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sabato 23 giugno 2018

WEEK END MAGAZINE


UCCELLI

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Il vento è un'aspra voce che ammonisce 
per noi stuolo che a volte trova pace 
e asilo sopra questi rami secchi. 
E la schiera ripiglia il triste volo, 
migra nel cuore dei monti, viola 
scavato nel viola inesauribile, 
miniera senza fondo dello spazio. 
Il volo è lento, penetra a fatica 
nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro, 
nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni 
mandano grida acute che precipitano 
e nessuna parete ripercuote. 
Che ci somiglia è il moto delle cime 
nell'ora - quasi non si può pensare 
né dire - quando su steli invisibili 
tutt'intorno una primavera strana 
fiorisce in nuvole rade che il vento 
pasce in un cielo o umido o bruciato 
e la sorte della giornata è varia, 
la grandine, la pioggia, la schiarita. 


(Mario Luzi)

venerdì 22 giugno 2018

IL SENTIERO STRETTO DI TRIA


da  https://ilmanifesto.it/il-sentiero-stretto-di-tria-tra-bassa-crescita-e-debito/


Def. Il ministro dell’Economia evoca un «cambio di paradigma» sulle regole europee, ma le prospettive su Flat Tax, pensioni e reddito di cittadinanza vincolate alla flessibilità da chiedere in Europa. Via libera della Camera alla risoluzione Lega-Cinquestelle sul Def



Stop all’aumento dell’Iva da 12,4 miliardi, rispetto dei saldi di bilancio per il 2018 e resta «imprescindibile» il calo del debito pubblico. Nuova richiesta di flessibilità all’Unione Europea. Nel giorno in cui la Camera ha approvato con 330 voti (242 contrari) una risoluzione di maggioranza Lega-Cinque stelle sul Documento di economia e finanza (Def), il ministro dell’economia Giovanni Tria ha ribadito la linea ultra-prudente esposta nei giorni scorsi e ha fatto riferimento a «prospettive meno favorevoli» per l’economia a causa della guerra dei dazi in corso tra Stati Uniti e il resto del mondo. Tria ha messo in guardia sui rischi che pesano sul quadro programmatico dei conti che il governo presenterà a settembre con la Nota di aggiornamento al Def. «La ripresa continua – ha sottolineato – ma a ritmi più contenuti che nel 2017».
LA RIDUZIONE del debito pubblico va proseguita. «È un’evoluzione che è bene non mettere a repentaglio – ha detto Tria – perché il consolidamento di bilancio e una dinamica decrescente del rapporto debito-Pil sono condizioni necessarie per rafforzare la fiducia dei mercati finanziari, fiducia che è imprescindibile per la tutela delle nostre finanze pubbliche, dei risparmi degli italiani, nonchè per la stabilità della crescita». Il governo agirà «in modo da prevenire ogni aggravio per la finanza pubblica».
