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lunedì 6 aprile 2020

C'ERA UNA VOLTA IL NUCLEO DI EPIDEMIOLOGIA

Un articolo di qualche giorno fa, che però non perde nulla della sua attualità, e che ci mostra come il centro epidemiologico fu smantellato per volontà di Ricciardi, allora presidente dell' Istituto Superiore di Sanità e oggi membro dell'OMS e consulente del Ministro della Salute.


da  https://infosannio.wordpress.com/2020/03/31/il-centro-contro-le-epidemie-fu-rottamato-da-ricciardi/

Il centro contro le epidemie fu rottamato da Ricciardi


(di Laura Margottini – Il Fatto Quotidiano) –
 Essere preparati, rispondere in modo coordinato, potenziare la ricerca e il sistema sanitario: moniti sacrosanti, oggi, che arrivano da ogni ospitata in tv e dagli interventi degli esperti più accreditati. Dimenticando però che l’Italia aveva un sistema funzionante e un centro epidemiologico che avrebbe potuto contribuire a guidare la risposta nazionale all’epidemia già dai primi contagi da Covid-19. E che, invece, è stato smantellato, nel 2016, nel riordino dell’Istituto superiore di sanità (Iss) dall’allora presidente Walter Ricciardi , oggi membro del Comitato consultivo dell’Oms e consulente del ministro della Salute.
Il Centro nazionale di epidemiologia e sorveglianza dell’Iss (Cnesps) nasce nel 2003, ma il primo nucleo risale a fine anni 70 per rispondere a emergenze sanitarie come l’epidemia di colera. É qui che si studiano gli aspetti scientifici della risposta all’influenza aviaria (2005) e alla pandemia influenzale (suina del 2009), per intercettare i primissimi casi, isolarli, individuarne tempestivamente i potenziali contagi e registrare i dati per il monitoraggio dell’epidemia, includendo anche la sorveglianza dei quadri clinici o degli accessi settimanali ai pronto soccorsi.
Dati con i quali è possibile monitorare e stimare il numero di persone infette, la grande incognita del Covid. Il Cnesps contava infatti su una rete di oltre duemila operatori sanitari formati in casa e la gestione dei dati era centralizzata e coordinata. La loro uniformità aiutava a valutare gli scenari di rischio e l’efficacia di misure di contenimento a seconda delle aree geografiche. Un prezioso coordinamento che, secondo chi faceva parte di quella rete, stavolta, è stato più difficile se non assente . “Il Cnesps era la cerniera con le Regioni”, spiegano.
Il Centro era infatti spesso al tavolo del coordinamento interregionale della prevenzione della Conferenza Stato Regioni per discutere insieme protocolli e documenti guida che poi gli enti potevano applicare in modo coordinato per evitare il caos del regionalismo sanitario (ad esempio, in Veneto tamponi a tappeto, in Emilia-Romagna tamponi per nucleo familiare, i mille rivoli strategici della Lombardia, o la politica zero-tampone-ai medici sostenuta dal consulente del governatore Emiliano, in Puglia).
Quando venne smantellato, ci furono molte polemiche. Quotidiano Sanità pubblicò un appello a Ricciardi di circa duemila operatori sanitari per non chiuderlo “visto il ruolo svolto nella prevenzione, sorveglianza e controllo delle malattie infettive”. L’allora direttrice, Stefania Salmaso, a fine del 2015 si dimise. Una parte degli epidemiologici fu smistata in altri reparti dell’Iss quasi che – in linea con una visione riduttiva e datata secondo la letteratura internazionale – l’epidemiologia fosse una disciplina ancillare di altre aree.
“In Italia abbiamo 21 tra Regioni e Province autonome, responsabili della gestione sanitaria locale – spiega Salmaso – Non si può avere un sistema completamente centralizzato, ma neanche è opportuno che di fronte a una pandemia ognuno vada per conto proprio. I colleghi certamente stanno lavorando al massimo, ma si è persa la massa critica e la rete di competenze diffuse sul territorio, necessarie a fronteggiare una crisi del genere. In molti servizi territoriali il personale competente e formato è andato in pensione e non è stato rimpiazzato”.
Il 24 marzo, la stessa Salmaso e, tra gli altri, Paolo Vineis, vice direttore del Consiglio superiore di sanità, e ordinario di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra pubblicano un appello sulla rivista Epidemia e Prevenzione: rendere accessibili i dati italiani su Covid-19 per permettere agli epidemiologi di contribuire a combattere l’emergenza. E si invoca l’attivazione delle “competenze epidemiologiche italiane, ora disperse”.
Lo dice anche Ricciardi a Repubblica lo scorso 27 febbraio: “Di epidemiologia di campo ci sono pochi esperti in Italia, non in ogni regione. All’Iss avevamo una grande scuola”. Che però è stata chiusa. La gestione anti-Covid si è così accentrata nella mani della Protezione civile e del comitato tecnico-scientifico del governo, fatto di figure scientifiche di rilievo, ma non nel campo dell’epidemiologia degli outbreak pandemici. L’articolo di Epidemiologia e prevenzione invoca anche il rafforzamento delle indagini epidemiologiche per la ricerca dei contatti e l’isolamento dei contagi, in modo coordinato, nelle Regioni dove la trasmissione è ancora contenuta, ben prima dunque di qualsiasi tracciamento digitale: “É stata la chiave di volta nel contenimento in Corea del Sud”.

sabato 4 aprile 2020

WEEK END MAGAZINE


NON HO PIU' ODIO PER L'APRILE

Il canto delle sirene: Aprile: due poesie

Non ho più odio per l'aprile
per gli aprili lontani in cui
come nel fondo di bambage d'averno
e di dati stillati da inessenza
ad ogni sofferenza risuggevo un pur volatile
volubile senso
Non ho più odio per le sepolture
in cui sprofondai nei miei giovani
freddissimi aprili. Ora accolgo
sulle ultime svolte del grigio nel grigio
leccato qua e là da rosa e bianco e simili
e dal giallo di maledizioni-forsizie
- allora non c'erano quelle bestiole biliose -
ora, mi ripeto mi riprendo-avvolto
in tanti stracci come un fante
mi rannicchio nel seno più lasso d'aprile
mi tralascio spaventi e sagre, a lato, alle spalle
nel sopore, che null'altro è più
di sopore, mi tollero e tollero le avventure horror
gli eventi strabici d'aprile.
E in asso per un istante lascio ogni me stesso.


