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mercoledì 23 gennaio 2019

LA QUESTIONE DEL FRANCO CFA


L'articolo che segue (eccezion fatta per il termine 'sovranismo'  qua adoperato per i movimenti panafricanisti in modo assolutamente improprio a livello materiale ed eurocentrico a livello culturale) ci sembra presentare bene la questione del Franco CFA, fuori dalle retoriche opposte dei 5Stelle e di Repubblica.
Certamente il capitalismo francese ha continuato e continua ad esercitare l'imperialismo verso l'Africa dopo la lunga fase colonialista, certamente il Franco CFA costituisce uno strumento di inegerenza post colonialista, certamente Repubblica si rende ridicola nel presentare come normale, se non vantaggiosa, questa situazione per le masse popolari dei quattoridici Paesi in questione (quando lo è solo per le loro elites, oltre che per quelle francesi); ma la semplificazione del problema dell'imperialismo, dell'impoverimento, dei cambiamenti climatici, e delle migrazioni forzate è, nelle parole di Di Battista e Di Maio, del tutto strumentale a una polemica fra Stati per la gestione dell'immigrazione:  l'ENI (peraltro imputata in Nigeria per una tangente da un miliardo), la Shell, le multinazionali statunitensi e di ogni dove praticano politiche di depredazione pluridecennali in tutta l'Africa -non nomino la Cina perchè la sua penetrazione economica è talmente sui generis (che non vuol dire 'buona e giusta', ma che si riferisce alla natura poco comparabile alle altre del sistema economico cinese e dunque a caratteristiche e problematiche di diverso grado da come poniamo la questione in questa sede) che meriterebbe una trattazione separata, qua omessa per ragioni di comodità-, e la praticano senza alcuna moneta coloniale (che peraltro riguarda solo 14 Stati e non certo 'L'Africa'), e senza che nessuno di questi agenti economici  sia stato nominato dai nostri due anticolonialisti d'assalto  (mentre Salvini posta solo contro la Cina per far contento il padrone americano).
Perchè, se andassero al fondo della questione (come fecero studiosi di vero calibro, come Sweezy e Jaffe) dovrebbero ammettere che l'imperialismo è pratica comune del capitalismo nella fase di saturazione dello sviluppo, quando si vuole estrarre il massimo possibile di plusvalore dal salario in qualsiasi parte del mondo ed accaparrarsi risorse e materie prime a bassissimi costi al fine di essere competitivi sui Mercati. E questi sono concetti davanti a cui la 'critica morale' pentastellata (peraltro molto spuntata da quando è al Governo) deve fermarsi, perchè la 'critica morale' su cui si regge la sua ideologia può magari far baruffa con altri Stati anche a fini propagandistici, ma mai arrivare a mettere in discussione la struttura del sistema capitalista e imperialista.


da  https://www.agi.it/estero/africa_franco_cfa_cosa_e-4882269/news/2019-01-22/


Come il franco Cfa ostacola lo sviluppo dell'Africa

Nell'accusare la Francia di controllare ancora le ex colonie tramite il franco CfaLuigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno di certo detto delle inesattezze. Non è vero che Parigi usa le riserve degli Stati africani che usano la "moneta coloniale" per pagare il proprio debito. E non è vero che c'è un legame diretto tra le ondate migratorie verso l'Europa e i Paesi che utilizzano questa valuta. A questo proposito si può, però, sottolineare che non è dalle nazioni più povere del continente che proviene il grosso dei flussi diretti verso l'Europa.
E tra le nazioni più povere dell'Africa vi sono proprio quelle 14 che adottano il franco Cfa le quali, riporta l'Economist,dall'introduzione dell'euro hanno visto il reddito pro capite medio crescere dell'1,4% all'anno, contro il 2,5% registrato dal resto dell'Africa subsahariana. Il confronto con le ex colonie francesi che hanno adottato una valuta propria, come il Marocco o la Tunisia, è ancora più impietoso.

La stabilità monetaria è davvero un bene?

La ragione di questa disparità è intuitiva: essendo agganciate a una moneta forte come l'euro, queste nazioni, se da una parte non soffrono di instabilità monetaria, dall'altra non sono in grado di svalutare la propria moneta in modo tale da rendere competitive le proprie esportazioni. Se del franco Cfa beneficiano quindi gli investitori esteri, protetti da fluttuazioni improvvise, non altrettanto si può dire dei piccoli imprenditori e dei contadini, i cui prodotti non risultano concorrenziali sui mercati globali.

E ciò è particolarmente vero per il settore agricolo, che deve scontrarsi con i prezzi delle derrate europee, resi bassissimi dai generosi sussidi comunitari. Allo stesso modo, ha poco senso ribattere, come hanno fatto in molti, che "dal franco Cfa si può uscire liberamente". L'obiezione avrebbe senso se fossimo di fronte a democrazie compiute, non a regimi spesso corrotti e dittatoriali che hanno a volte ragioni poco confessabili per mantenere rapporti cordiali con l'ex colonizzatore.

Quando chi tocca muore

È, peraltro, difficile ignorare come molti leader africani che avevano manifestato opposizione nei confronti di questo sistema abbiano fatto una pessima fine, come ricorda Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. Si va dal "padre della patria" burkinabè, Thomas Sankara, al colonnello libico Gheddafi. Il caso più clamoroso è forse quello di Sylvanus Olympio. "Primo presidente eletto della repubblica del Togo, ex colonia francese, si rifiutò di sottoscrivere il patto monetario con la Francia", scrive Magnaschi, "così il 10 gennaio 1963 ordinò di iniziare a stampare una moneta nazionale. Ma tre giorni dopo, uno squadrone di soldati, appoggiati dalla Francia, lo assassinò. E il Togo dovette tenersi il franco Cfa come moneta".

Meno cruenta la sorte del presidente maliano Modioba Keita, anch'egli avverso al franco Cfa, che fu deposto nel novembre 1968 da Moussa Traoré, anch'egli formatosi militarmente in Francia. Qua occorrerebbe però controbattere che i tentativi di Keita di trasformare l'economia maliana sul modello socialista stavano riscuotendo risultati poco felici, con la conseguenza di accrescere il malcontento popolare. 