LA POLITICA ECONOMICA proseguirà sul «sentiero stretto» che ha seguito fin’ora. Padoan, precedessore di Tria a via XX settembre ieri ha apprezzato. Sospeso tra continuità e discontinuità Tria ha prospettato un doppio passo: rispetto della disciplina e richiesta di un cambio di paradigma economico. Il governo Conte intende aprire con la Commissione Ue una trattativa per ottenere maggiori spazi di flessibilità sul deficit e un rinvio del pareggio di bilancio al 2021. Attualmente è programmato per il 2020.
SARÀ DATO SPAZIO alla richiesta di maggiori investimenti pubblici per i quali sarà costituita una «task force» nel governo. Per non perdere i colpi sul fronte «euro-critico» l’esecutivo promuoverà «una profonda riforma delle istituzioni economiche». Tria ha parlato delle «gravi inadeguatezze che caratterizzano l’attuale equilibrio istituzionale europeo». «Il sistema delle regole di bilancio non favorisce le spese per investimenti pubblici, mentre consente persistenti squilibri di partite correnti, dannosi al funzionamento dell’intera area». Il governo chiederà di calcolare la spesa per investimenti diversamente da quella corrente. Ciò permetterebbe di modificare anche il calcolo del debito. Altro tema, strettamente collegato al primo, è «un significativo piano europeo per gli investimenti». Da molto tempo invocato dall’Italia, mai ottenuto fino ad oggi.
PER IL MINISTRO TRIA serve un nuovo «paradigma economico» per attuare le «riforme» del contratto di governo: flat tax, pensioni, «reddito di cittadinanza». Ma tutto, in attesa del cambiamento auspicato, deve rientrare nei conti: «Gli interventi- ha aggiunto Tria – relativi alle riforme strutturali sulle quali il governo è impegnato, sia dal lato fiscale sia dal lato della spesa pubblica, andranno adeguatamente coperti». Dunque la «Flat Tax» (definita eufemisticamente «semplificazione del fisco» e parte di una strategia «essenziale alla creazione di un ambiente procrescita»), la quota 100 con 64 anni e 41 anni e mezzo di contributi per andare in pensione dovranno rispettare la prudenza di fondo. Un «ruolo centrale» lo avrà il , sussidio vincolato al lavoro obbligatorio impropriamente definito «reddito di cittadinanza»: «sarà volto a contrastare le sacche di povertà tramite interventi non assistenziali bensì indirizzati all’integrazione del mercato del lavoro» ha detto Tria.
LE PRIME USCITE ufficiali del ministro dell’economia sono servite a delineare le posizioni sul fronte interno e su quello esterno in vista dell’Eurogruppo e dell’Ecofin in programma domani e venerdì a Lussemburgo. Il governo si presenterà con la richiesta di una «profonda riforma delle istituzioni economiche» e comincerà a farlo in questa settimana. Da Bruxelles ieri fonti hanno fatto trapelare di essere soddisfatti dell’orientamento di Tria e hanno ribadito solo che le «regole si applicano a tutti» .

