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sabato 24 agosto 2019

WEEK END MAGAZINE


ACQUAINTED WITH THE NIGHT

Risultati immagini per acquainted with the night



I have been one acquainted with the night.
I have walked out in rainand back in rain.
I have outwalked the furthest city light.

I have looked down the saddest city lane.
I have passed by the watchman on his beat
And dropped my eyes, unwilling to explain.

I have stood still and stopped the sound of feet
When far away an interrupted cry
Came over houses from another street,

But not to call me back or say good-bye;
And further still at an unearthly height,
One luminary clock against the sky

Proclaimed the time was neither wrong nor right. 
I have been one acquainted with the night.  

(Robert Frost)



Traduzione
Sono stato uno in confidenza con la notte.
Sono uscito sotto la pioggia – e sotto la pioggia son rientrato.
Ho camminato oltre le più lontane luci della città.

Ho guardato in fondo al vicolo più triste.
Ho incrociato il guardiano di ronda
E ho abbassato lo sguardo, senza voler spiegare.

Sono rimasto in piedi, immobile, fermando il suono dei passi
Quando da lontano un grido interrotto
Giungeva dalle case di un’altra via,

Ma non per chiamarmi indietro o dire addio;
E più lontano ancora, ad un’altezza ultraterrena,
Un orologio splendente contro il cielo

Annunciava che l’ora non era giusta né sbagliata.
Sono stato uno in confidenza con la notte.

venerdì 23 agosto 2019

BRUCIARE PER AFFARI

da https://www.dinamopress.it/news/lamazzonia-brucia/



L’Amazzonia è la regione tropicale più grande del pianeta. È una fitta foresta subtropicale umida, con piccole porzioni di varietà diverse di vegetazione. È stata a lungo riconosciuta come una riserva di funzioni ecologiche non solo per le persone che la abitano, ma anche per il resto del mondo.
Si tratta inoltre del’unica foresta tropicale di quella dimensione e diversità ancora esistente. Produce il 20% dell’ossigeno mondiale ed è la più importante riserva di carbonio dell’America Latina. Da questo punto di vista, rappresenta uno degli strumenti più efficaci nella lotta contro i cambiamenti climatici.
Questo bioma è condiviso tra nove paesi e il Brasile è quello con la porzione di territorio maggiore. Possiede il 28% delle aree naturali protette, che fanno parte del sistema stato, e un altro 23% che sono territori indigeni.
La deforestazione e il disboscamento indiscriminato cercano di espandere le frontiere dell’agricoltura, del pascolo e dell’allevamento del bestiame (per rifornire le esportazioni di carne e soia), alimentano l’estrazione di legname e minerali e promuovono la costruzione di grandi infrastrutture in tutta la foresta.

BRUCIARE PER AFFARI

Farlo nelle aree protette, è illegale, a meno che, naturalmente, la zona che vogliamo abbattere non prenda accidentalmente fuoco. L’Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (IBAMA) stima che l’80% di tutti i disboscamenti in Amazzonia sia di origine illegale, ma non può fare molto al riguardo. Sebbene il Brasile abbia molte leggi che potrebbero fermare la deforestazione e promuovere l’uso sostenibile delle risorse, il definanziamento subito da questa istituzione ne rende impossibile la regolamentazione.
Solo quest’anno, il Brasile ha registrato 72.843 focolai di incendi rilevati dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali (INPE). È la cifra più alta dal 2013, quando questi dati hanno cominciato a essere divulgati, e rappresenta un aumento dell’83% rispetto allo stesso periodo del 2018.
Da giovedì scorso [15 agosto 2019 – ndt], le immagini satellitari dell’INPE hanno rilevato quasi 10 mila nuovi incendi boschivi nel paese, principalmente nel bacino amazzonico dove sono state colpite 68 riserve protette. Sebbene siamo comunque nella stagione secca e la probabilità sia maggiore, l’incidenza è talmente alta che i funzionari del governo hanno assicurato che sono intenzionali.
Non sorprende nemmeno che l’espansione degli incendi dolosi coincida con l’elezione di Jair Bolsonaro come Presidente del Brasile. Lui per primo ha iniziato ad attaccare tutti i tipi di attivismo, compreso quello ambientale.
«Il Brasile non deve rendere conto al mondo per quel che riguarda la conservazione dell’ambiente», proclamava Bolsonaro durante la sua visita in Cile all’inizio di quest’anno. Durante la campagna elettorale dichiarava che non avrebbe protetto nemmeno un millimetro di terra che avrebbe potuto essere sfruttato, ritenendo l’accordo di Parigi sui cambiamenti ambientali come un ostacolo per la proprietà terriera. Inoltre, il presidente ha recentemente licenziato il direttore dell’INPE, dopo aver criticato come imprecise le statistiche dell’ente pubblico che evidenziavano l’accelerazione della deforestazione nel paese.
Questo governo non ha nemmeno rinnovato il programma promosso dall’ex presidente Dilma Rousseff (“Borsa Verde”) che aveva l’obiettivo di preservare l’area amazzonica concedendo incentivi ai produttori locali che applicano metodi agricoli sostenibili ed evitano il disboscamento delle loro proprietà.
In relazione alle popolazioni indigene, le misure sono ancora più drastiche. Nel 2017 dichiarava: «Non verrà tracciato nemmeno un centimetro di confine per una riserva indigena o una quilombola» (territorio per i discendenti delle comunità di schiavi africani). Nel primo giorno di mandato ha ordinato il trasferimento dell’onere della demarcazione delle terre indigene, che prima era affidato alla Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), al Ministero dell’Agricoltura.
Il suo negazionismo verso i cambiamenti climatici e i diritti delle comunità che hanno abitato queste terre per secoli, è preoccupante. Gli incendi dolosi per facilitare l’avanzamento del modello agricolo egemonico avranno conseguenze ecologiche incalcolabili per le persone che vivono nella foresta e conseguenze climatiche per tutti. Continuando così, possono essere catastrofiche.
Un aumento ancora maggiore delle emissioni di gas serra contribuisce agli squilibri che stiamo già vivendo: alluvioni, temperature estreme, scioglimento dei ghiacciai, ecc. Fermare gli incendi dolosi è un obiettivo urgente per salvaguardare la vita delle persone che vivono lì, fermare il disastro ecologico che ne può generare e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico.
Articolo pubblicato su notasperiodismopopular
Traduzione di Michele Fazioli per DINAMOpress

giovedì 22 agosto 2019

SPORT DIGITALE O DI BUSINESS, BOLLE E GIOCO.

