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mercoledì 19 settembre 2018

PATTI E DIAVOLI


da   https://ilmanifesto.it/il-cremlino-e-venuto-a-patti-con-due-diavoli/


La trama siriana, fatta di massacri, tradimenti e patti con il diavolo, è contorta come quella del Trono di Spade dove l’unica certezza, come nei Sette Regni, è lo stato di povertà e degrado della popolazione. Se poi uno dei Sette Regni è la Grande Israele che vuole realizzare il premier Benjamin Netanyahu, le ambizioni diventano sfrenate perché Tel Aviv, anche per conto degli Stati uniti, qui sta combattendo la sua guerra contro l’Iran, come del resto facevano già da tempo turchi, sauditi e qatarini appoggiando Al Qaeda e jihadisti vari.
In questa battaglia, secondo lo stato maggiore israeliano, sono stati condotti in un anno e mezzo più di duecento raid aerei e missilistici come quello che nella notte tra lunedì e martedì ha portato all’abbattimento un aereo russo da ricognizione con 14 persone a bordo.
Putin trattiene a stento la sua furia ma Mosca ha accusato Israele di avere provocato con i suoi raid l’incidente che ha spinto la contraerea siriana – per altro fornita proprio dal Cremlino – a colpire per errore l’Iliuyshin nei cieli di Latakia, in fase di atterraggio vicino a una base russa.
Promettono flebili ritorsioni i russi che forse pensavano di avere moderato le mire espansioniste israeliane nella guerra siriana, dopo che il premier Netanyahu più volte era stato ricevuto al Cremlino partecipando anche all’ultima parata sulla Piazza Rossa per l’anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale.
In Israele vive oltre un milione di cittadini di origine russa e Tel Aviv si presta volentieri a fare da piattaforma girevole alle operazioni finanziarie degli oligarchi vicini a Putin colpiti dalle sanzioni americane ed europee. In cambio la Russia ostacola la campagna anti-israeliana di Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds).
Per il leader del Cremlino l’abbattimento di un aereo russo – come quella del caccia Sukhoi da parte dei turchi nel 2015 – è una sorta di pugnalata alle spalle, alla quale per altro hanno assistito (a loro dire senza sparare) le navi francesi, ormai una presenza fissa davanti alle coste siriane.
Una cosa è certa: Israele, che pure ha usato i jihadisti in funzione anti-Assad sulle Alture del Golan occupate dal 1967, non rinuncia al suo obiettivo che è quello di sloggiare le basi iraniane nel Paese e interrompere i rifornimenti alle milizie sciite Hezbollah in Libano.
Questa è la guerra di Israele che viene condotta con il pieno assenso degli Stati uniti la cui presenza militare nel Nord della Siria costituisce l’altra spina nel fianco di Putin, quella che gli impedisce di erigersi a dominus della regione. La Russia si può mettere d’accordo con Erdogan, come ha fatto nell’ultimo vertice con Putin a Sochi, può contenere Assad, venire a patti con gli iraniani e gli Hezbollah ma in qualche modo ha dovuto finora cedere alle mire di Israele.
Putin, a differenza degli americani, parla con tutti i leader della regione ma da questi dialoghi non sempre provengono accordi granitici.
In realtà in questi anni di guerra siriana, Putin sa di avere stretto con Netanyahu una sorta di patto con il diavolo: Israele accetta la permanenza di Assad al potere ma allo stesso tempo la Russia permette a Israele di tenere costantemente sotto tiro gli iraniani, ovvero coloro che con le milizie sciite hanno consentito ad Assad di restare in sella. I nodi di questa contraddizione sono venuti al pettine: fino a che punto Mosca può tollerare questa situazione che di fatto è anche una guerra per procura per conto degli Stati uniti?
L’abbattimento degli Iliushyn ha quasi oscurato l’altro patto con il diavolo, quello tra Putin ed Erdogan per rinunciare all’offensiva su Idlib. A Sochi sul Mar Nero i due si sono messi d’accordo per evitare un’azione militare massiccia ma c’è anche un’intesa per eliminare Al Qaeda e salvaguardare invece le milizie filo-turche che, schierate a sud di Idlib, sarebbero state le prime vittime di siriani e russi. Erdogan vuole eliminare le forze curdo-siriane dell’Ypg e del Pyd, ovvero coloro che hanno combattuto contro l’Isis.
I due ex imperi, russo e ottomano, sono d’accordo; il terzo, quello persiano, benedice l’intesa; e il quarto, quello americano, cosa fa? Lascia che sia Israele a bombardare senza chiedere permesso a nessuno. E se la Russia si vendicasse? Probabilmente non lo farà ma dopo avere pensato a un ritiro dalla Siria, l’amministrazione Trump potrebbe finire ancora più coinvolta in Medio Oriente di quanto avesse mai potuto immaginare il suo sulfureo presidente.