Un vantaggio soprattutto per le élite

Se molte delle critiche che vengono rivolte al franco Cfa sono spesso distorte o grossolane, una parte di verità dunque c'è. Correndo a nostra volta il rischio di semplificare un po' troppo, potremmo dire che il franco Cfa fa comodo alle élite africane e, in generale, alle classi agiate, che possono acquistare più agevolmente beni dall'estero e, con la stessa facilità, possono trasferire capitali altrove. Discorso contrario per la piccola impresa e l'agricoltura, che vengono schiacciate da una valuta forte che rende più conveniente acquistare beni importati e scoraggia gli investimenti interni, già danneggiati dalla fuga di capitali alimentata dalla convertibilità illimitata del franco Cfa in euro.

Da questo punto di vista, si comprende ancora meglio quanto poco senso abbia affermare che "un Paese può uscire liberamente dal franco Cfa". Chi ha convenienza nel mantenere in piedi questo sistema è la parte più ricca e influente della popolazione, che, in Paesi che non sono proprio modelli di democrazia liberale, non ha molto interesse nel favorire quello sviluppo della classe media che ha come presupposto lo sviluppo della piccola e media impresa.

"Un cappio che va reciso"

Un altro argomento poco solido circolato in queste ore riguarda il fatto che i venti miliardi di dollari depositati, come garanzia, presso la Banca di Francia dai Paesi aderenti al franco Cfa siano tutto sommato una cifra piccola. Lo è magari per la Francia, che certo non ci farebbe molto se ci dovesse davvero pagare il debito pubblico, ma per Paesi come il Burkina Faso o la Guinea Equatoriale non sono esattamente spiccioli, senza contare che il deposito, spiega Deutsche Welle, ha un interesse negativo, ovvero queste nazioni devono pagare per poter detenere all'estero una quota che, lo ricordiamo, è pari a ben il 50% delle loro riserve in valuta estera.

Di recente il presidente del Ciad, Idriss Deby, è tornato a chiedere una riduzione della riserva obbligatoria da detenere a Parigi. Quei soldi, secondo Deby, sarebbe meglio spenderli in Africa per costruire infrastrutture, compensando i minori introiti dalle materie prime, e per portare avanti la lotta a Boko Haram. L'11 agosto 2015, cinquantacinquesimo anniversario dell'indipendenza del Ciad, il presidente parlò di "un cappio che impedisce lo sviluppo dell'Africa e che deve essere reciso". La pensa all'opposto il presidente del Senegal, Macky Sall, secondo il quale "vale la pena" mantenere il franco Cfa. 

Il dibattito tra gli economisti

Il dibattito è animato anche tra gli economisti africani. Per Ismael Dem, direttore generale della Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale (che raccoglie 8 Paesi che utilizzano il franco Cfa) e quindi parte in causa, è "assurdo" incolpare la moneta per il mancato sviluppo dell'area. Nondimeno, sottolinea ancora l'Economist, per quanto una valuta comune dovrebbe sulla carta agevolare gli scambi tra le nazioni dove circola, le economie che utilizzano il franco Cfa esportano verso la Francia più di quanto esportino tra loro.

L'Economist ricorda come l'unica svalutazione del franco Cfa, avvenuta nel 1994, fu accolta con rivolte, dal momento che anche i meno abbienti si ritrovarono a dover pagare più cari i beni importati. Allora, però, l'euro non esisteva ancora e lo stesso franco stampato a Parigi era più flessibile. Il forte apprezzamento dell'euro avvenuto nel 2000 ha infatti avuto effetti diretti anche nei Paesi africani a esso agganciati, che sono stati invasi dal made in China con le prevedibili conseguenze sulle imprese locali.

I volumi di scambio tra i 14 Paesi dell'area rappresentano inoltre meno del 20% dei flussi commerciali totali, il che mostra come una valuta unica non abbia contribuito ad aumentare l'integrazione tra le economie che la condividono. Siamo quindi molto lontani dalla definizione di scuola di "area monetaria ottimale" (non che lo si possa dire dell'Eurozona).

È, allo stesso tempo, molto difficile sostenere che uscire di colpo dal franco Cfa porterebbe dei vantaggi. Esportare materie prime in modo competitivo verso l'Europa diventerebbe più difficile e medi produttori di petrolio come il Gabon o il Congo Brazzaville, ad esempio, si ritroverebbero a dover competere ad armi pari con giganti come la Nigeria o l'Algeria (in una fase di crisi delle materie prime, come quella attraversata l'anno scorso, il discorso diventa però molto diverso).

Anche per questo sembrano riscuotere più fortuna le teorie di chi propone una via di mezzo, ovvero un franco Cfa che sia agganciato non solo all'euro ma a un paniere di valute che includa anche il dollaro e lo yuan, come propose Carlos Lopes, ex segretario esecutivo della Commissione Economica per l'Africa dell'Onu.

Sono infatti solo i politici più radicali a propugnare l'uscita improvvisa di singoli Paesi: i critici propongono per lo più uno smantellamento coordinato dell'area e la sostituzione del franco Cfa con un'altra valuta comune. Occorrerebbe però mettere d'accordo 14 nazioni.

Sovranismo africano a ritmo di rap

Oltre all'aspetto economico, c'è poi quello politico. Molti africani, soprattutto nelle classi popolari, vedono il franco Cfa come un residuo coloniale e la loro richiesta di consegnarlo al passato si colora di un sovranismo panafricano che ha come numi tutelari proprio figure come Sankara. 