giovedì 21 giugno 2018

NETANYAHU RINGRAZIA TRUMP. DI NUOVO.


da   https://ilmanifesto.it/usa-fuori-dal-consiglio-dei-diritti-umani-netanyahu-ringrazia/



Grazie Trump ‎«per il coraggioso passo contro l’ipocrisia e le bugie del cosiddetto ‎Consiglio dei diritti umani dell’Onu‎». Il governo israeliano di Benyamin ‎Netanyahu ringrazia il presidente americano per la decisione di far uscire gli Usa ‎dall’organismo delle Nazioni Unite annunciata martedì notte dal Segretario di stato ‎Mike Pompeo e dall’ambasciatrice Usa al Pazzo di vetro Nikki Haley. Ne ha tante ‎di ragioni Israele per ringraziare l’Amministrazione Trump impegnata in un’opera ‎costante di demolizione delle Nazioni unite e del diritto internazionale. Dopo gli ‎attacchi alla funzione dell’Onu, il veto alla nomina di un palestinese (l’ex premier ‎dell’Anp Salam Fayyad) come inviato speciale per la Libia, l’uscita dall’Unesco in ‎appoggio alle posizioni israeliane, il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme ‎come capitale di Israele, il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv nella ‎città santa e l’uscita degli Usa dall’accordo sul programma nucleare iraniano, ora ‎giunge questo nuovo “regalo”.
‎ Per qualcuno è altro schiaffo dell’Amministrazione Usa al sistema delle relazioni ‎internazionali, che siano organizzazioni o accordi non in linea con le priorità ‎americane. In questo caso, come in tutti quelli elecati prima, sul tavolo non ci sono ‎le priorità americane bensì quelle israeliane, a conferma della completa sintonia tra ‎Washington e Tel Aviv.‎‏ ‏‎«Invece che occuparsi dei regimi che violano i diritti ‎umani quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, unica vera ‎democrazia del Medio oriente‎‎», afferma Washington. Sono le parole che hanno ‎usato i premier israeliani tutte le volte che il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu ‎ha criticato o condannato lo Stato ebraico. Le violazioni che commette Israele, ‎viene ripetuto, sarebbero inesistenti o comunque insignificanti rispetto a quelle ‎che avvengono in altri paesi della regione, quindi il Consiglio dovrebbe occuparsi ‎solo di quelle.
‎ Colonizzazione di territori occupati militarmente, arresti arbitrari, detenzioni ‎senza processo, confisca di terre, demolizioni di case, blocco di Gaza, uso della ‎forza contro i civili palestinesi in corso da 51 anni a questa parte sono cose da ‎nulla per Pompeo e Haley. Per loro il Consiglio dell’Onu è ‎‎«la fogna della ‎faziosità politica‎‎». ‎«Prendiamo questa decisione perché il nostro impegno non ci ‎permette di continuare a far parte di un’organizzazione ipocrita e asservita ai ‎propri interessi che ha fatto dei diritti umani una barzelletta‎», ha proclamato ‎Haley. La decisione era nell’aria da tempo, non è una sorpresa. Washington era già ‎uscita dal Consiglio per tre anni durante l’amministrazione di George W. Bush ma ‎era tornata a farne parte con Barack Obama. Gelida (e inutile) la reazione del ‎segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che si è limitato a fare sapere che ‎‎«avrebbe preferito che gli Stati Uniti rimanessero nel Consiglio‎», sottolineando ‎che ‎«l’architettura delle Nazioni Unite sui diritti umani svolge un ruolo molto ‎importante nella loro promozione e protezione in tutto il mondo‎».
‎ Nel frattempo la tensione resta alta lungo le linee tra Gaza e Israele. Netanyahu ‎ha avvertito che se i palestinesi invieranno ancora “palloni incendiari” da Gaza ‎verso il territorio israeliano ‎«Il pugno di ferro dell’esercito colpirà con ‎potenza…Siamo pronti ad ogni scenario ed è meglio che i nostri nemici lo ‎capiscano e subito‎». L’avvertimento è giunto dopo una nuova notte di lanci di ‎razzi palestinesi e di attacchi aerei israeliani (25 contro presunti obiettivi di ‎Hamas) che spingono Gaza verso un nuovo conflitto a quattro anni di distanza ‎dall’offensiva “Margine Protettivo”. I media israeliani, aiutati da quelli europei e ‎americani, preparano l’opinione pubblica internazionale ignorando il blocco di ‎Gaza che dura da 12 anni e parlando solo di “guerra degli aquiloni” in riferimento ‎ai lanci dei palestinesi che hanno provocato incendi in alcuni campi coltivati oltre ‎le linee di demarcazione. Pochi ricordano che l’intera fascia agricola di Gaza a ‎ridosso di Israele da anni è quasi inaccessibile ai contadini palestinesi sui quali i ‎soldati non esitano ad aprire il fuoco quando si avvicinano “troppo” alle barriere ‎di separazione. ‎

mercoledì 20 giugno 2018

IL RICATTO DEL DEBITO


da  https://www.popoffquotidiano.it/2018/06/19/il-ricatto-del-debito/


Emilio Isgrò. Cancellazione del debito pubblico, 2011, 280×400 cm, libro e tecnica mista su tela montata su legno
Università Bocconi, Milano


E’ accettabile aver pagato, dal 1980 ad oggi, 3.400 mld di interessi su un debito che, nonostante questo, continua ad essere di 2300 mld? E’ accettabile, per chi paga le tasse, aver dato allo Stato, dal 1990 ad oggi, 750 mld in più di quello che lo Stato ha restituito sotto forma di servizi? E’ accettabile aver ridotto i Comuni sul lastrico, nonostante il loro contributo al debito pubblico nazionale non superi l’1,8%? Solo la risposta a queste domande può aprire la discussione su quale modello di società vogliamo.