(Andrea Zanzotto)

giovedì 2 aprile 2020

I BENEDETTI DALL'EPIDEMIA


La prospettiva finale è un po' sloganistica, giacchè per fare quel che dice ci vorrebbe qualcosa di molto simile a una rivoluzione, ma il quadro descrittivo è preciso.


da  https://jacobinitalia.it/i-benedetti-dallepidemia/



'Mi sento come se fossi nel 1996 quando ho lanciato la Cairo Pubblicità. Eravamo pochissimi, scatenati più che mai e abbiamo fatto cose incredibili. Oggi mi sento come allora'. È eccitatissimo Urbano Cairo, carico a mille per la situazione che sta vivendo, e cerca di trasportare con il suo entusiasmo tutti i venditori della sua società pubblicitaria con un video. Il 1996 è l’anno in cui iniziò a lavorare in proprio riuscendo a diventare pian piano uno degli uomini più ricchi e influenti d’Italia. In questo 2020, o meglio negli ultimi trenta giorni di esplosione dell’epidemia, è euforico come allora. Come 25 anni fa. Una botta di gioventù.

Sulle orme di Silvio

È sempre stato un uomo di talento Urbano, uno in grado di saper cogliere le occasioni. La leggenda, veritiera o meno, vuole che lui – figlio di un rappresentante immobiliare – poco più che ventenne e appena laureato alla Bocconi legga un’intervista sul settimanale Capital in cui Silvio Berlusconi dichiara: «Se qualche giovane ha una buona idea, mi chiami». 
È il 1981, Urbano si presenta negli uffici del Biscione e dopo molta insistenza riesce a farsi ricevere dal Cavaliere e a entrare nelle sue simpatie. Berlusconi decide di metterlo sotto la sua ala protettiva, lo fa crescere e gli affida ruoli di responsabilità.
A rewnt'anni diventa direttore generale di Publitalia e amministratore delegato di Mondandori pubblicità, imparando tanto dallo stile imprenditoriale di Silvio. 
A metà anni Novanta i due però si separano: Cairo viene coinvolto nell’inchiesta Mani pulite ma a differenza degli altri manager del gruppo chiede il patteggiamento per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti e falso in bilancio. La sentenza di condanna a 19 mesi di reclusione con la condizionale diviene definitiva nel 1999, ma essendo passati cinque anni beneficia dell’estinzione del reato. 
Nel frattempo non si ferma, anzi rilancia e si mette in proprio. Fonda la Cairo Pubblicità e, grazie ai buoni rapporti personali costruiti negli anni in cui era in Publitalia, ottiene l’esclusiva per la raccolta pubblicitaria del gruppo Rcs-Corriere della sera. Eccoci nel 1996, l’anno elettrizzante citato nel video. Urbano ha ancora 38 anni. Sulle orme del suo mentore cresce sempre di più spaziando dal settore editoriale a quello televisivo e sportivo acquistando – tra le altre cose – il Torino calcio nel 2005, la tv La7 nel 2013 e il gruppo Rcs-Corriere della sera nel 2016. 

Lo spirito del capitalismo

Può sembrare strano che Cairo sia così entusiasta proprio nei trenta giorni in cui la Protezione civile quotidianamente conteggia centinaia di morti, milioni di persone si ritrovano senza lavoro con nella migliore delle ipotesi la speranza della Cassa integrazione o di un sussidio e centinaia di migliaia di aziende di vario tipo temono di non riaprire più. Qualcuno lo ha trovato di cattivo gusto, immorale. 
Ma lui ha spiegato subito l’equivoco: «Il video che è uscito era una riunione di spogliatoio. Non doveva essere pubblicato. E nello spogliatoio per motivare si dicono anche cose che possono sembrare discutibili». Insomma – sembra dirci Cairo – voi non avete sentito cosa erano in grado di dire a fine primo tempo nello spogliatoio allenatori del Torino come Sinisa Mihajlovic o Walter Mazzarri! E non conoscete il famoso adagio omertoso dei protagonisti sportivi: «Certe cose dovrebbero rimanere nello spogliatoio…».
In realtà il video è interessante proprio perché è senza filtri, e grazie a questo ci spiega con semplicità e onestà alcuni funzionamenti di base del capitalismo. Chi ha fiuto per gli affari non può non vedere che per qualcuno oggi si è creata un’occasione straordinaria – ma solo se sarà bravo a coglierla, se non si farà distrarre dal dispiacere per i morti, dalla paura di ammalarsi o dalla noia di stare a casa. Non c’è tempo da perdere: «Oggi – dice Cairo nel video – abbiamo la grande opportunità di fare meglio dello scorso anno. Abbiamo dei vantaggi sugli altri importanti: grandi mezzi, grandi ascolti, grande traffico che dobbiamo capitalizzare». 
Su queste pagine nelle ultime settimane abbiamo provato a smontare la narrazione secondo cui il Covid-19 avrebbe reso tutti egualmente vulnerabili, egualmente bisognosi di cura e uniti sotto la stessa bandiera contro un nemico comune per quanto invisibile. Ma dobbiamo ammetterlo: cinque minuti di video di Urbano Cairo sono stati molto più chiari ed efficaci di noi. 

Shock economy

Le speculazioni economiche nei periodi di catastrofe e di guerra non sono una novità, ma probabilmente non siamo ancora arrivati alla fase dispiegata di Shock economy analizzata nel suo libro da Naomi Klein. Siamo ancora in un momento confuso in cui si fa fatica a delineare l’esistenza di una strategia politica chiara volta a usare le crisi su larga scala per far passare politiche che arricchiscono i più forti mentre la stragrande maggioranza delle persone è concentrata sulla propria sopravvivenza quotidiana. Quel che viene fuori però da questo video è lo spirito antropologico del capitalismo, la naturale voracità di pesci grossi che in un momento di lockdown senza precedenti si ritrovano tra i pochi a disporre di mezzi e prodotti che si possono ancora vendere e hanno risorse per adattarsi velocemente alla mutazione forzata dei consumi. La pandemia – se tieni i tuoi collaboratori «vogliosi» come cerca di fare Cairo nel suo «spogliatoio» – diviene la tempesta perfetta per conquistare un vantaggio competitivo, spazzare via i pesci piccoli, conquistare fette sempre più grandi di mercato.
Nel video cita per nome e cognome alcuni dei soggetti per cui il Covid-19 sembra una manna dal cielo: «Sto telefonando a un numero di clienti incredibile e quasi tutti mi dicono di sì alle proposte che gli facciamo. […] Tutte aziende che hanno prodotti in vendita nei supermercati e in farmacia. Ho sentito Conad e mi hanno detto che stanno crescendo in vendite nei loro supermercati del 20%: vanno alla grande!! Segafredo anche lui molto interessato a investire in questo momento. Beretta Salumi, il gruppo farmaceutico Dompè, Enel, Banca Intesa, Unicredit, Ubi Banca, Niccolò Branca, Orogel…». È un fiume in piena, fa lo stesso lavoro di prima dice – ossia vendere inserzioni pubblicitarie nella sua televisione e nei suoi giornali – ma «oggi ho aumentato del 300% il numero di contatti». 
Come si nota dall’elenco di Cairo, si tratta di giganti dell’industria alimentare e della Grande Distribuzione Organizzata, delle catene di supermercati che stanno aumentando a dismisura le entrate – mentre chiudono i mercati di quartiere, i ristoranti e i piccoli esercizi –, di aziende farmaceutiche e grandi banche. Cita le persone che hanno voglia di fare shopping e si rivolgono all’e-commerce a tutto vantaggio di giganti come Amazon – che nei giorni scorsi ha annunciato infatti l’assunzione di centomila nuovi magazzinieri per soddisfare la crescente domanda a livello mondiale – o Deliveroo. Si potrebbe aggiungere all’elenco che con la chiusura dei cinema e l’obbligo di stare a casa le azioni di Netflix continuano a crescere in borsa mentre la gran parte dei titoli crolla, con un aumento dei download in Italia del 66% secondo i dati di Sensor Tower (società di dati delle app). Nel frattempo, senza relazioni sociali dirette, le più grandi aziende del settore tecnologico stanno facendo numeri da capogiro, da Facebook a Google, da Microsoft ad Apple: tutte hanno avuto un’impennata nella vendita dei propri prodotti digitali.
Insomma, ai piani bassi ci sono i forzati dell’epidemia ma –scopriamo – ai piani alti si trovano anche i benedetti dall’epidemia. 
Non eravamo sulla stessa barca prima del Covid-19 e oggi si stanno accentuando le diseguaglianze insieme alle tendenze monopolistiche del capitalismo, con Cairo euforico per l’aumento dei profitti suoi e dei suoi amici mentre migliaia di famiglie sono praticamente alla fame.

