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giovedì 20 luglio 2017

NELL'AFRICA DI CUNEO


da   https://ilmanifesto.it/gli-schiavi-dei-kiwi-nellafrica-di-cuneo/

Il reportage. Le campagne piemontesi da giugno a novembre si popolano di braccianti africani che spesso non trovano neanche un materasso in una cascina padronale e si accampano nel Foro Boario di Saluzzo, con baracche fatte con i resti dei gommoni



Fisico scolpito con il cesello, capacità di sopportazione della fatica fuori dal comune, capacità di sopportazione del caldo, ma soprattutto è necessaria la capacità di rendersi invisibile: queste sono le caratteristiche del migrante perfetto, quelle che piacciono anche se non si può dire.
Saluzzo, secondo giardino ortofrutticolo d’Europa non è Rosarno: ci sono i neri che arrivano da tutto il mondo, i «moru» come vengono chiamati da queste parti, ma non ci sono i caporali. C’è il lavoro duro ma non ci sono le angurie o i pomodori, le coltivazioni che più necessitano di un’organizzazione del lavoro che deborda spesso nella schiavitù. Se mangiate una pesca, un kiwi, una mela, un’albicocca, e buon ultimo un mirtillo succoso, molto probabilmente tutto ciò è stato raccolto da una mano nera in questo vastissimo territorio del profondo cuneese.
Terra di cattolicesimo radicato, ricco, ma senza dar nell’occhio, da cui nei decenni sono passate legioni di raccoglitori di frutta: prima i contadini della val Varaita e Po, poi i meridionali pugliesi detti anche «mandarin», poi marocchini, rumeni, polacchi e infine, ultimissimi, gli africani. Quelli dei barconi arrivati qualche anno fa o qualche giorno fa.
LE NAZIONALITÀ più diffuse sono: Mali, Costa d’Avorio, Senegal e Burkina Faso. Un voce tra le poche che hanno voglia di parlare, è quella di Youssuf, ventisei anni, senegalese: «Vorrei lavorare tutti i giorni, fino a novembre. Restare fino ai kiwi, magari fare anche la pulizia degli attrezzi, poi tornare a casa. E poi venire di nuovo qui, il prossimo anno. Vivere in queste condizioni non è bello ma non me ne andrò». Gli altri, quasi tutti, non ne vogliono sapere di raccontare le loro peripezie, l’unica cosa che conta è il lavoro.
LA STORIA RICORDA i romanzi di Luca Rastello, lo scrittore torinese scomparso due anni fa, perché tenebre e barlumi di speranza – in questa vicenda di migranti, soldi, finti buoni e veri cattivi – si compenetrano, dando vita a un caleidoscopico contesto. Non ci sono gli schiavi, non ci sono i caporali, ma nel lungo viale che porta al Foro boario di Saluzzo da diversi anni c’è una indecorosa – nel tempo del dilagante mantra del «decoro urbano» – baraccopoli che condensa tutte le contraddizioni di questa terra.
Perché almeno, da queste parti, le contraddizioni ci sono. Le fece esplodere il Comitato Anti razzista nel 2010, un coraggioso gruppo di cittadini che denunciò per primo le condizioni di vita dei raccoglitori di frutta. Dopo qualche tempo giunse la Caritas che fornì tende e alloggiamenti di fortuna per le centinaia che vivevano in condizioni bestiali. Passano gli anni e il territorio inizia una faticosa collaborazione che porta alla creazione di tre diversi tipi di alloggiamento per i migranti, che da ora chiameremo «braccianti»: nelle cascine dei proprietari, diffusa sul territorio, e selvaggia. Il problema è semplice:circa duecento, ma il numero è assai variabile, di questi uomini non sanno dove vivere una volta terminato il loro turno di lavoro. Senza tener conto del meteo, che può interrompere anche per settimane la raccolta.
L’ORGANIZZAZIONE ruota intorno alla Coldiretti. Che nel tempo ha organizzato soluzioni abitative con i proprietari di aziende agricole che fanno soggiornare i braccianti dentro le loro cascine, oppure hanno organizzato sul territorio punti di raccolta dove dare ristoro. Chi è in possesso di un contratto ed è disposto a spendere due euro al giorno potrà vivere sotto un tetto, dormire su un materasso avere a disposizione bagno e cucina.
Così un gruppetto di uomini è finito di fianco al cimitero, nella ex casa del custode: un posto tranquillo. Altri sono alloggiati dentro i container recuperati da Coldiretti.
Alessandro Armando lavora per la Caritas e da diversi anni segue le vicende dei migranti braccianti: «Il problema sorge perché molti imprenditori agricoli rifiutano di alloggiare i lavoratori nelle loro cascine. Nel Foro boario di Saluzzo, ovvero nella baraccopoli, non è inusuale trovare molti ragazzi con un contratto in mano. Serve una normativa in tal senso, oggi assente, che metta in relazione il lavoro agricolo con il diritto all’alloggio». Effettivamente, girando attraverso gli sterminati filari di pesche, mele, pere, è difficile comprendere come non vi sia spazio per alloggiare pochi uomini.
Tino Arosio è il direttore provinciale della Coldiretti di Cuneo: «Questi giovani per noi sono un valore e dei compagni di viaggio. Siamo consapevoli delle difficoltà presenti, ma non si può negare che numerosi passi avanti sono stati fatti per dare una vita dignitosa a questi uomini. Si pensi al progetto dell’accoglienza diffusa che noi abbiamo concordato con imprenditori e comuni. La normativa attuale non prevede alcun obbligo per l’imprenditore agricolo per quanto concerne l’alloggiamento, ma noi stiamo operando per porre termine ad una situazione, quella del foro boario, che non accettiamo».
Luisella Lamberti, responsabile dell’ufficio migranti della Cgil, inquadra la situazione lavorativa dei raccoglitori di frutta: «Nonostante i passi avanti rimane una zona grigia. Molti vengono contrattualizzati per dieci giorni, ma alla fine lavorano molto di più, per poi essere pagati in nero. Noi tentiamo di fargli capire che potrebbero aprire un vertenza ma sono tutti terrorizzati dall’idea di perdere il posto e quindi il permesso di soggiorno. Chi protesta contro i migranti non ha idea di cosa stanno facendo per l’Italia. Paradossalmente per fare un balzo nella modernità si dovrebbero attivare liste di prenotazione di lavoratori come avveniva quando esistevano le chiamate attraverso gli uffici per l’impiego, anche in forma sperimentale. Non solo: sarebbe necessaria una certificazione di qualità proprio per quel prodotto che, come in molte aziende della zona, reca nel suo prezzo finale la dignità di questi uomini».
LORO, I BRACCIANTI, nella baraccopoli del Foro boario vivono dentro tende ricavate da gommoni e come giaciglio hanno spesso un cartone. C’è la lavanderia, il barbiere, un bagno comune e la sala tv: due lunghe file di baracche, invisibili agli occhi della cittadinanza. Che però mugugna – nel tempo delle barricate si può considerare uno straordinario risultato – anche se gli episodi di criminalità sono pari a zero.
LA CARITAS, che negli anni passati gestiva il campo, quest’anno ha deciso di far emergere il conflitto portando solo un paio di tendoni e offrendo un servizio d’assistenza meno strutturato. «Ci pensano quelli della Caritas: questo era diventato il principio», commenta sempre Alessandro Armando. «Come se fosse scontato che c’è chi può lavarsene le mani e chi deve provvedere. Abbiamo deciso che ci deve pensare l’intero sistema del territorio a gestire questa situazione, in primis gli imprenditori agricoli». Loro, i migranti, partono al mattino con le loro biciclette e la fotocopia del permesso di soggiorno: chi ha il lavoro va a colpo sicuro, gli altri vagano per campagne, sotto il sole, di filare in filare. A chiedere se c’è qualcosa da raccogliere. Da giugno, tempo di mirtilli, a novembre, tempo di kiwi. La frutta fresca, raccolta con delicatezza e comprata a prezzo stracciato, passa da queste mani.

