Testo

Tel. 3319034020 - mail: precariunited@gmail.com

venerdì 22 settembre 2017

IL BOOM DEL LAVORO A CHIAMATA


da  https://ilmanifesto.it/cresce-il-lavoro-ma-e-sempre-piu-precario-boom-di-quello-a-chiamata/

Inps, i dati dopo lo stop ai voucher. 501 mila contatti di lavoro a tempo determinato e quelli stagionali nel luglio 2017, ovvero la metà della nuova occupazione nel privato: 1 milione e 73 mila in sette mesi. L'effetto della norma Poletti che ha eliminato la "causale" dai contratti a termine. La prospettiva di una progressiva sostituzione del lavoro "fisso" con quello precario


L’abolizione dei voucher per evitare il referendum abrogrativo della Cgil ha portato a un significativo aumento del lavoro a chiamata e, in parte, dei contratti di sommistrazione tra marzo e luglio del 2017. Lo ha rilevato l’Osservatorio sul precariato dell’Inps secondo il quale i contratti di lavoro a chiamata sono passati dai 112 mila del 2016 ai 251 mila del 2017 con un incremento del 124%. Al posto dei contestatissimi scontrini a luglio sono entrati in vigore i «PrestO», acronimo tremendo ma significativo di una certa idea «mordi e fuggi» del lavoro occasionale. Un dato da tenere in considerazione in un’economia del precariato dove si sta consolidando un’ampia fascia di occupazioni intermittenti e pagate a prestazione o a cottimo, definite «lavoretti».
La tendenza post-voucher registrata dall’Inps va inquadrata nel più ampio fenomeno della crescita dell’occupazione precaria a termine. Rispetto al saldo annualizzato, cioè la differenza tra assunzioni e cessazioni pari a oltre un milione di contratti di lavoro, a luglio 2017 i contatti di lavoro a tempo determinato e quelli stagionali erano 501 mila, ovvero la metà del saldo registrato nell’ultimo anno in Italia. Il maggiore contributo alla crescita dell’occupazione registrata negli ultimi dodici mesi (+823 mila rispetto al 2016) è stata quella del tempo determinato (+25,9%) e dell’apprendistato (+25,9%), mentre l’occupazione a tempo indeterminato continua a calare (-4,6%, in gran parte part-time, rispetto al 2016).
Per dare un’idea del cambiamento in atto da una generazione, la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato si è fermata a 18 mila unità. La sproporzione è clamorosa: 501 mila contratti precari contro 18 mila «fissi». Che poi sono «fissi» per modo di dire. Dopo l’abolizione dell’articolo 18 i contratti a tempo indeterminato andrebbero definiti «diversamente precari».
La crescita impetuosa dei contratti a termine è dovuta alla cancellazione della «causale» voluta dal ministro del lavoro Poletti. Nel 2014 fu questo il primo atto del governo Renzi appena insediato che anticipò di qualche mese il Jobs Act, una «riforma» che tendeva a promuovere la contraddizione in termini del «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti» dove a crescere era solo la libertà delle imprese a licenziare e a percepire gli sgravi contributivi per i neo-assunti elargiti da quel governo (18 miliardi di euro in tre anni).
Terminati i soldi di questo assistenzialismo di Stato al capitale, i contratti precari hanno continuato a crescere. Nel 2015, scrive l’osservatorio Inps, quando era ancora in vigore l’esonero contributivo, l’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni raggiunse il picco del 38%. Nei primi sette mesi del 2017 è calato al 24%. Queste percentuali vanno contestualizzate nella realtà del precariato italiano. Il contratto a breve e brevissimo termine era, e resta, la pietra angolare del mercato del lavoro.
Questa disamina impietosa della realtà del lavoro nel nostro paese andrà tenuta in considerazione quando il governo Gentiloni assegnerà alle imprese un nuovo sgravio dai 18 ai 29 anni nella prossima legge di bilancio. Il dimezzamento dei contributi per tre anni, che sia o meno permanente, tenderà a creare una micro-bolla di fine legislatura tesa a dimostrare la validità di politiche che in realtà aumentano il precariato e riducono le tutele.
Per Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, «occorre partire da un aumento strutturale del costo dei contratti temporanei». È difficile comunque immaginare che basti questo per correggere il dato strutturale rafforzato dal renzismo che ha reso ancora più facile assumere a termine. Anche con la nuova tornata di bonus, le imprese assumeranno a tempo, mentre intascheranno gli incentivi. Un’altra rendita garantita gratis da governi compiacenti.
Una prospettiva che dovrebbe imporre almeno la contro-riforma della normativa Poletti sui contratti a termine. Lo stesso Loy ne ha fatto un cenno ieri. Non è affatto detto che sarà questa la linea della prossima legislatura. L’orientamento resterà lo stesso: la progressiva sostituzione del lavoro «fisso» con quello a termine dei «lavoretti».
*** Sgravi dopo 29 anni se assunzione segue apprendistato
Garantire alle imprese uno sgravio sui contributi se assumeranno persone oltre i 29 anni. Il governo, vuole aggirare la norma europea anti-discriminazione e sta pensando a una norma che applica il «bonus giovani» a chi sarà assunto a tempo indeterminato dopo un periodo di apprendistato. Già oggi questo strumento, rivisitato dal Jobs Act, gode di forti agevolazioni contributive: l’aliquota è al 10% e resta all’11,65% in caso di stabilizzazione per il primo anno. Il contratto può essere attivato per i 15-25enni e può essere prorogato fino ai 29 anni compiuti con l’apprendistato professionalizzante con una durata da 6 mesi a tre anni (5 nell’artigianato). Le imprese potrebbero ricevere soldi pubblici fino al compimento dei 34 anni dell’apprendista. A quanto pare, l’idea del governo è di garantire 3 anni di sgravi per gli assunti a tempo indeterminato. Ma perché le imprese dovrebbero assumere se ci sono già gli sgravi per l’apprendistato?

giovedì 21 settembre 2017

IL PATATRAC DI RYANAIR

da   http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/09/20/patatrac-ryanair-buona-notizia-095738