martedì 18 settembre 2018

A.I. ED EX CLASSE MEDIA


da  https://ilmanifesto.it/bassi-salari-e-lavori-poveri-il-futuro-dellex-classe-media/



Il rapporto «The Future of Jobs» smentisce un luogo comune nel dibattito medio sull’automazione digitale. Di solito, infatti, si crede che a sparire saranno gli impieghi medio-bassi più ripetitivi, mentre quelli a più alto contenuto di competenze saranno inferiori, ma più ricercati e pagati meglio. Potrebbe non essere esattamente così. Si dipinge un futuro cupo per molti ruoli che una volta erano considerati sicuri: le carriere della classe media. Analisti finanziari, contabili, revisori dei conti, avvocati, sportelli bancari, impiegati statistici, finanziari e assicurativi, direttori generali e amministratori sono tutti elencati tra i «ruoli ridondanti» nei prossimi cinque anni. È annunciata la crescita di mansioni da analisti di dati, specialisti di intelligenza artificiale, professionisti della robotica, specialisti dei social media, dei big data e dell’e-commerce.
Si parla del machine learning e di «specialisti della cura delle persone e della cultura», tutti ruoli che le macchine avrebbero difficoltà a replicare in base a quello che è stato definito il «paradosso di Hans Moravec»: i «robot» trovano difficili le cose semplici e facili le cose complesse. Se si tratta di battere un campione agli scacchi, il super-computer Deep Blue può battere il russo Kasparov. Se invece si tratta di allenare un algoritmo alla gestione di una macchina che si guida da sola nelle autostrade americane, oppure alla caccia degli «hate speech» o delle «fake news» su Facebook, allora è necessario assumere tra i 10 e i 20 mila «guardiani»: «microlavoratori» a basso salario in Asia, o in altre parti del mondo, come si vede nel film «The Cleaners» di Hans Block e Moritz Riesewick, la storia di cinque «spazzini digitali» andata in onda di recente sulla tv franco-tedesca Arte. A questo proposito si può anche citare il caso, ormai riconosciuto, dei «turchi meccanici» di Amazon: centinaia di migliaia di persone negli Usa – definite dall’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos – «servizi umani» addetti all’esecuzione di «micro-mansioni» digitali come quella di insegnare a una macchina un gesto, riversare i dati di uno scontrino, addestrare un algoritmo al riconoscimento di un’immagine. A parte i ruoli di «invenzione» o «creativi», ingegnieri o sviluppatori impegnati direttamente dalle piattaforme della Silicon Valley ad esempio, la stragrande maggioranza di questo nuovo proletariato digitale che svolge i compiti dell’«apprendimento macchinico» (machine learning) è costituito da lavoratori poveri. Questo profilo sociale è emerso da una decennale etnografia anche negli Stati Uniti e interessa tutto il lavoro, sempre più «casualizzato» e precarizzato, non solo quello che passa dalle piattaforme. I fattorini («riders») che sfrecciano in bicicletta sono la parte emersa di una trasformazione che coinvolge sia il lavoro di cura che quello autonomo e freelance nella cultura e nelle relazioni.
Questa evoluzione dipende dall’uso della tecnologia orientata a ridurre drasticamente i costi del lavoro e, contemporaneamente, ad aumentare la cosiddetta «produttività» attraverso una feroce divisione del lavoro che è definita «taylorismo 2.0» perché ricorda l’antica fabbrica degli spilli di Adam Smith o i «gorilla ammaestrati» di cui parlava Gramsci nella fabbrica fordista. Questa correlazione è evidente se si interpreta l’automazione come una «macchina combinata» (così la chiamava Marx) tra essere umano e macchina e non come una contrapposizione tra l’essere umano e l’algoritmo. Riguarda tutti, non solo la classe media. «The Future of Jobs» si interroga su un nuovo possibile equilibrio in questa divisione del lavoro. Non arriverà mai finché lo sviluppo tecnologico non sarà combinato con la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere.