mercoledì 19 luglio 2017

SCUOLA, ALGORITMO E PRECARIETA'


da  https://ilmanifesto.it/scuola-settecentomila-precari-mandano-in-tilt-lalgoritmo-del-miur/


Precariato. L’assalto degli aspiranti supplenti nel triennio 2017-2020 ha provocato il corto-circuito. Il ministero rassicura: a breve tutto risolto, ricevute il 24% delle domande.



Centocinquanta domande al minuto per una supplenza, 6 mila all’ora, 700 mila in totale hanno mandato in cortocircuito il sito del ministero dell’Istruzione: Istanze online. Non è stato un attacco hacker ma il peso del precariato di decine di migliaia di persone che hanno deciso di inviare il «modello B» dove si indica una scelta tra 10 e 20 scuole per le assegnazioni provvisorie e l’aggiornamento delle graduatorie di istituto nel triennio scolastico 2017-2020.
È UNA SCADENZA importante, quella del prossimo 25 luglio. Bisogna segnalare la propria esistenza – o riconfermarla – all’algoritmo che regna sovrano su procedure automatizzate, o quasi. Perché anche le macchine di nuova generazione possono sbagliare e andare in tilt. Non è la prima volta: dopo le disfunzioni dell’algoritmo nel caso dei trasferimenti a mille chilometri da casa dei docenti dell’anno scorso.
NEI PROSSIMI 36 MESI il bussolotto elettronico continuerà a incrociare infinite variabili (situazione degli assunti, malattie, assenze, esaurimento delle graduatorie) e, alla fine, emetterà il suo responso, come l’oracolo di Delfi. E così, dallo sciame di profili, sarà estratto quello che risponderà alla fatidica «chiamata» del preside che deve rimediare a un «buco». La casistica è complicatissima. Solo nella guida il Miur sono indicati almeno dieci profili presenti in una delle tre fasce dell’insegnamento, o a cavallo di ciascuna di esse. Quelle «fasce» che la «riforma» Renzi-Giannini «Buona scuola» non ha cancellato, a dispetto dei proclami sulla «fine» del precariato. Nel triennio delle menzogne renziane appena trascorso la scuola ha accumulato un nuovo precariato che si è manifestato al momento della consegna del «modulo B».
LA PRECARIETÀ non è più solo una massa di persone, è la spinta colossale di una folla digitale composta di dati che assalgono una piattaforma. I 700 mila, potenziali, candidati a uno «spezzone» di cattedra o a una supplenza più completa sono un numero ben superiore agli 85 mila che hanno presentato una domanda per 30 posti alla Banca d’Italia o ai 1.750 candidati per 40 posti di infermieri all’Umberto I di Roma, per restare alla cronaca degli ultimi giorni. Tuttavia il precariato a scuola è diverso: più fluido, ricorrente e di massa, considerate le dimensioni dell’organizzazione in cui è inserito. Il sistema delle «fasce» tende a coprire tutte le incognite di un anno scolastico: la malattia, la maternità, il part-time, le assenze prolungate di un docente di ruolo. È un modo per garantire la continuità didattica, in qualsiasi condizione, agli studenti. È un sistema flessibile che, nel caso della terza fascia, permette anche a chi ha una laurea o una specializzazione di fare una domanda in attesa di un reddito, per piccolo che sia.
I SINDACATI parlano di sedi assaltate, centralini sovraccarichi per il caos prodotto. Lamentano il drastico taglio dei tempi di invio della domanda: dieci giorni contro i 45 dell’anno precedente. Un taglio dei tempi per ridurre il numero dei candidati? Forse. «Non è la prima volta che succede – sostiene Maria Domenica Di Patre (Gilda) – è inutile ostinarsi a voler essere un’Amministrazione “agile”, smart, se poi non si è in grado di fronteggiare una simile situazione. È lecito dubitare delle competenze dell’ente al quale il Miur ha appaltato la gestione».
L’URTO di 700 mila candidatura sugli algoritmi ha portato a riflettere sul precariato di massa nel nostro paese: «È significativa dello stato occupazionale del Paese – sostiene Francesco Sinopoli (Flc Cgil) – Il sistema è completamente bloccato. Anni di disinvestimenti e tagli si pagano.Tutta la configurazione è sganciata dalle esigenze reali delle scuole. Bisogna fermare le macchine per risolvere i problemi immediatamente».
DAL MIUR hanno fatto sapere che il sistema è stato rianimato e che, dopo averlo spento e riacceso, ha ricominciato a inghiottire «moduli B». Le domande processate sarebbero 160 mila, il 24% del totale. Manca meno di una settimana dal termine del 25 luglio.