C’era una volta un popolo che viveva al di sopra delle sue possibilità…”. A pensarci bene, quella sul debito è proprio una brutta favola, «una narrazione mortale», dice ad esempio un bancario, Luca Giovanni Piccione, che con “Liberi da interessi” (Dissensi, 2016) ha provato a spiegare il debito ai bambini e ai loro genitori. «La trappola del debito», tiene a precisare Marco Bersani, saggista, militante di Attac. Perché il debito pubblico è lo strumento con cui da secoli i governi reperiscono risorse per creare investimenti. L’austerità, le privatizzazioni, quel gigantesco trasferimento di ricchezza dal monte salari al monte profitti e rendite, che chiamiamo neoliberismo, sono state sempre imposte ricorrendo allo storytelling, la narrazione, appunto, per mascherare la «trappola». Per esempio quella della Welfare Queen dei tempi di Reagan: c’era una volta una disoccupata mantenuta dai sussidi di disoccupazione al volante di una Cadillac mentre degli operai valorosi potevano a stento pagarsi il biglietto dell’autobus. «Cominciò così il grande assalto allo stato sociale», ricorda Yves Citton nel suo “Mitocrazia” (Alegre, 2013). Per il debito è iniziata nello stesso periodo, col divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia con cui, inseguendo una misura analoga della Fed, la Banca d’Italia smette di essere compratrice di ultima istanza a basso tasso e l’intero ammontare dei buoni deve essere smaltito sul mercato con interessi sempre più alti. Da allora, nonostante il Paese chiuda quasi sempre in avanzo primario (spendendo meno di quello che incassa) il debito continua a crescere. Il rapporto debito/pil – che s’era conservato stabile dal 1960, sotto il 60% (parametro arbitrario della Ue secondo il quale un paese sarebbe “sano”) – dal 1981, anno del “divorzio”, schizza al 122%. Oggi è al 131% essendo salito parecchio anche con il governo Monti perché l’austerità deprime il Pil ossia il denominatore di quella banale frazione algebrica su cui si imperniano le politiche della Ue.

«Ogni volta che serve uno choc o anche solo un po’ di spavento ecco che rispunta la trappola del debito: il teatrino di questi giorni è emblematico – spiega a Left, Bersani – con Mattarella e settori legati alla Bce che hanno provato a drammatizzare la nomina di Savona che, però, è un po’ difficile da arruolare nelle forze antisistema con quel curriculum di incarichi in Bankitalia, Bnl, Unicredit, Impregilo, Luiss, ministro del governo Ciampi o, addirittura vicepresidente dell’Aspen Institute (il gotha del capitalismo mondiale – imprenditori, politici, speculatori, giornalisti – tra cui, in Italia, Monti, Tremonti, Prodi, Paolo Mieli ecc…). Lo stesso “piano B” di Savona parla la lingua del neoliberismo: uscita dall’euro, nazionalizzazione della Banca d’Italia e, per rimettere a posto i conti, privatizzazioni e svendite del patrimonio pubblico».