Nell'estate 2018 dieci artisti rap provenienti da sette diverse nazioni produssero insieme un brano intitolato "sette minuti contro il franco Cfa". "Finiamola col bla bla bla, basta con il franco Cfa", recita il testo, "la storia va vanti, un alto grido dalle nostre strade, il franco Cfa morirà e noi danzeremo al suo funerale". L'obiettivo della canzone è sensibilizzare il pubblico giovanile contro quello che, a prescindere da vantaggi e svantaggi economici, viene visto come un perdurare dell'ingerenza francese sulle ex colonie. 
Le accuse di neocolonialismo non risultano peraltro così esagerate se si guarda alla governance delle due banche centrali che regolano l'emissione e la circolazione del franco Cfa, ovvero la già citata Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale (Bceao) e la Banca degli Stati dell'Africa Centrale (Beac). In entrambi gli istituti, spiega un articolo pubblicato sul sito della London School of Economics, la Francia gode di fatto di un potere di veto sui consigli di amministrazione. Nel caso della Bceao, il comitato di politica monetaria include addirittura dal 2010 un membro francese con diritto di voto.

Essere arrestati per aver bruciato una banconota

Ancora più eco aveva avuto, il 19 agosto 2017, la protesta dell'attivista Kemi Saba, francese di origini beninesi, che fu arrestato in Senegal dopo aver bruciato in pubblico una banconota da 5.000 Fca (circa 8 euro) per protestare contro le ingerenze di Parigi nelle ex colonie.

A far scattare l'arresto fu una denuncia della Bceao. Saba fu poi assolto grazie a un cavillo (la legge senegalese punisce chi brucia in pubblico più di una banconota) ma fu espulso dal Paese. È una figura discussa Saba, fondatore di un partito "kemita" che vuole far risalire all'antico Egitto le origini del panafricanismo. Eppure ci fu chi paragonò la sua azione a quella di Nelson Mandela quando bruciò il suo vecchio passaporto dei tempi dell'apartheid. 



martedì 22 gennaio 2019

SEMPRE PIU' DISUGUALI

A nostro avviso, commentando l'articolo che segue, l'Oxfam pecca di semplicismo nella ricetta con cui si risolverebbe i problemi, cioè con una politica fiscale maggiormente progressiva attraverso cui rilanciare consumi, servizi, infrastrutture.
Questa ricetta economica classica non tiene infatti conto della crisi strutturale da sovrapproduzione, da cui dipendono l'allargamento della forbice della ricchezza, la stagnazione del commercio, e la finanziarizzazione del capitalismo: dunque, se da una parte qualsiasi mezzo di rilancio del welfare sarebbe salutare nell'immediato come tampone del problema, senza un intervento deciso sui meccanismi di estrazione di plusvalore dal salario (e dunque fare politiche favorevoli ad esso e all'ingresso del settore pubblico nella produzione, più che intervenire a valle sulla redistribuzione sociale), a livello nazionale e internazionale per evitare i movimenti sfrenati di Capitali in zone più favorevoli , il problema di fondo verrebbe sempre e solo posposto, giacchè è illusorio pensare di rilanciare un capitalismo ormai saturo con le classiche ricette espansive,
Pregio dell'articolo è invece il dettagliare il legame tra allargamento della forbice e stagnazione dei commerci in modo sintetico e chiaro.



da  https://ilmanifesto.it/sempre-piu-disuguali-e-il-fisco-favorisce-i-ricchi/

Manila, baraccopoli distrutta da un incendio



 
Manila, baraccopoli distrutta da un incendio
«Bene pubblico o ricchezza privata?». È il titolo del Rapporto Oxfam 2018, che anche quest’anno, alla vigilia del World economic forum di Davos, riaccende i riflettori sulla vera emergenza di questi tempi: la crescita vertiginosa delle disuguaglianze nel mondo. Redditi dei miliardari che aumentano a un ritmo esponenziale, mentre sono sempre di più le persone che sprofondano nella miseria.
TRA IL 2017 E IL 2018 la ricchezza di 1900 miliardari è aumentata di oltre 900 miliardi di dollari (+12%), oltre 2,5 miliardi al giorno. E quella della porzione più povera della popolazione è crollata dell’11%. Tre miliardi e mezzo di individui vivono con poco più di 5 dollari al giorno; 2,4 miliardi sono in condizione di «povertà estrema», per lo più concentrati nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Gli uomini posseggono il 50% in più della ricchezza posseduta dalle donne, che guadagnano, mediamente, il 23% in meno dei colleghi maschi.
E l’1%? Se la passa benissimo, è arrivato a detenere quasi il 50% della «ricchezza aggregata netta» del pianeta. Un dato sconvolgente, al quale fa da contraltare un rallentamento epocale della riduzione della povertà. Secondo la Banca mondiale tra il 2013 e il 2015 il «tasso annuale di riduzione» si è contratto addirittura del 40% rispetto alla media degli anni 1990-2015. Alla base di questa scandalosa distribuzione della ricchezza, oltre ai cambiamenti intervenuti nella struttura del capitalismo, che da anni accentua i suoi tratti predatori e accresce la sua componente finanziaria, c’è, innanzitutto, un’iniqua ripartizione del carico fiscale tra le classi sociali. I poveri, in proporzione, pagano più tasse dei ricchi. Nei Paesi più sviluppati – stima Oxfam – l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata, in media, dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013 (per ogni dollaro di raccolta fiscale, solo 4 centesimi arrivano dalle tasse sul patrimonio).
TRA I PAESI EUROPEI, l’Italia si presenta con un quadro generale che definire «preoccupante» è forse troppo poco. Parlano i numeri. Il 5% dei super ricchi detiene, da solo, la stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% dei cittadini più poveri. E non è tutto. A metà 2018 il 20% dei nostri connazionali più abbienti possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Complice la crisi, che non tutti hanno pagato in egual misura. C’è stato pure chi dalla crisi ne è uscito più forte, come il 10% più facoltoso del Paese, che, proprio a partire dal 2007-2008, ha visto lievitare senza sosta il proprio patrimonio netto. Una catastrofe sociale, il frutto avvelenato di anni passati a smontare pezzo per pezzo il welfare costruito nel dopoguerra, a ridurre la «progressività» dell’imposizione fiscale, a privatizzare i servizi, a comprimere i salari in nome della competitività sul mercato estero.
C’entra qualcosa la polarizzazione della ricchezza col ristagno dell’economia? Certamente. E Oxfam lo ricorda, parlando di «danno economico» delle disuguaglianze. Più tasse e meno reddito per le fasce più deboli della popolazione da un lato e la riduzione del carico fiscale «in cima alla piramide» dall’altro, in questi anni hanno tarpato le ali all’economia «reale», incentivando lo spostamento di ingenti capitali verso la rendita finanziaria.
BASSA CRESCITA E DISPARITÀ sociali. Due fenomeni «interconnessi». Perché la debolezza del ceto medio e quella atavica delle classi popolari non aiuta a sostenere i consumi, dai quali è sempre dipesa, in larga parte, la crescita economica nelle società capitalistiche avanzate. Non solo. Lo sprofondamento verso il basso di una quota significativa della classe media, alla quale possono essere associati alcuni segmenti di lavoro salariato, quello più qualificato, specializzato e sindacalizzato, ha fatto sì che la stessa investisse sempre di meno nel proprio futuro (e in quello delle proprie attività, nel caso dei piccoli imprenditori) e nel futuro dei propri figli, anche perché il «costo dell’istruzione» è diventato sempre più elevato, insostenibile per tante famiglie a basso reddito, come l’accesso alle cure, per altro verso.
Squilibri tra Paesi ricchi e Paesi poveri, divario tra ricchi e poveri nello stesso Paese, disuguaglianze sociali come veicolo di instabilità economica. La ricetta di Oxfam: un fisco che intervenga in maniera più «progressiva» sulla ricchezza, più spesa pubblica per sanità e istruzione. In altre parole, più Welfare State. Per quanto ci riguarda, meglio se su scala europea.

