Testo

Tel. 3319034020 - mail: precariunited@gmail.com

sabato 17 novembre 2018

WEEK END MAGAZINE



ESPETTORAZIONI DI UN TISICO ALLA LUNA


Risultati immagini per luna caricatura

Luna,
luogo comune delli sfaccendati;
in ogni prova prosodica
facile rima ai sonetti romantici;
belletti e vernice sentimentale alla bionda e alla bruna
per gustar la primizia dei contatti antematrimoniali;
lenocinio archetipo alle adultere;
mezza maschera vuota di simboli;
tegghia d’ottone a friggervi i capricci di Diana;
crachat maggiore allo stomaco immedagliato del cielo;
Luna, ho creduto in te;
al tuo patrocinio incappai nella ragna tesa
da due sguardi e da quattro parolette,
buscai solennemente
d’una verginità posticcia e macra
l’imberciatura classica.
Luna,
clorotica fortuna d’argento a navigare,
della tua faccia mi feci un altare:
vi ho deposto, in offerta, le più tirchie ed amare soddisfazioni
de’ miei sensi impotenti e castigati,
tutto quanto lasciai, con falsa umiltà,
alle gioie del mondo,
alla tentata e recusatasi felicità.
Luna,
il mio cuore ti sospira e si svuota
d’amarezze e ti vomita bestemmie:
sono un povero tisico che rece
coi coaguli rossi il suo buon cuore.
Luna,
balzata sul palcoscenico del firmamento,
mongolfiera celeste in convulsione sorretta dal vento,
simulata matrice in gestazione,
per scodellarci questa Primavera;
ho vergogna di te che, senza velo,
balli la danza del ventre sul cielo.
Occhiaccio strabico e permaloso,
sbìrciami in terra, sono il tuo sposo;
sogguarda dalla palpebra rossa e purulenta.
Testé, fosti uno specchio verdognolo
gobbuto ad occidente
di un’acida e bacata melarancia:
sarai libidinosa bocca spalancata,
con lunga lingua di luce a imbavare
i bei fianchi alle Nubi vaghe e strane,
prone al divano dell’orizzonte
callipigie e impudiche cortigiane.
Questo a te, questo a me
il contagio riserba alla fregola:
anche sopra le cime della notte
stirano e snodano le membra erette dal peplo le Nubi
pazze e infeconde, convulse e corrotte.
Luna,
civetta ipocrita a starnazzare
per l’aja insabbiata di stelle
fra il Carro e lo Scorpione,
sopra il catarro e il colascione della poesia classica,
ho le vertigini, non guardarmi più.
Un giovane impotente e smidollato ti squadra le fiche,
Luna smorta, o sorella,
oggi compunta e avvelenata
dispensatrice di atroci virtù.
(Gian Pietro Lucini)

venerdì 16 novembre 2018

STAVOLTA IL VAFFADAY LO FANNO GLI OPERAI

da  https://ilmanifesto.it/il-vaffa-day-degli-operai-iia-alle-promesse-di-di-maio/


Un Vaffa-day nella fabbrica che Di Maio ha trionfalmente visitato per una vertenza – quella di Industria Italiana Autobus (Iia) – che da ministro non ha ancora risolto. I 154 lavoratori della ex Breda Menarini di Bologna – storica fabbrica che sfornava bus – oggi saranno in sciopero perché non hanno ancora visto lo stipendio di ottobre e da anni vanno avanti senza certezze.
L’IDEA DI CHIAMARE l’assemblea pubblica che si terrà questa mattina «Vaffa day» è venuta al segretario della Fiom dell’Emilia Romagna (ed ex dipendente Breda Menarini) Bruno Papignani. Il 23 giugno c’era lui a far da cicerone al leader M5s che visitava il presidio di operai. Le critiche al sindacato arrivarono subito: «Siete diventati tutti grillini», era l’accusa. A quattro mesi di distanza tutto sembra cambiato. «C’è frustrazione per una situazione che va avanti da mesi con la promessa di una ricapitalizzazione che non si concretizza mai. Avevamo apprezzato il linguaggio insolito e gli impegni del ministro ma da un mese siamo bloccati e la pazienza è finita», spiega Papignani.
A SCIOPERARE SARANNO anche i 390 operai di Valle Ufita (Avellino), dello stabilimento ex Irisbus chiuso dalla Fiat nel 2011, che a dicembre rischiano di dare addio anche alla cassa integrazione. Dal 2013 loro e Bologna fanno parte di Industria Italiana Autobus, creatura partorita dal manager Stefano Del Rosso e da Invitalia – la costola del ministero dello sviluppo che dovrebbe rilanciare le aziende – ma da subito rivelatasi non in grado di mantenere le promesse. Dopo anni di ammortizzatori sociali e produzione che rimane in Turchia (la Karsan detiene il 5 per cento delle azioni), appena insediatosi, Di Maio aveva imposto la svolta. Prima la ricapitalizzazione e a ottobre l’annuncio che sarebbe stata Fs – tramite la controllata Bus Italia – a comprarsi Iia per rilanciarla.
Il 4 novembre al Mise era arrivato il via libera perfino da Leonardo. L’ex Finmeccanica era proprietaria di Breda Menarini, poi l’epoca Moretti aveva portato al solo settore difesa come core business con la vendita di tutte le aziende del settore civile. Il governo gialloverde aveva convinto Profumo a fare marcia indietro e rientrare nella produzione di autobus.
Ma le settimane passano e l’ulteriore tavolo al Mise di martedì non ha portato alcuna novità. Del Rosso da tempo ha pronta la richiesta di fallimento e la consegna dei libri in tribunale per la sua Iia. Il «ricatto» è semplice: Del Rosso rivuole i soldi che ha buttato in questi anni, diversamente farà fallire l’azienda o magari la venderà ai turchi di Karsan: la dead line è fissata per il 21 novembre quando si terrà la nuova assemblea degli azionisti di Industria Italiana Autobus.
PER QUESTO IL FATTORE TEMPO è decisivo. Martedì rispondendo all’interrogazione urgente di Vasco Errani (Leu), il sottosegretario Davide Cioffi (M5s) ha annunciato un investimento massiccio per nuovo parco mezzi del trasporto pubblico nazionale. Settecento milioni dal 2019 al 2022 e altri 250 milioni nei dieci anni successivi e l’ingresso di Bus Italia e Leonardo per ricapitalizzare Iia.
Ma i lavoratori non si sono affatto tranquillizzati, confermando lo sciopero di oggi. Le loro richieste sono semplici: «Per prima cosa lo sblocco del pagamento degli stipendi, poi l’ingresso immediato nel capitale di Bus Italia e Leonardo perché diversamente c’è il fallimento o il rischio che il primo che ricapitalizza si prende tutto, mentre per ripartire con la produzione servono almeno sei mesi», spiega Papignani.