martedì 18 luglio 2017

LA CONFEZIONE DELLA BUFALA



da  http://popoffquotidiano.it/2017/07/17/capotreno-aggredita-trenitalia-smentisce-nessuna-molestia/

Capotreno molestata sessualmente da nigeriani a Sassari: è una bufala. Trenitalia e Questura smentiscono: solo una discussione, seppur accesa perché qualcuno non aveva il biglietto

di Ercole Olmi


una vignetta del 2015, di Vauro, dopo l'ennesima sparata razzista della Santanchè

L’aggressione sessuale alla capotreno di Sassari è una bufala. Una fake news, come va di moda dire proprio sui giornali che hanno sbattuto i mostri in prima pagina senza capire che i mostri sono loro. «Nessuna denuncia. La capotreno ha chiesto i titoli di viaggio ad un gruppo di extracomunitari sul convoglio Porto Torres Sassari. C’è stata una discussione, seppur accesa perché qualcuno non aveva il biglietto. La dipendente ha poi proseguito nel suo lavoro e ha chiesto alla Polizia Ferroviaria, come da prassi, l’identificazione dei responsabili, com’è avvenuto». Trenitalia Sardegna ricostruisce l’episodio della presunta aggressione ad una capotreno da parte di un gruppo di extracomunitari sul convoglio Porto Torres-Sassari. Stessa ricostruzione fatta ieri dalla Questura di Sassari che ha spiegato il fatto: non risulta che sia stata presentata alcuna denuncia o querela agli uffici di polizia sassaresi. Gli otto nigeriani sono stati tutti identificati e al momento nessuno di loro risulta gravato da provvedimenti di espulsione o allontanamento dal territorio dello Stato. Sempre secondo quanto si apprende dalla Questura nessuna donna si è presentata al posto fisso di polizia dell’ospedale di Sassari per denunciare aggressioni in merito. Tutte bufale, veicolate dai giornali considerati perbene, quelle sulle molestie sessuali da parte di migranti. Buone per alimentare l’immaginario razzista di buona parte della nazione, sarda e italiana. A insistere resta la Cisl, sindacato concertativo governativo per vocazione, anche nel comparto ferroviario.
La capotreno aggredita da un gruppo di stranieri mentre controllava i biglietti sul regionale 26981 Porto Torres-Sassari, «è stata visitata all’ospedale di Alghero e, constatato lo stress conseguente all’aggressione, le hanno fatto un certificato per infortunio sul lavoro», rende noto il segretario generale della Fit-Cisl Sardegna, Valerio Zoccheddu, contestando la ricostruzione fornita sull’episodio da Trenitalia, «una smentita gravissima e imbarazzante», sottolinea. «Invece di preoccuparsi di dare risposte serie e concrete al grave problema della sicurezza sul lavoro dei propri dipendenti – attacca Zoccheddu confermando le prime dichiarazioni del sindacato – Trenitalia non si preoccupa neanche di verificare lo stato di salute della capotreno».
La bufala sparata in prima pagina aveva fatto uscire perle da boccucce come quella di Daniela Santanchè, la nota statista di Forza Italia che ha detto: «e c’è chi ancora parla di solidarietà e accoglienza. Vale la pena riportare per intero lanota di agenzia perché trasuda tutto il razzismo di un pezzo della borghesia italiana che della guerra fra poveri ha fatto il suo strumento principale di distrazione di massa: «Una donna aggredita e molestata da un gruppo di nigeriani mentre svolge il proprio lavoro: questo è il film horror vissuto da una capotreno a Porto Torres. Gli uomini, ma sarebbe meglio dire animali, hanno circondato la sventurata che si trovava lì per controllare il ticket, l’hanno insultata, aggredita, palpeggiata e molestata sessualmente, in gruppo. Io sono furiosa e incredula: ma è normale -aggiunge- accogliere qualunque essere umano (o disumano, come in questo caso) e mettere in pericolo la vita dei nostri cittadini? Perché questi soggetti erano in Italia, con che diritto? Adesso la signora si trova all’ospedale in stato si shock, ma poteva andare anche peggio. E sento ancora parlare di integrazione e accoglienza: ma cosa vuoi integrare con chi sale sui mezzi pubblici senza biglietto fregandosene delle regole e se ti azzardi a chiederglielo ti aggredisce sessualmente? Esprimo grande solidarietà alla signora vittima di questo episodio riprovevole, non posso prometterle che non accadrà più ma le assicuro che per noi, come per tutti coloro che hanno a cuore l’Italia, la prima cosa da fare una volta al governo -conclude- è una profonda e accurata pulizia in questo paese sotto occupazione da troppi anni».
Anche l’Ansa, il giorno prima era piuttosto sicura al punto da attaccare così: «Una capotreno di 55 anni è stata aggredita e molestata sessualmente da un gruppo di nigeriani… Dopo essere stata assalita, la donna è stata costretta a rivolgersi ai medici del Pronto soccorso di Sassari: attualmente è sotto osservazione in stato di choc.
La violenza sessuale non ha nazione, gli italiani in questo non sono secondi a nessuno e, vale la pena ricordarlo, le violenze sessuali si consumano quasi esclusivamente in famiglia ad opera di padri, fidanzati, mariti.