lunedì 21 gennaio 2019

CAPPUCCIO E BRIOCHE


da  https://www.popoffquotidiano.it/2019/01/21/la-morte-di-arafet-e-il-senso-del-macabro-del-ministro-di-malapolizia/

La morte di Arafet e il senso del macabro del ministro di malapolizia
«Ormai abbiamo commentato moltissime volte e continua a ripetersi la tragedia. Troppi morti, sto perdendo le speranze. Non saprei che altro dire». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, interviene sul caso di Arafet Arfaoui, deceduto giovedì sera ad Empoli durante un intervento delle forze dell’ordine in circostanze ancora da chiarire. Suo figlio Federico morì nel 2005 a Ferrara, proprio durante un violentissimo controllo di polizia, di notte in un giardino pubblico. Per l’episodio furono condannati quattro agenti in via definitiva, per eccesso colposo in omicidio colposo. Moretti ha detto anche di non aver sentito le parole del ministro Salvini, e di non volerle commentare. «Per me è come se mi uccidessero Federico ogni volta. Ed è proprio così. Quel ragazzo è Federico». Salvini, oggi ministro di polizia del governo Conte, nel 2014 si schierò con i poliziotti che massacrarono Aldrovandi così come non ha evitato di insultare altre vittime di malapolizia e loro familiari in nome del dogma dell’impunità per chi commette abusi in divisa.

Anche nel caso di Arafet Arfaoui, il ministro ha voluto cercare il coup de theatre, la frase a effetto – sul solco delle dichiarazioni choccanti a cui ci aveva abituato uno statista del calibro di Giovanardi – per parlare alla pancia di un paese che lo ha eletto proprio per il suo razzismo e il suo disprezzo per i diritti umani: «Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, ditemi voi cosa dovrebbero fare, rispondere con cappuccio e brioche?», ha scritto su un social augurando «buon sabato ai poliziotti che a Empoli facendo il loro lavoro hanno ammanettato un violento, un pregiudicato che poi purtroppo è stato colto da arresto cardiaco». La frase di Salvini, però, ha scioccato l’Anm, l’associazione nazionale magistrati: «Le dichiarazioni del Ministro dell’Interno rese a seguito del decesso di un cittadino tunisino nel corso di una attività di polizia appaiono inopportune e non rispettose delle prerogative della magistratura. Sarebbe stato necessario attendere la conclusione dei doverosi accertamenti che stanno coordinando i magistrati, gli unici ad essere competenti, sulla base di rigidi parametri costituzionali, a dirigere le attività investigative in corso volte all’accertamento dei fatti», comunica la Giunta dell’Anm.