lunedì 17 settembre 2018

UNA MANOVRA SEMPRE PIU' EXTRALARGE


da  https://ilmanifesto.it/manovra-sempre-piu-extralarge-arriva-la-pace-fiscale-perpetua/


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Di ritocco in ritocco la Flat Tax appare sempre meno piatta. Al momento, stando a quando dichiara il sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci, la aliquote dovrebbero essere tre: una al 15% per i redditi fino a 65mila euro, una al 20% per quelli fino a 100mila. Potrebbe però esserci anche una tassa irrisoria, limitata al 5%, per le start-up di giovani under 35 con ricavi fino a 65mila euro. Non sarà per l’anno prossimo ma per quelle successivo, il 2020 e Di Maio promette che «non sarà rigida: chi pagava meno rispetto al nuovo sistema continuerà a farlo».
Ci dovrebbe essere invece subito la «pace fiscale«, necessaria per fare cassa, con tetto fino a un milione per contribuente. Ma i tecnici del Carroccio stanno cercando di aggirare la principale critica sul condono: l’essere cioè una misura inevitabilmente «una tantum». Mica è detto. Si potrebbe inventare «una sorta di transazione fiscale permanente», che diventerebbe una misura a regime. Cosa significhi nel concreto per il momento, però, è sibillino. Sul tavolo leghista c’è anche la riduzione dell’Ires dall’attuale 24% al 15%, ma solo per le imprese che reinvestono in macchinari o in assunzioni. Dovrebbero infine essere stanziati 500 milioni per risarcire i risparmiatori truffati dalle banche.
MENTRE IL CARROCCIO SI DÀ da fare sul suo fronte, quello fiscale, M5S fa la stessa cosa su quello del reddito di cittadinanza. «Ci sarà certamente: dopo un decennio di miope austerità è arrivato il momento di politiche espansive», giura Di Maio. Promette che il tutto avverrà in perfetta armonia con la Ue e con il ministro Tria, che secondo il presidente leghista della commissione Finanze del Senato Bagnai si occupa essenzialmente di cercare una «mediazione tecnica» tra le esigenze della Lega e quelle di M5S. Come si concili questa armonia perfetta con le cifre è però un mistero. Al netto di nuove sorprese da parte dello spread, la manovra oltrepasserebbe i 30 miliardi: 8 a ciascuno ai soci di governo, più i 12 e mezzo per l’Iva e almeno 4, a tenersi bassi, per le spese correnti. Per coniugare la cifretta con il rigorismo invocato dall’Europa, che vuole comunque una diminuzione del deficit strutturale, ci vorrà un prestigiatore.
È VERO CHE IN QUESTI CASI i conigli dal cilindro saltano fuori sempre, stavolta però c’è uno scoglio che non potrà essere aggirato con giochi di parole e di conti: la riforma Fornero. Bitonci, e prima di lui lo stesso Salvini, hanno confermato di mirare a rivederla per arrivare a “quota 100” con 62 anni di età come minimo. È un passo che Bruxelles, ma ancora più Francoforte, non vogliono accettare. Significherebbe rimettere in discussione tutto l’impianto riformista che Mario Draghi vuole invece che sia confermato e anzi più celermente implementato. È su quel fronte, peraltro ad altissimo tasso di popolarità tra gli elettori italiani, che il governo e l’Europa si giocheranno la partita nei prossimi mesi.
L’AFFONDO DI DRAGHI ne è stato un chiaro segnale. Ma lo sono anche gli attacchi concentrici rivolti ora dal Carroccio al presidente della Bce. «Mosovici e Draghi – sostiene Giorgetti – dicono le cose che pensano in difesa delle loro istituzioni. Noi, che siamo il governo italiano, diciamo le cose che pensiamo in difesa del popolo italiano». Più affilato Bagnai: «Quelle della Bce sono dichiarazioni particolarmente incresciose. Chi si occupa di mercati finanziari dovrebbe essere più riservato ed evitare di dare l’impressione che siano le banche a dare la fiducia ai governi». Sono toni ancora molto misurati, ma sino a ieri criticare Mario Draghi era praticamente per l’intero quadro politico italiano un tabù. Che sta evidentemente per essere infranto.
LA MANOVRA, INTANTO, OFFRE a Fi un’occasione d’oro per provare di nuovo a incunearsi tra Lega e M5S. Il coro azzurro insiste perché Salvini torni al modello originale di tassa «davvero» piatta, con una sola aliquota. Le grandi manovre di riavvicinamento tra Lega e Arcore si svilupperanno solo oggi, nell’incontro tra i due leader. La mossa d’apertura sarà il via libera di Fi alla presidenza Rai per Foa: ma di lì Berlusconi cercherà ben più ampie e ambiziose convergenze.