«Naturalmente il debito pubblico esiste. L’invenzione, o la trappola, consiste nel far pensare che sia il problema fondamentale. Il problema è la sostenibilità del debito. Il vero gioco è che la cosiddetta riduzione del debito non la vuole nessuno. Si vuole costringere gli italiani ad accettare la prosecuzione delle politiche liberiste – privatizzazioni, mercificazione dei servizi – con il ricatto del debito. Se anziché questo teatrino ci si mettesse a ragionare su cos’è il debito, di chi è, perché è strutturato come un cappio al collo».
A questo punto serve dare i numeri: che secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia al 31 marzo 2018, il debito (titoli di stato più prestiti) è una montagna da 2302 miliardi di euro, 41 in più di un anno fa. «Su cui, finora abbiamo già pagato 3400 miliardi di interessi dal 1980, una cifra che non viene mai ricordata dagli alfieri della “responsabilità” – sottolinea Bersani – e il debito resta inalterato da decenni. O continuiamo a far credere che dobbiamo restare dentro una spirale che moltiplica gli interessi e giustifica le politiche di austerità, o diciamo la verità: che così com’è è impagabile». Per Bersani e il Cadtm, il comitato per l’annullamento del debito, la soluzione politica dovrebbe passare attraverso una conferenza europea (come quella che, nel 1953, ridusse a un quarto il debito della Germania post-bellica, e lo spalmò in 50 anni) e, a livello nazionale e locale, con l’istituzione degli “audit”, indagini conoscitive sul debito. «E’ ormai una necessità democratica, altrimenti a ogni conflitto si agita il grande spauracchio, gli speculatori ci giocano, sale lo spread, gli italiani si spaventano e senza capire si schierano o con l’estabilishment o con i sovranisti visti come i nuovi rivoluzionari».
Nel 2017 gli interessi sono ammontati a 65 miliardi, in discesa rispetto agli anni precedenti per via della caduta dei tassi di interesse grazie al quantitative easing. Ma è una cifra che rappresenta il 9% dell’intero gettito fiscale (710 miliardi, nel ’17). 220 miliardi hanno un destino predefinito a favore delle pensioni, così la vera massa monetaria a disposizione del governo per fare funzionare la “macchina” pubblica e rilanciare l’economia si restringe a 490 miliardi (le tasse dirette e indirette) quindi la spesa per interessi ingoia il 13% della fiscalità. Francesco Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha calcolato che «con 65 miliardi si potrebbero assumere subito 2 milioni e mezzo di persone in ambito pubblico, azzerando di fatto la disoccupazione. Si potrebbe avviare la riconversione ecologia della produzione e dell’energia, mettere fiumi e scuole in sicurezza ripristinare asili nido e molti altri servizi anche per l’inclusione sociale dei migranti».
«Per questo – riprende Bersani – la trappola del debito è l’arma perfetta anche perché porta con sé l’idea secolare che sia un rapporto di lealtà fra uguali. Avrebbe senso se stessimo parlando dello scambio di soldi fra due amici. Nella dinamica fra stati, banche, istituzioni, il debito è un rapporto di potere fra soggetti asimmetrici. Tanto è vero che nessun creditore crede che il debito possa essere saldato, quello a cui è interessato è l’estrazione di valore periodico, ossia il pagamento degli interessi, e il mantenimento della catena del debito perchè questo permette di intervenire sulle scelte politiche e sociali dell’assoggettato». La controprova è fornita dall’analisi dei nostri creditori. Il 67,7% del debito pubblico italiano è dovuto a soggetti residenti in Italia, il restante è di fondi, banche e assicurazioni straniere. Le banche, con il 26,9%, sono il primo creditore seguite dai cosiddetti grandi investitori (20,6%), medaglia di bronzo a Bankitalia (15,9%, anche grazie al Qe). Gli altri investitori, tra cui le famiglie, i piccoli risparmiatori evocati dalla narrazione mortale di chi vuole che il debito non si tocchi, detengono solo il 4,3% del debito. «E nessuno ha intenzione di mandarli in fallimento ma è giusto sapere di chi è il debito per capire come affrontare il problema».
Tutto ciò è accaduto di nuovo, come nel 2011, anche se il “contratto” Lega-M5s non prevede nulla di concreto sul debito e c’è stata solo qualche dichiarazione sul congelamento dei debiti della Bce. «Eppure l’ipotesi che la Bce “sterilizzi” parte del debito che ha in pancia, smettendo di calcolarne gli interessi, viene discussa anche in altri paesi dell’Eurozona dove il debito, dal 68% del Pil, è schizzato nel 2013 al 91%. Qui non c’è mai stato un vero dibattito su questo, tutto si è giocato in chiave simbolica sulla figura del ministro dell’economia».
«In generale, c’è un problema di che cos’è l’Unione europea, un finto territorio comune all’interno del quale si gioca una competizione esasperata tra la Germania e gli altri. La Grecia è stata un modello: colpirne uno per educarne cento», ricorda Bersani. La Grecia, il cui debito incide per il 2% sul Pil dell’eurozona, nel 2009 poteva essere salvata con 50 milioni di euro. Il rifiuto dei paesi europei e della Bce di intervenire immediatamente ha aperto la strada alla speculazione finanziaria che ha fatto schizzare in alto il debito. «Bisognava disciplinare le masse europee – conclude – evitare l’effetto contagio, innanzitutto sulla Spagna, di un governo come quello di Syriza. C’è stato uno scontro vero vinto dalla Troika anche perché Tsipras ha ceduto». Ad agosto Atene dovrebbe tornare ad accedere al credito internazionale ma intanto ha svenduto tutto quello che poteva vendere, le condizioni sociali sono drammatiche e il debito, dal 130% dell’inizio della crisi è ora al 180%.

lunedì 18 giugno 2018

DOVE TIRA IL VENTO?