Ecco i soldi da redistribuire

Il video di Cairo si chiude con uno slogan che sembra un grande insegnamento morale per tutti noi: «La vita è 10% quello che ti accade, 90% come reagisci». Si dimentica solo di dire che a lui e ai suoi clienti affezionati è capitata la fortuna incredibile di essere tra i pochi a potersi muovere sul mercato mentre tutti gli altri sono forzatamente fermi. Come si dice a Roma: «Così so’ bono pur’io».
Cairo ha risposto alle critiche dicendo che non si vergogna di quel video, «non ho tempo di vergognarmi». Sente su di sé «la responsabilità dei posti di lavoro di migliaia di persone», sostiene. «Dico e faccio quello che penso – aggiunge – perché domani ci sia ancora terra da coltivare e da mangiare per tutti», e tra quei tutti c’è anche lui ovviamente. 
Anche noi non abbiamo tempo di fare la morale a Cairo in effetti, siamo troppo impegnati a cercare di capire come sopravvivere. La buona notizia però è che potremmo aver trovato soldi freschi da utilizzare per affrontare la crisi sociale che abbiamo di fronte anche prima di passare da Cristine Lagarde e Ursula Von Der Lyen: basterebbe prelevare tutti i sovraprofitti di chi sta guadagnando cifre da capogiro grazie alla chiusura di tutti gli altri per redistribuirli a chi in questi giorni sta perdendo il reddito e il lavoro a causa del lockdown.  
*Cofondatore di Edizioni Alegre, fa parte del desk della redazione di Jacobin Italia

mercoledì 1 aprile 2020

IL COVID NEI LUOGHI TERREMOTATI

da  https://lavialibera.libera.it/it-schede-77-coronavirus_emergenza_sisma_centro_italia

di Andrea Giambartolomei

Lo striscione appeso da Carlo Cappelli ad Arquata del Tronto (da Facebook)