di Giorgio Cremaschi


È iniziata la crisi del low cost? C’è solo da sperarlo. La RyanAir ha lasciato a terra centinaia di migliaia di passeggeri con la motivazione ufficiale che piloti e personale di volo sono in arretrato di ferie e ora devono farle. Secondo molti commenti questa è una piccola parte della verità, ma già di per sé essa è indice di una situazione gravissima. Per bloccare in forma cosi ampia le attività della compagnia irlandese è necessario che le ferie tra il suo personale siano praticamente sconosciute, cioè che si facciano volare gli aerei con equipaggi che non hanno riposato a sufficienza.
Immaginatevi cosa vuol dire questo per il loro rischio e quello dei passeggeri. Se RyanAir ha fermato i voli vuol dire che la condizione del personale era al limite del consentito dai regolamenti internazionali. Cioè che la RyanAir non ha organici sufficienti per far fare ai propri dipendenti riposi e ferie quando essi siano previsti e che quindi accumula ritardi alla fine insostenibili.
Ma pare non sia solo questo a fermare la compagnia, ma anche la fuga dei piloti, che appena possono vanno dove sono pagati di più, condizione che pare non sia difficile trovare. Così quelli che restano devono garantire turni ancora più folli, rinunciare ad altre ferie, fino al crac. E ora anche gli assistenti di volo sollevano la testa, denunciano i salari da fame, i turni terribili e anche l’ umiliante costrizione a vendere profumi e gratta e vinci, controllata da gerarchie che pretendono risultati e chiedono conto ai cattivi venditori. Il tutto in un sistema di assunzioni e relazioni con i dipendenti costruito apposta per evitare i vincoli di qualsiasi contratto.
Fino a poco tempo fa un lavoratore che voleva far causa a RyanAir, magari assunto in Bulgaria o in Italia, doveva rivolgersi al tribunale di Dublino, sede legale della multinazionale. Immaginatevi con che possibilità di successo. Ora una sentenza della Corte europea di giustizia di Lussemburgo, solitamente molto disponibile verso il mercato e le multinazionali, ha affermato che RyanAir deve subire le cause dei lavoratori nei paesi dove avvengono le violazioni dei loro diritti.
Questa montagna di guai tutti assieme non è precipitata per caso o sfortuna sulla compagnia irlandese, che è al primo posto in Europa e che si è fatta sentire anche per Alitalia. È il sistema low cost che qui sta raggiungendo i suoi limiti strutturali. Cioè il servizio non può continuare a funzionare contando solo sul supersfruttamento del lavoro. A questo punto la compagnia dovrà cambiare la sua politica dei prezzi o diventare completamente inaffidabile.
Per noi consumatori, che abbiamo goduto e gioito dell’offerta di voli assai convenienti, c’è una lezione da cominciare ad imparare. Se vogliamo continuare a raggiungere in massa mete lontane con l’aereo, abbiamo solo due alternative.
La prima è che ci siano altre leggi sul lavoro e sui mercati che portino lo schiavismo fino alle sue estreme conseguenze, basta con le ferie tanto per cominciare.
La seconda è che i redditi e le retribuzioni di chi ora poteva volare solo lowcost, crescano al punto di permettere l’accesso ai voli normali. Entrambe queste soluzioni sono difficile da attuare, per questo non dovrebbe essere poi essere così impossibile scegliere la seconda.
Anche se in realtà una terza soluzione ci sarebbe. Quando c’era l’Unione sovietica i voli in quell’immenso paese costavano pochissimo e non perché il personale fosse sfruttato, ma perché il trasporto aereo era considerato servizio pubblico. Quindi capitava che, in un volo che il mattino collegava una città di provincia a Mosca ,salissero contadine con frutta o galline da vendere ai mercati. Quello però era il socialismo, sconfitto dal capitalismo liberista, quindi il sistema attuale ci offre solo queste due soluzioni, o si estende ed intensifica la schiavitù, o si redistribuiscono reddito e ricchezza. Finora i consumatori sono stati usati per imporre la prima soluzione.
Si chiudono le guardie mediche, me i supermercati restano aperti ventiquattro ore, si smantella il servizio pubblico, però quello privato a basso costo prende il suo posto. I consumatori sono diventati sempre più attenti alle merci che comprano, ma non al lavoro che le produce. Stiamo attenti agli ogm, all’olio di palma, al chilometro zero. Ma poi non ci chiediamo se la commessa, che ci serve la domenica, riceva una retribuzione minimamente adeguata al suo pesante sacrificio e se e quando le sia permesso di riposare.
Se il lavoro fosse trattato come una merce di valore, oggi avremmo i contratti di lavoro negli indici di qualità del prodotti. Invece con la globalizzazione liberista il lavoro è diventato la merce più a buon mercato, di cui non vale la pena dare conto. Così, comprando prodotti e servizi low cost ci sembra di essere meno poveri. E non ci rendiamo conto invece che alimentiamo un sistema schiavistico che prima o poi travolgerà anche noi.
Il patatrac di RyanAir ci dice che tutto questo può saltare e che il finto progresso, fondato sul lavoro a basso costo e senza regole, può finire. È una buona notizia per i diritti del lavoro, per la giustizia sociale e magari per il ritorno del servizio pubblico.

mercoledì 20 settembre 2017

CAN CHE ABBAIA MORDE

Questo articolo è certamente fuorviante sulle lodi ad Obama, visto come presidente di pace, mentre sappiamo tutti le tensioni che le sanzioni alla Russia (nonchè il suo accerchiamento, dentro il quale sta anche il sostegno ai naziliberisti ucraini) e il Pivot to Asia  in funzione anticinese erano tutto meno che progetti di pace. Al netto di questo, è un buon quadro sulla pericolosità ondivaga di Trump.

da  https://ilmanifesto.it/trump-allonu-can-che-abbaia-morde/

American Psycho. Se la Corea del nord può apparire il tema nevralgico del discorso di ieri al palazzo di Vetro, è l’Iran deal la questione da osservare con la massima attenzione. Trump l’ha definito «uno dei peggiori accordi, dei più vantaggiosi per una delle due parti» firmato dagli Usa, fonte «d’imbarazzo», «un disastro» da cui «non possiamo considerarci legati». Un accordo che è pronto a stracciare. Con l’approvazione entusiastica del solo Benjamin Netanyahu, che ha trovato il discorso del presidente repubblicano «il più coraggioso e acuto che abbia mai ascoltato in oltre trent’anni di frequentazione delle Nazioni Unite»