lunedì 17 luglio 2017

SE NE VA L' 'ABATE ROSSO'


da  http://popoffquotidiano.it/2017/07/15/e-morto-giovanni-franzoni-labate-che-votava-pci/

“L’abate rosso”, Giovanni Franzoni, è morto a 88 anni. Uno stile di vita come esempio per credenti e “diversamente credenti”

di Marina Zenobio

giovanni franzoni
Giovanni Franzoni, padre conciliare, ex abate di San Paolo fuori le Mura, ridotto allo stato laico per le sue idee troppo vicine alla sinistra, è morto giovedì scorso, all’età di 88 anni. Aveva partecipato al Concilio Vaticano II ma era entrato in conflitto con la chiesa ufficiale quando tentò di portare avanti e a compimento le riforme che nello stesso Concilio erano state varate. Si era a metà degli anni 60. Fu il vicario di Roma di allora, Ugo Poletti, a stigmatizzare tra i primi Franzoni dopo la pubblicazione di un suo documento contro la proprietà privata. Poi la rottura definitiva si consumò nel 1974, quando l’ex abate si schierò per il no all’abrogazione della legge sul divorzio. Sospeso a divinis, lasciò l’ordine dei benedettini, l’abazia di San Paolo e, in una fabbrica dismessa nel quartiere romano Ostiense fondò la Comunità di San Paolo, espressione del dissenso ancora attiva.
Era diventato il simbolo dei “cattolici del dissenso”. Odiava il capitalismo e ha dedicato la vita a lottare con i poveri per un’estistenza dignitosa. L’ultimo strale da parte delle gerarchie vaticane colpì Franzoni nel 1976, quando dichiarò che avrebbe appoggiato, nelle elezioni politiche di quell’anno, gli intellettuali cattolici che si erano candidati con il PCI sotto l’insegna della Sinistra indipendente. L’operazione era stata avallata durante una travagliata due giorni (1 e 2 maggio 1976) presso la Badia Fiesolana. Nel ruolo di mediatore c’era padre Ernesto Balducci e in sette decisero di accettare la proposta di candidatura: Paolo Brezzi, Mario Gozzini, Angelo Romanò, Raniero La Valle, Piero Pratesi, Massimo Toschi (unico non eletto) e Tullio Vinay pastore valdese.
Dal momento che don Franzoni dichiarerà il suo appoggio a quelle candidature la Chiesa cattolica lo riduce allo stato laico, ma “l’abate rosso”, come avevano cominciato a chiamarlo, continuerà il suo impegno sociale, politico e religioso attraverso la comunità di base di San Paolo.
Fortemente impegnato nel movimento pacifista, Franzoni sostenne della Teologia della Liberazione nata in America Latina. Quando il vescovo argentino Jorge Mario Bergoglio fu eletto papa la sua prima reazione fu di dichiarare, in una intervista al manifesto: “Ha cominciato il suo pontificato con una grande retorica pauperistica. La retorica può essere lecita, l’immagine crea simpatia e consenso, ma devono arrivare anche delle decisioni su questioni controverse, altrimenti è solo apparenza”.
Don Franzoni, insieme ad altri “cattolici del dissenso” testimoniò anche contro la beatificazione di Karol Wojtyla. In primo luogo per aver coperto gli scandali sugli abusi sessuali a minori, e ancora prima per aver abbandonato a sé stesso il vescovo salvadoregno Romero – trucidato in chiesa da un gruppo di paramilitari nel 1980 – dopo che questi gli aveva consegnato una fitta documentazione relativa a uccisioni e scomparse di cittadini, sindacalisti e sacerdoti salvadoregni che avevano sostenuto le lotte popolari del dilaniano paese centroamericano. Wojtyla si limitò a consigliargli di andare d’accordo con il governo del Salvador, allora guidato da una dittatura sanguinaria.
Ma criticò aspramente anche la scelta del papa di allora, Ratzinger, per aver scelto la data di beatificazione in una data, il 1° maggio 2011, “che evidentemente viene sottratta alla celebrazione e alla frequentazione di masse di lavoratori organizzati, fra i quali vi sono notoriamente cattolici e non cattolici, credenti e diversamente credenti. Questa ‘invasione di campo’ – scrisse Franzoni – costringe alcuni cattolici a scegliere fra partecipazione socio-politica e partecipazione a eventi ecclesiastici. Un antagonismo di cui non sentivamo il bisogno”.
Di Franzoni – “l’abate rosso” – ci resteranno i suoi articoli, i suoi libri e la testimonianza di uno stile di vita che è un esempio, per chi crede e non.

domenica 16 luglio 2017

SUNDAY MAGAZINE



NON SAPRAI MAI

Risultati immagini per non saprai mai yourcenar

Non saprai mai che la tua anima viaggia
come in fondo al mio cuore, dolce cuore adottivo;
e che nulla, né il tempo, gli altri amori, gli anni,
impediranno mai che tu sia stato.
Che la beltà del mondo ha già il tuo viso,
di tua dolcezza vive, splende del tuo chiarore,
e all'orizzonte il pensieroso lago
narra soltanto la tua serenità.
Non saprai mai che porto la tua anima
come una luce d'oro che rischiara i passi;
che un po' della tua voce suona nel mio canto.
Dolce fiaccola i tuoi raggi, dolce braciere la tua fiamma,
mi insegnano il cammino dei tuoi passi,
e un poco ancora vivi, perché ti sopravvivo.