Stare in casa durante l’emergenza coronavirus non è facile, soprattutto se è piccolissima o è un container.  Lo slogan #iorestoacasa è amaro per chi l'ha persa. “Non resto a casa dal 24 08 16”, è scritto su uno striscione appeso su un edificio pericolante di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), uno dei paesi più colpiti dalla serie di terremoti nel Centro Italia dal 24 agosto 2016 in avanti. Lo ha appeso un abitante, Carlo Cappelli, quando si è diffusa la direttiva di restare nelle proprie abitazioni. Nel cratere sismico tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria, dove le scosse tra 2016 e 2017 hanno fatto circa trecento morti, senza contare i suicidi avvenuti dopo, e 40mila sfollati, la terra trema ancora. E nevica.
#iorestoinsae è l’hashtag creato da Elena Pascolini, abitante di Arquata, per raccontare su Facebook la sua vita nelle soluzioni abitative emergenziali (Sae), le cosiddette casette, prefabbricati montati nei mesi dopo il sisma. Per qualcuno a Tolentino, in provincia di Macerata, va anche peggio. A distanza di oltre tre anni più di duecento persone abitano i container con bagni e mensa in comune. All’emergenza abitativa, quindi, si aggiunge quella da Covid, capace anche di bloccare i pochi cantieri attivi per la ricostruzione.
#IorestoinSae
Borgo 1, complesso di soluzioni abitative emergenziali, ad Arquata del Tronto
“Si sta tutti vicini e non si esce più, sebbene qui ci siano spazi sconfinati. Siamo dentro un pollaio”. Elena Pascolini abita nel “Borgo 1” di Arquata del Tronto, il più grande dei sette agglomerati Sae del paese. Le casette per quattro persone come la sua hanno una superficie di 60 metri quadri, due camere da letto, un bagno e una sala-cucina. Per le persone sole o le coppie, invece, sono di 40 metri quadri: “Se in una famiglia qualcuno si infetta, la vita diventa impossibile. Non c’è spazio e gli ambienti sono divisi male”, dice la donna. “Io tremo al pensiero di un positivo in un aggregato di Sae. Potete immaginare cosa può accadere? – afferma Italo Paolini, medico di Arquata –. Per evitare di fare uscire i pazienti ho sviluppato tantissimo i contatti telefonici e i video consulti. Ho spiegato quali dati fornirmi, mando le ricette mediche in farmacia o in formato digitale. C’è un ottimo servizio di distribuzione dei farmaci”. Gli anziani non escono più dalle loro minuscole Sae: “Sono completamente reclusi, stanno davanti alla tv, accesa da mattina a sera, e subiscono la comunicazione aggressiva – racconta Pascolini –. Non escono neanche nello spazio di fronte per paura”.
Lei e il compagno prima del sisma avevano una panetteria. Dopo le scosse sono rimasti ad Arquata del Tronto e, col tempo, hanno pensato di avviare un progetto di turismo ecosostenibile, “lento, buono e genuino”, dice lei, capace di mettere in rete altre attività locali. “Da tre anni lavoriamo per aprire un rifugio sui Monti Sibillini e paghiamo un affitto a un privato. Ora con l’emergenza temo di non poter aprire. Ci sarà una strage di piccole attività”. Se le ordinanze hanno costretto negozi, bar e ristoranti a fermarsi, ad Arquata non ce n’era bisogno: “Era già tutto chiuso. Non hanno più aperto”. Nel complesso di casette c’è soltanto una bottega: “Il rifornimento è pari a quelle dei campeggi. Ci accontentiamo di quello che c’è”. E poi c’è un bar tabacchi: “Resta aperto soltanto per vendere le sigarette e non può servire il caffè”. L’emergenza Covid ha fermato i cantieri in tutta Italia, anche quelli per la ricostruzione post-sismica sebbene ad Arquata del Tronto non ce ne siano molti. “Dobbiamo ancora combattere con le macerie. Di ricostruzione si parla e basta. Alcuni progetti sono stati approvati, ma se non arrivano i soldi dallo Stato, le ditte non cominciano i lavori”. Sono poche le case ricostruite: “Sono singole case isolate dai borghi. Così la comunità non si ricreerà”. Niente case, niente negozi, niente ritrovi e svaghi. La sua analisi è amara: “Questo coronavirus è l’ennesima batosta. La specie umana sa adattarsi, a ogni botta noi recuperiamo un equilibrio. Ma se le batoste sono frequenti, non ci si rialza più. Per questo mi sarei aspettata un occhio di riguardo verso di noi”. Da Norcia (Umbria), dove l’emergenza Covid ha fermato i lavori alla basilica di San Benedetto, il sindaco Nicola Alemanno ha lanciato lo stesso allarme: “I danni economici da coronavirus a noi del cratere sismico rischiano di annientarci ed è per questo che ora, senza perdere un giorno di più, occorre che il governo dichiari le terre colpite dal terremoto ‘Zone economiche speciali’ alle quali destinare risorse”, ha dichiarato all’Ansa
Il ghetto di Tolentino
I container di Tolentino
Tra la costa e i monti, c’è una città di ventimila abitanti che è Tolentino. Qui non ci sono casette. L’amministrazione del sindaco Giuseppe Pezzanesi aveva fatto una scelta diversa: “È l’unico comune senza casette”, spiega Flavia Giombetti, presidente del Comitato 30 Ottobre (giorno della scossa più forte). Il Comune aveva deciso di avviare la costruzione di appartamenti, un’opera molto costosa in un ex capannone. Non sarebbero state necessarie Sae, per un certo periodo bastavano dei container. Tuttavia la costruzione è ferma e da allora circa 230 persone vivono in condizioni molto precarie:  sono soprattutto anziani soli, famiglie povere e migranti. “Sono costretti a condividere i bagni, le docce e la mensa – dice Giombetti –. Ora l’area è stata anche chiusa con una rete”. Recintando l’area e creando un varco d’accesso controllato dalle forze dell’ordine il sindaco vorrebbe migliorare i controlli: “Lo facciamo per il bene di chi sta dentro – ha detto ai giornali locali –. Per quanto riguarda la mensa, stiamo monitorando che venga mantenuta la distanza di sicurezza, per i bagni si evitano gli assembramenti, entrano scaglionati. Per ora la situazione è sotto controllo”. Dissente il comitato: “Non è così che si risolve la situazione. Ci sono già stati alcuni casi di tubercolosi e scabbia. Se dovesse succedere qualcosa la situazione esplode”. “Se entra il virus lì dentro, fa una strage”, aggiunge Marco Fars, cofondatore delle Brigate di solidarietà attiva, un gruppo di volontari nato in occasione del terremoto all’Aquila nel 2009 e da allora impegnato su diversi fronti.
Emergency resta, si fermano le Brigate di solidarietà attiva
Emergency all'opera nelle zone terremotate
Il Covid-19 ha fermato pure alcune iniziative solidali, mentre proseguono soprattutto quelle a carattere sanitario. A Visso (Macerata), dove si è registrato ufficialmente un caso di coronavirus, la Croce rossa ha distribuito agli abitanti delle Sae delle ricottine che un’azienda locale ha voluto donare agli abitanti: “Abbiamo attivato un servizio di consegna farmaci e consegna spesa – spiega il presidente del comitato di Visso, David Celi –. Dei nostri cinque operatori, nessuno è tornato dalle loro famiglie e sono attivi H24”. Ad Arquata, la Croce verde consegna i farmaci a casa. Le Brigate di solidarietà attiva, invece, hanno deciso di interrompere i loro spostamenti in questo periodo. “I nostri volontari non possono muoversi – spiega Fars –, ma cerchiamo di mantenere i contatti con tutte le realtà che continuiamo a seguire”. Per questo ora sono costretti a sospendere alcune attività, come quella a Forca, frazione di Montegallo: “Qui abbiamo attivato un esperimento di rigenerazione ecosociale – racconta –. Abbiamo spostato due container utilizzati prima ad Amatrice e Norcia. Li abbiamo fatti diventare il fulcro della comunità” che ha cominciato a riorganizzarsi.
Emergency, che nel 2018 ha avviato il Progetto Sisma sia a Macerata, sia nel Teramano e alcune zone dell’Aquila (due psicoterapeuti, due infermieri e un logista), mantiene le sue attività nonostante l’emergenza coronavirus abbia aperto nuovi fronti in Italia. “Siamo a Pieve Torina, Caldarola, Ussita e Castelsantangelo sul Nera perché riusciamo a garantire l’accesso dopo un triage, controllo della febbre e lavaggio delle mani – spiega Giovanna Bianco, psicologa e referente del progetto per l’area marchigiana –. A Camerino, Muccia, Visso e Tolentino invece facciamo assistenza telefonica. A Camerino l’ospedale sarà tra quelli dedicati ai pazienti Covid. Altrove abbiamo ambulatori container o spazi in ambulatori di famiglia molto affollati”. Quale psicoterapeuta e responsabile del progetto in quest’area, Bianco ha il polso della situazione: “Siamo in pieno ‘Cigno nero’ (un evento disastroso e imprevedibile, ndr) che segue terremoti e maltempo. Le istituzioni sono state molte reattive e la popolazione è diligente”, è la premessa. Bianco ha individuato tre tipi di reazioni degli abitanti: “Alcuni hanno già elaborato gli eventi sismici e hanno attivato alcuni meccanismi di reazione attingendo dalla proprie risorse interne, familiari e sociali, così riescono a trainare – dice –. Ci sono poi casi di persone con percorsi di elaborazione ancora in corso oppure quelle che fino a questo momento erano state in grado di farsi forza da sé. Ora chiedono aiuto: per loro è come una ferita non rimarginata, si rendono conto di perdere l’equilibrio e sono in grado di chiedere un sostegno. Infine ci sono quelli che in questo momento sentono una nuova ‘comunione’ con le altre persone, come se chi sta affrontando l’emergenza coronavirus possa comprendere il senso di isolamento, desertificazione e silenzio dei terremotati”. In definitiva, “la popolazione è in grado di resistere a questo evento”. Tuttavia in agguato c’è un fatto che può alimentare la sfiducia: “I cantiere sono stati bloccati, le pratiche sono ferme e molte persone sono preoccupate. Si ferma quell’indotto economico che permetteva ad alcune ditte del cratere e ad altre attività di proseguire”, conclude la psicologa.