Non le armi atomiche nordcoreane, ma il nucleare iraniano è il nocciolo duro del discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite. I titoli «a caldo» dei giornali online erano concentrati ieri sulle minacce roboanti del presidente statunitense contro il regime di Pyongyang, quando ha tuonato che «gli Stati Uniti hanno una grande forza e una grande pazienza, ma se saremo costretti a difenderci o a difendere i nostri alleati, non avremo altra scelta che distruggere completamente la corea del Nord».
Non è da prendere sottogamba l’escalation della guerra di parole tra Trump e colui che egli provoca definendolo The Rocket Man. Non si capisce se lo stuzzichi di proposito, per innervosirlo e costringerlo a fare la mossa sbagliata avvantaggiando l’America.
Oppure se pensi di vivere in un film in cui fa la parte del pistolero spaccone che accarezza nervosamente e irresponsabilmente il revolver.
Nell’immediato non si vede come la diplomazia e il militare americani siano in grado di mettere nell’angolo Kim Jong-un. E questo mix di avventurosa libido loquendi di Trump e di assenza di piani reali e fattibili per disinnescare la tensione con la Corea del nord rende effettivamente molto pericolosa la situazione internazionale, tanto da far dire al pacioso Antonio Guterres che «la minaccia del nucleare non è mai stata così alta dalla Guerra Fredda».
Durerà per chissà quanto tempo ancora l’allarme internazionale sul ping pong americano-coreano, ma intanto, poiché Trump non ha in mente un progetto di nuovo ordine internazionale – ha ribadito anche ieri che lui è il presidente dell’America innanzitutto – si dà da fare per distruggere quel tanto che Barack Obama è riuscito a costruire nei suoi otto anni di presidenza. Con conseguenze potenzialmente non meno gravi di quelle presentate nell’immediato dalla sfida con la Corea del nord.
Lo smantellamento dell’edificio obamiano – politica interna ed estera – è l’unica linea riconoscibile di questo presidente. E così l’accordo sul nucleare iraniano, tanto faticosamente raggiunto dalla diplomazia guidata da John Kerry, di conserva con Russia, Cina ed europei, diventa l’obiettivo vero, prioritario degli attuali propositi di Trump.
Ed è per questo che, se la Corea del nord può apparire il tema nevralgico del discorso di ieri al palazzo di Vetro, è l’Iran deal la questione da osservare con la massima attenzione.
Trump l’ha definito «uno dei peggiori accordi, dei più vantaggiosi per una delle due parti» firmato dagli Usa, fonte «d’imbarazzo», «un disastro» da cui «non possiamo considerarci legati». Un accordo che è pronto a stracciare. Con l’approvazione entusiastica del solo Benjamin Netanyahu, che ha trovato il discorso del presidente repubblicano «il più coraggioso e acuto che abbia mai ascoltato in oltre trent’anni di frequentazione delle Nazioni Unite».
Ha alzato il tono della voce, quando ha affermato che Teheran potrebbe essere presto considerato inadempiente rispetto alle condizioni poste dall’accordo, con il conseguente azzeramento dell’accordo stesso da parte americana. Inadempienza totalmente smentita dal presidente iraniano Hassan Rouhani, ma, soprattutto, dal segretario di stato Rex Tillerson. Che in un’intervista ha specificato che l’eventuale inadempienza riguarda non il merito ma il preambolo dell’intesa, violato da Teheran con le sue attività in Yemen e Siria e con gli aiuti a Hezbollah. Questioni rilevanti, ma laterali. Questioni politiche su cui si può discutere. Tillerson, questo ha voluto dire. E infatti, in margine all’assemblea dell’Onu, ha discusso con il suo omologo russo Sergei Lavrov dei dossier più caldi, in primis quello siriano.
L’ex numero uno di Exxon Mobil incarna lo spirito affaristico, in tutti i sensi, e quindi pragmatico dell’amministrazione Trump. Ma quanto conta? Ed è vero che sarebbe in procinto di lasciare l’incarico? Domande poste dal protagonismo crescente dell’ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley, politica di professione, diversamente dal «tecnico» Tillerson, e la cui ascesa è sotto intensa osservazione da parte dei media mentre cresce l’incomprensione tra Rex e il suo capo. Non è un caso se nel palazzo di Vetro «di Haley» si siano ascoltate le parole più minacciose finora pronunciate da Trump nelle diverse aree di prioritario interesse per gli Stati Uniti, con l’evidente assenza di riferimenti alla Russia.
Il giorno dopo la 72ma assemblea dell’Onu non si può dire dunque che il mondo abbia maggiori elementi per capire in che direzione va la politica internazionale di questa amministrazione, se non la sensazione d’un volume sempre più alto e provocatorio delle minacce mentre l’apparato, che dovrebbe far seguire i fatti, è impreparato e diviso, secondo il solito schema falchi-colombe. Con la differenza che, con Trump, dovessero prevalere i falchi, usciremmo dal regno dell’escalation verbale per entrare direttamente nel clima di guerra nucleare evocato dal segretario dell’Onu.



martedì 19 settembre 2017

L'INFERNO DEL MIRACOLO TEDESCO



Su Le Monde Diplomatique, una analisi approfondita del modello sociale tedesco fondato sulle riforme Hartz, che hanno segnato il passaggio dal sistema di sicurezza sociale a tutela dei lavoratori a un modello di “inclusione” dove i disoccupati sono trasformati in una grande sacca di lavoratori poveri sottoposti a un regime di controlli rigidamente coercitivo, fondato sulla stigmatizzazione di chi si trova in difficoltà.  Questo è il modello che ispira la riforma del mercato del lavoro che il governo Macron  va ad imporre per decreto anche in Francia. 

 JPEG - 132.5 ko

di Olivier Cyran, Settembre 2017

Traduzione di Anna Sperati



Il modello a cui si ispira Emmanuel Macron

Ore otto del mattino: il Jobcenter di Pankow, quartiere di Berlino, è appena aperto e già 15 persone attendono davanti allo sportello d’accoglienza, ciascuna chiusa in un silenzio ansioso. “Perché sono qui? Perché se non rispondi alle loro convocazioni, si riprendono ciò che hanno ti hanno dato”  borbotta un signore sulla cinquantina a voce bassa. “Del resto, non hanno nulla da proporre. A parte forse un impiego da venditore di mutande, chissà.” L’allusione gli strappa un magro sorriso. Da un mese, una donna di 36 anni, madre sola, educatrice e disoccupata, ha ricevuto per posta un invito del Jobcenter di Pankow a fare domanda per una posizione da agente commerciale per un sexy-shop. Pena per la mancata domanda: un’ammenda. “Ne ho viste di tutti i colori con questo Job centre, ma questo è troppo”, reagisce l’interessata su Internet, prima di annunciare la propria intenzione di sporgere denuncia per abuso di potere.

Nel parcheggio delle case popolari, “la cellula di sostegno mobile” del centro dei disoccupati di Berlino è già all’opera. Su una tavola pieghevole, disposta davanti al furgone del gruppo, la signora Nora Freitag, 30 anni, dispone una pila di brochures intitolate “come difendere i miei diritti di fronte al Jobcenter.” L’iniziativa è stata attivata dalla chiesa protestante nel 2007. Questo mostro burocratico suscita molto sconforto e sentimento di impotenza presso i disoccupati, che lo percepiscono, non senza ragione, come una minaccia. Una signora sulla sessantina si avvicina con passo esitante. Sembra molto imbarazzata di presentarsi a sconosciuti. La sua pensione di 500 euro mensili non è sufficiente per vivere, perciò riceve un contributo dal Jobcenter. Poiché fatica ad arrivare a fine mese, da poco è impiegata a tempo parziale (“mini job”) come donna delle pulizie per una casa di cura, che le assicura un salario netto mensile di 340 euro. “Rendetevi conto” , afferma la signora con voce agitata, “che la lettera del Jobcenter mi comunica che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro. Ma quei soldi non li ho! Inoltre, ho dichiarato tutto dal primo giorno. Ci deve essere un errore… .” Un membro del gruppo la prende da parte per darle i suoi consigli: a chi rivolgersi per un ricorso, o per sporgere denuncia, etc. Talvolta il furgone serve come rifugio per discutere dei problemi lontano da sguardi indiscreti. “È uno degli effetti di Hartz IV”, osserva la signora Freitag. “La stigmatizzazione dei disoccupati è così forte che molti provano vergogna a parlare della propria situazione davanti ad altre persone.

Uno dei regimi più coercitivi d’Europa

Hartz IV: questa marcatura sociale deriva dal processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, detto Agenda 2010, realizzato tra il 2003 e il 2005 dalla coalizione tra il Partito Social Democratico (SPD) e i Verdi del cancelliere Gerhard Schröder. Chiamato con il nome del suo ideatore, Peter Hartz, precedente direttore del personale di Volkswagen, il quarto pacchetto di riforme unisce gli aiuti sociali e le indennità per i disoccupati di lunga durata (senza lavoro da più di un anno) in una allocazione forfettaria unica, versata dal Jobcenter. L’ammontare, piuttosto ridotto, di 409 euro al mese nel 2017 per una persona sola, dovrebbe motivare il ricevente (ribattezzato “cliente”) a trovare un impiego il più velocemente possibile. Sia questo mal remunerato o poco conforme alle competenze. La sua attribuzione è condizionata da un regime controllato tra i più cogenti d’Europa. Alla fine del 2016, la rete Hartz IV inglobava quasi 6 milioni di persone, di cui 2,6 milioni di disoccupati ufficiali, 1,7 milioni non ufficiali usciti dalle statistiche grazie alla trappola dei “dispositivi di attivazione” (formazioni, “coaching”, impieghi a 1 euro, mini jobs, ecc.) e 1,6 milioni di bambini associati a famiglie riceventi il contributo forfettario dei Jobcenter. In una società fondata sul culto del lavoro, queste persone sono spesso descritte come un gruppo di oziosi e anche peggio.