E’ bene riassumere la vicenda, con le parole di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, che sta seguendo il caso fin dalle prime ore: «Arafet, ragazzo di 31 anni, è morto giovedì 17 gennaio in un Money Transfer durante un fermo di polizia, due poliziotti nella prima volante, tre nella punto nera sopraggiunta successivamente. Un altro morto nelle mani delle forze dell’ordine. Un altro calvario. Un altro interrogatorio ai familiari senza dire alla moglie del decesso, ma con un cadavere steso già a terra a pochi chilometri di distanza. In un clima di odio dove se sei tunisino, ex facchino disoccupato con qualche precedente, per alcuni sembra valere la pena di morte per 20 euro.
Nessuna brioche e cappuccino per Arafet Arafaoui ma una corda ai piedi e momenti terribili prima della morte. Voleva mandare dei soldi alla famiglia in Tunisia, era un buono e un generoso Arafet, ma qualcuno ha deciso che la sua vita valesse 20 euro ritenute false. Era legatissimo alla moglie, non erano separati. Stava passando un periodo di difficoltà, ma non era un tossicodipendente, non era mai stato in comunità». Acad si sta occupando di assistere la famiglia di Arafet con un proprio avvocato nominato dalla moglie, Giovanni Conticelli, «rispettandone l’espressa volontà di conservare, nei ristretti confini famigliari, il dolore che li ha colpiti. Allarghiamo quindi a tutti questa loro comprensibile richiesta, invitando giornalisti e non, a rispettare tale decisione della famiglia che non vuole rilasciare nessun tipo di dichiarazione. Anche se le prime ricostruzioni ufficiali, come da prassi, tendono a liquidare frettolosamente il “decesso per arresto cardiaco” prima ancora che le stesse indagini abbiano potuto chiarirne le vere cause, molti dettagli inquietanti stanno emergendo in questi giorni secondo le nostre ricostruzioni».
L’autopsia avverrà oggi, lunedì 21 gennaio. «Abbiamo provveduto alla nomina del consulente di parte, un medico legale che ha richiesto la Tac e che parteciperà per la famiglia agli esami sul corpo di Arafet. Ce la stiamo mettendo tutta per raccogliere gli elementi necessari per fare luce su quanto realmente accaduto. Ci sono molti testimoni, 5 telecamere interne, 4 all’esterno e una famiglia che vuole verità e giustizia. Noi siamo con loro, per Arafet e per tutti gli altri», scrive l’associazione mentre si infiamma la polemica sulle modalità di intervento della polizia e del 118. Oltre a Salvini, a tutela del del personale è intervenuto il capo della polizia Franco Gabrielli: «Io rispetto le vittime e i loro familiari, chiedo che analogo rispetto sia riferito a uomini e donne che lavorano per riaffermare le legalità. Se qualcuno ha sbagliato pagherà per un giusto processo e non per le farneticazioni del tribuno di turno». Tuttavia, inevitabilmente, l’episodio richiama l’attenzione dei familiari di altre vittime, come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi, che ravvisano analogie con le loro vicende. Dura Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto dopo essere stato portato in caserma a Varese nel 2008: «Questo è il metodo delle forze dell’ordine. Con l’appoggio di Salvini, ora, hanno la licenza di uccidere». Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, si dice «preoccupata. Si tratta di vicende tutte uguali. Quello che avviene un istante dopo la notizia, avviene sempre con le stesse dinamiche e meccanismi. Nessuno mette in discussione l’abilità e l’operato della parte perbene delle forze dell’ordine. Resta il fatto che di fronte a simili accadimenti assistiamo a prese di posizione preventive» e «Salvini interviene e fa il giudice. Non abbiamo fatto passi in avanti: sarebbe bene aspettare di capire meglio prima di assumere posizioni». A Firenze Guido Magherini, padre di Riccardo, morto durante un fermo dei carabinieri nel 2014, parla di una specie di «prassi». «Ogni caso è diverso, non so se ci sono analogie con la vicenda di mio figlio Riccardo – dice -. Però anche nel fatto di Empoli è stato detto che tirava calci, che era in forte agitazione, che non riuscivano a tenerlo. E poi anche questo ragazzo è morto. Sembra una prassi. Si vede che la colpa è sempre di chi muore».
E Luigi Manconi, direttore dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, si rivolge alla Procura di quella città per chiedere che siano svolte indagini tempestive e accurate su una tragedia che presenta ancora molti lati oscuri. «La vittima – afferma Manconi – aveva, oltre che le manette ai polsi, le caviglie legate e si trovava, di conseguenza, in una condizione di totale incapacità di recare danno ad altri e a sé. Come è potuto accadere, dunque, che in quello stato abbia perso la vita e che non sia trovato modo di prestargli soccorso? Sappiamo che le forze di polizia dispongono di strumenti per limitare i movimenti della persona fermata, ma mi chiedo se la corda usata per bloccargli le gambe sia regolamentare oppure occasionale, se fosse in quel momento strettamente indispensabile o se non vi fossero altri strumenti per contenere l’uomo. In altre parole, non si può consentire che vi siano dubbi sulla legittimità di un fermo o sulle modalità della sua applicazione. Tanto più qualora riguardi chi si trovasse, secondo testimoni, in uno stato di agitazione dovuto all’abuso di alcol, e tanto più che, negli ultimi dieci anni, sono state numerose le circostanze che hanno visto perdere la vita persone fermate in condizioni simili e con metodi analoghi. Peraltro, vi è qualche testimone che parla di una condizione di relativa calma del giovane tunisino e anche quest’ultimo fatto impone una indagine, la più rapida e incisiva».

sabato 19 gennaio 2019

WEEK END MAGAZINE


UNA FOTO DEL '40

Risultati immagini per uomini al mare 1940


Sulla spiaggia di Senigallia, e quanti
frontalmente schierati e, come usava
(uno spavaldo e giovanile, un altro
già padre di famiglia
e perciò rilassato) coi pudichi
costumi dalla cintura anellata
bianca, e tutti in attesa.
E, fra essi, mio padre. Dietro,
ma più che altro dai capelli, si
indovinava un mare
appena mosso in quel biancore. E come
solo ora recuperano senso,
dal fondo della cassetta, più simili
anche a me. Perché, in fondo,
è un’altra morte il tempo che non c’eravamo
prima di nascere.


(Giovanni Perich)