La ricostruzione
Camerino (Mc): "Abbiamo avuto le case, abbiamo perso il paese" (Giambartolomei)
Il decreto del governo dello scorso 25 marzo ha sospeso tutti i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione, di cui si occupa il commissario straordinario Giovanni Legnini, da febbraio successore del geologo Piero Farabollini. “La ricostruzione non è vero che non sia partita, ma marcia molto a rilento rispetto alle aspettative”, spiegava lo scorso 6 novembre in Commissione ambiente alla Camera l’assessore all’Ambiente della Regione Marche, Angelo Sciapichetti. In totale sono 138 i comuni dentro il cratere sismico (85 di questi nelle Marche), per un totale di 582mila residenti (al 31 luglio 2016). Però ci sono comuni colpiti anche fuori dal cratere, e così la cifra sale a 502 comuni in totale. Quattro le regioni coinvolte, ciascuna dotata del proprio Ufficio speciale per la ricostruzione, e poi la struttura del commissario del governo. A rallentare sono soprattutto la burocrazia, la mancanza di personale nelle amministrazioni e le macerie. La ricostruzione privata va a rilento e ancora più lenta è quella delle opere pubbliche. A fine gennaio, illustrava l’allora commissario Farabollini, “i dati forniti da Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio mostrano che sono 184 i progetti esecutivi ultimati su 1079 interventi previsti”. Da questi progetti erano nati soltanto 156 cantieri. “Per oltre il 60% degli interventi (650) deve ancora essere avviata la procedura di gara per l’affidamento della progettazione”, diceva Farabollini.
Le lungaggini alimentano l’illegalità. Davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il procuratore generale della Corte dei conti Alberto Avoli lanciava un allarme lo scorso 13 febbraio: “Con il trascorrere degli anni sta prendendo sempre più vigore il filone investigativo riguardante l’utilizzo delle ingenti risorse stanziate per la ricostruzione delle aree dell’Italia centrale, colpite dagli eventi sismici più di tre anni or sono – sottolineava all’apertura dell’anno giudiziario –. Una ricostruzione che procede con una lentezza esasperante che rischia di rendere irreversibile la sofferenza del tessuto economico e sociale e, per paradossale altro verso, irrobustire improprie prassi di veri e propri abusi, quando non anche di pratiche clientelari e/o corruttive. Malgrado la teorica disponibilità di fondi, l’edilizia pubblica è infatti pressoché ferma”.