Nel 2005, in una brochure del ministro dell’economia Wolfgang Clement (SPD) intitolata “Priorità per le persone oneste. Contro gli abusi, le frodi e i self-service nello Stato sociale”, si leggeva: “I biologi sono d’accordo ad utilizzare il termine parassiti per designare gli organismi che provvedono ai loro bisogni alimentari a spese di altri esseri viventi. Ovviamente, sarebbe totalmente fuori luogo estendere delle nozioni provenienti dal mondo animale agli esseri umani.” Ma l’espressione “parassiti Hartz IV” fu abbondantemente ripresa dalla stampa, Bild in testa. La vita di coloro che percepiscono i sussidi è difficile. Se il montante minimo percepito non permette loro di pagare l’affitto, il Jobcenter se ne fa carico, a condizione che non superi il massimale fissato dall’amministrazione secondo le zone geografiche. “Un terzo delle persone che si rivolgono a noi, lo fanno per problemi legati agli alloggi”, dichiara la signora Freitag. “Molto spesso perché il rialzo del prezzo degli affitti nelle grandi città come Berlino, le ha spinte al di là dei limiti del Jobcenter. Gli assistiti devono traslocare senza sapere dove, poiché il mercato degli affitti è saturo, oppure, se il costo dell’appartamento supera l’ammontare concesso dal Jobcenter, pagare la differenza di tasca propria erodendo il budget per il cibo.” Dei 500.000 Hartz IV che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite imposto. Il Jobcenter ha inoltre la facoltà di sbloccare dei pagamenti d’urgenza, ciò conferisce un diritto che equivale quasi alla curatela. Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o anche sentimentale: nessun aspetto della vita privata degli assistiti sembra sfuggire all’umiliante radar dei controllori. Le 408 agenzie del paese dispongono di un’iniziativa che talvolta supera l’immaginazione. Alla fine del 2016, per esempio, il Jobcenter di Stade, nella Bassa Sassonia, ha inviato un questionario ad una disoccupata nubile e in attesa di un figlio, chiedendo di divulgare l’identità e la data di nascita dei suoi partner sessuali. Questo regime inquisitivo trovava già i suoi germi nel manifesto firmato nel 1999 da Schröder e il suo omologo britannico Tony Blair. I profeti della “social-democrazia moderna” vi proclamarono la necessità di “trasformare la rete di sicurezza sociale in un trampolino verso la responsabilità individuale.” Questo testo, intitolato “Europa: la terza via, il nuovo centro”, precisava: “un lavoro a tempo parziale o un impiego scarsamente remunerato è meglio di non avere un lavoro per niente. Perché facilita la transizione dalla disoccupazione verso l’occupazione.” Un povero che fatica è meglio di un povero inattivo: questa verità è servita come matrice ideologica alla “cesura più importante nella storia dello Stato sociale tedesco da Bismark”, secondo la formula di Christoph Butterwegge, ricercatore in scienze sociali all’Università di Colonia.
In Francia, le riforme Hartz costituiscono da dodici anni una fonte inestinguibile di ammirazione all’interno dei circoli imprenditoriali, mediatici e politici. L’ode rituale al “modello tedesco” si è rafforzata dall’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, per il quale “la Germania si è riformata con successo”. Un punto di vista, questo, raramente contestato dagli editorialisti. “Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha imposto le riforme che fanno la prosperità del suo paese”, ha ricordato il direttore di Le Monde all’indomani dell’elezione del candidato della “start-up nation”, per esortarlo ad esercitare il pugno di ferro sulle sue stesse riforme. L’economista Pierre Cahuc, ispiratore con Marc Ferracci e Philippe Aghion della riforma del mercato del lavoro immaginata da Macron, elogia “l’eccezionale riuscita dell’economia tedesca” e stima che Hartz IV non solo sia meglio per il lavoro, ma sia preferibile per diffondere gioia e buon umore, perché: “i tedeschi si dichiarano sempre più soddisfatti della loro situazione, soprattutto i più umili, mentre la soddisfazione dei francesi ristagna.

Se “i più umili” nascondono la loro gioia nelle lunghe attese dei Jobcenter, è chiaro che i progetti di Macron si ispirano direttamente al “modello tedesco”. Specialmente, l’indebolimento del codice dei lavoratori e il rafforzamento dei controlli sui disoccupati che saranno sanzionati in caso di rifiuto di due offerte di lavoro consecutive. Nulla ha meglio riassunto lo spirito di Hartz IV del presidente francese, che il 3 luglio ha dichiarato davanti al Parlamento riunito a Versailles: “proteggere i più deboli non significa trasformarli in assistiti permanenti dello Stato”, ma donare loro dei mezzi ed eventualmente obbligarli ad “esercitare un impatto sul loro destino”. Con un’acrobazia verbale simile a quella utilizzata dai promotori di Hartz IV, aggiungeva: “Dobbiamo sostituire all’idea di sostegno sociale (…) una vera politica di inclusione di tutti.” Per Schröder, la parola d’ordine contro i poveri era più lapidaria: “Incoraggiare ed esigere” (“fördern und fordern”).

Del resto Hartz non si è sbagliato. In Francia continua a godere di una buona reputazione. La Germania, però, non ha dimenticato la sua condanna a due anni di prigione nel 2007 e 500.000 euro di multa per aver comprato la pace sociale di Volkswagen corrompendo i membri del consiglio di amministrazione con tangenti, viaggi verso destinazioni esotiche e prostitute. Nessuno vuole più sentir parlare di lui, tanto che il direttore delle risorse umane si è rifugiato a Parigi per trovare un pubblico disposto ad applaudirlo. Il movimento delle imprese francesi (Medef) lo invita regolarmente, François Hollande, che lo ha ricevuto quando era presidente, avrebbe pensato di includerlo tra i suoi consiglieri. Ma è ormai a Macron che riserva i suoi oracoli. Tuttavia Hartz ha giocato un ruolo di secondo piano durante l’avvento delle riforme Schröder, ha certamente presieduto la commissione dei lavori, ma è soprattutto la Fondazione Bertlesmann che ha orchestrato le operazioni principali. L’opera “filantropica” di uno dei gruppi più influenti della Germania, è stato il fulcro dell’elaborazione dell’Agenda 2010, finanziando conferenze e dibattiti con la partecipazione dei giornalisti. “Senza le opere di preparazione e accompagnamento effettuate a tutti i livelli dalla Fondazione Bertlesmann, le proposte della commissione Hartz e la loro traduzione in legge non avrebbero mai visto la luce”, osserva Helga Spindler, professoressa di diritto pubblico all’Università di Duisburg. La fondazione si spingerà fino al punto di mandare i 15 membri della commissione in soggiorno studio presso quei paesi considerati all’avanguardia in materia di valorizzazione dello stock dei disoccupati: Danimarca, Svizzera, Paesi Bassi, Austria e Regno Unito.