venerdì 18 gennaio 2019

UN SUSSIDIO MORALISTICO E POLIZIESCO


da  https://ilmanifesto.it/un-sussidio-moralistico-e-poliziesco/



di Marco Bascetta


È bene che disoccupati, sottoccupati, precari, giovani impegnati nelle più diverse attività non contemplate dal mercato del lavoro, poveri assoluti e relativi di ogni provenienza se ne rendano fin da subito conto.
In Italia non sarà introdotto alcun reddito di cittadinanza, ma un sussidio temporaneo, da spartire con le aziende, tra i più condizionati e punitivi d’Occidente.
Il penoso dibattito e la schermaglia tra le forze politiche che da mesi e mesi occupano quotidianamente la scena pubblica evidenzia soprattutto che i nostri riformatori ritengono di avere a che fare con un popolo di truffatori e di fannulloni. 
Non si spiegherebbe altrimenti l’enorme sproporzione tra le energie spese nel prevenire gli abusi e quelle impiegate nel rendere disponibile l’uso di questo ammortizzatore sociale.
L’impianto pedagogico – poliziesco del sussidio targato 5 stelle ripartisce infatti la popolazione «inoccupata» in due categorie.
La prima comprende degli sprovveduti esclusi senza colpa o mai entrati nel mercato del lavoro, bisognosi di essere condotti per mano da un piccolo esercito di burocrati a rendersi appetibili per le aziende (ovverosia docili ed economici).
Alla seconda appartengono gli scansafatiche, stravaccati con soddisfazione sul mitico divano, da dare in pasto alla guardia di finanza e alla galera. L’una e l’altra figura non sono che proiezioni ideologiche senza relazione alcuna con la realtà, almeno con quella statisticamente rilevante. Al mercato il diritto di stabilire condizioni, valore, durata e riconoscimento del lavoro, alla burocrazia statale quello di definire l’«utilità sociale» dei compiti assegnati e la moralità degli assistiti.
Il sussidio previsto nel «contratto» di governo risponde a una logica diametralmente opposta a quella che sottende il reddito di base come è stato pensato e argomentato, sia pure in forme e proporzioni diverse, da tutti i suoi sostenitori: in un mondo in cui l’intermittenza del lavoro umano e la sua diminuzione quantitativa espongono gli esclusi a una permanente condizione di ricatto, il reddito di base avrebbe dovuto permettere di difendersene e di esercitare una qualche libertà di scelta.
Nella versione pentastellata, invece, la ricattabilità è gestita direttamente dallo stato e la libertà di scelta completamente cancellata all’interno di un dispositivo di controllo e disciplinamento della povertà che di precisazione in precisazione si fa sempre più punitivo.
Se la partita del reddito di cittadinanza intendeva giocarsi, guardando al futuro, con i padroni dei robot e la rendita finanziaria, il reddito dei 5 stelle guarda al passato, coltivando un’idea di occupazione e disoccupazione completamente superata e degradante.
In Germania dove il governo della disoccupazione di lungo corso è da anni affidato al sistema di sussidi e controlli denominato Hartz IV, i socialdemocratici che lo hanno inventato (ai tempi del Cancelliere Schroeder) e difeso, hanno avuto tempo di pentirsi, dopo averne pesantemente pagato il costo politico, degli aspetti umilianti e vessatori che ne hanno fatto un vero e proprio stigma sociale.
E oggi, per la prima volta, nonostante l’economia tedesca non volga al sereno, le domande di sussidio diminuiscono. Mentre la corte costituzionale di Karlsruhe sta esaminando la liceità delle sanzioni previste per chi non rispettasse gli obblighi imposti ai beneficiari. Quel sistema, converrà comunque sottolinearlo, è assai meno coercitivo e moralistico del cosiddetto reddito di cittadinanza escogitato dal vertice pentastellato in Italia.
Tuttavia molti sostenitori del reddito di base, pur consapevoli del fatto che il sussidio denominato Rdc si trova agli antipodi dell’obiettivo che si proponevano, aggiungono che in ogni caso «è meglio di niente». Ed effettivamente se tanti lo richiedono vuol dire che il disagio sociale e l’esclusione hanno ormai raggiunto un livello tale da aggrapparsi a qualunque appiglio. Meglio suddito che indigente, meglio umiliato che affamato. C’è poco da eccepire.
Ma a patto di continuare a battersi contro l’impianto disciplinare di questo provvedimento, di denunciarne la natura poliziesca e ricattatoria, di sgomberare il campo dalle finzioni, di difendere con ogni mezzo i diritti calpestati e quella libera produzione sociale di ricchezza che alcuni vogliono accaparrarsi ma nessuno intende riconoscere.
Insomma, la battaglia per il reddito universale è ancora tutta da combattere.

giovedì 17 gennaio 2019

ROMA. LA STRAGE DEI CLOCHARD

da  https://ilmanifesto.it/la-strage-dei-clochard-a-roma-dieci-morti-negli-ultimi-due-mesi/

Roma, Piazza San Pietro

Decimo clochard morto a Roma ieri, il nono a causa del freddo, in poco più di due mesi. Il corpo di Nicolae è stato trovato nel Parco della Resistenza, riverso a terra nei pressi del suo giaciglio di fortuna. «Ogni anno speriamo che non accada e invece, puntualmente, il dramma si ripresenta» il commento della Caritas romana, che in una nota ha raccolto l’elenco dei decessi.
IL PRIMO IN ASSOLUTO risale al 29 ottobre, prima quindi dell’emergenza freddo, quando una clochard tedesca di 75 anni si accasciò e morì a San Pietro. Poi è arrivato il gelo e a morire, il 22 novembre, è stato un uomo ritrovato in una cabina balneare sulla spiaggia di Ostia. Sei giorni dopo è toccato a un cinquantenne, trovato riverso sul marciapiede accanto alla saracinesca di un negozio in zona Scalo San Lorenzo. Il 7 dicembre altra vittima, una polacca di 62 anni in piazza della Rovere. Il 19 dicembre il cadavere di un tunisino viene individuato in un tugurio sul Lungotevere, all’altezza di largo Marzi. Dopo undici giorni succede ancora in via Enrico Fermi: si tratta di Davide, 53 anni, belga, amante dei libri e dello scrittore Jack Kerouac.
Nel 2019 il primo a morire è un polacco, Stanislao, il 2 gennaio, trovato su una panchina del parco di piazza Lorenzo Lotto, a Tor Marancia: aveva festeggiato il suo cinquantesimo compleanno in agosto e i volontari della Comunità di Sant’Egidio gli avevano portato una torta. Due giorni dopo un’altro clochard romeno muore sulle sponde del Tevere. Il 7 gennaio a uccidere l’ennesimo homeless, a Corso Italia, è un’auto che l’investe e non si ferma per prestare soccorso: si tratta di Gino Murari, si faceva chiamare Nereo, viveva tra Corso Italia e via Po su un pezzo di marciapiede arredato con un vasetto di basilico e una pila di libri. L’8 gennaio a provocare la morte di un clochard sono le fiamme accese per scaldarsi. Lunedì scorso la penultima vittima, trovata nei pressi di un’edicola di piazza Irnerio, quartiere Aurelio.
«È UN CRESCENDO drammatico – sottolinea la Caritas -. Due decessi a novembre, tre a dicembre e cinque nella prima metà di gennaio. Una carneficina. C’è un ritardo cronico delle istituzioni nel prendere in carico le persone più fragili». E ancora: «Quando uscì il piano freddo del comune abbiamo allestito al volo 150 posti aggiuntivi, chiediamo a tutti uno sforzo in più». Il gelo ha colpito, in particolare, i migranti ma è ancora la Caritas a sottolineare che nel 2017 a Roma ci sono stati 6.700 sfratti per morosità, il doppio di quelli a Napoli e Milano, spia di un’emergenza molto diffusa.
Secondo Sant’Egidio nella capitale sarebbero circa 8mila i clochard, 14mila sommando chi è ospite di una struttura. Il piano Freddo del comune, operativo dal 10 dicembre, mette a disposizione 486 posti per l’accoglienza, mentre il piano Gelo li integra con ulteriori 100 tra stazione Tiburtina, stazione Termini e Casa di Riposo di via Ventura. Vengono poi aperte le metro di Piramide e Flaminio. Si tratta di 586 posti che si aggiungono ai 1.075 ordinari. «Abbiamo messo a punto un meccanismo a fisarmonica sulla base della necessità – spiega l’assessora al Sociale, Laura Baldassarre -.
Stiamo consolidando il raccordo con il Forum del Volontariato per la strada, che raccoglie 44 associazioni e oltre 2mila volontari». Il Campidoglio ha inoltre avviato una indagine di mercato per reperire strutture per l’accoglienza straordinaria e per la disponibilità alla gestione di luoghi-rifugio temporaneo per il triennio 2019-2021, ma la graduatoria non è pronta. Il Centro Astalli commenta: «Non chiamiamole vittime del freddo. Sono nove morti per mancanza di ripari e assistenza. Nascondersi dietro le parole non cancella le responsabilità».
PAPA FRANCESCO ha messo in moto la macchina della chiesa: oltre a poter trovare riparo per la notte sotto il Colonnato di San Pietro, a dicembre ha aperto un ambulatorio medico per i senzatetto, un servizio che si aggiunge alle docce e alla barberia. «Quasi in 51mila vivono sui marciapiedi, nelle stazioni e sotto i portici delle città italiane – spiega l’Unione europea delle cooperative -, più di 8 senzatetto su 10 sono maschi, in oltre la metà dei casi stranieri».