sabato 15 settembre 2018

WEEK END MAGAZINE


UN COSMO QUALUNQUE

Risultati immagini per trabant vecchia

Abitano mondi intermedi
spazi di fisica pura
le cose senza prestigio
gli oggetti senza design
la cravatta per il mio compleanno
le Trabant dei paesi dell’est.
Tèrbano, ma che vorrà dire?
Forse meglio di altri
esprimono una loro tensione
un’aura, si diceva una volta
verso quanto ci circonda.


(Luciano Erba)

venerdì 14 settembre 2018

COME GOOGLE SCALZO' LA CONCORRENZA


da  https://ilmanifesto.it/come-ti-rivoluziono-un-motore-di-ricerca/



Ai lettori ultraquarantenni, la parola «AltaVista» risuonerà come un ricordo lontanissimo. Invece, venti anni fa era probabilmente la pagina web più utilizzata: nel 1998 su www.altavista.com venivano effettuate circa tredici milioni di ricerche al giorno. Poi arrivò Google, con la sua candida pagina web minimale. «Sembra che legga nel pensiero», dicemmo in molti: qualunque contenuto si cercasse, Google presentava istantaneamente i risultati migliori. Nel giro di pochi mesi, AltaVista sparì dagli schermi. Come avevano fatto, i giovani Sergey Brin e Lawrence Page, a realizzare un motore di ricerca così efficiente? AltaVista e gli altri motori di ricerca si concentravano sul contenuto delle pagine: chi cercava informazioni su «Leonardo da Vinci» veniva indirizzato verso le pagine web in cui «Leonardo da Vinci» compariva nel titolo o con grande evidenza, oppure nelle «parole chiave» associate alla pagina dal suo autore. Per guadagnare visitatori attraverso i motori di ricerca, dunque, bastava piazzare le parole giuste al posto giusto. Le pagine più segnalate da AltaVista non erano necessariamente le più affidabili, ma quelle realizzate dal piazzista di parole più bravo.
Brin e Page capirono che le informazioni più rilevanti non risiedono nelle pagine web, ma nei link che le collegano. Per tornare al nostro esempio: una pagina web dedicata a «Leonardo Da Vinci» è rilevante soprattutto se altre si collegano ad essa con un link, perché ogni link è un attestato di affidabilità. Dunque, per misurare la qualità di una pagina web bisogna guardare ai link che conducono a essa. Questo era il principio alla base di «PageRank», l’algoritmo ideato da Brin e Page per classificare in ordine di rilevanza le pagine web. L’algoritmo non poteva essere manipolato come quelli usati dai concorrenti, perché l’autore della pagina non può controllare quello che le altre pagine dicono della sua. Negli anni, PageRank fu poi sostituito da algoritmi ancora più efficienti. Ma quel salto tecnologico rimarrà nella storia dell’informazione.
Monopolizzato il settore delle ricerche, per Google fu tutto in discesa. Catalogando le richieste degli utenti si potevano studiarne interessi, preferenze, consumi: una miniera d’oro per il mercato pubblicitario, di cui Google ha conquistato la principale quota. Da sola Google controlla un terzo della pubblicità online con numeri circa doppi rispetto al principale concorrente, Facebook, e i ricavi della società superano i cento miliardi di dollari l’anno. Negli anni, le attività si sono moltiplicate e oggi spaziano dalle mappe geografiche ai test genetici. Sono state acquisite molte start-up promettenti, ma qualche altro progetto innovativo è nato al Googleplex, gli uffici-campus della sede centrale di Mountain View in California.
Ai laboratori Google, ad esempio, è nato Gmail, il servizio di posta elettronica gratuita che rivoluzionò il settore e che oggi viene usato da quasi un quinto dell’umanità. Nel 2004, anno del suo lancio, i principali concorrenti si chiamavano Hotmail e Yahoo. Gmail dava uno spazio a disposizione circa cento volte superiore e un’efficienza mai vista. In cambio, però, chiedeva agli utenti il permesso di «spiare» nelle mail per carpire gusti e interessi degli utenti. Per la prima volta, un’azienda proponeva esplicitamente ai suoi clienti di barattare la privacy in cambio di uno servizio.
L’affare del decennio però non riguarda il mondo dei computer. Google – anzi Alphabet, il brand che ora riunisce tutte le attività del gruppo – controlla anche il sistema operativo Android, presente su quasi nove smartphone su dieci. Nel 2005, mentre i colossi si sfidavano a colpi di brevetti, Google investì su un allora sconosciuto software open source basato sul sistema operativo Linux. Google ne cura lo sviluppo insieme a una comunità di programmatori, ma i produttori di telefoni possono installarlo liberamente e aggiungerci i loro servizi aggiuntivi.
Non si tratta di beneficenza: insieme ad Android, quasi tutti i marchi installano anche altre funzionalità targate Google (come Gmail o le mappe), più tre milioni di app che generano un flusso ininterrotto di dati personali verso i server di Mountain View.