Posizioni regolari trasformate in posti di lavoro precari

Il 16 Agosto 2002 Hartz rimette le proprie visioni conclusive a Schröder sotto la cupola della cattedrale francese a Berlino. Oggi è un “grande giorno per i disoccupati”, esulta il cancelliere, che promette di immettere due milioni di posti di lavoro nel sistema entro i due anni successivi. Composto di 344 pagine, il rapporto della commissione comprende tredici “moduli d’innovazione” scritti in un gergo manageriale misto tra tedesco e inglese. Il Job center è definito come un “servizio migliorato per i clienti”. Entrato in vigore il primo gennaio 2005, il regime studiato va di pari passo con l’altro pacchetto dell’Agenda 2010, che definisce la deregolamentazione del mercato del lavoro. Questa è definita dalla defiscalizzazione delle basi salariali, il lancio dei mini jobs a 400 euro, poi 450 euro al mese, soppressione dei limiti di ricorso al lavoro temporaneo, sovvenzioni alle agenzie di lavoro interinale che richiamano disoccupati di lunga durata ecc. La febbre dell’oro si impossessa degli imprenditori, soprattutto nel settore dei servizi. Riforniti di nuova manodopera proveniente dai Jobcenter, gli imprenditori approfittano dell’opportunità per trasformare dei posti di lavoro regolari in posizioni precarie, liberi, coloro che li occupano, di fare la coda al Jobcenter per integrare la loro paga ridotta. Il lavoro ad interim aumenta, passando da 300.000 assunti nel 2000 a quasi un milione nel 2016. Nello stesso tempo, la proporzione di lavoratori poveri – remunerati al di sotto di 979 euro al mese – passa dal 18% al 22%. La creazione nel 2015 del salario minimo, a 8,84 euro all’ora, non ha invertito la tendenza: 4,7 milioni di lavoratori attivi sopravvivono con un salario bloccato a 450 euro al mese. La Germania ha convertito i suoi disoccupati in bisognosi.

I bambini convocati al Jobcenter

Hartz IV funziona come un servizio di impiego precario obbligatorio. Le minacce delle sanzioni che pesano sui “clienti”, li tengono i trappola costantemente. Il signor Jürgen Köhler, un abitante di Berlino di 63 anni, esercita in modo autonomo la professione di grafico. Spiazzato dalla concorrenza delle grosse compagnie, che abbassano i prezzi, non ha abbastanza progetti perciò si è iscritto al Jobcenter. “Un giorno, racconta,ho ricevuto per posta una notifica che annunciava che mi sarei dovuto presentare il lunedì e martedì successivi alle 4 del mattino presso un agenzia di lavoro interinale, per essere assegnato ad un cantiere ed essere pagato la sera stessa. Inoltre sono stato invitato a procurarmi delle scarpe di sicurezza. Evidentemente non possedevo l’equipaggiamento richiesto e non avevo mai lavorato in un cantiere di costruzioni. Cominciare alla mia età non mi pareva una buona idea.” Poiché era troppo tardi per tentare un ricorso, al signor Köhler non è rimasto che contestare la misura in tribunale, sperando che il giudizio arrivasse prima delle sanzioni, che possono decurtare il sussidio del 10%, 30% o anche del 100%. Nulla è esente dall’accetta delle sanzioni, nemmeno i figli dei riceventi i sussidi in età compresa tra i 15 e i 18 anni. In cambio dei 311 euro mensili versati nel budget della famiglia, anche se frequentano ancora la scuola il Jobcenter li può convocare in ogni momento e consigliare loro di orientarsi verso specifici settori, minacciandoli di tagliare i fondi se non si presentano all’appuntamento. Effetto pedagogico garantito sull’adolescente, che porta già Hartz IV tatuato sulla fronte. Membro del gruppo di disoccupati Ver.di, il sindacato unificato dei servizi, il signor Köhler, ha potuto beneficiare di un avvocato gratuito e di una decisione in suo favore. Ma non tutti hanno questa fortuna. Nel 2016, circa un milione di sanzioni sono state pronunciate, con un prelievo di 108 euro a testa,  un guadagno notevole per l’agenzia federale del lavoro, che è anche l’autorità che tutela i Jobcenter. Nello stesso anno, questi ultimi sono stati oggetto di 121.000 reclami, che sono stati rigettati nel 60% dei casi. Ma non è sempre stato così. Nel 2003-2004, decine di migliaia di disoccupati e lavoratori hanno sfilato spontaneamente ogni lunedì in molte città della Germania per bloccare le riforme Schröder. Affermatosi soprattutto ad est, dove gli slogan facevano apertamente riferimento alle “manifestazioni del lunedì” dell’autunno 1989 contro il potere, il movimento si diffuse rapidamente anche ad ovest. “I sindacati hanno tergiversato molto”, ammette Ralf Krämer, segretario di Ver.di incaricato di questioni economiche. “La loro posizione era tanto ambigua, che due rappresentanti hanno partecipato alla commissione Hartz, uno era del sindacato DGB (Confederazione Tedesca dei Sindacati) e l’altro dei nostri.” Oltre ai due sindacalisti, la commissione comprendeva due eletti, due universitari, un alto funzionario e sette top managers della Deutsche Bank, del gruppo chimico BASF e della società di consulenza McKinsey.

Conclusioni

Nel novembre 2003, tra lo stupore generale, una manifestazione organizzata al di fuori del contesto sindacale ha riunito 100.000 persone a Berlino (….). Cinque mesi più tardi altre manifestazioni si verificano a Berlino, Stoccarda e Colonia, circa mezzo milione di oppositori si riuniscono a manifestare. Un numero mai visto dal dopo guerra. Questa volta i direttori dei sindacati sfilano in prima fila: “Avremmo potuto vincere”, afferma il signor Krämer. “Ma la DGB ha avuto paura di perdere il controllo e si è astenuta dal convocare altre mobilitazioni. Le manifestazioni del lunedì si sono trovate isolate e il movimento si è spento. Abbiamo perso un’occasione storica. Bisogna dire che non fa parte delle cultura sindacale tedesca, contestare le decisioni di un governo democraticamente eletto, anche se a titolo personale me ne pento.” Curiosamente, questo fallimento non ha determinato una riflessione su un possibile cambiamento di strategia. Presso Ver.di, facente parte di DGB, i dirigenti non hanno ritenuto utile di aprire un dibattito sull’illegalità degli scioperi “politici”. Questa è una curiosità del diritto tedesco, che impedisce di indire uno sciopero contro le leggi giudicate nefaste per gli interessi dei lavoratori. “Sciopero generale?” L’espressione provoca un’espressione dubbiosa in Mehrdad Payandeh, membro del comitato direttivo federale di DGB. “Per noi, uno sciopero ha senso solo se fallisce la negoziazione per un aumento dei salari nei settori dove siamo rappresentati. La nostra legittimazione è rappresentata dagli iscritti e non dalla strada. Non siamo come quei paesi del Sud dove la gente sciopera per motivi meno seri !” Nella sua maniera eloquente e calorosa, il signor Payandeh incarna piuttosto bene la cultura sindacale descritta da Krämer. “Certamente, che sono contro le sanzioni Hartz IV e la precarietà”, esclama, “ma le leggi votate dal Bundestag non sono di nostra competenza. Il fine, per noi, è di difendere i nostri lavoratori all’interno degli accordi di settore.” Tali accordi esistono solo nei settori metallurgico e chimico, perciò l’industria dei servizi assorbe una mano d’opera sempre più asservita e meno protetta. Le lotte contro le riforme Hartz hanno nondimeno lasciato una traccia profonda nel paese, indebolendo considerevolmente l’SPD, che ha perso 200.000 iscritti dal 2003. Inoltre hanno rimodellato lo scenario politico, spingendo una parte dei dissidenti del partito di Schröder a fondersi nel 2005 con i neo comunisti del Partito del Socialismo Democratico (PSD), al fine di creare il nuovo gruppo Die Linke (La Sinistra). Al momento questa formazione politica è l’unica formazione all’interno del Bundestag che si batte per l’abrogazione delle riforme Hartz. A seguito di tali proteste, è anche nata una vasta rete di disoccupati (come il collettivo Basta) risoluti a far sentire la propria voce.