mercoledì 16 gennaio 2019

LA 'MANOVRA DEL POPOLO' DIMENTICA I DISABILI


da  http://www.vita.it/it/article/2019/01/14/cosi-la-manovra-del-popolo-dimentica-i-disabili/150328/?fbclid=IwAR047OTQZR43LbFQBfvBkQ-9xoQleHJQ0SukkBUheLCGRiOQxgcZ_jLD5Q8


In una lettera a “La Repubblica” Iacopo Melio scrive: Nella legge di Bilancio non viene indicato che l’introduzione delle pensioni di cittadinanza riguarderà anche le provvidenze assistenziali riservate agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordi. Tagli anche agli interventi di integrazione scolastica e cifre irrisorie anche sul Fondo per il dopo di noi


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Caro direttore, ho deciso di scrivere questo articolo, dati ufficiali alla mano, per chiarire cosa comporterà realmente la "manovra del popolo" per un disabile: un’illusoria chimera. A partire dalle pensioni. Nella legge di Bilancio non viene espressamente indicato che l’introduzione delle pensioni di cittadinanza riguarderà anche le provvidenze assistenziali riservate agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordi. Quand’anche si volesse, paradossalmente, destinare l’intera dotazione del Fondo (6,1 miliardi al netto del miliardo per i centri per l’impiego) all’aumento a 780 euro di tutte le pensioni di invalidità civile e le pensioni sociali, quella somma non sarebbe sufficiente: basta dire che al 31 dicembre 2017 le pensioni e gli assegni di invalidità, cecità e sordità, di importo pari a 280 euro circa, erano poco più 1 milione (1.072.000). Se si moltiplica tale cifra per 500 euro e per 13 mensilità si comprende che il Fondo non può affatto garantire questa, pur encomiabile, soluzione. Ciò comporta che qualsiasi intervento sulle pensioni assistenziali escluderà buona parte degli attuali titolari di pensione di invalidità civile.

Pertanto gli unici aumenti previsti saranno quelli contenuti nella circolare Inps n.122/2018: una media di 3 euro mensili a pensione!

Stesso discorso per la scuola. Per gli interventi di integrazione scolastica, incluse le spese del personale (docenti di sostegno), la legge di Bilancio prevede per l’istruzione di primo ciclo 3,49 miliardi nel 2019, riducendo di circa 70 milioni la previsione approvata dalla precedente manovra. Per l’istruzione di secondo ciclo, sempre per il 2019, sono stanziati 1,45 miliardi. Nella compilazione delle relative tabelle, a questa voce, è prevista una spesa via via in diminuzione (fino ad un miliardo di meno nel 2021).

Nell’ultimo anno scolastico a fronte di 248 mila studenti con disabilità, 71 mila sono rimasti senza insegnanti di sostegno e i docenti assegnati sono stati nel 36% dei casi insegnanti curricolari precari e non specializzati. Non sfugga che un terzo di fondi in meno significa tradotto in cifre oltre 40 mila insegnanti di sostegno specializzati in meno e milioni di ore di sostegno negate agli alunni con disabilità.

Se poi andiamo a vedere il Fondo non autosufficienze, la dotazione (finora 450 milioni di euro) ammonterà a 573 milioni per il 2019, 571 per il 2020 e 569 nel 2021. Il Comitato 16 Novembre, da anni "sentinella" del Fondo e, in generale, dell’impegno delle istituzioni nei confronti della non autosufficienza, il 6 novembre 2018, precisava con la presidente Mariangela Lamanna: "Il governo sa perfettamente che il fondo non autosufficienza ha bisogno di almeno 1 miliardo".

Cifre irrisorie anche sul Fondo per il dopo di noi. Viene riportato, per il 2019, alla cifra originale, quindi 56,1 milioni di euro: in pratica, un solo incremento di 5 milioni, assolutamente non sufficiente ed irrisorio.