(Marguerite Yourcenar )

Poesia dedicata alla madre morta pochi anni dopo averla partorita.

Grazie a Marinella per la divulgazione

sabato 15 luglio 2017

POVERA ITALIA


da https://ilmanifesto.it/in-italia-la-poverta-e-raddoppiata-in-dieci-anni-di-crisi/


Rapporto Istat Povertà in Italia 2016. Nel 2016 oltre 4 milioni di persone in «povertà assoluta», erano la metà nel 2007. E aumenta anche il «lavoro povero». 8 milioni e 465mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie, sono in «povertà relativa». In questa condizione si trova chi è prigioniero della «trappola della precarietà». 7 miliardi di euro all’anno sarebbero necessari per finanziare un sussidio contro la povertà. 14-21 miliardi per un «reddito minimo». In Italia è in corso una guerra economica silenziosa, ma concretissima, che precarizza tutta la vita


Immagine tratta dal film «Al Di Qua» di Corrado Franco
Nel paese dove si salvano le banche con 68 miliardi di euro, non si trovano i 7 miliardi all’anno necessari per un sostegno «universale» contro la povertà assoluta. Senza contare i 14-21 miliardi necessari per finanziare le ipotesi di reddito minimo che permetterebbe di affrontare seriamente un nuovo problema: la «trappola della precarietà». Oggi in Italia chi lavora con un reddito basso non riesce a sottrarsi alla povertà e arrivare a fine mese.
LA CLAMOROSA asimmetria, prodotto di un gigantesco spostamento di ricchezza verso il capitale e di politiche economiche sbagliate come i bonus a pioggia o l’abolizione della tassa sulla prima casa, si ritrova nel report «La povertà in Italia» nel 2016, pubblicato ieri dall’Istat. Come sempre i dati vanno interpretati, e visti sulla tendenza di medio periodo: gli ultimi dieci anni, quelli della crisi. L’Istat sostiene che nel 2016 i «poveri assoluti» erano 4 milioni e 742 mila persone, pari a 1 milione e 619 mila famiglie residenti. La «povertà relativa» riguarda 8 milioni 465mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie. Rispetto al 2015, il livello si presenta «stabile». Dato in sé preoccupante a conferma che nulla è stato fatto in quei 12 mesi dal governo Renzi, in un periodo in cui le statistiche attestavano una «crescita» che non produce occupazione fissa, né un arretramento della povertà. Tuttavia c’è qualcosa che peggiora ancora. L’incidenza della povertà assoluta sale tra le famiglie con tre o più figli minori e interessa più di 814 mila persone. Oggi aumenta e colpisce 1 milione e 292 mila minori.
PARLIAMO DI PERSONE che non riescono a raccogliere risorse primarie per il sostentamento umano: l’acqua, il cibo, il vestiario o i soldi per un affitto. Questa situazione riguarda anche coloro che possiedono un lavoro. L’incidenza della povertà assoluta è doppia per i nuclei il cui capofamiglia è un «male breadwinner» e lavora come operaio. L’Istat registra anche un’altra tendenza: la «povertà relativa» colpisce di più le famiglie giovani. Raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne. L’incidenza della povertà relativa si mantiene elevata per gli operai (18,7%) e per le famiglie dove il «breadwinner» è in cerca di occupazione (31,0%). Suggestioni statistiche che indicano l’esistenza di un continente sommerso: il lavoro povero, e non solo quello della deprivazione radicale a cui spesso è associata la tradizionale immagine della povertà.
LA SITUAZIONE GENERALE è tale che Marco Lucchini, segretario della fondazione Banco alimentare onlus, ha sostenuto che oltre 80 mila tonnellate di cibo distribuite in 8 mila strutture caritative in Italia hanno arginato la crescita del fenomeno, ma non non risolvono l’emergenza sociale più dimenticata nel Belpaese. Dieci anni fa, nel 2007, i poveri assoluti erano 2 milioni e 427 mila persone. Oggi sono raddoppiati: 4 milioni e 742 mila. È uno scenario di guerra, quella economica che prosegue silente, ma concretissima, da anni. A tutti i livelli.
I RIMEDI SONO PANNICELLI CALDI. Ieri il ministro del Welfare Giuliano Poletti si affannava, ancora, nel tentativo di spiegare come il governo ha modificato i criteri di accesso alla prima, e modesta, misura «contro la povertà». Quest’anno 800 mila persone dovrebbero prima beneficiare della social card del «Sia» che sarà trasformata in corsa nel «reddito di inclusione». La sproporzione è evidentissima: solo i poveri assoluti sono 4 milioni e 742 mila persone. Ci sarebbe bisogno di una misura pluriennale crescente fino a 7 miliardi, ma i fondi stanziati resteranno fermi al miliardo. E poi dovranno essere rifinanziati. Ma questa è un’altra storia: riguarderà la prossima legislatura. Quindi un altro mondo, un altro universo, lontanissimo. Concretamente si parla di un sussidio di ultima istanza che va da un minino di 190 a un massimo di 485 euro per le famiglie più numerose con 5 componenti. Importi per di più vincolati a una serie di condizionalità che rendono tale sussidio tutto tranne che «universale».
LA DISCONNESSIONE TOTALE tra la politica economica seguita in questi 10 anni e la condizione materiale che urla da questi dati è evidente. L’Alleanza contro la povertà, il cartello di associazioni e sindacati che ha premuto per ottenere il «reddito di inclusione» chiede l’introduzione di un piano pluriennale già dalla prossima legge di bilancio che permetta a chi non ha una famiglia con figli di condurre uno standard di vita dignitoso. Susanna Camusso (Cgil) ritiene che tale «reddito» sia uno «strumento corretto da finanziare» evitando di «distribuire bonus a pioggia». Il Movimento 5 Stelle attribuisce gran parte delle responsabilità di questa situazione «all’immobilismo politico del governo Renzi». Giulio Marcon (Sinistra Italiana) fa un ragionamento di sistema: questo è il frutto del cieco rigore delle politiche Ue e dell’incapacità dei governi di uscire dalle disuguaglianze e dalla precarizzazione progressiva