“Per noi la Francia era esemplare”

Nel momento in cui in Francia ci si interroga sulla possibilità di ostacolare gli ardori riformatori di Macron, numerosi sindacalisti tedeschi attendono. “Le riforme Macron ci inquietano parecchio, poiché rischiano di spingere i salari verso il basso e di diffondersi a macchia d’olio”, afferma il Dierk Hirschel, dirigente di Ver.di. “Per noi, la Francia è sempre stata esemplare” aggiunge il suo collega Ralf Krämer. “L’evoluzione attuale appare tragica. Speriamo che i sindacati francesi non ripeteranno i nostri errori e si sapranno mostrare più aggressivi di noi”.

lunedì 18 settembre 2017

TIBURTINO III, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE


da  http://popoffquotidiano.it/2017/09/15/tiburtino-iii-le-mamme-sbugiardano-casapound/

Tiburtino III, le mamme della scuola a fianco del centro per migranti: «Mai avuto problemi, siamo solidali con gli ospiti del presidio». Oggi manifestazione cittadina antifascista

di Checchino Antonini
13 settembre 2017. Una scena cult: attivisti di Casapound che si sono pestati l'un l'altro.

«La convivenza con il centro e i suoi ospiti non è mai stata causa di alcun problema, disagio, pericolo per nessuno». Seduta sul muretto della chiesa, Sara legge ad alta voce la lettera scritta assieme a un gruppo di genitori delle scuole di via del Frantoio (il nido Elefantino Elmer e la scuola Fabio Filzi) confinanti con il presidio umanitario per migranti che da due anni (quando arrivarono i primi transitanti si sentirono urlare contro “scimmie, tornate in Africa!”) è nel mirino di gruppuscoli neofascisti (Casapound, Forza nuova, Roma ai romani, i signori della guerra tra i poveri) e sedicenti comitati di quartiere.
Assediato a fine agosto da alcuni residenti del quartiere, dopo una falsa notizia diffusa da una residente ora agli arresti, il presidio di Via del Frantoio, al Tiburtino III, doveva essere, l’altroieri, oggetto di un consiglio municipale straordinario concesso dopo che alcuni affiliati a Casapound, l’organizzazione neofascista piùgradita al Viminale, erano riusciti a occupare l’aula consiliare del IV municipio inscenando una caricatura di “bivacco di manipoli”. Mercoledì pomeriggio, però, quel consiglio è saltato e molti cronisti mainstream si sono limitati a veicolare il casapoundpensiero: l’assalto dei centri sociali avrebbe impedito l’esercizio della democrazia. Seguiranno video in cui militanti di Cpi, estranei per la maggior parte al quartiere, se le danno di santa ragione tra loro. «L’unica testa rotta, stavolta, sarebbe da attribuire al “fuoco amico”», dicono gli antifascisti del quartiere. Il video è un cult sui social. Stamattina, dentro e fuori la scuola, è andata in scena l’ennesima pagliacciata intimidatoria di otto accoliti della tartaruga, organizzazione che perfino i servizi segreti segnalano per la «propaganda sempre più marcata da accenti nazionalisti e xenofobi».
Al di là della figuraccia di Cpi, restano i problemi veri di una qualsiasi periferia all’epoca della crisi globale e dell’austerità imposta dal Pd. In Via Mozart, cuore del quartiere, i negozi sono decimati e alcune famiglie senza casa hanno occupato quelli che una volta erano esercizi commerciali di prossimità. Il Nodo Territoriale Tiburtino ha deciso di indire una manifestazione di massa per le strade del quartiere, appuntamento sabato 16 settembre alle 16, e di ripristinare la verità sulla questione del consiglio straordinario mancato. Il Nodo è una struttura che opera da anni nel IV municipio, a est della Capitale. Si tratta di associazioni, collettivi, spazi sociali e case occupate, il circolo locale di Rifondazione, l’Asia-Usb ecc…
«Quel consiglio era illegittimo e strumentale, imposto alla giunta a guida M5s da un’occupazione dell’aula consiliare da parte di Cpi (che, con Fratelli d’Italia s’è rivendicata il successo, ndr) – spiega Francesco Di Bella del Nodo – fuori c’era molto di più dei soli centri sociali come vorrebbe far credere Casapound: c’erano centinaia di abitanti del quartiere, cittadini solidali, antifascisti, esponenti di S.Egidio, Arci, Anpi. Volevamo che entrasse una delegazione per leggere un documento con il quale sconfessavamo quel consiglio. Ma, mentre a noi veniva precluso l’accesso (anche i consiglieri ritardatari hanno avuto problemi per entrare), da un’ingresso secondario veniva consentito l’ingresso di militanti di Casapound piovuti da tutta Roma, scortati dalla polizia. Non è il centro di Via del Frantoio la causa dei problemi del quartiere e le istituzioni non possono avallare una campagna di odio razziale. Quanto accaduto è responsabilità di tutte le forze politiche: M5S, che governa questo municipio, PD, Forza Italia e Fdi, che nei giorni scorsi, pur avendo la possibilità di porre fine a questo scempio dopo l’irruzione in Municipio, hanno invece scelto di usare la forza contro la società civile. C’è stata una leggerezza inammissibile da parte del Consiglio municipale a piegarsi alla richiesta violenta di un movimento estremista. Si legittima la teoria che il problema di tutti i problemi nel quartiere è il centro di via del Frantoio, ma non è così. Semmai, la nostra mobilitazione antifascista è un elemento di democrazia costituzionale. L’accoglienza è un problema da affrontare, soprattutto alla luce dell’inchiesta Mafia Capitale, ma non è un problema di sicurezza».