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Salvini lancia la nuova parola d'ordine del censimento sui popoli romanì presenti sul solo nazionale  -ammettendo che quelli italiani 'toccherà tenerseli'... se è per questo 'gli toccherà' tenersi pure quelli comunitari, aggiungiamo noi visto che il solerte caporale ha finto di dimenticarlo- e si dimostra ancora il vero premier in pectore: è lui a calamitare continuamente e unilateralmente l'attenzione mediatica e popolare sul governo.
E ci mostra anche quel che già sostenevamo: il salto di qualità di Salvini è quello di mobilitare le masse intorno a parole d'ordine scioviniste e razziste; è un continuo appello alla base e non il mero lavoro di produzione di disegni di legge a cui eravamo abituati. Mobilitare le masse attraverso la 'razzializzazione' (termine che mutuo da un acuto sindacalista USB, Aboubakar Soumahoro) dei problemi, da quello lavorativo, a quello abitativo, a quello criminale, a quello della concezione politica complessivamente antipopolare dell'UE e delle sue applicazioni particolari.
Questo salto di qualità per ora gli fa gioco, perchè in questo modo riesce sempre a calamitare l'attenzione su quelli che lui vuole che siano percepiti come i problemi più gravi, e polarizza contemporaneamente il Paese rafforzando i consensi interni e parlando un linguaggio che oggi piace a molti.
Ma questa tattica, su lunghi tempi, è pericolosa non solo per la tenuta dei legami sociali minimi, ma anche per lui stesso, visto che il consenso si regge solo a breve su tattiche mediatiche, ma ha bisogno, per conservarsi, di strategie a lungo raggio e internamente coerenti, ispirazione che questo governo gialloverde nel suo complesso ci pare non avere, vista anche la continua necessità di cambiare tendenza politica che i Cinque Stelle hanno e che è 'necessità' in quanto intimamente legata alla loro essenza di megafono degli umori popolari anzichè di costruzione degli stessi, come è invece nella natura della Lega di oggi.
Urge domandarsi se a sua volta Salvini abbia una strategia o se navighi a vista per la mera conservazione del potere, e, nel caso si pensi che abbia una strategia (e noi immaginiamo di sì visto che si è mostrato un nemico molto scaltro), quale essa sia.
Questo è un interrogativo che dovremo porci tutti, come singoli e come strutture.
Forse, come spunto iniziale, possiamo pensare che l'obiettivo di Salvini non sia concentrato su questo governo, ma sulla costruzione di un futuro prossimo: egli forse punta a costruire un fronte di destra pura, di tipo lepenista, capace di federarsi con forze simili che esistono nei Paesi UE e che in alcuni casi sono al governo, avendo capito che oggi negli States non c'è più Obama (che preferiva, nella gestione dell'UE, forze liberali sul piano interno) , ma Trump, che non ha minimamente pregiudiziali politiche in merito, anzi è per molti versi in sintonia politica. Come poi, una forte federazione identitaria con inevitabili tendenze protezioniste si porrà per trovare una convivenza con la mobilità dei Capitali di cui il progetto dell'UE (e del capitalismo nella sua fase attuale, UE o meno) necessita, è ulteriore problema sul quale diverebbe ozioso, in quanto poco solido di rigore concettuale ma fecondo di fantasie perlomeno per le nostre capacità, soffermarsi ora
Non sappiamo se questo spunto abbia valenza e quanta, ma, essendoci posti il problema, riteniamo doveroso anche osare un abbozzo minimo di risposta

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Oggi il blog si ferma per un giorno di riposo. Torniamo domani.

sabato 16 giugno 2018

WEEK END MAGAZINE


Ieri era l'anniversario della nascita di Che Guevara: non ce ne siamo dimenticati ma abbiamo preferito, piuttosto che aprire l'ennesimo post storico, ricordarlo oggi, giorno letterario, con una sua poesia.