venerdì 14 luglio 2017

LA PRIMA VOLTA


da http://popoffquotidiano.it/2017/07/14/riduzione-in-schiavitu-condannati-caporali-e-padroni-di-nardo/


 Nardò, sentenza storica: condanna per riduzione in schiavitù a un’associazione a delinquere composta da 4 imprenditori salentini e 9 caporali. Le Bsa: «Condanne epocali»

di Francesco Ruggeri
La riduzione in schiavitù è reato: per la prima volta un tribunale ha condannato imprenditori e caporali per lo sfruttamento di persone costrette a lavorare in condizioni inumane. Quando vi godete un cocomero, in una torrida estate come questa, pensate a quanta gente è sfruttata nelle campagne italiane. «Abbiamo vinto, per una volta!», dicono a Popoff i militanti delle Brigate di solidarietà attiva di ritorno da Lecce dove sono stati condannati fino a 11 anni di reclusione gli imprenditori e i caporali imputati nel processo Sabr’ seguito all’inchiesta sullo sfruttamento di manodopera bracciantile nelle campagne di Nardò impegnati in particolare nella raccolta delle angurie. Si tratta della sentenza di primo grado pronunciata nell’ aula bunker del carcere di Borgo San Nicola. L’inchiesta scaturì dalla rivolta dei migranti che nel 2011, anche grazie alla solidarietà attiva delle Brigate, si ribellarono alle condizioni lavorative e alloggiative inumane cui erano sottoposti. Gli arresti arrivarono due anni dopo. Le condanne hanno riguardato la maggior parte degli imputati, 4 imprenditori salentini e 9 caporali africani. Le accuse erano di riduzione in schiavitù e associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori.
«Le notti insonni a proteggere i migranti in protesta – si legge sul profilo fb delle Bsa, ora impegnate a fianco delle popolazioni colpite nel Centro Italia dal terremoto – le giornate senza fine per due anni di intervento durissimo, dove abbiamo rischiato la morte, la follia, lo scoppio del cuore. Gli ingaggi regolari che crescevano ogni giorno di più il primo anno, i migranti in sciopero con i nostri volantini in mano al secondo, la rivolta, le proteste, la legge sul caporalato, il processo contro mafiosi e caporali, le condanne per schiavitù. CONDANNE EPOCALI, oggi, 13 luglio 2017, dopo 7 anni dall’inizio di tutto. Una storia che rimarrà nella Storia.
GRAZIE AGLI OLTRE 200 BRIGANTI CHE HANNO CONTRIBUITO A TUTTO QUESTO IN QUEGLI ANNI, grazie soprattutto a quegli uomini degni che con la lotta hanno cambiato la Storia.
GRAZIE BRIGATE SOLIDARIETA’ ATTIVA, GRAZIE Finis Terrae onlus GRAZIE A CHI ANCORA CI CREDE!». Lasciamo le maiuscole per restituire la commozione di chi ha partecipato a questa vertenza durissima.
«La sentenza del processo Sabr – dice anche Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Prc – condannando per “riduzione in schiavitù” oltre che per associazione a delinquere imprenditori e caporali rappresenta una vittoria storica della classe lavoratrice italiana. Per noi gli immigrati schiavizzati da questi personaggi senza scrupoli sono parte essenziale oggi della classe lavoratrice del nostro paese e la lotta per la difesa dei loro diritti è parte della lotta per i diritti di tutte e tutti. Questo processo è stato perlomeno incoraggiato da un intervento di inchiesta e lavoro sociale e politico dal basso che ha visto in particolare impegnate tante compagne e compagni di Rifondazione nelle Brigate di Solidarietà Attiva e l’associazione Finis Terrae, culminato nei campi di accoglienza a Nardò nelle estati 2010 e 2011, che avviarono un percorso di emersione dal lavoro nero e auto-organizzazione del lavoro migrante che portò al primo sciopero dei braccianti. Dalle prime denunce depositate nel 2009 alla sentenza di oggi è stata fatta tanta strada e da questa storia va tratta un’indicazione: se politica, sinistra, associazionismo, sindacati presidiano le campagne e supportano l’auto-organizzazione dei lavoratori immigrati è possibile sconfiggere i nuovi schiavisti. [P.S.: un grazie di cuore ai compagni che nel “partito sociale” ci hanno creduto e che hanno costruito questa esemplare esperienza]».
Soddisfazione da parte della Flai Cgil per la sentenza che nasce dall’operazione anti caporalato, dopo la denuncia da parte di lavoratori coraggiosi, che portò all’arresto di 15 persone. «Oggi le condanne da 3 ad 11 anni di reclusione per 12 di loro rende giustizia e verità a quei lavoratori sfruttati nelle campagne pugliesi. Una sentenza importantissima ma è anche un monito a quanti pensano di poter impunemente considerare i lavoratori braccia da sfruttare al minor prezzo possibile. Questa sentenza deve dare coraggio ai tanti lavoratori vittime di sfruttamento e caporalato a denunciare questa sentenza dice a quei lavoratori che non solo soli, con loro c’è il sindacato ma c’è anche la legge».
«Questa pronuncia – commento a caldo del sindaco di Nardò Pippi Mellone con un cronista locale – materializza l’offensiva al caporalato ed è senza dubbio uno dei primi importantissimi passi verso la riabilitazione morale di questa città, offesa e umiliata da quei capi di imputazione. Lo Stato risponde a chi ha vissuto sullo sfruttamento, cullandosi su questa inaccettabile sensazione di impunità e su questa bieca arroganza nei confronti dei lavoratori. Una pagina da terzo mondo che Nardò non merita e che, da tempo e al di là di ruoli pubblici e istituzionali, abbiamo ricacciato con tutte le nostre forze. Sin dai primi passi dell’indagine e del relativo processo, infatti, abbiamo inseguito testardamente l’obiettivo di cancellare la triste associazione tra Nardò e la schiavitù, tra la nostra comunità e la terribile condizione dei lavoratori migranti, tra l’agricoltura neritina e i caporali». Ma l’etichetta di “città schiavista” è alimentata dalla mancata costituzione di parte civile decisa dall’amministrazione guidata all’epoca da Marcello Risi.
A Nardò l’accoglienza estiva funziona per ora con 26 tende presso la masseria Boncuri in attesa dei moduli abitativi che fornirà la Regione, per ospitare circa duecento lavoratori, c’è l’esperimento della masseria, gestita dalla cooperativa Mosaico, che ospita i migranti che restano tutto l’anno, ci sono provvedimenti come l’ordinanza anticaldo e si comincia a parlare di agricoltura etica. Mentre non c’è più il “ghetto” di contrada Arene-Serrazze. Da parte sua l’ex sindaco Risi, quello della mancata costituzione di parte civile, dice che si limita ad esprimere il rispetto «non formale verso il gravosissimo lavoro svolto da tutte le parti: giudici, pubblico ministero, avvocati» ma si scaglia contro Mellone: «le condizioni dei lavoratori migranti peggiorano. Ammassati a centinaia in una tendopoli sulla provinciale. In condizioni disumane. Siamo tornati indietro di vent’anni. È contento solo lui».
ingaggiami