da  https://jacobinitalia.it/come-i-videogiochi-privatizzano-lo-sport/




A luglio si è tenuto il campionato mondiale del videogioco Fortnite (la Fortnite World Cup) e il suo vincitore, il sedicenne americano Kyle “Bugha” Giersdorf, ha ottenuto tre milioni di dollari dal montepremi totale di 30 milioni in una finale che è stata seguita da due milioni di persone, secondo quanto dichiarato dallo sviluppatore Epic Games. Per comparazione, considerate che tre milioni di dollari equivale al premio più ricco mai assegnato nella storia dei tornei di golf. Ancora più importante è il fatto che 40 milioni di aspiranti campioni abbiano partecipato alle fasi di selezione del campionato, perché Epic Games ha costruito la scena competitiva di Fortnite (nata con un investimento iniziale di 100 milioni di dollari per il suo primo anno) proprio sull’idea che chiunque potesse provare a partecipare alla competizione in quello che dal suo lancio nel 2017 è diventato rapidamente uno dei videogiochi più popolari al mondo, almeno in Occidente.
La Fortnite World Cup non è un caso isolato e fa parte di quel  fenomeno noto come “eSport”: gli sport digitali (elettronici), cioè i videogiochi competitivi in cui si gareggia a livello professionistico.
Attratti dal modello del giocoservizio (game-as-a-service), cioè dalla possibilità di trattare i loro videogiochi come servizi dal lungo supporto e monetizzabili all’infinito, negli ultimi dieci anni gli editori di videogiochi hanno iniziato a creare prodotti progettati per diventare eSport e costruire una comunità di videogiocatori disposti a pagare nel tempo per nuovi contenuti. «Chi gioca in modo competitivo ha un coinvolgimento [nel nostro videogioco] cinque volte maggiore di chi non gioca competitivamente» ha affermato Todd Sitrin di Electronic Arts, che pubblica il videogioco Fifa. «Questo si traduce in più incassi, più vendite del gioco e più soldi spesi dai giocatori all’interno del gioco». Nel 2018 sono stati in tutto il mondo 395 milioni gli spettatori di eventi dedicati all’eSport (più di un milione di questi spettatori sarebbero italiani) e il settore ha fatto girare 868 milioni di dollari. Nello stesso anno il campionato mondiale del videogioco Dota 2 di Valve ha avuto un montepremi totale di più di 25 milioni di dollari e le finali di League of Legends di Riot Games sono state viste da 100 milioni di spettatori.
Simili eventi, e simili cifre, attirano sempre di più investitori e stampa. Giersdorf è stato ospite al The Tonight Show Starring Jimmy FallonThe Washington Post ha ora giornalisti specializzati per coprire gli eSport, la Cina ha riconosciuto il videogioco competitivo come lavoropiù di 130 college americani hanno una loro squadra di eSport, la Staffordshire University ha un corso incentrato sul “business degli eSport”, 12 Stati europei stanno organizzando una European Esports Federationgiocatori di sport già affermati e attoriinvestono nel settore, l’Nba ha la sua lega dedicata al videogioco NBA 2K di Take Two e la Formula 1 ha la F1 Esport Series, in cui le aziende della Formula 1 tradizionale scelgono videogiocatori per rappresentarle e gareggiare al videogioco ufficiale della federazione. In Italia le squadre calcistiche RomaSampdoriaEmpoliCagliari e Parma hanno una loro divisione dedicata all’eSport, si prepara un torneo di videogiochi ufficiale per la Serie A, di recente Red BullAdidas e Armani hanno investito in organizzazioni italiane, l’Aci ha creato una commissione che valuterà le possibilità di attività nel mondo degli eSport, La Gazzetta dello Sport e il Corriere dello Sporthanno ora una loro sezione dedicata al tema e su Dmax si è appena conclusa la prima stagione del programma House of eSports.
La discussione è spesso incentrata su denarocifrerecord e vincitori, i toni sono trionfalistici e si parla di un futuro in cui gli eSport saranno «più grandi degli sport». È un momento di crescita, trainata anche dal successo delle piattaforme di streaming(piattaforme dove giocatori giocano in diretta e aziende trasmettono i loro eventi) come Twitch di Amazon. Peccato che, come rivelato dal sito specializzato in videogiochi Kotaku, in realtà le cifre del settore siano gonfiate e gli eSport siano forse destinati a rivelarsi l’ennesima bolla speculativa: nessun analista e nessun esperto ha davvero idea di quanto valgano gli eSport e di quanti siano realmente i loro spettatori. 
Ma il capitalismo non si è mai fermato di fronte alle bolle speculative, e l’eSport è oggi un fenomeno da conoscere e da capire per comprendere l’attuale industria dell’intrattenimento, perché l’importanza degli eSport è tale che essi sono ormai parte del dibattito anche negli eventi sportivi tradizionali. Il Comitato Internazionale Olimpico ha discusso se e come aprire agli eSport, e anche se la discussione è stata per ora definita “prematura”, il Cio ha comunque incoraggiato «una cooperazione accelerata» per quanto riguarda le simulazioni di sport già parte delle Olimpiadi. Intanto i Giochi asiatici indoor e di arti marziali hanno già da un decenniomedaglie per i vincitori di competizioni videoludiche, è stata discussa la loro introduzione nei Giochi Asiatici del 2022 in Cina (i Giochi Asiatici sono, dopo le Olimpiadi, il più grande evento polisportivo al mondo) e nel 2017 il Cus della Statale di Milano parlò di aggiungere gli eSport al calendario dei suoi Campionati di Facoltà. Anche qua la questione è prima di tutto economica: quello che interessa a questi eventi e a queste organizzazioni non sono gli eSport ma il loro pubblico, e il Cio lo ha esplicitamente dichiarato: «gli eSport stanno mostrando una forte crescita, specialmente con le fasce di età più giovani e attraverso diversi Stati, e possono fornire una piattaforma per avvicinarli al Movimento Olimpico».
«Il capitalismo avanzato e monopolista usa l’industria dell’intrattenimento per colonizzare il desiderio e il mito negli sport come un contenitore in cui inserire messaggi commerciali» spiega TR Young in The Sociology of Sport. Anche le Olimpiadi, che sono nate come evento dedicato ai dilettanti e hanno avuto per lungo tempo regole piuttosto severe su sponsorizzazioni e marchi, a partire dagli anni Novanta si sono progressivamente trasformate in un palcoscenico per promuovere gli sponsor. A seguito delle Olimpiadi di Rio del 2016 il Comitato Internazionale Olimpico e i suoi partner commerciali si sono però mostrati preoccupati per la scarsa attenzione del pubblico giovane (18-34 anni), una perdita di interesse che è stata osservata anche in Italia. Forse gli spettatori si stanno solo spostando su piattaforme digitali dove ancora non vengono misurati, ma il Cio vuole seguire questo spostamento e l’inizio di una discussione sull’ingresso degli eSport nelle Olimpiadi fa parte di questa strategia. Di fronte a un generale abbandono del mezzo televisivo da parte dei giovani, a favore del digitale e delle piattaforme di streaming, investitori e pubblicitari corrono ai ripari e l’eSport offre loro l’opportunità di raggiungere nuovamente queste fette di mercato.