LA GAZZA LADRA

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Amorfo ancor, 
d’ali troppo fragili,
da quell’albero al vento,
da quel piccolo nido, 
fosti costretto a viver
di forzata natura, 
di mezza vita .
Raccolto,
curato, con “amore”, 
da mani troppe “generose” poi,
rinchiuso in gabbia.
A tutte le sbarre “dorate”, 
nel tempo, 
donasti un nome: 
figli 
moglie 
lavoro
responsabilità.
Con dedizione lustravi marmi, 
appendevi quadri
riempivi il vuoto
di un’anima che languiva
nel suo perimetro .
Un giorno, una gazza ladra,
attratta dai luccichii
e dal cinguettio 
alzò il fermo,
aprì la porticina,
ma tu attonito, 
sulla soglia, 
indeciso,
incredulo,
rimanesti pietrificato lì.
Troppo tempo era trascorso,
ormai quel poco era tutto,
era sicurezza, 
certezze,
la paura di non saper volare,
il terrore di precipitare
era immenso,
immenso come quel cielo, 
che con un dito,
avevi appena sfiorato.

(Ernesto Che Guevara)

venerdì 15 giugno 2018

LA VIA DELL'INFAMIA

Dai telegiornali del mattino, sembra che Virginia Raggi abbia dichiarato che a Roma non si intitoleranno vie intitolate a personaggi legati al fascismo e al razzismo. Staremo a vedere...


da  http://www.globalist.it/politics/articolo/2018/06/14/scempio-sulla-shoah-ok-dei-5-stelle-per-via-almirante-a-roma-2026203.html




A 80 anni dalle leggi razziali i grillini si accodano a Giorgia Meloni e onorano in Campidoglio un fascista che lanciò la Difesa della Razza. La strategia di Pilato asservita ai camerati

"Vittoria storica della destra italiana e romana, l'Aula Giulio Cesare ha votato la mozione di Fratelli d'Italia, come già proposto dalla presidente di Fdi Giorgia Meloni, per intitolare una via o una piazza a Giorgio Almirante che proprio nella Capitale ha raccolto sempre grandi consensi".Lo annunciano gli esponenti di FdI Fabrizio Ghera capogruppo in Campidoglio e i consiglieri comunali Andrea De Priamo, Maurizio Politi, Francesco Figliomeni e Rachele Mussolini della lista civica 'Con Giorgia'.
Tra i pentastellati la sola astensione dei consiglieri Maria Agnese Catini e Pietro Calabrese e il voto contrario della consigliera Valentina Vivarelli. Anche nella Giunta Lombarda per celebrare due esponenti della destra caduti durante gli anni di piombo i Cinque stelle si sono astenuti. La strategia di quelli che tirano il sasso e gli amici che nascondono la mano.

Giusto a ricordare: Almirante allo scoppio della seconda guerra partì per la Libia al seguito della Divisione 23 marzo delle Camicie Nere, e partecipò alla Campagna del Nordafrica. Aderì poi alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di generale. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Così scriveva Giorgio Almirante il 5 maggio 1942: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore». «Altrimenti - scriveva ancora Almirante - finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue».
Virginia Raggi, as usual, non sa. La sindaca di Roma assente in aula si è detta “sorpresa” a Porta a Porta. A Bruno Vespa che le ha chiesto se non ne era a conoscenza, ha risposto: “No, sono qui da lei. Mi sono allontanata qualche ora fa, comunque suppongo sia un provvedimento di oggi pomeriggio. Se condivido il provvedimento? Se l’aula ha votato favorevolmente credo assolutamente di sì – ha detto – Se è passato vuol dire che i consiglieri si sono determinati e vogliono comunque intitolare la strada a questo personaggio. Il sindaco prende atto della volontà dell’aula, che è sovrana come il Parlamento”. 
Delle due l'una: se destra e sinistra non esistono più, com'è che i pentastellati finiscono sempre per essere in sintonia coi fascisti?