giovedì 15 novembre 2018

BAOBAB SGOMBERATO, BAOBAB RIPARTE!


da  https://www.popoffquotidiano.it/2018/11/14/baobab-sgomberato-baobab-riparte/

Sgombero Baobab 13 nov 2018

ROMA –  Sulla rete metallica che costeggia il presidio hanno affisso un cartello con la scritta “Torno subito”. Per la rete romana di attivisti Baobab experience, infatti, quello di stamattina è solo l’ultimo di una lunga serie di sgomberi in tre anni da cui ripartire il prima possibile, per continuare a dare assistenza ai tanti migranti fuori dal circuito dell’accoglienza e agli italiani in difficoltà. “Ricominceremo presto, forse da un’altra parte, ma non lasceremo nessuno indietro” assicurano. Le forze dell’ordine sono arrivate alle 7,20. I blindati di polizia e carabinieri hanno circondato l’area di piazzale Maslax (una vecchia rimessa degli autobus), nella parte est della stazione Tiburtina. I migranti presenti, circa 100 persone sono stati fatti salire sui pullman della polizia di Stato per essere portati all’ufficio immigrazione di via Patini dove sono stati identificati.
Gli attivisti: “Da stasera Roma sarà una città peggiore”. “L’idea è chiudere questo campo informale, che nasce dalla necessità di dare un minimo di accoglienza a tante donne e tanti uomini in questa città – sottolinea Andrea Costa, portavoce di Baobab experience -. Ci dicono sia uno sgombero, l’area era stata già recintata su richiesta di Ferrovie dello Stato. Quindi mi sembra evidente che qui non torneremo ma di fronte a oltre 100 migranti, portati in questura, che saranno poi rilasciati, gli attivisti di Baobab experience insieme alle associazioni che con noi collaborano da anni ha dato appuntamento alle persone che verranno rilasciate dalla questura vicino alla stazione per continuare ad aiutarli con la rete medica, con l’attività legale, con tutto quello che è nelle nostre possibilità per far vedere che c’è una Roma che accoglie. E che questo paese non è solo Salvini o Minniti. Di sicuro ricominceremo da qualche parte, questi ragazzi sono tutte persone con fragilità, non li lasceremo soli”. In queste settimane era iniziata una interlocuzione con il Comune di Roma per trovare un posto alle circa 180 persone presenti al presidio.  “E’ assurdo che si continui a soffiare sul fuoco della paura: questi ragazzi hanno tutto l’interesse a regolarizzarsi, non sono criminali, non sono pericolosi, direi che sono in pericolo – aggiunge Costa -. Al Comune abbiamo fatto presente più di 180 casi di persone da ricollocare, in questa settimana ne sono state ricollocate 65. Se la matematica non è un opinione ci sono 120 persone. Da stasera dormiranno dove? Nelle macchine, negli androni delle case. Anche volendo puntare sulla tanto sbandierata sicurezza, lasciare le persone per strada non rende nessuno sicuro. Da stasera Roma sarà una città peggiore”. Costa sottolinea anche lo stupore per lo sgombero avvenuto senza preavviso: “pensavamo che il Comune si prendesse altri giorni, perché ci avevano parlato di 120 posti e c’erano parecchi migranti che speravano di trovare collocazione in un centro di accoglienza”. Sulla stessa linea Roberto Viviani, presidente di Baobab experience: “ancora una volta una questione sociale viene risolta con la polizia e con la ruspa, questo è il cambiamento? La questione è affrontata senza un minimo di filo logico. Ci saranno più persone in strada senza servizi. Non capiamo quali sia il beneficio per la città di tutto questo”. Per Christian Raimo, giornalista, scrittore e assessore alla Cultura del III municipio di Roma “sembra evidente che l’unica soluzione per questa città sia uno stato di polizia – sottolinea – E’ incredibile, ma è anche la rappresentazione plastica della violenza sociale di questo paese. In particolare di una una città come Roma che si professa accogliente, internazionale e, invece, sembra uno dei tanti posti per cui a un certo punto esistono solo le gabbie, i lager, la polizia, gli sgomberi”.  Lo sgombero è andato avanti per tutta la mattinata, alla fine gli attivisti hanno recuperato i beni di proprietà dell’associazione. Dopo il fotosegnalamento altre 20 persone hanno accettato l’accoglienza del Comune mentre altri si sono allontanati. Alcuni migranti sono tuttora in questura.
Sgombero Baobab 13 nov 2018 - 6
Il Comune: “Ci auguriamo che tutti collaborino”.  Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato lo sgombero con un tweet: “Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate. L’avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti” ha scritto. L’assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale Laura Baldassarre in una nota sottolinea di essersi recata più volte all’insediamento, l’ultima il 2 novembre “per osservare in prima persona la situazione sul luogo, le condizioni in cui vivono le persone e il lavoro degli operatori che assicurano un supporto ai presenti e formulano proposte di accoglienza. La scorsa settimana abbiamo intensificato la presenza degli operatori sociali e abbiamo incontrato le associazioni presso il Dipartimento Politiche Sociali, con l’obiettivo di organizzare nel dettaglio l’accoglienza”, spiega. “Ci auguriamo che tutti collaborino, per portare a compimento un lavoro che si sviluppa ormai da quasi due anni, con il coinvolgimento del secondo e quarto Municipio, ascoltando i comitati di quartiere della zona. La sinergia tra pubblico e privato sociale rappresenta un valore aggiunto per tutta la città e costituisce una forte garanzia per la tutela dei diritti umani. Rinnovo l’appello ad accettare le proposte che gli operatori stanno continuando a formulare anche nella giornata di oggi: il circuito di accoglienza di Roma Capitale è l’inizio di un percorso che consente l’affrancamento dalla condizione di fragilità e il raggiungimento dell’autonomia”, conclude. L’assessorato afferma che sono state accolte 75 persone presenti nell’insediamento dietro la stazione Tiburtina. Si tratta di un lavoro articolato e quotidiano, iniziato nel febbraio 2017: la Sala Operativa Sociale (SOS) ha assicurato in modo permanente un infopoint itinerante, composto da operatori sociali e da mediatori culturali che hanno interloquito quotidianamente con le persone per quasi due anni.
Lo sdegno delle associazioni. Tra le persone presenti al presidio anche una famiglia italiana composta da moglie e marito in difficoltà economica. “Siamo italiani, siamo trattati peggio dei cani, ora andremo alla stazione tiburtina – sottolinea Luca Ottaviani, mentre spinge a forza un carrello che ha riempito dei suoi oggetti: coperte, stoviglie, qualche vestito -. Che cosa siamo? topi di fogna, ci mandano via per bonificare l’area?”. Anche molte associazioni hanno espresso sdegno per lo sgombero. L’Unhcr parla di “situazione drammatica per circa 100 persone, tra cui rifugiati, costrette a lasciare il presidio e per le quali non sono state proposte soluzioni alternative”. “Il Baobab è un luogo di accoglienza e solidarietà che si è preso la responsabilità di garantire il rispetto del diritto a un alloggio a cittadini senza dimora e trovare un modo decoroso, dignitoso e rispettoso dei diritti umani di fare assistenza ai migranti e ai richiedenti asilo”, afferma Amnesty InternationalL’Unione inquilini ricorda l’emergenza abitativa nella capitale e aggiunge: “La mano pesante della Prefettura ha deciso di mettere fine a al progetto del Baobab Experience diventato un punto di riferimento a Roma, ci chiediamo come intenda ora intervenire il Comune di Roma. Non basta sgomberare. E’ del tutto evidente che la Sala Operativa Sociale non possa continuare a essere l’unico strumento del Comune di Roma. Siamo stanchi di vedere la caccia ai poveri – afferma il segretario romano Fabrizio Ragucci -. Oramai la SOS sembra essere una foglia di fico per un Comune incapace di trovare soluzioni e violento nelle pratiche.Ora attendiamo di conoscere le sorti delle persone condotte in via Patini”. Per il Centro Astalli si tratta dell’ennesimo sgombero che non risolve nulla. “E’ Inaccettabile  una politica degli sgomberi senza alternative”, dice il presidente padre Camillo Ripamonti.
22 sgomberi in 3 anni e quell’hub per transitanti mai realizzato dal Comune di Roma. Il presidio degli attivisti di Baobab experience nasce 3 anni fa dopo lo sgombero della baraccopoli di Ponte Mammolo e la chiusura temporanea delle frontiere per il G7, che aveva interrotto il percorso migratorio di tanti transitanti. In questi tre anni il presidio umanitario ha subito 22 sgomberi. Ma ogni volta l’attività di accoglienza è rinata anche grazie al supporto di tante associazioni come Medu, Médecins du monde, Medici senza frontiere. Nel tempo è stato chiesto all’amministrazione di creare un hub per i migranti in transito e fuori dall’accoglienza, da realizzare nei pressi della stazione Tiburtina. Era stato individuato anche un luogo: l’ex Ferrhotel dato in comodato d’uso gratuito da Ferrovie dello Stato all’amministrazione Marino, proprio per questo scopo. Ma nonostante l’intenzione di portare avanti il progetto espressa anche dall’assessora Baldassare, il palazzo è ancora inaccessibile. (Eleonora Camilli)