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giovedì 13 luglio 2017

LA FINE UFFICIALE DELL'ANOMALIA FIOM


da  http://popoffquotidiano.it/2017/07/11/landini-in-segreteria-cgil-fine-ufficiale-dellanomalia-fiom/

Landini dalla Fiom alla Cgil, passando per il flop della Coalizione sociale e il disastro del peggior contratto di categoria. Il futuro di Landini sarà a Corso Italia e non alla guida della sinistra

di Checchino Antonini


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Landini dalla Fiom alla Cgil, passando per il flop della Coalizione sociale e il disastro del peggior contratto di categoria. Si scioglie il dilemma sul futuro di Landini: sarà a Corso Italia e non alla guida di uno schieramento elettorale della sinistra più o meno radicale. Il leader Cgil, Susanna Camusso, infatti, ha proposto all’Assemblea generale del sindacato in corso a Roma di integrare l’attuale segreteria confederale con l’ingresso del leader Fiom, MaurizioLandini. La proposta di portare da 9 a 10 i membri del ‘board’ di Corso Italia sarà al centro, ora, di una consultazione dei delegati che si concluderà oggi con il voto dell’Assemblea. Per quanto riguarda invece il percorso di avvicinamento al congresso della Confederazione Camusso ha confermato l’intenzione di svolgere la conferenza programmatica del sindacato entro fine anno, al massimo nei primi giorni del 2018, con cui accedere i riflettori sul ‘lavoro che cambia’ e Industria 4.0. Camusso scadrà dal mandato il 3 novembre 2018.
A settembre prossimo, invece, sarà convocata nuovamente l’Assemblea generale. La convention che accenderà un focus sul Sud si terrà a Lecce come le giornate del Lavoro che si svolgeranno dal 15 al 17 luglio. Tornando all’ampliamento della segreteria, l’ingresso di Landini nella confederazione apre la successione in casa Fiom. Ai vertici dovrebbe approdare una donna, la prima: l’attuale segretario Fiom Roma e Lazio, Francesca Re David che sarà eletta al termine dell’assemblea generale delle tute blu della Cgil che dovrebbe tenersi il 13 e 14 luglio prossimo.
«Sono 20 anni che un segretario della FIOM non entra nella segretaria nazionale della CGIL. Questo è accaduto perché la FIOM in questi decenni è stata una anomalia nel corpo della CGIL, per scelte sia politiche che contrattuali – ha detto Eliana Como, annunciando il suo voto contrario -se penso a quello che ho vissuto io direttamente, la FIOM è stata una anomalia a Genova nel 2001. È stata una anomalia quando partecipammo alla manifestazione con i Cobas contro il governo Prodi il 4 novembre 2006 e poi quando scioperammo contro il protocollo sul welfare di Damiano. Sono stati una anomalia i contratti nazionali separati e il NO sugli accordi Fiat a Pomigliano e Mirafiori».
Eliana Como ha parlato a nome a nome dell’OpposizioneCgil, l’area Il sindacato è un’altra cosa: «In qualche modo, pur tra mille resistenze e contraddizioni, la FIOM era un’altra cosa. Ed è per questo che era fuori dalla segreteria, anche quando la segreteria rappresentava altre minoranze interne. Se oggi il segretario generale della FIOM entra nella segreteria della CGIL è perchè la FIOM non è più quell’anomalia che è stata in passato. Non è cambiata la maggioranza CGIL. È cambiata la maggioranza della FIOM. E ha ragione Susanna Camusso quando ieri ci diceva che questa non è una svolta improvvisa, un coup de théatre. È frutto di un percorso lungo che ha portato fino a qui passo dopo passo. Dall’accordo della ex Bertone, alla piattaforma del ccnl del 2011, fino ora al peggior contratto nazionale tra tutti quelli firmati a ora».
Eliana Como ha richiamato l’attenzione anche sul clima interno alla federazione dei metalmeccanici: «Se in questi 20 anni la FIOM si faceva essa stessa garante del pluralismo interno, oggi è la categoria che più delle altre di distingue per mancanza di rispetto di chi ha opinioni diverse (quasi tutte le altre. Beh, il primato in questo senso resta sempre alla FILT, che ancora non permette ai compagni dell’area di entrare nel direttivo nazionale contro il parere della stessa CdG. Ma è certo è cambiato tanto il clima in FIOM se addirittura segretari generali territoriali e regionali arrivano a dire apertamente “chi non la pensa come me, può uscire dalla FIOM, quella è la porta”. Parole che prima sarebbero state impronunciabili. Allora il segretario della FIOM entra in segreteria della CGIL perchè sancisce la fine di questa parabola, il cui prezzo lo pagano i lavoratori e le lavoratrici metalmeccaniche con il peggior ccnl degli ultimi decenni. E credo peraltro che questo non sia un bene nemmeno per la CGIL, perché quella anomalia era positiva per tutta l’organizzazione».