giovedì 13 settembre 2018

ILVA E TARANTO. A CHE PUNTO E' LA NOTTE


Se nell'altro post (http://precariunited.blogspot.com/2018/09/ilva-accordo-senza-esuberi.html) abbiamo sottolineato l'accordo dell'Ilva solo dal punto di vista sindacale, dicendo che, nella forma più che nella sostanza (ma è la forma che regala voti soprattutto oggi!),  Di Maio ne esce capitalizzando consensi (concetto confermato anche in questo articolo), oggi ampliamo lo sguardo al lato ambientale, alla cittadinanza intera, e al fatto che proprio da molta base a Cinque Stelle parte il malcontento, notando dal nostro punto di vista che finchè non si affronta il nodo della sovrapproduzione del capitalismo monopolista, non si potrà uscire mai da contraddizioni del genere in cui i Cinque Stelle stanno venendo risucchiati come è normale per una forza del tutto interna ai rapporti di forza vigenti tra le classi.

di Gateano del Monte  da https://www.dinamopress.it/news/ilva-taranto-punto-la-notte/




In un primo pomeriggio di fine estate il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, esce dalla porta principale del suo ministero, in Via Veneto. Ad attenderlo ci sono decine di giornalisti. Alle sue spalle, mentre guadagnano l’uscita, gli uomini attualmente ai vertici dei sindacati metalmeccanici italiani; poco più in là, sul marciapiede, le aste riposte delle bandiere delle organizzazioni sindacali ne segnalavano la presenza al completo. A farsi spazio, completando il quadro, c’è Mattieu Jehel, amministratore delegato di una multinazionale indiana, Arcelor Mittal, società siderurgica e mineraria che gestisce siti industriali in 19 nazioni, tra i cinque maggiori produttori al mondo di minerale di ferro e carbone metallurgico; ma, soprattutto, il più grande produttore di acciaio. Perciò, «siamo contenti del risultato di oggi. Abbiamo fatto un accordo che va bene per tutti. E’ l’inizio di un percorso e di un lungo viaggio per fare dell’Ilva un’impresa più forte e più pulita nel futuro», dice con soddisfazione Jehel, uscendo dal Mise dove è stato appena raggiunto l’accordo definitivo per la cessione al gruppo indiano dell’Ilva di Taranto.
«Il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili», sintetizza subito Di Maio, prendendosi la scena di cronisti e fotografi. «Quando siamo arrivati al Ministero dello Sviluppo economico, lo stabilimento Ilva era stato già venduto con un contratto sottoscritto nel 2017, che prevedeva meno garanzie ambientali e non prevedeva l’accordo sindacale», dice il vice-premier, ministro e capo politico del Movimento Cinque Stelle: «oggi è stato ottenuto che l’aumento della produzione di acciaio oltre sei milioni di tonnellate annue sia condizionato alla dimostrazione da parte dell’azienda che le emissioni complessive di polveri dell’impianto non superino i livelli collegati alla produzione a 6 milioni». E ancora, ha spiegato Di Maio, riannodando nel racconto i fili della trattativa con il gruppo indiano cominciata dal ministro