L’importanza del pubblico negli sport è evidenziata dai casi in cui i regolamenti sono stati modificati proprio per attirare spettatori. Negli anni Novanta, l’amministrazione Clinton sostenne la deregolamentazione del baseball americano e l’introduzione di integratori alimentari (come l’Androstenedione, che è stato poi vietato) per aumentare il numero di home run nelle partite e la loro spettacolarità complessiva e riportare spettatori negli stadi dopo un ventennio caratterizzato da continui scioperi dei giocatori e una progressiva perdita di pubblico. 
In modo simile ma amplificato, l’eSport nasce per essere sia gioco sia spettacolo ed è costantemente piegato alle necessità del suo essere spettacolo. Le regole di questi videogiochi cambiano continuamente e non c’è reale interesse nel loro bilanciamento o nel far emergere il giocatore migliore: per le aziende è più importante catturare spettatori (e quindi sponsor) e per farlo è prioritario creare un’esperienza sempre varia e fresca. Per lo stesso scopo, è necessario che questi videogiochi diano a tutti la sensazione di poter realizzare senza sforzo tutto ciò che vedono fare ai campioni: una partita è più interessante da guardare se il vincitore è incerto sino all’ultimo secondo, e quindi se esistono meccaniche che consentono recuperi improvvisi. Il giorno prima di un torneo ufficiale di Fortnite (il Winter Royale del 2018) Epic ha improvvisamente introdotto nel videogioco due nuove meccaniche sconvolgendo totalmente la competizione, invalidando l’allenamento dei giocatori più forti e rendendo quindi possibili vittorie inaspettate di partecipanti meno capaci ed esperti. L’eSport è, in questo come in altri elementi, una versione degli sport potenziata e pensata per l’epoca digitale.
Per esempio, lo sport e gli eventi sportivi sono un’ottima scusa usata dalla politica per la costruzione di opere costose e inutili e per la gentrificazione delle città (queste operazioni servono anche a legittimarsi di fronte alla comunità internazionale). Gli eSport, pur volendo essere appunto sport digitali, promettono le stesse opportunità di speculazione edilizia e di costruzione di dispendiose arene che potrebbero diventare inutili da un momento all’altro. Gli eSport per dispositivi mobili (cioè smartphone e tablet) e in generale i videogiochi online per dispositivi mobili sono anche uno dei motiviche, secondo le compagnie, dovrebbero spingere i consumatori ad abbracciare l’attuale corsa verso le reti 5G.
Poi, sia sport sia eSport piegano il corpo a una disciplina capitalistaIl concetto contemporaneo di sport non è sempre esistito: lo sport nasce per occupare il tempo libero, cioè il tempo non speso lavorando, e questa divisione nasce con il capitalismo. «In un’epoca in cui la forza lavoro è comprata e venduta, il tempo dedicato al lavoro diventa nettamente e antagonisticamente separato dal tempo non speso a lavorare, e il lavoratore dà un valore incredibile a questo tempo libero, mentre il tempo speso lavorando è considerato perso o sprecato» scrive Harry Braverman in Labor and Monopoly Capital: The Degradation of Work in the Twentieth Century. Ma il “tempo libero” non è tempo libero dal capitalismo, è solo tempo speso per ricaricarsi in vista del lavoro. «Il divertimento nel capitalismo avanzato è continuazione del lavoro» leggiamo inDialettica dell’Illuminismo di Max Horkheimer e Theodor Adorno. «È ricercato come fuga dal processo di lavoro meccanizzato, come modo di recuperare le forze per poter infine tornare a lavorare». Lo sport trasforma inoltre il corpo in macchina e lo regolamenta tramite allenamenti ripetitivi simili al lavoro in una catena di montaggio. «Gli sport moderni, uno potrebbe dire, cercano di restituire al corpo alcune di quelle funzioni che la macchina gli ha sottratto» scrive Adorno in uno dei saggi raccolti in Prismi. «Ma lo fanno solo per addestrare gli uomini a servire la macchina in modo ancora più inesorabile. Quindi gli sport appartengono al reame della prigionia». 
Allo stesso modo, il videogioco costringe i suoi videogiocatori a obbedire a regole severe e a ripetere ossessivamente le stesse azioni in cambio di una piccola e illusoria gratificazione che consola dell’assenza di gratificazioni nel mondo reale. È un lavoro che prepara al lavoro. Ma l’eSport rispetto allo sport nega definitivamente il corpo e lo sostituisce con la macchina e con i corpi digitali che essa simula. L’esercizio fisico è ancora importante per i videogiocatori professionisti, ma solo perché il corpo ne ha bisogno per potersi efficientemente sottomettere alla macchina. 
Questa disciplina a cui i corpi sono sottoposti serve anche a sottrarre energia all’azione anti-capitalista. Come scrive Trotsky, «la rivoluzione sveglierà inevitabilmente nella classe lavoratrice inglese passioni inusuali, sinora soppresse artificialmente e stornate con l’aiuto della disciplina sociale, della chiesa, della stampa e dei canali artificiali costituiti dal pugilato, dal calcio, dalle corse e dagli altri sport». E così funzionano i videogiochi e, a maggior ragione, così funzionano gli eSport che uniscono videogioco e sport. Scrive il filosofo e studioso di videogiochi Matteo Bittanti: «Il divertimento elettronico offre, in forma vicaria, soddisfazioni psicologiche precluse al precariato nella cosiddetta realtà. Panacea virtuale delle crescenti ineguaglianze, il videogioco è un efficace dispositivo di governo, inteso in senso foucaultiano».
Lo sport sostituisce le persone e le loro relazioni con numeri (record, punteggi): «Lo sport è un sistema di varie competizioni fisiche con lo scopo di comparare e misurare le prestazioni del corpo umano». (da Jean-Marie Brohm, Critiques du Sport). L’eSport, e in generale il videogioco, è per sua natura fatto di numeri e punteggi ed è sempre alla ricerca di nuove statistiche per quantificare le prestazioni. Lo sport non è estraneo all’idolatria dei singoli atleti. L’eSport sta seguendo l’attuale tendenza degli influencer, celebrità che costruiscono intorno a loro comunità da dirigere (influenzare) in base agli sponsor che rappresentano. In tutti questi aspetti, l’eSport si mostra come evoluzione e unione di sport e spettacolo (videogioco) nel capitalismo digitale.