mercoledì 14 novembre 2018

IL BRASILE FA PAURA

Torniamo, come ci eravamo ripromessi *, sul Brasile, con un articolo che descrive non tanto Bolsonaro, di cui abbiamo già detto *, quanto il quadro politico, economico e sociale che ha permesso la vittoria di questo inquietante personaggio, e le paure e le incognite per il futuro.

*http://precariunited.blogspot.com/2018/10/larticolo-che-segue-descrive-molto-bene.html




da  https://www.dinamopress.it/news/il-brasile-fa-paura/



di Mario Santucho e Sebastián Rodríguez Mora

Jair Messias Bolsonaro ha vinto il ballottaggio con quasi 58 milioni di voti (55%) ed è diventato il nuovo presidente eletto del Brasile. Abbiamo tradotto da Revista Crisis un contributo scritto a quattro mani da San Paolo nelle ore successive alle elezioni.



Il cambiamento appare così lacerante che risulta complicato comprenderne significato e portata. Per trovare un precedente della stessa grandezza anche se di senso opposto rispetto all’orientamento ideologico, dobbiamo tornare al primo governo Lula che nel 2002 ottenne il 61 % dei voti con un partito di origine antisistema.
Domenica notte abbiamo seguito i risultati proprio dal bunker del Partito dei Lavoratori (PT) nell’hotel Pastana di San Paolo. Non solamente si palpava, tra stupore e singhiozzi, la chiusura di un ciclo politico, ma si poteva anche sentire l’inizio di un periodo oscuro i cui effetti si sentiranno anche in Argentina. «Non abbiate paura, noi saremo qui, staremo assieme», ha cercato di tranquillizzare il candidato perdente Fernando Haddad (47 milioni di voti, il 45%), senza sminuire la portata drammatica del risultato.

Questo articolo è un tentativo di comprendere da dove tragga la sua forza Bolsonaro, qual è la nuova mappa del potere politico in Brasile e cosa potrà accadere quando, il 5 gennaio 2019, il candidato dell’ultradestra che ha vinto le elezioni con il sostegno popolare diventerà presidente.

Per abbozzare questo analisi in tempo reale della situazione abbiamo dialogato con due diplomatici di Itamaraty, un navigato giornalista del giornale “O Globo”, un dirigente nazionale del Movimento Sem Terra, un fine analista argentino di politica internazionale e decine di brasiliani dei settori popolari.