lunedì 30 marzo 2020

LA FOLLE GESTIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE


da  https://jacobinitalia.it/tutela-di-stato/




A volte un sistema si scopre debole solo nel momento in cui sta già irrimediabilmente crollando. Su una discreta successione di menzogne si può costruire un matrimonio, una carriera professionale o politica, e molto altro: un buon bluff può reggere a lungo, se chi lo esegue è perfettamente in controllo delle sue carte e dell’ambiente circostante. Ma basta un errore, o un imprevisto, per far capire a chiunque ti stia intorno non solo che stavi bluffando in quel momento, ma per mettere in discussione tutto ciò che avevi detto o fatto in precedenza. Mai bluffare troppo.
Il sistema economico e di potere che ha regolato e gestito il patrimonio culturale italiano dal 1993 a oggi, con poche evoluzioni e modifiche, era basato su una solida menzogna, che può essere riassunta nella frase «i privati servono per fare ciò che lo Stato da solo non può fare». Era una menzogna solida, ma fondata su due basi decisamente instabili: il fatto che i biglietti staccati dai musei aumentassero di anno in anno, e il fatto che lo Stato «risparmiasse». Sono bastate poche ore, tra il 23 e il 26 febbraio scorso, a svelare il grossolano bluff: nella gestione del Patrimonio culturale italiano i privati negli ultimi trent’anni hanno fattonon quello che lo Stato non può fare, ma ciò che lo Stato ha deciso di non fare e far fare ad altri.
C’è il caos nel settore, da un mese, e non solo tra i lavoratori senza stipendio. Zétema, la società in house del Comune di Roma che gestisce i servizi museali, giusto per esternalizzare lavoro e introiti, sta mandando i suoi dipendenti a lavorare in musei chiusi in modo che il Comune sia costretto a onorare il contratto di servizio; il Fondo Ambiente Italiano, privo dell’abnorme copertura mediatica garantita dalla RAI in marzo, rimanda ma non annulla le giornate di Primavera; le cooperative vengono travolte senza sapere che fare né perché farlo; gli operatori museali specializzati, spesso silenti, fanno notare che l’essere costretti a lavorare a partita Iva non ha alcun senso; i dirigenti del Ministero dichiarano alla stampa che con un sistema come quello americano (musei privati sostenuti da fondi privati) sarebbe andata meglio, senza sapere che negli Stati Uniti i musei stanno invocando aiuti statali per non dover chiudere per sempre. Un terremoto.
Ed ecco, in ordine sparso, gli stessi alfieri del sempreverde «orgogliosamente senza fondi pubblici» implorare aiuti pubblici per poter continuare ad andare avanti come prima.
«Noi arriviamo a una perdita secca di 500 mila euro questa settimana, ma c’è una crisi ancora più grave, quella delle persone che non lavorano direttamente con noi: ci sono 160 persone che lavorando – lasciatemi dire una parola sbagliata – a partita Iva, a cottimo, a prestazione, non percepiscono lo stipendio.
Per noi è un problema gravissimo, ma è anche un problema sociale, non tanto per i soldi che noi ci mettiamo in tasca, o non ci mettiamo in tasca…»
A parlare è Evelina Christilin in prima serata su La7, il 26 febbraio: manager torinese vicinissima alla famiglia Agnelli, piazzata nei decenni ovunque fosse necessario nominare qualcuno di fidato, è presidente della Fondazione Museo Egizio dal 2012, succedendo a Alan Elkann. «Dalla FIFA a Enit, una donna abituata a stare ai vertici», così la racconta Vanity Fair.
Il cortocircuito in queste parole è incredibile, come lo è il fatto che siano state pronunciate senza tentennamenti: si arriva non solo ad assumere che il far lavorare il 75% dei dipendenti del museo «a cottimo» sia una sottospecie di legge di natura che non necessita contraddittorio e notazioni di alcun genere; ma, in virtù di ciò, si arriva a utilizzare i precari come bandierina da sventolare per poter chiedere allo Stato aiuti «non per i soldi che ci mettiamo in tasca, ma perché sennò loro non lavorano». Il privato che gestisce il Museo a nome dello Stato diviene, o meglio si autoproclama, mediatore unico tra gli interessi dei lavoratori e quelli pubblici.
È interessante che arrivino proprio dalla presidenza del Museo Egizio le dichiarazioni che meglio di altre hanno reso palese il caos di idee e argomenti che sta pervadendo l’establishment che ha gestito il Patrimonio culturale italiano a proprio uso e consumo dal 1993 ad oggi. Il Museo Egizio è più di ogni altro il simbolo di ciò che è avvenuto: trasformato da statale a privato nel 2004 con la partecipazione di Unicredit e San Paolo, «primo esempio italiano di partecipazione del privato alla gestione di un patrimonio culturale pubblico» secondo il loro sito, è in realtà il primo esempio di gestione privata del Patrimonio pubblico, caratterizzato da nomine politiche in sequenza nei ruoli dirigenziali (basti pensare che Evelina Christilin stessa è stata nominata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, con cui mai aveva avuto nulla a che fare) e da una enorme visibilità mediatica nel segno del «senza fondi pubblici»: affermazione costantemente falsa ma costantemente presa e spacciata per vera.
Il 3 marzo i musei di mezza Italia erano chiusi ormai da dieci giorni, senza alcuna distinzione tra quelli visitati da decine di migliaia di persone ogni giorno e quelli visitati da poche decine di visitatori; nelle stesse aree erano sospesi tutti gli eventi culturali; le gite scolastiche erano annullate in tutto il Paese. Il tutto senza aver previsto alcun tipo di misura per chi avrebbe perso stipendio e reddito.
Come nulla fosse, quella mattina il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con entourage e telecamere al seguito, visitava la grande mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale, per la quale erano stati venduti oltre 70 mila biglietti in prevendita e la cui organizzazione aveva scatenato diverse polemiche: la più rilevante è quella del prestito, nel corso del 2019, di 21 opere si altissimo spessore da tutta Italia alla Francia per la mostra su Leonardo, in cambio di (solo) 7 opere che sarebbero finite nel 2020 proprio alla mostra su Raffaello in questione. Gli incassi della mostra sono, come sempre, privati. La mostra in questo clima surreale ha aperto il 5 marzo, creando come ovvio code e assembramenti, per poi chiudere tre giorni più tardi di fronte all’imponente avanzata del contagio e ai nuovi decreti. Non sappiamo se la mostra riaprirà, ma sappiamo che chi ha comprato il biglietto potrà essere rimborsato, grazie ai 130 milioni previsti nel decreto «Cura Italia» del 16 marzo: contiene voucher per biglietti di cinema, musei, mostre, teatri, in modo che siano tutelati i clienti ma, soprattutto, le imprese che in caso contrario sarebbero state costrette a rimborsarli di tasca propria.
Sono piccoli atti che danno l’idea di quanto malato sia il sistema che ha regge il patrimonio culturale italiano: mostre private in spazi pubblici ottenute attraverso il prestito di beni pubblici ad altri Stati per ottenere in cambio altri beni pubblici; gestori nominati dallo Stato e dagli enti pubblici che fanno lavorare a cottimo centinaia di persone; introiti di caffetterie e librerie nei più grandi e famosi Beni Culturali italiani appaltati per la quasi totalità a imprese private; e, soprattutto, imprese private che invocano il rischio d’impresa zero: finché il turismo va alla grande, briglia sciolte e nessun vincolo, ma quando sorgono i problemi, lo Stato mi aiuti. Questi aiuti puntualmente arrivano, mentre non arrivano alle decine di migliaia di persone che a causa a questo sistema dal 23 febbraio non hanno di che mangiare. Nel migliore dei casi, per quelli cioè contrattualizzati con almeno una collaborazione continuativa, arriveranno a oggi 600 euro, cifra che somiglia a un’elemosina nel mezzo di una crisi simile. La situazione è talmente in rivolgimento che gli assessori alla cultura di molte importanti città italiane, anche afferenti a giunte di centrodestra, hanno chiesto al Governo misure decisamente in controtendenza, come l’estensione del reddito di cittadinanza per qualche mese a chiunque abbia perso il lavoro nel settore e maggiori tutele per i lavoratori. Per ora il Ministero li ha totalmente ignorati.
La domanda che ci si fa a questo punto è: quanto può reggere questo sistema? Le imprese che gestiscono i servizi museali (biglietteria, visite guidate, ristorazione…) nei siti più turistici, dagli Uffizi a Pompei, vedranno azzerarsi i loro guadagni: grazie all’esternalizzazione e ai subappalti, molto del personale è già stato sfoltito senza colpo ferire, ma ciò potrebbe non bastare per garantirne la sopravvivenza. Le cooperative che gestiscono i servizi in piccoli musei, o in biblioteche e archivi, quanto a lungo saranno pagate da comuni ed enti locali per un servizio che non stanno fornendo? Anche in questo caso, il personale già ora viene abbondantemente sfoltito senza colpo ferire. Le fondazioni che gestiscono grandi Musei con introiti milionari, da Torino a Venezia, quanto a lungo saranno mantenute da enti pubblici per cui andranno a costituire un costo gravoso, oltretutto non garantendo i livelli occupazionali?
Le grandi realtà potrebbero essere mantenute con un bombardamento di fondi pubblici: centinaia di migliaia di persone perderebbero il lavoro per consentirne il salvataggio con bilanci sostenibili. Le piccole realtà sarebbero travolte. Ma il salvataggio con fondi pubblici è divenuto ormai difficilmente difendibile, dopo decenni di «lo Stato da solo non ce la fa», e questo spiega perché dal 26 marzo il Corriere della Sera promuove la creazione di un Fondo di investimento con cui i contribuenti privati possano fare “un prestito” al Patrimonio culturale italiano: un modo per porre sotto controllo privato e bancario un ulteriore pezzo di Patrimonio pubblico mascherandolo da “piano con cui i risparmiatori italiani contribuissero a salvare dal disastro, o addirittura dalla morte, quel patrimonio immenso”.
Quest’ultimo bluff potrebbe anche funzionare, ma è difficile crederlo, non foss’altro per la massa di persone a reddito zero che si riverserebbero contemporaneamente nelle strade. Resta poi la difficoltà abnorme di trovare argomenti volti a giustificare il vulnus basilare di tutta questa storia: è ormai evidente e chiaro a molti il sempre ovvio ma sempre taciuto «con il Patrimonio culturale il gestore privato da solo non ce la fa».
Lo stato italiano da tempo non si limita, come da Costituzione, a tutelare il Patrimonio e il lavoro, accorrendo all’aiuto di privati solo in presenza di vantaggio per la collettività. Ora, se questo stesso stato dovesse finire a tutelare a proprie spese, insieme al Patrimonio, anche alcuni singoli privati scelti, a costo di perseverare nelle perdite economiche e nel protrarsi di un sistema di sviluppo turistico-culturale dannoso, legando la tutela del lavoro alla disponibilità economica di quelle singole imprese, in modo totalmente slegato dalle esigenze dei territori… Se dovesse andare così, i cittadini italiani e i lavoratori del settore saranno pronti a digerire questa ultima mirabolante capriola nel pieno di una crisi economica e sociale senza precedenti, crisi in cui il Patrimonio culturale dovrebbe e potrebbe rivestire un ruolo fondamentale nella fase di rinascita sociale e civica molto prima che economica?
La risposta arriverà a breve, ma certo sono brutti momenti per chi ha costruito imperi economici e politici su menzogne: improvvisatisi nel ruolo di questuanti ai tavoli ministeriali, sono arrivati all’imprevisto che ha spazzato via ogni copertura decisamente impreparati.
*Leonardo Bison è archeologo e dottorando all’Università di Bristol. Da anni si occupa di lavoro e gestione del Patrimonio culturale con il collettivo ‘Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali’