Ma soprattutto, l’eSport completa la trasformazione dello sport in prodotto. Il calcio è un sistema di regole. Una federazione, la Fifa, lo regola a livello internazionale e oggi il suo regolamento è rispettato anche nelle Olimpiadi, ma la Fifa non possiede il calcio e non può vietare di giocare a calcio, magari con regole lievemente diverse, al di fuori dalla sua federazione, come fa la lega ConifaFortniteDota 2League of Legends e tutti gli altri eSport sono invece marchi, prodotti con loro proprietari: sono questi proprietari a decidere quali tornei possono esistere, come si strutturano le carriere dei videogiocatori da dilettanti a professionisti e, in generale, chi può giocare e come può giocare al loro videogioco. Chester King, presidente della British eSport Association, sottolineò come questa differenza tra sport ed eSport renda impossibile (o almeno non auspicabile) la loro equiparazione: «Non penso che vedrete mai gli eSport alle Olimpiadi… perché quale titolo dovreste scegliere? Possono esserci più di 35 titoli tra cui decidere, tutti grandi prodotti commerciali. Nessuno possiede il calcio, nessuno possiede il golf. Ma se le Olimpiadi avessero un torneo del videogioco Counter-Strike le vendite del gioco schizzerebbero fin sopra il soffitto». È un problema di cui le Olimpiadi sono consapevoli, e infatti il Cio ha citato tra gli ostacoli incontrati nel riconoscimento degli eSport come sport la rapida evoluzione dell’industria «con la cangiante popolarità degli specifici giochi», il suo panorama frammentato «con dura competizione tra diversi operatori commerciali» e la sua natura «guidata dal commercio, mentre d’altra parte i movimenti sportivi sono basati su valori».
A causa del suo essere un prodotto con un proprietario, il videogioco è anche un arbitro che applica regole che in parte conosce solo lui e che noi comprendiamo solo nei limiti in cui queste regole ci vengono spiegate o in cui si manifestano più o meno chiaramente. Non abbiamo infatti accesso al codice originale, quindi alle vere regole, degli eSport commerciali. Scoprire le regole di un’opera, le sue interazioni più strane, le sue eccezioni e i suoi segreti fa da sempre parte del fascino del videogioco: è la sorpresa di trovarsi in un mondo altro rispetto al nostro, un mondo di cui vanno capite le leggi. Ma questo c’entra poco con quello che noi consideriamo “sport”.
In parte questi problemi potrebbero essere risolti con la creazione di eSport open-source e gratuiti, videogiochi di cui tutti possano conoscere il regolamento e che non siano sotto lo stretto controllo di una compagnia. Ma, appunto perché in una simile operazione non è coinvolta alcuna multinazionale con il suo marketing e il suo pubblico, non si è sinora mostrato un reale interesse verso questa possibilità. Anche il Cio, che vuole portare nelle Olimpiadi le simulazioni di sport già esistenti, ha incoraggiato le federazioni come la Fifa non a creare alternative ai prodotti commerciali, ma a «acquisire o mantenere un adeguato controllo sulle versioni elettroniche/virtuali dei loro sport». Inoltre, questo non risolverà certo i problemi più profondi degli eSport, quelli che lo accomunano a sport e videogiochi come parte della nostra “società dello spettacolo”.
Il fatto che l’eSport sia un prodotto posseduto da una compagnia ha importanti conseguenze anche nella vita di tutti quelli che lavorano nel settore. Nel 2018 la multinazionale americana Activision Blizzard ha improvvisamente interrotto la promozione del suo videogiocoHeroes of the Storm come eSport, cancellandone il torneo ufficiale e rendendo quindi disoccupati tutti i suoi 200 videogiocatori professionisti, i suoi streamer (che si erano specializzati in un videogioco che si trova ora senza scena competitiva) e gli esperti che lavoravano alle dirette delle competizioni professionistiche. Un intero eSport annientato dalla ristrutturazione interna di un’azienda, un evento che ha fatto tornare l’attenzione anche sulla necessità di un sindacato che difenda i videogiocatori professionisti, che possono arrivare a lavorare 80 ore alla settimana con gravi danni mentali e fisici capaci di terminare prematuramente le loro carriere, comunque destinate a concludersi prima dei 30 anni, come accade in altri sport. 
Ma gli eSport, come gli sport tradizionali, sono diventati anche l’occasione per saldare amicizie tra persone marginalizzate, occasione di emersione e cambiamento. Come dimostrano le molestie ricevute da donne durante una festa di chiusura dell’ultima edizione dell’Evo (uno dei più grandi eventi competitivi del mondo del videogioco), non si tratta di spazi completamente sicuri e accoglienti per chi non è un uomo bianco, etero e cis. Ma la comunità che ruota intorno proprio all’Evo, la comunità dei giocatori di picchiaduro (come il celebre Street Fighter di Capcom), è per esempio da sempre nota per la sua diversità etnica, e anzi è in gran parte nata nei sobborghi neri degli Stati Uniti d’America. E, nonostante l’opposizione di gruppi anche organizzati legati all’alt-right americanalentamente gli eSport (e i videogiochi in generale) si stanno aprendo alle donne e alla diversità. Alcuni di questi giochi, come il recente Apex Legends di Electronic Arts, si sono persino distinti per l’inclusività mostrata nella selezione dei personaggi disponibili e Overwatch di Activision Blizzard è stato il primo videogioco nel suo genere (lo sparatutto in prima persona) a mettere in copertina un personaggio femminile e omosessuale, un personaggio che è diventato simbolo del prodotto e che non viene caratterizzato in base alla sua sessualità.
Certo, questo è in linea con l’attuale spinta delle corporazioni alla diversità, una spinta che nasce come conseguenza delle lotte reali di attivisti e organizzazioni e a cui l’industria si accoda per reinserirla nel circuito del mercato capitalista e sfruttarla. Ma non bisogna neanche confondere il sistema stesso con le comunità e gli individui (i videogiocatori e i creativi) che vivono in questo sistema, e che sono capaci di spinte anche dirompenti verso il cambiamento, spinte che aspettano solo di essere ulteriormente liberate. In questo senso, alla base di sport, videogiochi ed eSport c’è qualcosa di rivoluzionario, qualcosa che va fatto emergere: il gioco.«Il desiderio di divertimento, distrazione, viaggi e risate è uno dei più legittimi della natura umana» scrive Trotsky. «Possiamo, e anzi dobbiamo, soddisfare questi desideri con una maggiore qualità artistica, e allo stesso tempo dobbiamo rendere il divertimento un’arma di educazione collettiva».
* Matteo Lupetti è un fumettista indipendente e un critico marxista di videogiochi. Ha collaborato con MotherboardAlias de Il manifestoNotFanbyteEurogamer.net e Wireframe.