La dotazione per il Fondo per l’accessibilità, poi, è di soli 5 milioni di euro per il 2019.

Ricordiamo che una misura prevista dal governo Gentiloni prevedeva lo stanziamento di 180 milioni spalmati in quattro anni (20 milioni per il 2017, 60 milioni per il 2018, 40 milioni per il 2019 e 60 milioni per il 2020). Quindi anche se la cifra di 5 milioni per uno "speciale fondo" fosse ipoteticamente destinata all’abbattimento delle barriere architettoniche, sarebbe comunque irrisoria a confronto dei reali bisogni che nemmeno con i precedenti 180 milioni siamo riusciti a sanare.

Per concludere, quando si ha a che fare con la disabilità non ci si rapporta con un enorme contenitore di persone con apposta un’etichetta definita, ma con cittadini che hanno esigenze diverse. Per questo servono misure personali e personalizzate: tutto il resto è propaganda.

Iacopo Melio, 26 anni, giornalista e scrittore, è il fondatore della onlus # vorreiprendereiltreno. Pochi giorni fa è stato insignito del titolo di Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica dal presidente Mattarella.

martedì 15 gennaio 2019

IL LUNGO SHUTDOWN


da  https://ilmanifesto.it/stati-uniti-paralizzati-dal-bisogno-di-crisi-permanente-di-trump/

Donald Trump alla Casa bianca

Donald Trump, che ama autodefinirsi il più grande presidente della storia, ha finalmente il suo record indiscusso e omologato: lo shutdown più lungo di sempre. La paralisi del governo federale che perdura ormai da 23 giorni per il veto posto al bilancio (in quanto non stanzia i fondi per il suo muro di confine) per di più è una crisi interamente di propria fattura.
Oltre ai ranger, il cui congedo forzato ha costretto alla chiusura dei parchi nazionali con disagi per i turisti, da tre settimane latitano anche gli ispettori della Fda per cui sono cessati i controlli sugli alimenti in vendita al pubblico.
Chiusi gli sportelli dell’assistenza da cui dipende ad esempio oltre il 50% delle popolazioni delle riserve indiane e presto potrebbero estinguersi i buoni per gli alimenti distribuiti alle famiglie disagiate. Centinaia di migliaia di impiegati pubblici venerdì hanno saltato la prima busta paga: in totale sono oltre 800mila i dipendenti federali a riposo forzato o costretti a garantire i servizi essenziali a titolo gratuito.
A rischio le operazioni del fisco che entra ora nella stagione delle dichiarazioni delle tasse e il traffico aereo che attualmente è gestito da controllori di volo e personale di sicurezza che non viene pagato; molti stanno cominciando a mettersi in malattia.
Non è sorprendente che ci sia voluto il populista più demagogico e meno competente della storia della Casa bianca a progettare la tempesta perfetta di malgoverno e propaganda che sta gratuitamente paralizzando gli Stati uniti.
Sulla linea di confine in Texas Trump, ormai a corto di iperbole ha ancora definito la questione immigrazione «un’invasione» di dimensioni tali da «risultare difficile da comprendere».
Dietro la retorica da piaga biblica c’è una situazione che in realtà rientra del tutto nella norma per questa linea di confine tra la superpotenza americana e il sottosviluppo centroamericano. Anzi, per lo scorso anno i dati della Homeland Security parlano di 403.479 immigrati clandestini detenuti rispetto ai 1,67 milioni registrati nel 2000.
È evidente che il muro (ora diventato «barriera») non è una questione di policy quanto metafora al centro della consueta performance di teatro cattivista mirata alla base intransigente arringata nei comizi dei cappelli rossi. Trump, che un mese fa sembrava pronto a firmare il bilancio senza muro, ha bruscamente invertito la rotta sull’intransigenza dopo aver rilevato sintomi di cedimento nello zoccolo duro. I sondaggi però indicano che la fazione «barrierista» è solo un terzo degli americani.
I democratici, che hanno appena vinto un mandato alla Camera in gran parte proprio sulla questione immigrazione, non hanno motivo di cedere e la scorsa settimana hanno approvato una serie di emendamenti per approvare il bilancio anche senza stanziamenti per la muraglia.
Oltre che sul presidente, la responsabilità della paralisi ricade dunque sui repubblicani, ancora maggioranza al Senato. In precedenza i senatori Gop hanno approvato bilanci senza muro e potrebbero facilmente farlo nuovamente, costringendo Trump in un angolo difficilmente sostenibile. Ma sulla questione l’arciconservatore presidente del senato Mitch McConnell ha preferito defilarsi.
Il «non interventismo» dei repubblicani è l’ennesima mostra di colpevole ignavia su cui grava il lecito sospetto di neutralità interessata. Da un lato non si azzardano ancora a contrastare il presidente populista che ha espropriato il loro partito e che domina la maggior parte dell’elettorato di destra. Dall’altro preferiscono non venire invischiati in una faccenda che rischia di segnare una sconfitta politica importante per il presidente interessato solo a salvare la faccia con la minoranza oltranzista.
L’asso nella manica di Trump sarebbe la paventata dichiarazione dello stato d’emergenza per far fortificare la frontiera dai militari, un uso dei poteri esecutivi che andrebbe incontro all’assicurato ricorso dei democratici e una probabile prolungato contenzioso in tribunale. Il duello sul confine che vede la nazione ostaggio di un presidente minoritario dà l’ennesima misura anche di un fallimento istituzionale di un sistema impreparato a far fronte a un populista dispotico in possesso dei poteri esecutivi quasi illimitati dell’esecutivo.
Era naturale che un Trump in declino avesse interesse a creare un nuovo scontro dopo la sconfitta elettorale del midterm. Ma implicare nella sceneggiata le funzioni essenziali del governo alza lo scontro a un nuovo livello di pericolosità. La situazione sottolinea il bisogno fisiologico di crisi permanente dei regimi nazional populisti e fornisce forse un anticipo del caos destinato ad accompagnare il loro declino.