sabato 28 marzo 2020

WEEK END MAGAZINE


UNA SERA DI MARZO

Volano via le rondini di Maria Grazia Vai (Riflessioni)

Fu in quel tempo di marzo che nel cielo
guardando alla città di sera, al volo
delle sue prime rondini, più solo
mi vidi, ma con tutti. Come a un gelo
dischiuso dal tepore, gli occhi fissi
all’accadere di quel mutamento,
ricordavo nel vivere che vissi.
E distratto così nel farmi intento
al mio segreto sorgere dal nulla,
trovavo nella voce le parole
da raggiungere, padre, madre, culla,
la terra che s’illumina nel sole.
Nel cielo di Milano d'agro e d'oro
nella sera di marzo, per l'oriente
affacciata a guardare era la gente
della mia voce e del mio volto, coro
di povertà che invoca dalle cose
il suo nome perpetuo. Non rispose
l'azzurro che vedevo farsi oscuro
presentimento, non rispose il muro.

(Alfonso Gatto)

giovedì 26 marzo 2020

SCIOPERO!!!


da https://www.dinamopress.it/news/sciopero-generale-tutta-italia-andra-bene-difendiamo-diritti-dei-lavoratori/



È il primo sciopero generale nel pieno dell’emergenza COVID-19. Non sono serviti gli appelli alla pace sociale e alla responsabilità nazionale rilanciati, anche ieri in conferenza stampa, dal premier Giuseppe Conte. Lo sciopero generale di oggi, 25 marzo, proclamato da Usb, ha il grande merito di aprire una breccia rilevante nel dramma di questi settimane: al centro della mobilitazione, la richiesta di sicurezza per i lavoratori dei comparti in prima linea a fronteggiare l’emergenza e quella di bloccare realmente, dopo tentennamenti e mediazioni al ribasso, tutte le attività produttive “non essenziali”. Lo sciopero è iniziato stamattina, quando era in corso la trattativa tra il Governo, Confindustria e i sindacati confederali, in merito all’applicazione del Decreto del 22 marzo che stabilisce l’estensione del lockdown anche a una parte delle attività produttive.
Secondo il comunicato diffuso da Usb «da Nord a Sud, da Trieste a Taranto, magazzini della logistica vuoti e fabbriche con fermate che coinvolgono anche il 70% degli operai». La giornata di protesta è stata estesa a tutti i settori, anche ai servizi pubblici essenziali e, in particolare, alla Sanità. Per questi ultimi, il sindacato ha invitato a un minuto simbolico di astensione, sollecitando la solidarietà della rete con l’hashtag #iostoconchisciopera. «Eccezionale anche la partecipazione allo sciopero simbolico di un minuto nei servizi essenziali», prosegue il comunicato, «interi comandi dei vigili del fuoco hanno aderito, così come gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari e il personale ausiliario della rete ospedaliera nazionale».
L’attenzione sul personale sanitario è in questo momento massima: dietro la retorica degli eroi e degli angeli, si nasconde una verità drammatica. «I numeri parlano chiaro» – ribadiscono le Camere del Lavoro Autonomo e Precario – «oltre 5.000 contagi tra medici e infermieri, ovvero il doppio della Cina; solo oggi, 5 medici deceduti, ben 34 dall’inizio dell’epidemia». Mentre il DL “Cura Italia” dispone risorse – troppo poche – per assumere con contratti precari, le decine di migliaia di precari in tutta Italia lavorano senza sicurezza alcuna: a quella del rapporto di lavoro, infatti, si sommano la distribuzione tardiva dei DPI (Dispositivi di Prevenzione Individuali) nonché il trattamento da personale di serie B.
Fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, innescata dalla diffusione dell’epidemia, ha preso forma uno scontro – prima sotterraneo, poi esploso sulla scena pubblica – tra la difesa degli interessi della produzione, dei profitti, e la sicurezza dei lavoratori. L’applicazione a singhiozzo del lockdown, con il susseguirsi dei provvedimenti di sospensione progressiva delle attività da parte del Governo, è arrivato a un punto di svolta prima con l’annuncio del premier Conte, poi con l’approvazione del Decreto succitato, quello del 22 marzo. Quest’ultimo è sopraggiunto dopo giorni nei quali gli scioperi selvaggi in alcuni comparti della produzione e il montare della protesta in rete, avevano posto all’attenzione di tutti l’insopportabile contrasto tra il distanziamento sociale, con l’incedere dei divieti e delle sanzioni, e la continuità delle attività produttive. Contraddizione ancora più grave nelle zone industriali, soprattutto lombarde, non casualmente falcidiate dal contagio e dai decessi.
Dopo un lungo periodo segnato dalla ferrea opposizione di Confindustria al blocco e l’inspiegabile cautela dei sindacati confederali, inizialmente paghi di un protocollo che disponeva aggirabili accorgimenti in tema di sicurezza nei luoghi del lavoro, con lo scorso weekend il dibattito si è spostato sulla debolezza e i limiti delle misure governative. Il Decreto, che avrebbe dovuto generalizzare il lockdown alle attività produttive non essenziali, si è rivelato tardiva mediazione al ribasso, tanto che gli stessi sindacati confederali hanno minacciato la proclamazione dello sciopero. Mentre in Lombardia la Fiom ha confermato l’astensione dal lavoro per i metalmeccanici, in molti altri luoghi di lavoro è in corso, da più di due settimane, uno stato di agitazione permanente: dove si produce merce essenziale, i lavoratori stanno lottando per avere sicurezza; mentre nei luoghi dove ci sono attività non essenziali, ma ancora in funzione, combattono per la chiusura.
Utile per capire meglio, un recente studio pubblicato dalla “Fondazione Sabattini” nel quale si dimostra che nel Decreto del Governo sono classificate ‘essenziali’ attività produttive che in realtà non lo sono, stimando – con un calcolo al ribasso – che circa il 40% della forza-lavoro impiegata in Italia, ora, dovrebbe e potrebbe invece restare a casa (4,5 milioni di lavoratori). Non solo, la ricerca mostra «l’errore metodologico» contenuto nel Decreto: accanto all’individuazione delle «attività fondamentali», per le quali il blocco non è applicato (tra le altre, il settore agroalimentare e quello sanitario e socio-assistenziale), si evita di nominare tutti i settori che, fornendo beni e servizi strumentali utili al funzionamento delle attività fondamentali e dunque protette, possono continuare la produzione. Questo allargamento delle maglie, che esonera interi comparti dall’applicazione del Decreto, viene invece demandato (Lettera D, comma 1, articolo 1) a una comunicazione al Prefetto, attraverso una sorta di autocertificazione delle imprese, determinando di fatto una «liberalizzazione completa di tutte le attività economiche-produttive».
Infine. Lo sciopero di oggi si inserisce in un contesto di lotta più ampio, che riguarda il mondo del lavoro dipendente come di quello autonomo e precario. Oltre alla richiesta di maggiore sicurezza per i lavoratori e al blocco delle attività non essenziali, in tutta Italia sta crescendo la mobilitazione – al momento telematica, ma non per questo meno determinata – per l’ampliamento in senso universalistico delle misure di sostegno al reddito, per la difesa e l’estensione del welfare.