il corteo antifascista del 30 giugno scorso
Certo, non è facile vivere in case popolari, «come il lotto 17, che cascano a pezzi da anni – ricorda il Nodo – non è facile vivere con l’incubo di uno sfratto per  morosità o per occupazione, perchè non c’è lavoro e non si riesce a pagare il canone o un affitto normale. Non è facile iscrivere i propri figli ad una scuola come la “Filzi” che ha una sola palestra per tutto il complesso e non è dotata di aule multimediali ed altri servizi che possano dare un’istruzione di qualità. La pineta, unico spazio verde per gli alunni, è inagibile da anni perché gli alberi sono pericolanti. Non è facile veder chiudere molte piccole attività commerciali, una dopo l’altra, che erano il cuore pulsante del quartiere. Non è facile avere tanti ragazzi e ragazze disoccupate che non hanno la possibilità di costruirsi un futuro. Tiburtino e la sua gente meritano rispetto, i problemi e le voci del quartiere devono essere ascoltate dalle amministrazioni. I consigli municipali e comunali devono essere fatti sulle reali problematiche e non devono essere straordinari, perchè la cura delle periferie come Tiburtino deve essere al centro delle attività ordinarie delle istituzioni».
Eppure la scuola ha ottima reputazione al punto che Sara, che vive da un’altra parte del Municipio, ha scelto di portare qui suo figlio e, con gli altri genitori, ha messo nero su bianco la solidarietà «a queste persone e alla loro ricerca di una vita migliore, sentiamo il bisogno di dire la nostra, sentendoci nominati e strumentalizzati da chi non conosce o non vuol far conoscere la realtà del quartiere – prosegue la lettera – come abitanti del quartiere o famiglie che qui crescono i propri figli ci sentiamo di ricordare che i molti problemi di questo territorio non sono certo recenti, né da imputare all’apertura del centro e all’arrivo di nuovi abitanti e o ospiti». Sara e gli altri auspicano «un futuro in cui questo quartiere e questa città sappiano accogliere, senza paura e mistificazioni, diverse culture, bisogni, desideri e sappiano attuare davvero quell’educazione al rispetto reciproco che le scuole del territorio da sempre praticano quotidianamente con l’impegno, la dedizione e la convinzione di chi ci lavora».
ancora un'istantanea del corteo del 30 giugno per le vie di tiburtino III
E’ in questo scenario che, da tempo, la fascisteria tenta di penetrare nel quartiere da Vigne Nuove (dove agiva Base autonoma) o da Casal Bertone (dove c’è una sede di Cpi, estranea anche lì alla vita del quartiere) secondo i rapporti di forza tra le sigle e le alleanze variabili tra loro. Si sono esibiti anche Forza Nuova e i gruppi di Castellino e di Boccacci. La presidenza a 5 stelle non sembra brillare per capacità politica: ha appena tagliato 500mila euro, quasi un quarto, i fondi per affidare alle cooperative l’assistenza dei ragazzi disabili nella scuola (base d’asta euro 2.179.008 a fronte dell’offerta della precedente consiliatura di euro 2.648.000) e «ha chiuso il servizio per l’infanzia immigrata a Rebibbia dove c’è un asilo nido multiculturale che era un importante spazio per la socializzazione tra i bambini e le loro madri, di ogni nazionalità. Ma per il municipio quel servizio era solo un modo per finanziare l’asilo nido, una “copertura”», racconta a Popoff, Francesca Zaccari, del circolo Prc, indicando i locali che ospitavano lo Sprar accanto al presidio della Cri. «A progetto concluso – dice – lo spazio è in disuso ma c’è tutto, letti, armadi, bagni, sarebbe già pronto per l’emergenza abitativa. Con Asia Usb abbiamo provato a occuparlo al termine del bel corteo del 30 giugno ma siamo stati sgomberati immediatamente».

domenica 17 settembre 2017

SUNDAY MAGAZINE


NON ANDARTENE

Risultati immagini per non andartene mario luzi

Non andartene,
non lasciare
l’eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora
sua è vanificata

(Mario Luzi)

sabato 16 settembre 2017

GRANDI OPERE, I NO TAP E GLI ALTRI


da   https://ilmanifesto.it/i-no-tap-e-gli-altri-a-lecce-la-tre-giorni-di-grandi-opere/


Melendugno. Fino a domenica la manifestazione organizzata dal movimento contro la pipeline. Confronto e dibattito tra i protagonisti delle campagne di «resistenza»

Si chiama «Grandi Opere» la manifestazione organizzata dal Comitato «No Tap» nel comune di Melendugno (Lecce) che si è aperta ieri e si svolgerà fino a domenica 17 settembre. Sottotitolo: «Le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche». Ed è infatti di politica energetica e di democrazia che parleranno le delegazioni di una quindicina di comitati e movimenti da tutta Italia.
Ognuno di loro è protagonista di campagne di resistenza a grandi opere nel proprio territorio. L’intento dell’iniziativa è quello di chiarire all’opinione pubblica che le loro battaglie non hanno solo una rilevanza locale ma, al contrario, sono tutti tasselli di un’unica, grande questione nazionale: l’indirizzo energetico che prenderà nei prossimi decenni l’Italia, un paese che non vara un Piano Energetico Nazionale dal 1988. Il Movimento «No Tap», in particolare, ha ottenuto grande visibilità a marzo e aprile scorsi per via delle proteste contro l’eradicazione degli ulivi necessaria all’avvio dei lavori. Purtroppo, il messaggio che molti hanno recepito è che l’opposizione a Tap – il «Trans-Adriatic Pipeline», o Gasdotto Trans-Adriatico, che si snoderà dal confine greco-turco alle coste del Salento – sia “solo” una campagna ambientalista, miope rispetto alle esigenze economiche del Paese.
Invece Tap è parte di un progetto ben più ampio, il cui valore strategico – che pure hanno dichiarato sia l’Italia che la Commissione Europea – è molto discutibile: si tratta del «Corridoio Sud del Gas», un mega-gasdotto che dovrebbe trasportare il gas dai giacimenti dell’Azerbaigian all’Europa, passando per la costa del Salento. Le inchieste de L’Espresso (che ha definito Tap un «mafiodotto») e dell’organizzazione Re:Common hanno sottolineato l’inutilità, i rischi e la mancanza di trasparenza che caratterizzano questo progetto. Nel frattempo, sia il comune di Melendugno che la Regione Puglia hanno più volte ribadito la propria contrarietà a Tap. La Regione, in particolare, ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato. La sentenza è attesa ad ottobre. Anche gli scontri tra i comitati di cittadini, da una parte, e Tap e le forze dell’ordine, dall’altra, sottolineano che i territori ritengono di non essere stati debitamente ascoltati.
Vicende simili accomunano ognuna delle delegazioni che prenderanno parte alla tre giorni, la maggior parte delle quali provengono dalle regioni interessate dalla «Rete Adriatica». Si tratta di un progetto presentato nel 2004 da Snam (Società Nazionale Metanodotti) e ad oggi realizzato solo in parte: un’infrastruttura che dovrebbe trasportare gas da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna), interessando così ben dieci regioni italiane, per un totale di 687 chilometri. La Rete Adriatica nel 2013 è stata inserita nella «Lista dei progetti di interesse comunitario della Commissione Europea», e ha quindi beneficiato di procedure di autorizzazione agevolate. La connessione con Tap è molto stretta: è solo attraverso l’allacciamento alla nostra rete nazionale che il gas del Corridoio Sud può essere distribuito in Europa. Solo che, mentre l’interesse comunitario è stato dichiarato per la Rete Adriatica nella sua interezza, ad essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale sono stati cinque progetti indipendenti, uno per ogni lotto funzionale della Rete. Tutto ciò in violazione delle normative europee, che prescrivono la valutazione complessiva delle criticità e dei rischi che strutture di questo genere possono comportare.
«Ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata intenzionalmente scorporata ini più segmenti, con lo scopo preciso di nasconderne gli impatti complessivi», commenta Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato «No Tap». «Redigere un documento comune a tutti i movimenti di resistenza al gasdotto, dalla Puglia all’Emilia, significa dire che non stiamo affrontando solo problemi circoscritti e locali come quello dell’espianto degli ulivi, ma piuttosto una grande opera nazionale che deve essere valutata nel suo insieme».
La Rete Adriatica, poi, presenterebbe una serie di criticità, secondo il Coordinamento interregionale «No Tubo»: nella sua versione attuale attraversa diversi tratti appenninici tra i quali si trovano non solo parchi nazionali e aree protette, ma anche diverse aree sismiche che ne metterebbero a repentaglio la sicurezza. Lo scorporo di un progetto singolo in tante componenti diverse è un modus operandi che emerge anche nella vicenda Tap: l’azienda ha presentato il progetto per il micro-tunnel che dovrebbe connettere l’approdo del gasdotto alla centrale di depressurizzazione solo nel febbraio 2017, e cioè dopo aver già ottenuto l’Autorizzazione Unica. Questo «progetto dentro il progetto» è ancora in attesa di verifica di assoggettabilità a VIA, eppure i lavori sono già avviati.
Tra tanti intoppi burocratici e criticità, allora, quali interessi si nascondono dietro la costruzione di questi gasdotti? «È un progetto enorme, che coinvolge tutta Europa», sostiene Elena Gerebizza di Re:Common, «e l’obiettivo ultimo è quello di costruire una grande infrastruttura europea di trasporto e stoccaggio del gas. Il valore finanziario di questa rete ancora incompleta costituisce un’immensa risorsa per le aziende coinvolte, a prescindere dalla reale disponibilità e necessità del gas per l’economia reale. E si sta tentando di costruirla in buona parte con fondi pubblici». (Gerebizza si riferisce qui ai finanziamenti di BEI e BERS, che Tap potrebbe ricevere già a ottobre. Re:Common e 350.org hanno lanciato una petizione, che si può sottoscrivere on line, per chiedere alle banche europee di non erogare i fondi.) Ma se il progetto coinvolgerà tanti territori in Italia e in Europa, in un certo senso è proprio questo destino comune che questa tre giorni vuole sfruttare a proprio vantaggio. Ad incontrarsi e ad unire le forze a Melendugno saranno proprio tanti dei puntini attraversati dal tracciato stesso dei metanodotti: i territori. Per affermare il proprio dissenso e, soprattutto, per articolare una proposta per un futuro energetico (e politico) diverso.