precedente, Carlo Calenda, «sul piano occupazionale si partiva da 10000 assunzioni e centinaia di esuberi, si è arrivati a 10700 con zero esuberi. Questo accordo è il miglior risultato che si potesse ottenere nelle peggiori condizioni possibili», gioiva di nuovo il ministro; il quale per un attimo, poi, aveva smesso i panni dello statista, per indossare nuovamente quelli dell’attivista/cittadino/poliziotto che vorrebbe fare giustizia per sè e per gli altri. «Non faremo sconti a nessuno». E giù ancora: «da oggi fiato sul collo per verificare che si mantengano gli impegni presi soprattutto sul versante ambientale». Infine, «Mi batterò perché l’Ilva non inquini davvero, e i cittadini di Taranto possano tornare a respirare. La struttura commissariale agirà come un poliziotto ambientale». E le porte del Ministero saranno sempre aperte ai comitati e ai cittadini.

LA RIVOLTA È NELLA BASE, A CINQUE STELLE?

Ma adesso ad avercela con lui, sono proprio loro: i comitati, il vasto mondo dell’associazionismo locale, che da circa dieci anni si batte per la chiusura delle fonti inquinanti a Taranto, una parte dei quali affidatisi, durante le scorse elezioni, al Movimento Cinque Stelle, con la promessa della chiusura e riconversione della fabbrica. Sono loro, dunque, ora, ad essere in rivolta contro la dirigenza del Movimento. Nella memoria collettiva restano le dichiarazioni pronunciate in passato dallo stesso Di Maio: «chiuderemo la fabbrica e impiegheremo i lavoratori nelle bonifiche», così semplificava lui. Quel è che certo è che gran parte della rabbia, conseguenza in parte di questo risentimento, si è riversata sulla deputata tarantina del Movimento Cinque Stelle, l’ex giornalista di una tv locale Rosalba De Giorgi, che giovedì pomeriggio aveva subito una contestazione, allontanata dai manifestanti di un presidio organizzato «per chiedere il rispetto di quanto annunciato nel contratto di governo, a partire dalla chiusura delle fonti inquinanti», così si legge in una nota stampa con cui era stato convocato il sit-in, definito dagli organizzatori, significativamente, Non c’è più tempo. La città, come accade da sempre, sul destino dell’Ilva è spaccata. Sullo sfondo c’è una ferita ambientale, sociale, sanitaria, che non accenna a sanarsi.
La frattura è molteplice, e ha investito interamente i corpi intermedi, politico e sindacali, travolgendoli. A Taranto negli ultimi 30 anni si è reso più evidente che non da altre parti del Meridione d’Italia il più classico degli scollamenti: tra base e rappresentanza politica. Un mutamento di forme, un divorzio che ora sembra investire, prima di ogni tempo, a Taranto, anche il rapporto tra attivisti e dirigenza del Movimento Cinque Stelle, almeno così prevede qualcuno. I primi effetti di tale scissione sembrano già vedersi con l’abbandono del gruppo consiliare del MoVimento da parte di Massimo Battista, operaio del siderurgico con passato da attivista nel comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti.