UNO SGUARDO DI LUNGO PERIODO

Per interpretare Bolsonaro occorre tenere conto di due processi politici contemporanei che hanno creato le condizioni del suo emergere, ci indica il giornalista che lavora per “O Globo” (giornale egemonico della destra brasiliana, ndr) e chiede di non svelare la sua identità. Da una parte, la «lenta, graduale e sicura» (secondo le parole dell’ultimo presidente de facto,Ernesto Geisel) transizione alla democrazia, definita dai militari a partire dal 1982 e consacrata nel 1985 con l’elezione del candidato dell’MDB José Sarney (candidato vicepresidente di Tancredo Neves, politico di lunga esperienza che si ammalò gravemente prima di assumere la carica).
Dopo due periodi di instabilità, inclusa l’irruzione e la caduta dell’altro “salvatore della patria”, l’ineffabile Fernando Collor de Melo, è emersa una governabilità consistente durante i due mandati di Fernando Henrique Cardoso (PSDB) e il suo Piano Reale, analogo a quello della convertibilità di Menem in Argentina.
La grande differenza con quanto successo in Argentina a inizio secolo è il fatto che tra Cardoso e il suo successore Lula è esistita più una continuità che una rottura, come avvenuto nel dicembre del 2001 in Argentina. In base a una periodizzazione ricorrente in molti degli analisti brasiliani, la tappa 1995-2008 viene definita come un decennio virtuoso per la crescita economica e la redistribuzione della ricchezza nell’ambito del periodo democratico.

Secondo questa lettura del recente passato, il punto cardine è la crisi finanziaria internazionale che segna l’inizio della decadenza che si accelera durante i governi di Dilma Roussef.

Il secondo elemento chiave che spiega il sorgere dell’ondata pro-Bolsonaro è il consolidamento del PT come principale partito politico moderno in Brasile, l’unico con basi solide in tutto il paese, capace di aggregare diverse correnti della sinistra, con densità intellettuale e un attivismo proveniente da differenti strati sociali.
Quando Lula arriva finalmente alla presidenza nel 2003, il PT salta nello Stato (invece di assaltare lo Stato) sistemando gran parte della sua militanza nelle più variegate postazioni istituzionali.
La stabilizzazione del sistema politico, quindi, ha portato con sé una polarizzazione tra un partito ideologico di sinistra e un partito pragmatico di centro. Bisogna tener conto del fatto che la destra ideologica è rimasta esclusa dal gioco di potere (vi è stato spazio solamente per una destra “fisiologica”) fino a quando la «lenta, graduale e sicura» crisi della rappresentanza ha svolto il proprio lavoro di fino per assicurarle spazio.
 

LE TRE GAMBE DEL TAVOLO

La corta serie della crescita di Bolsonaro comincia con le grandi proteste di piazza del 2013, che mostrarono quanto ampi settori della popolazione rifiutassero la politica economica di Dilma. Nel mese di novembre dello stesso anno, il Parlamento approvò una legge che rendeva possibile la delazione con sconto di pena, aspetto chiave per l’apertura del processo Lava Jato nell’aprile del 2014.
Nel marzo del 2015 comincia il processo di impeachment contro la presidenta Rousseff, accompagnato da enormi mobilitazioni in favore della sua destituzione, che porteranno nell’agosto del 2016 al golpe istituzionale che fa fuori il PT dal governo. Un altro evento decisivo è l’arresto di Lula nell’aprile del 2018 e poi la proscrizione dello stesso dalla contesa elettorale, quando era in testa a tutti i sondaggi nelle intenzioni di voto.

Durante questa lenta agonia del ciclo progressista, le tre correnti della destra ideologica che erano rimaste sotterranee, hanno deciso di convergere su Bolsonaro e sul suo potere di fuoco nel mondo dei social network.

In primo luogo la destra nazionalista rappresentata da ufficiali dell’esercito in riserva, come lo stesso presidente eletto, dalle cui file proviene anche il vicepresidente Antonio Hamilton Mourão. E anche uno dei tre ministri preannunciati da Bolsonaro durante la campagna elettorale, Augusto Heleno, che sarà ministro della Difesa.
Il secondo contingente è l’ambiente conservatore religioso, tanto cattolico come evangelico. Vale la pena menzionare tra questi Everaldo Pereira, leader delle Asssemblee di Dio e presidente del Partito Sociale Cristiano, una delle formazioni politiche che ha sostenuto Bolsonaro nella sua traiettoria a zig zag, ed Edir Macedo, padrone dela Chiesa Universale del Regno di Dio e della seconda impresa mediatica più grande del paese.
La terza forza è il neoliberismo ortodosso dal punto di vista económico, critico con i governi del PSDB e del PT che considerava statalisti e clientelari. Paulo Guedes, un convinto Chicago gentleman, occuperà il ruolo di ministro dell’economiae ha già annunciato la privatizzazione di tutte le imprese statali compresa Petrobras.

L’irruzione dell’estrema destra ha smosso lo scenario politico facendo saltare i piani dell’establishment politico che puntava a far saltare il governo del PT per centralizzare il comando.

Secondo l’opinione del giornalista che abbiamo incontrato, l’incapacità del PSDB di Temer di proporre un candidato all’altezza e il calcolo di Lula che ha deciso di scegliere Bolsonaro come antagonista hanno permesso che quest’ultimo avanzasse con inaudita potenza. Come conseguenza di ciò, i partiti del centro sono crollati. Il risultato porta con sé un cambiamento strutturale del sistema politico, dato che a partire da adesso la polarizzazione porterà allo scontro due gruppi ideologici, uno di sinistra e uno di destra, con tutto il portato di conflittualità che questo implica.

NESSUNO SA COSA PUÒ UN CIARLATANO

Un assioma che circola nell’intellighenzia brasiliana suggerisce che Bolsonaro non sarà in grado di concretizzare ciò che la sua visione incendiaria annuncia. «La democrazia in Brasile viene messa alla prova», ammettono due diplomatici dell’ambasciata a Buenos Aires, che chiedono l’anonimato. Ma confidano sulla capacità delle multinazionali di domare le sparate anti-politiche del nuovo presidente, una volta che il candidato «scende dal podio».
Tra loro lo stesso Ministero degli Esteri. La Corte suprema di giustizia. La pubblica Procura, “orgoglio” dei repubblicani brasiliani per il suo carattere indipendente. E soprattutto le grandi aziende che definiscono le linee spesse del corso nazionale, al di là dei governanti di turno. Per quanto riguarda le Forze Armate, sebbene l’esercito non nasconda la sua simpatia per il capitano emerso dai ranghi stessi, è nota la scarsa considerazione della Marina e la distanza relativa dell’Aeronautica.
Alcuni esempi sembrano sostenere la tesi del ridimensionamento. Bolsonaro ha annunciato che trasferirà l’ambasciata a Tel Aviv a Gerusalemme, ma ciò potrebbe complicare le cospicue esportazioni del Brasile verso il mondo arabo. Ha anche accennato ai sospetti sugli investimenti cinesi nel paese, ciò che ha portato a critiche da parte degli uomini d’affari.