venerdì 15 settembre 2017

EMILIANO NON VUOLE L'ACQUA PUBBLICA


da   http://popoffquotidiano.it/2017/09/13/puglia-lacqua-dovrebbe-essere-pubblica-ma-emiliano-non-vuole/

Puglia, Aqp è ancora una spa malgrado il referendum e l’esito di un tavolo tecnico. Bugie e silenzi di Emiliano. Lo spettro di una trasformazione in multiutility

di Checchino Antonini

Schermata 09-2458010 alle 01.06.56
L’acquedotto pugliese è ancora una spa. Emiliano, il governatore della Regione per conto del Pd, non risponde, o risponde male, a chi chiede ragione della mancata ripubblicizzazione del servizio idrico. Dopo aver ignorato le lettere aperte che Riccardo Petrella e Alberto Lucarelli hanno provato a spedirgli dalle colonne del manifesto, è stato inchiodato in pubblico dalla stessa domanda mentre prendeva parte alla festa regionale di Sinistra italiana, partito nato dalle ceneri di Sel, partito del suo predecessore Vendola alla guida della Puglia e anche lui mancato ripubblicizzatore dell’acqua.
Ora, bisogna ricordare che Riccardo Petrella, economista politico, docente universitario, tra le massime autorità del campo ormai tredici anni fa, fu chiamato a guidare proprio Aqp da Vendola ma pochi mesi dopo se ne andò sbattendo la porta perché, a suo dire, Vendola non avrebbe mai ripubblicizzato l’acqua. Seguirono altre promesse e un referendum e, infatti, Aqp, l’acquedotto più grande d’Europa, è ancora una società per azioni, una società di diritto privato.
Alberto Lucarelli, giurista e accademico anche lui, è l’artefice della ripubblicizzazione dell’acqua di Napoli a meno di cento giorni dall’insediamento della Giunta De Magistris e del referendum del 2011. Proprio lui, per conto del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” ha presentato una proposta completa, sui piani tecnico e giuridico, per sottrarre l’acqua, col prossimo modello di governance per Aqp, alle regole di mercato e alle speculazioni finanziarie, garantendo il diritto all’accesso a tutti i Pugliesi, in linea con la volontà popolare emersa chiaramente dal referendum del 2011.
Ma tre mesi fa si è chiuso il tavolo tecnico paritetico tra Regione Puglia e Comitato, istituito dalla Regione, durante il quale lo stesso Lucarelli ha argomentato e risposto a tutti i dubbi e le criticità avanzate dall’ufficio legislativo e dai consiglieri regionali presenti al tavolo tecnico.
«Insomma – scrive il comitato – Aqp può essere ripubblicizzato – trasformato in azienda speciale di diritto pubblico senza se e senza ma». Ma, dopo tre mesi di silenzio assoluto, intervallati da un cambio nel Consiglio di Amministrazione all’insegna dello “spoil system”, Emiliano si è limitato a ripetere, solo perché incalzato, che “Aqp non può essere trasformato in azienda speciale perché è una società troppo grossa”. «Lo stesso patetico e privo di fondamento refrain dell’anno scorso. Affermazione, priva di alcun fondamento – insiste il comitato – con cui aveva provato a liquidare le istanze di ripubblicizzazione più di un anno fa. Valutazione che non ha neppur avuto risalto nel confronto del tavolo tecnico paritetico, da lui stesso istituito e cui la giunta stessa ha partecipato. Siamo sbalorditi e indignati di fronte a un atteggiamento che non sappiamo se attribuire a pressapochismo e mancanza di onestà intellettuale. Se il Presidente Emiliano intende non ripubblicizzare Aqp fa una scelta politica, non tecnica; si assuma quindi la responsabilità politica, senza prendere in giro i cittadini pugliesi».
A tutti i consiglieri regionali, il comitato richiede la convocazione di un consiglio regionale monotematico che faccia definitiva chiarezza sulle intenzioni della Regione riguardo alla futura governance di Aqp, e che la scelta venga motivata, alla luce degli esiti del tavolo tecnico paritetico e del referendum del 2011. In quell’occasione dovrebbe essere data lettura delle lettere aperte di  Petrella e Lucarelli al Presidente Emiliano «pretendendo la risposta che il Presidente non ha mai dato (neanche per cortesia istituzionale!!!)». Anche i sindaci, che vivono il disagio di un acquedotto che non rispetta il diritto all’acqua, tagliando il servizio anche ai meno abbienti, dovrebbero attivarsi, secondo “Acqua bene comune”, a tutela dei propri cittadini attraverso, ad esempio, l’organizzazione di un coordinamento degli enti locali per l’acqua pubblica, come avvenuto già nel 2008.
Regione Puglia e Aqp Spa dovrebbero rendere «finalmente» noti i contenuti del Piano strategico commissionato più di un anno fa a “Bain&Company” sul futuro dell’acquedotto, come chiesto dai Comitati e da alcuni consiglieri regionali a più riprese, in nome del principio di trasparenza. Secondo fonti giornalistiche, tra cui noi di Popoff, addirittura l’oggetto di questo studio riguarderebbe un totale stravolgimento della struttura, della composizione azionaria e delle finalità stesse, facendone una “multiservizi” avente, come oggetto sociale, anche la gestione di rifiuti e di energia in un territorio ben più vasto della Puglia, ed espandendosi nel settore dell’enginering anche in campo internazionale.
«Se questo fosse vero (e non è mai stato smentito) sarebbe osceno che una così profonda e radicale trasformazione si pretenda di realizzarla completamente “a porte chiuse”, escludendo totalmente i cittadini rappresentati sia dai comitati per una corretta e democratica gestione delle risorse idriche, dell’energia e dei materiali da recupero (erroneamente chiamati “rifiuti”), sia dai rappresentanti istituzionali (consiglieri regionali, amministrazioni provinciali e comunali). Rappresenterebbe un atto inedito di inaccettabile involuzione autoritaria. Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia», conclude il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” assieme ai soggetti aderenti alla campagna “Acqua e democrazia”