mercoledì 21 agosto 2019

TASSE E DISUGUAGLIANZE


da  https://jacobinitalia.it/flat-tax-disuguaglianze-e-le-tasse-dei-futuri-governi/




Lo scoppio della crisi di governo sembra destinata a imporre uno stop ai progetti di flat tax, cardine della campagna elettorale del centrodestra e anche del successivo contratto di governo. Eppure, che si vada a una campagna elettorale lampo, o che si configuri invece un governo più o meno “del presidente” per affrontare la finanziaria, il tema delle tasse – e della distribuzione del carico fiscale fra i diversi gruppi sociali – rimarrà cruciale. Che si tratti di disinnescare l’aumento dell’Iva o di fare una riforma dell’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), si tratta di misure di fondamentale rilevanza economica e politica. 
In Italia – è bene dirlo subito – i lavoratori dipendenti e quelli che dichiarano regolarmente i propri guadagni pagano tante imposte, troppe secondo alcuni. Sarebbe davvero importante una seria riforma fiscale che, oltre a ridurre drasticamente l’evasione fiscale, riduca il carico delle imposte per i lavoratori redistribuendolo sui più ricchi, rafforzando la progressività delle imposte nel suo complesso che è oggi lontana da ciò che richiedono le crescenti disuguaglianze economiche. Invece, da mesi, il tema è monopolizzato dalla cosiddetta flat tax, la quale avrebbe risultati opposti.

La strana storia della flat tax 

In teoria, stando al significato letterale dell’espressione flat tax (e alle proposte presentate dalle diverse forze di centrodestra, ma anche da un think tank neoliberale come l’Istituto Bruno Leoni), si tratterebbe di un’imposta con aliquota unica per tutti i redditi – o per quelli al di sopra di una certa soglia di esenzione. 
In pratica, si riferisce a una non meglio specificata e incerta riforma dell’Irpef . Obiettivo dichiarato è ridurre il numero di aliquote – e in particolare eliminare quelle più elevate.  
In un clima di totale incertezza sulla proposta effettiva di riforma appare utile affidarsi all’ipotesi di “quasi flat tax” contenuta nel contratto di governo gialloverde. Secondo questa proposta, si prevedono due aliquote marginali, del 15 e del 20%. La nuova imposta si applicherebbe al reddito familiare con una deduzione di 3.000 euro per ogni componente familiare. Anche se non direttamente specificato, alcune dichiarazioni pubbliche di esponenti della Lega hanno lasciato intendere che l’aliquota del 15% si applicherebbe fino a 80 mila euro di reddito familiare e quella del 20% per tutta l’eccedenza. Oggi, invece, l’Irpef si applica sui redditi indivuali e si basa su 5 aliquote marginali che vanno dal 23% per i redditi sotto i 15 mila euro, al 43% per i redditi superiori ai 75 mila euro.
Può essere utile un esempio partendo dal rapporto annuale Inps2019 che ha messo in evidenza come, negli ultimi trent’anni, la crescita dei redditi si sia concentrata principalmente sui lavoratori dipendenti privati italiani con super-stipendi (quelli oltre i 530 mila euro annuali). Con 530 mila euro di stipendio si versa oggi il 23% sui primi 15 mila; 27% sui successivi 13 mila; e via così, fino al 43%, applicato solo sui redditi guadagnati al di sopra della soglia di 75 mila euro. In totale, non considerando le addizionali regionali e comunali, l’imposta Irpef che dovrà essere versata da una ipotetica fortunata dipendente ammonterebbe a poco più di 220 mila euro. Con la “quasi flat tax” contenuta nel contratto di governo, le imposte dovute dalla nostra stessa ipotetica dipendente (single e senza figli per semplificare) diminuirebbero di più della metà, a circa 102 mila euro. Il risparmio netto sarebbe di circa 120 mila euro. Non male, considerando che il suo ipotetico collega (anche lui single e senza figli) con un reddito annuale di 23 mila euro risparmierebbe solo circa mille euro.
Questo non è tuttavia l’esito inevitabile di una riforma che alleggerisca il peso del fisco sui lavoratori italiani. In teoria, la stessa flat tax si potrebbe strutturare mantenendo, o anche aumentando, i livelli di progressività dell’attuale Irpef – lo mostrano con semplicità ma rigore gli economisti Baldini e Rizzo in un libro uscito pochi mesi fa, che fa anche il punto sulle proposte in campo in Italia. Sempre in teoria, si potrebbe anche disegnare una flat tax che non modifichi il gettito fiscale. Nella pratica del governo gialloverde la proposta mira esplicitamente a ridurre drammaticamente sia la progressività delle imposte, sia il gettito fiscale. Oltre agli enormi effetti redistributivi di questa riforma a favore dei ceti forti, il problema è il costo esorbitante, secondo diverse stime pari ad almeno 50-60 miliardi di euro. Tutto questo, finora, senza venir meno ai vincoli europei, e della nostra carta costituzionale, sulla spesa pubblica. Abbassando le imposte sul reddito bisognerà dunque introdurre altre imposte o necessariamente, come solo l’Istituto Bruno Leoni ammette, effettuare tagli draconiani alla spesa pubblica, riducendo ulteriormente i fondi per sanità, istruzione, edilizia pubblica e via dicendo. Rimane dunque doveroso chiedersi: quali spese si vogliono tagliare? Quali tasse e imposte aumenteranno? Certo, se il governo compensasse lo sconto sull’Irpef riducendo sostanzialmente i regimi fiscali di favore attualmente previsti per le rendite finanziarie o i trasferimenti di ricchezza come i lasciti ereditari e le donazioni, le conseguenze distributive e per i conti pubblici sarebbero complessivamente meno preoccupanti; ma non abbiamo sentito parlarne da nessun esponente del governo. Anche per questo motivo, non sembrano esistere soluzioni convincenti per disinnescare un ulteriore sostanzioso aumento delle aliquote Iva per circa 23,2 miliardi di euro – già pianificato nei documenti ufficiali del governo inviati alla Commissione Europea – che potrebbe avere effetti distributivi ancora più pesanti. L’imposta sul valore aggiunto – Iva – si applica infatti a tutti i consumi e gli acquisti, e dunque colpisce di più chi è costretto a consumare la maggior parte del proprio reddito: le fasce più deboli.