A livello interno, le previsioni su una svolta autoritaria di tipo ” filippino” o ” fujimorista”, affermano le voci di palazzo, sembrano inverosimili.

Il ragionamento è attendibile: «Il Brasile è un paese troppo grande e ci vuole molto potere per introdurre mutamenti significativi nella sua struttura». O più metaforicamente:«il Brasile è un transatlantico, non è così facile cambiare rotta da un giorno all’altro».La vischiosa rete parlamentare potrebbe costituire un altro elemento di pacificazione.
Il presidente eletto aveva già nominato Ministro della Casa Civile Onyx Lorenzoni, del partito Democratas, nuova denominazione del PFL, uno dei principali sostenitori della passata dittatura. Questo esperto di compromessi fisiologici sarà incaricato di intrecciare alleanze in un Congresso super atomizzato.
Per esempio, è sufficiente una rapida occhiata alla Camera dei Deputati uscita dal voto, dove il PT sarà la prima forza con 56 eletti (sebbene abbia perso 13 rappresentanti); molto vicino, con 52 seggi figura il PSL di Bolsonaro; il PMDB, partito del presidente uscente Temer, è crollato perdendo 32 deputati e mantenendone 34; mentre il PSDB ha ridotto la sua influenza a 29 seggi. I restanti 342 legislatori sono divisi tra 26 piccoli partiti, molti dei quali specializzati in giravolte.

Ancor meno sarà facile il rapporto con i poteri regionali.In soli tre stati hanno trionfato governatori del partito di Bolsonaro: Santa Catarina, Rondonia e Roraima, anche se a Rio de Janeiro ha vinto un membro di PSC appartenente alla coalizione del “Capitão”.

Finora dieci altre province hanno dichiarato la loro intenzione di allearsi con il nuovo presidente, per opportunismo o per convinzione, tra cui il governatore eletto di San Paolo, Joao Doria, membro del PSDB di Fernando Henrique.
Da parte sua, il PT ha vinto quattro stati, tutti nel nord-est: Ceará, Piauí, Bahia e Rio Grande do Norte, dove Fatima Bezerra è diventato l’unica governatricedonna del Paese. Pernambuco, Paraíba e Espírito Santo vanno al PSB, Sergipe e Parana al PSD, Amapá alPDT di Ciro Gómez ea Maranhao vince ilPartito Comunista del Brasile, tanto per completare l’emisfero sinistro della Federazione.
Il ragionamento di quanti diagnosticano un governo fragile evidenzia anche le contraddizioni programmatiche rese esplicite nel corso della campagna. Uno dei desideri più fervidi di Paulo Guedes consiste nella privatizzazione delle compagnie statali, tra cui Petrobras, Electrobras, Banco de Brasil e la società mineraria Vale. L’annuncio è stato rilevato polemicamente dal settore nazionalista militare e ha costretto lo stesso Bolsonaro a mediare quella che si annuncia come una clamorosa disputa interna.

IL PESSIMISMO NELL’IRRAZIONALITÀ

Gilmar Mauro è un membro della direzione nazionale del MST e avverte che non c’è più spazio per l’ottimismo a prova di bomba che ha accecato la sinistra brasiliana nella recente congiuntura. La sua diagnosi è che Bolsonaro è chiamato a radicalizzare il programma di riforme economiche imposte da Temer, grazie all’approvazione fornita dalle urne.
Questo dettaglio sarà sfruttato dal grande capitale che esige, oltre alle privatizzazioni, una nuova riforma delle pensioni, l’intensificazione dell’adeguamento fiscale e un’apertura commerciale senza sfumature. Sono le misure che il futuro ministro dell’Economia si è affrettato ad annunciare durante le celebrazioni della domenica, nella stessa conferenza stampa in cui ha stabilito che l’Argentina e il Mercosur non saranno i partner prioritari del programma da attuare.

Tanto meno sarà facile cacciare Bolsonaro fuori da Brasilia in caso di una rapida perdita di sostegno, sostiene Mauro, dal momento che il vicepresidente appartiene alla casta militare che fungerà da garante della stabilizzazione. Non è difficile immaginare il timore che l’esercito, la polizia e le società di sicurezza private incutono ad ampi strati della popolazione.

Prima di ieri si è verificato un evento che anticipa ciò che verrà: «Un leader storico del movimento, Jaime Amorim, è stato arrestato sabato a Pernambuco mentre distribuiva volantini del duo Haddad-Manuela. Prima arrivò un gruppo di bolsonaristi e cominciò a provocare i compagni, fino ad arrivare ad un alterco. Poi è arrivata la polizia e lo ha arrestato. Alla fine abbiamo scoperto che gli aggressori erano soldati e poliziotti vestiti in abiti civili, che stavano facendo campagna per Bolsonaro».
Il punto chiave è che la consacrazione di un personaggio autoritario significa incoraggiamento delle forze più arretrate della società che si sentiranno autorizzate e saranno autorizzate in strada. «La sinistra parlava sempre di radicalizzare la lotta di classe, ma non andava oltre le parole, e quindi è stata la destra a radicalizzarsi».
I movimenti sociali che utilizzano l’occupazione nel loro repertorio di azioni (e altri metodi che superano i confini della legalità e minacciano la proprietà privata) saranno presi di mira come obiettivi privilegiati e dovranno prendere misure a loro volta di sicurezza. L’attivismo ambientale ha già iniziato a ricevere gravi minacce, dal momento che il blocco vittorioso intende mettere le mani sull’Amazzonia dopo aver denunciato un complotto ambientalista internazionale.