NEL QUARTIERE DOVE LE SCUOLE CHIUDONO PER INQUINAMENTO: PROMESSE NON MANTENUTE

Nel quartiere Tamburi, attaccato alla zona industriale, dove lo scorso inverno una ordinanza disposta dal Sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva impedito per sette giorni non consecutivi agli alunni delle scuole materne ed elementari presenti nel quartiere di frequentarle, (la situazione ambientale e sanitaria è così drammatica che l’Asl di Taranto ha consigliato di usare precauzioni durante i Wind Days, i giorni di vento, a causa della dispersione eccessiva di polveri di ferro provenienti dalla zona industriale) qui ti dicono: «abbiamo accompagnato Beppe Grillo durante l’ultima campagna elettorale a vedere le nostre case, i luoghi dove abitiamo a ridosso dei parchi minerali, e non una parola, ora, almeno sulla riconversione della fabbrica, se non sulla chiusura, come avevano promesso». Ordinanza che sembra essere, oggi, più che mai valida a causa del rilevamento, da parte di Arpa-Puglia, di gas radon nelle scuole del quartiere.
La delusione e la rabbia per le promesse non mantenute in termini di tutela sanitaria per la popolazione è tanta; e fa il paio con le proteste contro il governo giallo-verde da parte dell’associazionismo locale. Luciano Manna è un ex operaio Sanac (gruppo Riva) e responsabile comunicazione del nodo locale dell’associazione Peacelink. Dalle denunce e dagli esposti dell’associazione sono partiti in passato diversi procedimenti giudiziari contro gli inquinatori. Manna, nelle scorse ore, ha annunciato «di aver depositato in procura diversi video che conterrebbero la prova che attualmente l’Ilva è una discarica aperta di scorie cancerogene, e che è in corso un vero e proprio attentato alla salute pubblica»; dice Manna, ripercorrendo tutte le tappe dei procedimenti giudiziari contro Ilva, e la storia dei provvedimenti legislativi che l’hanno riguardata; «è tuttora in corso di svolgimento presso la Corte D’Assise del Tribunale di Taranto il maxiprocesso denominato “Ambiente Venduto” che vede imputati, a vario titolo, tanti ex dirigenti della fabbrica, e altre decine di persone tra funzionari pubblici e uomini del mondo politico, locale e nazionale». Già, la politica, quella in questi anni è mancata di certo nel risolvere le problematiche ambientali e quelle sanitarie che vivono i cittadini di Taranto. «L’accordo che è stato concluso da Di Maio, sia nella fase contrattuale che in quella sindacale, ha sancito le garanzie occupazionali degli operai ma dal punto di vista ambientale non ha fatto nulla di più che recepire un piano ambientale del privato, compreso l’addendum, che non assicura il rispetto delle norme ambientali e di conseguenza pone a serio rischio la salute dei cittadini, già notevolmente compromessa, così come accertato dai recenti studi epidemiologici» Prosegue Manna: «E, tuttavia, non dimentichiamo che tutti e quattro i governi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, che si sono succeduti dopo il sequestro della fabbrica avvenuto ormai sei anni fa, il 26 luglio del 2012, hanno adottato diversi provvedimenti normativi, ma, tutti tesi a salvaguardare la produzione, nessuno di questi ha fatto riferimento alla salute della popolazione». Dodici decreti di legge, esattamente. «L’incredibile vessazione dello Stato italiano ai danni della città di Taranto», l’hanno definita il gruppo di attivisti di #Tuttamialacittà, i quali sul loro sito internet hanno ripercorso cronologicamente tutte le tappe dei passaggi normativi «finalizzati a favorire la produzione dell’Ilva, nonché il recupero dei crediti da parte delle banche che hanno partecipato al salvataggio del siderurgico, in danno della vita e dell’ambiente», dicono gli attivisti. Di più. Particolarmente preoccupante era considerato quanto stabiliva il decimo Decreto Legge, il n. 98 del 9 giugno 2016 “Disposizioni urgenti per il completamento della procedura di cessione dei complessi aziendali del Gruppo Ilva”, ovvero, che: «le condotte poste in essere in attuazione del Piano di attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o dell’acquirente». Che concedeva, in sostanza, l’immunità, fino al 2023, prima per i commissari pubblici, ora per gli amministratori privati. Roba da Pd, nel senso che quest’ultima previsione era stata prevista dal governo Gentiloni, ma non era mai stata messa in discussione durante le 18 ore della trattativa cominciata il 5 settembre al Mise. Contrattazioni che avevano portato, all’indomani, ad un “accordo di natura storica”.