Le ipotesi alternative

Dovendo già reperire 23,2 miliardi di euro, ogni costo aggiuntivo legato alla riforma del fisco, appare particolarmente irrealizzabile per l’attuale governo. Dati questi vincoli stringenti, si è cominciato, dunque, a discuter di altre ipotesi, più sbrigative e forse temporanee, al fine, sembra, di cogliere due piccioni con una fava: avviare la riforma, o quanto meno comunicare all’opinione pubblica di averlo fatto, e non pesare troppo sulle casse dello Stato. 
Tra queste ipotesi alternative, vi è quella della Lega di tassare il reddito familare al 15% fino a un totale di 55 mila euro. Se il reddito familiare superasse questa soglia non appare però chiaro cosa fare, e si è proposto semplicemente di lasciare intatto il regime Irpef attuale. Quest’ipotesi, oltre a creare un caos fiscale, favorirebbe i nuclei monoreddito e disicentiverebbe la dichiarazione di redditi superiori ai 55mila euro (con ripercussioni negative sugli incentivi alla partecipazione delle donne alla forza lavoro). Il costo dell’opzione con due scaglioni e due aliquote, inclusa nel patto di governo, è stimato dalla Lega in circa 12-15 miliardi di euro. Potrebbe costare fino 17 miliardi come stimano Baldini e Rizzo.
Più di recente ci si è invece concentrati su un’ulteriore proposta, radicalmente diversa e alquanto inusuale. L’aliquota unica del 15% si applicherebbe non sul totale dei redditi, ma solo sui redditi aggiuntivi dichiarati fra un anno e l’altro. Continuiamo l’esempio precedente, con la nostra dipendente privata che dichiara 530 mila euro all’anno. Se riuscisse il prossimo anno a incassare 100 mila euro in più, pagherebbe su questo reddito addizionale solo 15 mila euro di imposte aggiuntive – anziché 43 mila, come attualmente previsto. Questa misura, permetterebbe al governo di sbandierare la riforma del fisco senza sforare i vincoli di bilancio – in quest’ultima versione, la riforma costerebbe appena 2 miliardi. Tuttavia, questa mini riforma intaccherebbe drammaticamente la progressività delle imposte, facendo diventare quella principale – l’Irpef – regressiva. Si favorirebbe, inoltre, chi può decidere, più o meno legalmente, di dichiarare di meno quest’anno al fine di usufruire di un sostanzioso sconto l’anno prossimo. Inoltre, se questa riforma fosse temporanea, sarebbe solo un regalo per pochi, pagato da tutti. Si permetterebbe, infine, a persone che guadagnano lo stesso reddito di pagare imposte diverse, violando il principio dell’equita’ orizzontale di trattamento.
Un’altra ipotesi, avanzata dal M5S, prevede tre aliquote e non una o due: un’aliquota al 23% fino a 28 mila euro, 37% da 28 a 100 mila, e 42% oltre. Quest’ipotesi appare più ragionevole, e avrebbe effetti redistributivi più omogenei fra le classi di reddito. Tuttavia, ha un costo stimato in circa 23 miliardi di euro. Il costo si potrebbe ridurre significativamente abrogando il bonus fiscale di 80 euro in busta paga (costo stimato a circa 9 miliardi), come infatti si è discusso negli scorsi giorni, ma questo rende la proposta politicamente inaccettabile, perché tutti i redditi inferiori ai 20mila eurofinirebbero per pagare più imposte.
Questo esempio solleva l’importante tema degli effetti distributivi dell’attuale e complesso sistema di esenzioni, deduzioni familiari, detrazioni e regimi speciali. Ad esempio, a seguito della ristrutturazione della prima casa si possono oggi chiedere detrazioni fiscali, che rappresentano una riduzione delle imposte da pagare negli anni successivi. Allo Stato, queste detrazioni costano circa 8 miliardi di euro. Nel suo complesso, invece, il sistema di tutte queste cosiddette “spese fiscali” vale circa 130 miliardi di euro – ed è qui che il governo pensa di attingere per trovare, in parte e come illustrato per l’esempio del bonus 80 euro, le risorse necessarie a finanziare la riforma del fisco. 
Tuttavia, secondo uno studio della Corte dei Conti, il 62,5% delle spese fiscali si concentra principalmente sulle fasce di reddito più basse, quelle con redditi inferiori ai 28 mila euro. Eliminare o ridurre alcune di queste spese fiscali si può, ma bisognerebbe scegliere con cautela per evitare un costo redistributivo ancora più alto. 

Tassazione progressiva e stato sociale contro le disuguaglianze

È importante comunque ribadire che, se nella Costituzione si è voluto inserire il sacrosanto principio della progressività delle imposte, è perché il sistema delle imposte e dei trasferimenti (nel gergo economico tutto ciò che i cittadini ricevono dallo stato, in denaro o “natura”) gioca un ruolo cruciale nella redistribuzione dei redditi e della ricchezza, nella riduzione delle disuguaglianze. Ce lo insegna la storia: tra la prima e la seconda guerra mondiale, sono stati gli Stati Uniti a guidare l’introduzione, in tutte le economie occidentali, di imposte sui redditi estremamente progressive, mirate tra le altre cose anche a finanziare misure di sicurezza sociale come pensioni di disabilità, anzianità e disoccupazione. L’Italia ha seguito, con un certo ritardo, quest’onda, introducendo solo nel 1973 l’Irpef, e istituendo solo nel 1978 il Sistema Sanitario Nazionale. Progressività e stato sociale hanno contribuito enormemente al grande calo delle disuguaglianze, sperimentato dalla gran parte dei paesi europei nei cosiddetti “trenta gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale; appena pochi anni dopo, Reagan e Thatcher lanceranno la controffensiva contro imposte e welfare, e le disuguaglianze torneranno ad aumentare.