Dal punto di vista geopolitico, la svolta del Brasile rafforza in modo esponenziale influenza degli Stati Uniti nel Cono Sud, in coppia con la Colombia e con l’approvazione di Cile e Argentina. Alcuni predicono un intervento militare in Venezuela (il nemico esterno), oltre alla intensificazione della “guerra civile” che pone la droga come un obiettivo interno producendo più di 60 mila omicidi l’anno, la maggior parte dei quali giovani delle periferie.

Per il ricercatore Juan Gabriel Tokatlian, si tratta di un cambiamento che è già in corso e può intensificarsi, «l’anno scorso per la prima volta si è tenuta una manovra militare congiunta in Amazzonia tra le forze armate di Stati Uniti, Brasile, Perù e Colombia. Si tratta di un notevole cambiamento, se si considera che l’Amazzonia è l’epitome della zona di esclusione per gli americani. Penso che Bolsonaro rafforzerà i legami con il Comando Sud e in generale con Washington “.
Una questione più inquietante per Tokatlián «è quanto accadrà per la politica nucleare del Brasile. Finora abbiamo un protocollo condiviso di impegni e un meccanismo che è il Agenzia brasiliano-argentina per la contabilità e controllo delle materie nucleari (ABACC), con la quale abbiamo ispezionarci reciprocamente. Se il Brasile modifica qualcosa in merito, può diventare grosso problema per l’Argentina. A quel punto, sicuramente giocheranno le restrizioni imposte dagli stessi Stati Uniti».
La notte dei progressisti
Il PT ha resistito quanto poteva al feroce assalto sofferto negli ultimi anni e sarà il principale partito di opposizione. Ma non è sicuro che sarà in grado di recuperare l’iniziativa e illuminare un nuovo orizzonte di potere.
Per rilanciarsi sarebbe necessario risolvere almeno tre nodi che lo immobilizzano e ne amputanola carica strategica: la proscrizione del leader, che forse resterà in prigione per diversi anni (brillerà la sua stella se per il”mito” è troppo grande il Planalto? [il palazzo presidenziale, ndr]); l’ombra della corruzione, che è il nocciolo duro emozionale intorno al quale è organizzata una maggioranza anti-petista; e l’associazione dei governi di Dilma con una politica economica negativa per i settori popolari.
Nel suo seno si discute se convocare un Fronte Ampio per coordinare la resistenza e alimentare la rifondazione di una sinistra disorientata (come propone “dall’esterno” Guilherme Boulos, candidato presidenteper il PSOL); o per affrontare la costruzione di una forza di difesa della democrazia, che implicherebbe più pragmatismo e meno ideologia, oltre a uno spostamento verso il centro dello spettro politico.

La verità è che la resistenza alla feroce svolta a destra è già iniziata nelle strade del Brasile e negli ultimi giorni si è espressa con una vitalità incoraggiante. Sono nuove soggettività che eccedono le strutture chiuse e creano una narrazione di rifiuto viscerale, basata su valori e affetti di altro ordine.

Ma non c’è posto per la speranza retorica, né ha senso gonfiare i palloncini di un ottimismo di circostanza. Il Brasile fa paura.  Ed è possibile che ancora non abbiamo visto il peggio.


Pubblicato su Revista Crisis il 29 ottobre 2018
Foto dei festeggiamenti dei sostenitori di Bolsonaro a cura di Gianluigi Gurgigno da Rio de Janeiro.  
Traduzione in italiano a cura di Alioscia Castronovo ed Augusto Illuminati per DINAMOpress.

martedì 13 novembre 2018

LA REDISTRIBUZIONE CHE NON C'E'


da  https://www.dinamopress.it/news/la-redistribuzione-non-ce/





Gran parte dei commenti critici sulla manovra si sono concentrati (non senza ragione) sull’assenza di politiche per la crescita, mettendo in luce che il ricorso al deficit di bilancio non è di per sé la garanzia della fine dell’austerità. Non è mancato chi ha messo in luce che questa manovra contiene elementi regressivi sul piano della redistribuzione. Altri invece, si sono maggiormente soffermati sull’incomponibilità di misure apparentemente contrastanti: come la flat-tax e il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Oscillando, a giorni alterni, tra il tifo per il governo e le barricate per il ritorno del fascismo. Forse varrebbe la pena, al contrario, concentrare di più l’attenzione sui nessi tra le diverse misure contenute nella manovra, che è capace di condensare un inasprimento del modello redistributivo ereditato dal neoliberismo.

LA COMMISSIONE, I MERCATI E IL “POTERE DELLE PAROLE”

Dopo la pesante e irrituale bocciatura della Nota di aggiustamento del Def della Commissione europea, il governo ha presentato da circa una settimana alle Camere la bozza di Legge di Bilancio confermando gran parte delle misure annunciate e la volontà di sforare alcuni dei parametri del Patto di Stabilità, come conseguenza del ricorso a un deficit pari al 2,4% del Pil.
Il braccio di ferro tra il governo giallo-verde e le istituzioni europee resta teso. La Commissione attende entro il 13 novembre una risposta da parte del governo ai rilievi contenuti nella lettera recapitata all’Italia, allo stesso tempo sembra non possa escludersi che la minaccia della procedura di infrazione per debito eccessivo si trasformi in un atto concreto, aprendo una nuova fase dello scontro tra i conservatori della dottrina neoliberale dell’austerità e i governi nazionalisti e reazionari.
Dalle colonne del “Financial Times” e da quelle del giornale di Confindustria, in questi ultimi giorni è stato evidenziato come il giudizio politico della Commissione sembra essere più severo di quello dei mercati finanziari. Dopo la fase di instabilità delle scorse settimane, quando i tassi di interesse dei Btp a 10 anni sono cresciuti consistentemente, negli ultimi giorni si assiste a una nuova riduzione degli spread con i bund tedeschi. Anche se il quadro resta assolutamente aperto a molteplici sviluppi, l’insistenza di questi analisti, pur provenendo da istanze e interessi interni alla ragione neoliberale, sembra voler segnalare la possibilità di una maggiore disarticolazione tra il comando politico dell’establishment che ha governato l’UE fino a poc’anzi e il ruolo degli operatori finanziari.
Le critiche alla violazione dei parametri, mosse tanto dalla Commissione quanto dalle altre istituzioni europee, sono state accompagnate da parole di forte preoccupazione per l’instabilità finanziaria, relativamente al giudizio dei mercati sui contenuti della manovra e le scelte del governo italiano. Dal canto nostro abbiamo imparato, almeno a partire dagli anni Novanta, quanto sia stata decisiva la “dimensione linguistica” nella politica monetaria e più in generale nella politica economica. Descrivere uno scenario sui mercati finanziari, dal punto di vista delle istituzioni, significa provare a crearlo, agendo sul potere performativo delle parole, sui cosiddetti speech acts, a cui ad esempio Christian Marazzi talvolta ha fatto riferimento in questi anni. Per cui alludere ad alcuni rischi finanziari dell’Italia legati alla collocazione dei propri titoli sul mercato, significa di fatto creare con il “potere delle parole” le premesse stesse per la speculazione finanziaria.
Alla luce di questo aspetto, l’ipotesi della disarticolazione a cui si è fatto riferimento, diventa un’espressione della crisi di egemonia da parte del vecchio establishment europeo sul “potere delle parole” e il suo riflesso sulle dinamiche finanziarie.
Nella fase attuale la performatività degli speech acts sui mercati finanziari appare piuttosto come un potere conteso tanto dai conservatori quanto dai reazionari. Questa circostanza, oltre a ricordarci che gli operatori finanziari non giudicano solo il contenuto delle politiche economiche ma semmai sfruttano a loro vantaggio la congiuntura economica e politica al fine di massimizzare la rendita, ci dice anche un’altra cosa: che l’«internazionale sovranista» piuttosto che essere un’alternativa al dominio del capitalismo finanziarizzato è semmai l’espressione della volontà di un nuovo comando della finanza.