DAL DELITTO PERFETTO ALL’ACCORDO CAPOLAVORO                                

Sono in tanti in queste ore ad aver espresso pubblicamente soddisfazione a Di Maio: dal sindaco al vescovo, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla Fiom, attraverso Maurizio Landini, dall’ex ministro Calenda, alla segreteria di Usb, sindacato costituitosi a Taranto proprio nel 2012, nei mesi caldi del sequestro della fabbrica, e in forte polemica con le organizzazioni sindacali tradizionali. Il sindacato Usb oggi a Taranto è cresciuto tanto, tra gli operai di Ilva, ma non solo; e ora rivendica anche di aver avuto un ruolo decisivo nell’accordo ottenuto al Ministero. Nella sede di Usb dove incontro il segretario provinciale Francesco Rizzo, campeggiano fotografie di operai morti sul lavoro, locandine di tornei di calcio intitolati alla memoria di qualcuno di loro, ogni piccolo dettaglio appeso al muro evoca «lo stabilimento», come lo chiamano da queste parti. Dice Rizzo: «Dal punto di vista sindacale questo è il migliore accordo possibile». E ancora: «non ci sarà nessun licenziamento negli stabilimenti Ilva. Questa è una vittoria frutto anche della nostra determinazione, perché abbiamo lottato da un lato contro i tentativi di imposizione di Arcelor Mittal, dall’altro contro la scellerata conduzione della trattativa che era stata iniziata da Carlo Calenda». Rizzo ha ragione. L’accordo, dal punto di vista sindacale, è un capolavoro, anche perché sul piatto non c’era nient’altro da prendere. Né da pretendere. A Taranto è stato monetizzato, ancora una volta, il diritto all’esistenza. Di questo si tratta. Così, nonostante quanto hanno rilevato gli studi epidemiologici del ministero della salute, gli allarmi continui dell’Ordine dei medici, sette operai morti in incidenti in fabbrica soltanto negli ultimi cinque anni di commissariamento straordinario statale, la soddisfazione è tanta, da più parti. Perché l’Ilva è un punto di Pil, ha ricordato lo Swimez.
L’allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, quando nel 1960 inaugurò lo stabilimento Italsider di Taranto, disse di «voler recare agli italiani del Mezzogiorno l’assicurazione che lo Stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla». Oggi, invece, perchè Taranto non muoia, questa è la lezione che di Maio sembra aver ben imparato: occorre cambiare tutto per non cambiare niente, rispettando la tradizione.

Articolo apparso anche sul sito Confronti

martedì 11 settembre 2018

SPECIALE 11 SETTEMBRE 1973

Come ogni anno, in questa giornata, esprimiamo solidarietà umana alle vittime innocenti dell'11 settembre 2001, ma ricordiamo l'11 settembre cileno, per l'eroismo nel resistere fino all'ultimo alle forze imperialiste, per la vicinanza politica con la rivoluzione cilena, per le  tragiche conseguenze che la fine di Allende provocò in Cile con Pinochet, e per le ripercussioni internazionali che questa sconfitta generò: pensando all'Italia fu da qui che nacque in Berlinguer, con un'analisi quantomeno discutibile, l'idea che poi si sviluppò nel compromesso storico.
La commemorazione migliore, come sempre, la si trova nell'ultimo discorso del Presidente Allende.

Bombardamento della Moneda
RADIO MAGALLANES, ORE 09.10
Parla il Presidente della repubblica dal Palazzo della Moneda.
[…] Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri. Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece. In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi. Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini. Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta. Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.
Erano d’accordo. La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, ci sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
(Salvador Allende)