Ma come funziona la redistribuzione? In primo luogo, alterando meccanicamente la distribuzione dei redditi, così come generata “spontaneamente” dal mercato. Un sistema che preveda di aumentare proporzionalmente l’imposta all’aumentare del reddito, prende di più a chi ha di più; allo stesso tempo, lo stato sociale redistribuisce queste risorse tramite benefici monetari, come le pensioni, ma anche con l’erogazione gratuita di servizi pubblici (sanità, istruzione, mense scolastiche, alloggi popolari, infrastrutture). È bene ricordare infatti che è scorretto e incompleto parlare di imposte senza capire le spese che si vogliamo finanziare, le destinazioni finali di utilizzo delle risorse. Questi trasferimenti andranno, almeno in teoria, in misura maggiore a chi ha di meno.
La disuguaglianza dei redditi disponibili – quelli che i cittadini si trovano in tasca dopo questo doppio intervento dello Stato – sarà dunque minore di quella dei redditi prodotti nel mercato. Quanto assomiglia la realtà alla teoria? Come dimostra la figura, tratta dalle15 Proposte per la Giustizia Sociale del Forum Disuguaglianze e Diversità, ovunque nel mondo la redistribuzione riduce le disuguaglianze – e lo fa maggiormente in quei paesi dove le tasse sono progressive e il welfare universalistico e generoso. In Svezia, ad esempio, l’indice di Gini – che segna 0 nel caso in cui tutti i cittadini guadagnano la stessa cifra, e 100 nel caso in cui un solo ricco concentra tutto il reddito nelle proprie mani – scende da 43 a 27 grazie all’azione dello Stato. Anche in Italia, con tutti i limiti ben noti, le disuguaglianze sarebbero molto peggiori senza il ruolo della tassazione e della spesa pubblica: se il mercato genera disuguaglianze uguali a quelle statunitensi (Gini di 51), da noi lo Stato le porta più vicine ai livelli nordici di quanto non faccia oltreoceano (33 contro 39). 


La redistribuzione non è più quella di una volta

Questa forza redistributiva, tuttavia, si è ridotta enormemente negli ultimi decenni in buona parte dei paesi avanzati. Secondo uno studio Ocse, ancora negli anni Ottanta circa il 50% delle disuguaglianze di mercato venivano ridotte dall’intervento governativo; oggi la riduzione sarebbe appena del 25% – addirittura 15% negli Stati Uniti, un tempo avanguardia della progressività.
A determinare questo calo è stata in primo luogo la minore generosità dei trasferimenti monetari previsti dai diversi sistemi di welfare, così come la loro minore copertura, e l’introduzione di criteri sempre più stringenti per avere accesso a questi trasferimenti. Nel caso britannico, ciò è avvenuto in forme odiose come quelle raccontate da Ken Loach in Io, Daniel Blake. Il film racconta la tragica storia di un falegname cardiopatico che, dopo aver fallito uno degli invasivi test per verificare il diritto all’assistenza sociale, è costretto a un’odissea nella burocrazia per cercare di riottenere il suo sussidio alla disoccupazione. Le proiezioni del film hanno accompagnato da allora le campagne del Labour Party, determinato con Jeremy Corbyn a riavvolgere il nastro delle drammatiche riforme avviate dalla Thatcher e proseguite con il “new Labour”; ma l’arretramento del welfare non è avvenuto solo oltremanica. 
A far aumentare le disuguaglianze è stata anche la riduzione della progressività fiscale. Economisti come Thomas Piketty hanno denunciato il crollo in particolare delle imposte sui redditi più alti – che come abbiamo visto nel primo grafico, in paesi come Regno Unito e Stati Uniti superavano il 90%. In Italia, dal 1974 si sono ridotti sia il numero degli scaglioni (addirittura 32 nel disegno originale) che le aliquote – quella massima era in origine al 72%. Tuttavia, sempre secondo una simulazione di Baldini e Rizzo, non è detto che la progressività complessiva sia diminuita rispetto ad allora. È infatti importante capire che non è solo l’aliquota massima, quella sull’ultimo euro guadagnato, a determinare la progressività, che dipende dalla struttura complessiva dell’imposta – e cioè “dettagli” cruciali come le soglie da cui queste aliquote si applicano, o il complesso sistema di esenzioni, deduzioni e detrazioni. Ad esempio, nel 1977, erano appena 23 i contribuenti che dichiaravano oltre 500 milioni di lire (equivalenti a circa 2 milioni e 120 mila euro tenendo anche conto dell’inflazione), e che pagavano davvero il 72% di aliquota marginale; e se escludiamo i circa 20 mila “paperoni” che dichiaravano almeno 40 milioni di lire (circa 170 mila euro a prezzi odierni), l’aliquota massima era effettivamente al 42% – meno di oggi. Certo, l’allora 41enne Silvio Berlusconi, coi suoi circa 304 milioni di lire di imponibile dichiarato (circa 1 milione e 300 mila euro a prezzi odierni), arrivava a essere soggetto all’aliquota marginale del 64%: non a caso, di lì a poco, sarebbe stato il primo politico a parlare di flat tax in Italia. 

Cosa stiamo tassando?

Soprattutto, ai fini distributivi, non è importante che una sola imposta – pure importante come l’Irpef – sia piatta o progressiva. Ciò che conta è la progressività del sistema fiscale nel suo complesso. Idealmente, anche se non tutti concordano, potremmo avere un’unica base imponibile composta dal totale dei redditi percepiti da una persona come il salario, il rendimento di Bot o azioni, l’affitto percepito come proprietario di immobile, e via dicendo. Anche solo concentrandosi sui redditi, e lasciando fuori le imposte sui patrimoni, ciò permetterebbe di identificare con maggiore precisione e semplicità la capacità contributiva dei diversi individui. Citando ancora Baldini e Rizzo, «L’imposta personale è un elemento di grande civiltà nel sistema fiscale di un paese, poiché permette di definire il contributo alle finanze della collettività da parte di ognuno in base alle proprie condizioni socio-economiche personali». 
In Italia, tuttavia, siamo sempre più lontani da questo ideale, e la base imponibile dell’Irpef (che già dall’inizio non includeva gran parte dei redditi da capitale) è stata negli anni continuamente erosa. L’ultimo smottamento si è verificato col regime forfettario del 20%, applicato dalla scorsa finanziaria alle partite Iva fino ai 65mila euro, con ogni probabilità esteso fino a 100mila euro dal 2020. Questi redditi da lavoro autonomo non fanno dunque più parte della base imponibile dell’Irpef. Stessa sorte era capitata qualche anno fa ai redditi da affitti, soggetti a un’imposta sostitutiva piatta (al 10% o 21%), senza tener conto degli altri redditi e del patrimonio, mentre casi come quello di Cristiano Ronaldo hanno portato sotto i riflettori il regime di favore introdotto dal Governo Gentiloni per i ricchi paperoni “stranieri” che “traslocano” la propria residenza fiscale in Italia. In sostanza oggi l’Irpef – che stando ai dati Ocse pesa in Italia oltre il 10% del Pil, più che in gran parte dei paesi occidentali – è applicata sempre di più solo sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni. Inoltre, la creazione di questa sorta di “spezzatino” fiscale, tramite l’esistenza di tutti questi regimi speciali di tassazione dei diversi tipi di reddito, genera forti iniquità di trattamento anche fra persone che hanno sulla carta redditi uguali, e succede persino che chi ha di più paghi di meno. 
Parallelamente, i redditi di impresa e i trasferimenti di ricchezza (entrambe cose che favoriscono maggiormente le tasche dei più ricchi) sono sempre meno tassati. Se l’imposta sui redditi d’impresa superava il 50% a metà anni Novanta, oggi si attesta appena al 24% – praticamente quanto il più povero dei lavoratori dipendenti. Nello stesso periodo, l’aliquota massima sulle eredità tra genitori e figli è crollata dal 27 al 4%. Come evidenziato da uno studio di Piketty e Saez, tutto ciò è di cruciale importanza per la progressività del sistema fiscale: nel caso statunitense infatti, la minore tassazione di questi redditi e fortune ereditate spiega buona parte della minore capacità dello stato di ridurre le disuguaglianze. Più ancora che parlare di aliquote, dunque, sarebbe necessario allargare la base imponibile dell’Irpef, applicando la progressività su tutti i redditi (soprattutto quelli, come quelli da capitale e impresa, di cui i ricchi beneficiano maggiormente), e non solo sul lavoro.

