italiane (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi) per Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza. Il decreto è stato firmato il 5 luglio, ma già a marzo una circolare della Direzione anticrimine prevedeva l’avvio della sperimentazione in 6 Questure italiane. E già allora Amnesty era intervenuta per mettere in guardia sui “vantaggi apparenti” di queste armi e chiedendo di effettuare uno studio sui rischi per la salute a seguito del suo impiego e garantire una formazione specifica e approfondita per gli operatori che ne verranno dotati, sottolineando che, “anche se venissero soddisfatte queste due richieste, il rischio di violazioni dei diritti umani non verrebbe affatto azzerato”. Dopo la firma del decreto, il ministro degli Interni Matteo Salvini ha insistito sulla “non letalità” della pistola elettrica e sul fatto che il suo utilizzo “è un importante deterrente”. La preoccupazione però rimane. “Anzi, se possibile aumenta perché ora siamo nella fase operativa e non sappiamo se le cose che avevamo chiesto, la formazione scrupolosa e un esame degli studi medici, effettuati per esempio negli Stati Uniti, sull’uso delle pistole elettriche, siano stati adeguatamente presi in considerazione prima della partenza della sperimentazione”, afferma Noury.
Tra gli studi sull’uso del taser c’è anche “Shock Tactics”, l’indagine realizzata dalla Reuters che ha riferito di 1.005 persone morte in seguito all’utilizzo della pistola elettrica da parte della polizia: in 9 casi su 10 si trattava di persone non armate e in un caso su 4 di persone con problemi mentali o neurologici. “Negli Stati Uniti i proiettili fanno mille morti all’anno, i mille morti le pistole elettriche li hanno fatti in 20 anni quindi è chiaro che, dal punto di vista della pericolosità, non sono equiparabili – precisa Noury – Ma quando si dice che il rischio nell’uso della pistola elettrica è pari a zero, si dice una cosa inesatta”. Il taser, infatti, non prevede un contatto anzi, come spiega il portavoce di Amnesty International Italia, “è designata per essere utilizzata a distanza e quindi chi la usa non può avere la minima idea delle condizioni fisiche della persona nei confronti della quale verrà usata. Numerosi studi – continua – testimoniano la letalità di questo tipo di armi nei confronti di persone che hanno, ad esempio, problemi di circolazione o cardiaci. Il taser può essere usato al termine di un inseguimento con la persona inseguita in condizioni particolari di affanno, ciò significa che ci sono una serie di circostanze nelle quali il suo uso può essere letale, per questo bisogna essere particolarmente attenti”.
Massima prudenza, consapevolezza che la non letalità non comporta di per sé un uso più disinvolto, effetto deterrente maggiore con la sola esibizione della pistola elettrica. È quanto chiede Noury rispetto alla sperimentazione del taser: “Prima di tutto serve la formazione di chi la utilizzerà, poi il rispetto dei principi internazionali di condotta delle Nazioni Unite sull’uso delle armi da fuoco e si deve tener conto degli studi clinici sulla letalità perché non è che la persona che hai di fronte ha un certificato medico da esibire che attesti la sua vulnerabilità, quindi il rischio non è mai pari a zero”. (lp)
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