IL REDDITO A CITTADINANZA LIMITATA

Nel commentare la manovra, i giornali si sono insistentemente concentrati sullo slittamento delle due misure più “pesanti” dal punto di vista del bilancio e più rappresentative dell’accordo gialloverde, il “reddito di cittadinanza” e la riforma delle pensioni (la cosiddetta “quota 100”). Seppure lo slittamento risponde evidentemente a una tattica di natura contabile, il loro differimento nel tempo ha anche un significato propriamente politico: il posticipo della presentazione dei testi di legge con esposti i dettagli delle misure è il segno inconfutabile che l’accordo sul merito di quei provvedimenti è tutt’altro che chiuso tra i colleghi di governo.
In particolare sulla definizione del sussidio di povertà, le dichiarazioni prima di Giorgetti e poi di Siri (Lega) lasciano intendere che tanto la natura quanto il funzionamento della misura simbolo dei Cinque Stelle saranno un campo di battaglia nei prossimi mesi. Eppure, le continue dichiarazioni degli esponenti del Movimento avevano già abbondantemente chiarito che il sussidio sarà pienamente inserito all’interno del frame delle politiche di attivazione della forza lavoro. In realtà così era fin dalla proposta iniziale, ma nonostante questo la volontà di rassicurare a tutti i costi i partner di governo, la stampa e le imprese, di non voler varare una misura assistenzialista, ha trasformato quel vizio originario in una vera e propria perversione. Il risultato di questa dialettica fatta di dichiarazioni e controdichiarazioni, di allarmi e rassicurazioni, mostra i contorni di una proposta di legge che non ha neanche più i lineamenti di un intervento di «protezione sociale».

La condizione all’accettazione delle proposte di lavoro fornite dai Centri per l’Impiego e l’obbligatorietà a prestare lavoro di utilità sociale presso i Comuni definiscono per l’essenziale una proposta che ha come logica implicita quella di ridurre le cause della povertà all’assenza di lavoro e all’incapacità (o alla scarsa volontà) degli individui di procurarselo.

L’estrema complessità che caratterizza le situazioni di deprivazione materiale viene cancellata ponendo le politiche del lavoro come unica opzione di trattamento della condizione dei poveri e i Centro per l’Impiego come unica istituzione chiamata a sanare la situazione di povertà: tanto vale, come insiste il sottosegretario alle infrastrutture Armando Siri (e lo stesso Di Maio ha annunciato di accogliere parzialmente l’idea), convertire direttamente il sussidio in un finanziamento alle imprese.
Questo spostamento sempre più accentuato di una proposta di legge originariamente finalizzata al contrasto di situazioni di difficoltà economica in una politica attiva del lavoro più o meno mascherata, non elimina però completamente le componenti più propriamente di sostegno a favore della povertà reddituale. La sottosegretaria all’Economia Castelli in una recente intervista a Repubblica ha confermato le intenzioni di erogare il sussidio attraverso una specifica card, il cui contenuto è destinato esclusivamente ai beni di prima necessità e senza poter essere cumulato nel tempo. La figura che si staglia in controluce è quella del povero incapace di autoregolamentarsi: con l’ossessione di scongiurare la dipendenza degli individui dal welfare, li si rende dipendenti da un sistema preordinato di scelte delimitate, con la conseguenza (piuttosto odiosa) di identificare negli spazi pubblici gli individui come appartenenti alla categoria dei poveri assistiti, titolari di una cittadinanza limitata e di un consumo prestabilito.

Oltre a essere ben al di sotto di quella che la stessa Castelli definisce “soglia di dignità”, molto poco si è ancora discusso di quanto questo sistema di condizionalità al lavoro, di limitazione delle scelte di consumo e di stigmatizzazione, non trasformi la condizione di coloro che sono “solo” economicamente deprivati in un attributo di minorità.

È in questo scarto, e seguendo questa strada già tracciata dai Cinque Stelle, che le ulteriori pressioni della Lega e delle imprese per accentuare ancora di più gli elementi coercitivi e workfaristici troveranno terreno fertile.