Le imposte devono ridurre le disuguaglianze a monte 

Oltre al meccanismo “diretto” spiegato poco fa, c’è un’altra via, indiretta, in virtù della quale le imposte progressive riducono la disuguaglianza dei redditi. In altre parole, se elevassimo l’ultima aliquota dell’Irpef – o meglio, introducessimo un’ulteriore aliquota per i redditi sopra 100 o 150 mila euro – dovremmo aspettarci una riduzione della quota di reddito dell’1% più ricco degli italiani. 
Esistono tre spiegazioni principali per questo fenomeno:
§  Aliquote più elevate spingerebbero a più evasione (o elusione) – soprattutto se ci sono facili scappatoie da sfruttare. La minore disuguaglianza sarebbe dunque solo sulla carta, e alzare le tasse ai ricchi diverrebbe un boomerang, riducendo il gettito fiscale. Il presunto recupero del gettito è alla base di alcune delle ipotesi di flat tax in discussione, e potrebbe certamente verificarsi, anche se nessuno potrebbe davvero scommettere quanto. Tra l’altro, misure come il regime forfettario introdotto nel 2019 potrebbero proprio avere l’effetto contrario, spingendo le partite Iva a evadere ed eludere i redditi superiori a 65 mila euro, per non perdere i benefici fiscali. Difficile capire se i 38 miliardi all’anno stimati di evasione Irpef potrebbero davvero ridursi considerevolmente. 
§  Un’imposizione elevata scoraggerebbe l’innovazione, il lavoro e l’impegno. Assumendo che il reddito guadagnato dipenda direttamente dalla quantità e qualità di lavoro, l’imposizione di imposte più alte scoraggerebbero l’impegno dei lavoratori e ridurrebbero i redditi guadagnati. Secondo questo ragionamento, e per fare un esempio, se avessimo tassato i circa 4 miliardi e mezzo guadagnati da Maradona nel 1987 con aliquote troppo elevate (all’epoca eravamo ancora al 62%), il Napoli non avrebbe forse più potuto contare su un impegno sufficiente del campione argentino, che si sarebbe accontentato di un solo scudetto. Questo tipo di argomentazioni sono molto popolari nel dibattito pubblico e tra gli economisti. Tuttavia, la stagione 1989-1990 della Serie A e la ricerca empirica suggeriscono quanto questo aspetto sia marginale. Il nostro impegno, produttività e voglia di fare goal, dipendono chiaramente da tanti fattori e non solo dalla tassazione. L’idea che basti abbassare le imposte per stimolare la crescita economica non è empiricamente dimostrata, e non è così convincente neppure a livello teorico. 
§  Un ultimo argomento, molto meno discusso ma che studi recenti dimostrano avere importanza, è che aliquote massime più elevate riducono il potere e l’incentivo per i grandi dirigenti di contrattare remunerazioni e bonus sempre più generosi. Contrariamente a quanto ipotizzato sopra, tasse più progressive permetterebbero una più equa distribuzione del valore creato dalle aziende, più corrispondente al lavoro e all’impegno di chi ci lavora, e anche al rischio sostenuto da chi ci investe, con conseguenze importanti anche sul piano politico. Aumentare la progressività fiscale potrebbe contribuire dunque a disincentivare modelli di governo d’impresa di tipo estrattivo, spingendo i dirigenti a preoccuparsi di ingrandire la torta per tutti, e riducendo le disuguaglianze ancora prima della redistribuzione dello Stato.

Tassare e redistribuire non basta, ma è un buon inizio

Gli effetti delle imposte e dei trasferimenti governativi non sono, tuttavia, sempre efficaci per redistribuire risorse. Uno studio recentedi Piketty, Saez, e Zucman mostra come il 50% più povero degli statunitensi adulti guadagnerebbe, in assenza di redistribuzione, circa 16 mila dollari. Secondo i tre economisti, l’intervento statale non varia di una virgola il reddito di questa fascia di popolazione – in media, dunque, i poveri ricevono negli Usa un euro di welfare per ogni euro di tasse. Pur tenendo conto delle evidenti differenze rispetto al sistema italiano di tassazione e di welfare, questo esempio suggerisce come non basta redistribuire a valle, bisogna anche intervenire a monte, nei meccanismi di formazione del reddito e della ricchezza. Storicamente, come illustrato chiaramente dall’economista britannico Tony Atkinson nel suo libro Disuguaglianza, cosa si può fare, ciò è stato affrontato affiancando alle politiche redistributive quelle che rafforzano i diritti e il potere dei lavoratori, o riformano l’assetto proprietario delle imprese; lo smantellamento dei monopoli e oligopoli privati, che frenano la crescita accumulando profitti a danno della collettività; la regolamentazione dei mercati, della finanza e del settore bancario; lo sviluppo e la coesione territoriale; e via dicendo. Sposando questa lettura, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha di recente proposto un piano in quindici proposte di intervento, per affrontare alla radice l’origine delle disuguaglianze dei redditi e della ricchezza in Italia. Solo una delle proposte ricorre alla leva fiscale per ridurre i vantaggi economici nel corso della vita, per via di eredità e di donazioni ricevute e non per impegno o merito. Molto altro si può fare per promuovere la giustizia sociale. Ma la tassazione progressiva di tutti i redditi nel loro complesso – resistendo a quasiflat tax e altre stranezze, e anzi rafforzando la portata redistributiva del nostro stato sociale spostando il carico dei prelievi fiscali sui più ricchi – rimane un pezzo importante del mosaico. 
*Salvatore Morelli, economista, si occupa di disuguaglianze economiche ed è attualmente Research Assistant Professor presso il Graduate Center – CUNY (New York) e lo Stone Center of Socio-Economic Inequality, e tra i promotori del Forum Disuguaglianze e Diversità.