Nella primavera del 2016, infatti, il leader Fiom aveva licenziato dalla segreteria il predecessore di Como, Sergio Bellavita, rispedito in fabbrica, dove sarebbe stato certamente licenziato per il sostegno aperto a quei delegati degli stabilimenti Fiat di Melfi, Termoli e Atessa che della Fiat che avevano osato scioperare (e vincere) contro gli straordinari e tutte le altre flessibilità imposte dal dal supersfruttamento di Marchionne.
Bellavita e molti di quei delegati incompatibili sono entrati in Usb. «L’operazione è parte di un accordo complessivo che consegnerà i metalmeccanici ad una persona di assoluto gradimento di Susanna Camusso – spiega Bellavita – non c’è alcun motivo di stupore. Si tratta della formalizzazione della svolta che, sotto la guida autoritaria e dispotica di Landini, ha cancellato con caparbietà e determinazione ogni differenza programmatica, politica e contrattuale tra la fiom e la Cgil. Occorre andare molto indietro nel tempo per ritrovare un Segreterio generale fiom eletto in segreteria nazionale Cgil. Una cortesia che non solo non è stata riconosciuta a Sabattini e a Rinaldini al termine del loro mandato, ma non è stato loro neanche offerto un incarico qualsiasi in confederazione. Oggi Landini entra, a pieno titolo, in una Cgil che è ai minimi storici della sua credibilità, senza più anima e testa, e in caduta libera di iscritti e rappresentatività. È la Fiom che conquista la Cgil o viceversa? Con buona pace di tutti coloro che hanno bisogno di eroi presunti e feticci a cui affidare le ceneri della radicalità che fu, la Fiom che ha ordinato la battaglia più che decennale, sociale e politica, in difesa del contratto nazionale, della democrazia e del sindacalismo indipendente non esiste più. Landini all’atto della sua elezione ha ereditato una linea che non è mai stata sua, sebbene abbia rappresentato la sua fortuna personale. Il No a Pomigliano e Mirafiori, lo stesso scontro con Marchionne sono in realtà la coda della lunga stagione di antagonismo dei metalmeccanici dentro la Cgil. Dalla sua elezione ha lavorato alacremente, in perfetta sintonia con i settori più retrivi della Fiom che non a caso lo hanno subito dopo eletto a loro leader naturale, per decostruire pezzo per pezzo il profilo programmatico e la linea contrattuale sino a sottoscrivere il contratto nazionale Federmeccanica che cancella se stesso, togliendo la libertà contrattuale, ogni politica salariale e autorità sindacale sugli orari per regalare un caffè al giorno e un buono benzina all’anno ai lavoratori metalmeccanici. Per arrivare a ciò Landini ha combattuto una dura battaglia ma contro la storia stessa della categoria che ha ereditato. Con i favori della notorietà televisiva ha governato la discussione interna con la mistificazione, le menzogne e le epurazioni, cancellando quel rigore intellettuale che aveva sempre contraddistinto il comitato centrale fiom.
Landini lascia una Fiom indistinguibile dal resto delle categorie della Cgil. Il suo curriculum è pieno di sconfitte e flop, dalla coalizione sociale abortita all’occupazione della fabbriche (solo gridata) all’occupazione dei consigli di amministrazione degli enti bilaterali (reale) dall’art.18 e legge Fornero con il via libero di Cgil Cisl Uil, da fiat sino alla resa sul contratto nazionale.
Tuttavia la storia (breve) la fanno sempre i vincitori e i loro pennivendoli. Così Landini è leader mainstream degli irriducibili di una sinistra del tutto compatibile con il sistema dominante e per questa ragione sempre presente sugli schermi TV. Landini, va riconosciuto, non ha fatto tutto da solo. Ha potuto contare su un quadro di pesantissima passività sociale, amara coda delle sconfitte subite, rappresentando il bisogno di pace e normalità del ventre molle di un apparato messo a dura prova dalla linea radicale precedente alla sua segreteria».