CONTINUITÀ LATENTI

Pur riconoscendo che questo “reddito di cittadinanza” costituisca una forma assai parziale di redistribuzione verso i poveri, in ogni caso non si può leggere questa misura indipendentemente dalla continuità della logica redistributiva che informa complessivamente la manovra. D’altro canto, la rottura dei parametri europei attraverso politiche fiscali espansive, non è di per sé, neppure nelle visioni più volgari, moderate e ingenue del keynesismo, la precondizione sufficiente a modificare i rapporti di potere né tra le classi né tra gli strati sociali che le compongono.
È oramai noto che negli ultimi trenta anni in Italia (come altrove) le diseguaglianze nel reddito disponibile sono esplose (l’indice di Gini è aumentato di 3-4 punti percentuali). L’insieme dei trasferimenti pubblici e le imposte sono riusciti solo parzialmente a modificare la distribuzione primaria del reddito: per effetto della precarietà e della contrazione salariale, ma anche perché, dagli anni Novanta in avanti, la logica redistributiva dello Stato in tutta Europa è profondamente cambiata. Sono gli anni delle terze vie blairiane, dell’estremismo di centro, più in generale dell’abbandono di sistemi di progressività fiscale. L’uguaglianza universale nelle condizioni di partenza da conseguire anche mediante programmi di welfare è stata sostituita progressivamente dalla logica pelosa dell’equità. Indistintamente tutte le coalizioni politiche che si sono susseguite al governo in Italia sono andate alla ricerca dei prelievi e dei trasferimenti “non distorsivi”: perché redistribuire limitatamente sì, ma guai a modificare la trama di potere che sua santità il mercato “spontaneamente” definisce.

Presa per intero questa manovra potrà avere solo complessivamente l’effetto di accentuare con ancora più forza i tratti fondamentali dello Stato-equitativo ereditato dal neoliberismo, ma imprimendogli, questa volta, un carattere assai più autoritario.

La flat-tax, seppure applicata solo alle partite iva, è l’espressione più eloquente del principio secondo cui solo le forze del mercato possono autonomamente distribuire il reddito prodotto. Si avvantaggeranno soprattutto le partite iva affluenti. Non è neppure difficile attendersi che il limitato “effetto ricchezza” che ricadrà sui “working poor autonomi” finirà principalmente per tradursi in un allargamento di questo segmento del mercato, da sempre senza alcun diritto e sistemi di welfare, bilanciando la possibile contrazione dei tempi determinati per effetto del Decreto Dignità, ma lasciando inalterata la condizione di precarietà generale. All’istruzione e alla ricerca arriveranno altri tagli come in generale si conferma il cronico sotto-finanziamento delle istituzioni del Welfare. Aggiungiamo poi che ai capitoli degli investimenti pubblici, oltre alla complessiva scarsità delle risorse tale da rendere risibili le stime di crescita prospettate, e al di là dalla retorica a buon mercato, non è stato riservato nessuno sforzo strategico al “cambiamento tecnologico” in corso.

Per cui anche questa manovra non farà altro che accentuare un modello di sviluppo in cui prevarrà una domanda di lavoro squalificata e a bassi salari, mentre anche la maggiore redistribuzione di quote di reddito verso i ceti meno abbienti sarà orientata dall’intoccabile principio secondo cui spetta sempre e solo all’offerta (cioè alla forza lavoro) modificare le proprie condizioni di occupabilità.

UN’ALTRA REDISTRIBUZIONE

Nel suo celebre saggio La grande trasformazione, Karl Polanyi, prendendo a riferimento le esperienze del suo tempo del New Deal statunitense e quelle del fascismo e del nazismo, aveva affermato che il ritorno di politiche redistributive nel campo dell’economia non necessariamente corrisponde ad un’espansione e a un rafforzamento della democrazia. Perché questo avvenga, la redistribuzione deve puntare a modificare le asimmetrie attraverso cui è distribuita la ricchezza, “socializzare l’economia” aumentando allo stesso tempo il grado di autonomia e di libertà dei soggetti: in altre parole, mutare i rapporti di potere presenti nella società.
Del resto, è attorno a questa differente idea di redistribuzione che si stanno accumulando esperimenti e proposte politiche a livello globale: l’attacco degli esponenti corbyniani nel Labour britannico e della sinistra sandersiana del Partito Democratico statunitense contro la concentrazione della ricchezza da parte dei grandi monopoli privati e le proposte di finanziamento per la riorganizzazione della produzione su basi cooperativistiche; l’accordo sul bilancio tra PSOE e Podemos in Spagna che vede come punti cardini l’innalzamento del salario minimo per i lavoratori e l’aumento della tassa patrimoniale.
Questi sono solo alcuni degli esempi di una crescente attenzione nei confronti di un genere di politiche redistributive che puntano a diminuire le asimmetrie che definiscono i rapporti sociali. Eppure, anche questo non basta: perché una politica redistributiva possa iscriversi dentro una traiettoria radicalmente democratica questa deve porre la questione della direzione della spesa pubblica verso quei settori capaci, non solo di soddisfare i bisogni sociali, ma anche di implementare le forme della cooperazione che si collocano a monte e a valle della produzione: il finanziamento dei servizi collettivi del Welfare (come salute, educazione, ricerca) unito all’istituzione di una reddito incondizionato compongono un quadro capace di incidere, contemporaneamente, sulla qualità della domanda di lavoro (maggiore qualificazione e orientamento in senso ecologico della produzione) e sull’aumento dei gradi di libertà ed autodeterminazione della forza lavoro.
A partire da queste basi, le politiche redistributive potrebbero non solo superare una concezione paternalistica del Welfare verso un ampliamento della stessa idea di cittadinanza sociale, ma alimentare le forme di autorganizzazione mutualistica della società, oltre i confini sempre più ristretti delle leggi ferree del mercato e dell’autoritarismo crescente dello stato.
Mentre la manovra del governo giallo-verde “usa” la redistribuzione per produrre politicamente un assemblaggio di ceti, costruendo un inedito modello di corporativismo, dove gli interessi dei poveri e quelli dei ricchi evasori si compongono irenicamente nell’articolata base del consenso elettorale, un’altra redistribuzione deve essere capace di modificare i rapporti di potere nella società, attribuendo più autonomia ai soggetti e ponendosi allo stesso tempo come condizione per lo sviluppo di nuove lotte.

sabato 10 novembre 2018

WEEK END MAGAZINE


DAVANTI SAN GUIDO

Risultati immagini per carducci davanti san guido

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e – Ben torni omai –
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino –
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! –

– Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei –
Guardando io rispondeva – oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. – Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
– Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ’l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. –

Ed io – Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Titti – rispondea – ; lasciatem’ ire.
È la Titti come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio cipressi! addio, dolce mio piano! –

– Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? –
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia;

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ’l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Pieno di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

– Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. –

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

(Giosuè Carducci)