martedì 24 marzo 2020

LA VOCE DEL PADRONE

da  https://ilmanifesto.it/altro-che-essenziali-in-12-milioni-al-lavoro-i-sindacati-sciopero/

Fuori dallo stabilimento Avio Aero a Borgaretto (Torino)

Doveva chiudere tutte le «attività non indispensabili». Ha chiuso ben poco, anche sotto le pressioni continue e non nascoste da parte di Confindustria.
Il decreto del presidente del consiglio (Dpcm) illustrato da Giuseppe Conte sabato sera e firmato domenica contiene un allegato con 80 categorie produttive, ognuna definita dal codice Ateco (attività economiche), classificate dall’Istat. Ci sono settori assolutamente non «essenziali» come i call center: domenica a Roma è morto un ragazzo di 34 anni. Oppure quelli di consulenza finanziaria e assicurative.
PER NON PARLARE del famigerato comma d: «Restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato 1 (…) previa comunicazione al Prefetto della provincia». In pratica ogni azienda può rimanere aperta.
Per tutte queste ragioni i sindacati hanno già annunciato sciopero. A Usb, Si Cobas e Adl Cobas che stanno coprendo i loro lavoratori da giorni, ieri sono arrivati gli annunci dei metalmeccanici. Mercoledì sciopero generale dei metalmeccanici della Lombardia. È per lo stesso giorno i sindacati preannunciano uno stop delle fabbriche anche nel Lazio. Fiom, Fim e Uilm in una nota unitaria serale ribadiscono la richiesta di «limitarsi senza eccezione alcuna, alle sole attività essenziali per ridurre la mobilità dei lavoratori» chiedendo di «attuare tutte le modifiche necessarie: il 29 Marzo verificheremo come proseguire la nostra iniziativa», concludono i segretari generali Francesca Re David, Marco Bentivogli e Rocco Palombella. Anche i sindacati bancari Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin preparano la mobilitazione, minacciando sciopero.
Il segretario della Cgil Maurizio Landini riassume la situazione: «Sabato avevamo trovato un accordo con il governo. Poi domenica, mentre aspettavamo che uscisse il decreto, sono cominciate a circolare voci sull’allargamento della lista. Non si può fare la letterina sottobanco per dire di tenere aperte le attività, anche per rispetto dei lavoratori. Non è stato un aggiustamento, è stato uno stravolgimento». Il pressing dei sindacati è sul governo: chiedono un incontro immediato, avvertono che intanto – come dice Landini, «in quelle imprese, Amazon come altre, che non applicano in queste ore le tutele e la sicurezza, tutte le categorie che proclamano sciopero chiedendo di applicare sicurezza avranno l’appoggio» dei sindacati confederali.
MENTRE IL PRESIDENTE di Confindustria Vincenzo Boccia avverte: è un decreto che «dall’emergenza economica ci fa entrare nell’economia di guerra», «se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuol dire che produciamo 150 miliardi al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni 30 giorni».
Il confronto ci sarà oggi: i ministri dello Sviluppo economico e dell’Economia, Stefano Patuanelli e Roberto Gualtieri, hanno convocato Cgil, Cisl e Uil per una videoconferenza. Il governo sarà in grado di promettere cambiamenti su un elenco che è già pubblicato in Gazzetta Ufficiale e in quanto Dpcm non deve essere convertito dal parlamento? Servirà un nuovo provvedimento.
INTANTO SI REGISTRANO le prime proteste e i primi scioperi a macchia di leopardo in diversi stabilimenti industriali – Leonardo, Safilo, Vitrociset – e di diverse regioni. Un’assemblea all’ex Ilva ferma gli impianti dell’Acciaieria 1.
«Sciopero? Onestamente non riesco a capire su cosa», commenta invece Boccia.
Secondo una stima preliminare della fondazione Di Vittorio sono ben 12 milioni i lavoratori dipendenti considerati «essenziali» nel decreto governativo. Tenendo conto di quelli in cassa integrazione, si raggiunge il 66% del totale di tutti i dipendenti: 17 milioni 956 mila. «In questi numeri – evidenzia la Fondazione della Cgil – sono ricompresi tutte le lavoratrici e i lavoratori che, pur appartenenti al perimetro delle attività essenziali, svolgono la loro prestazione presso aziende che sono già o sono in fase di richiesta di ammortizzatori sociali. Inoltre una quota imprecisata, ma molto minoritaria, di questi lavoratori può svolgere la propria attività in smart working e quindi non deve recarsi presso il luogo di lavoro».
UN’ALTRA STIMA DELL’IRES – il centro studi Cgil – dell’Emilia Romagna sostiene che sono oltre 800 mila le imprese rimaste aperte, ovvero il 39,9% sul totale delle imprese monitorate a livello nazionale. «La mappa dell’Italia mostra come la quota di imprese aperte sul totale vari dal 25,7% al 50% con percentuali più alte nelle regioni del Sud Italia, riflettendo differenti strutture del sistema produttivo», illustra il ricercatore Davide Dazi.