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sabato 18 novembre 2017

WEEK END MAGAZINE


IL TRENO DEGLI EMIGRANTI

Risultati immagini per rodari il treno degli emigranti

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restare solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.


(Gianni Rodari)

venerdì 17 novembre 2017

COME LA FRANCIA HA AFFAMATO HAITI


da   http://popoffquotidiano.it/2017/11/14/cosi-la-francia-ridotto-alla-fame-haiti/

Haiti: dalla tratta degli schiavi al debito odioso. L’isola non è in debito, è creditrice. È la Francia che le deve dei soldi

di Jerome Duval/Cadtm



La miseria dei paesi colonizzati è notevolmente aumentata a causa del trasferimento del debito: i debiti contratti dalle potenze coloniali con la Banca Mondiale per massimizzare la redditività nelle loro colonie, sono stati trasferiti, senza il loro consenso, ai paesi colonizzati che hanno guadagnato la loro indipendenza. Essi costituiscono un caso di debito odioso, nonché i successivi debiti contratti per rimborsarli.
A Santo Domingo, nella notte del 22-23 agosto 1791, decine di migliaia di schiavi entrarono contemporaneamente in insurrezione armata, provocando un lungo processo che condusse alla prima abolizione della schiavitù nella storia, il 29 Agosto 1793, e alla proclamazione dell’indipendenza. Santo Domingo, recuperando poi il nome di Haiti, diventa la prima repubblica nera indipendente nel 1804, caso unico nella storia di una rivolta di schiavi che hanno dato vita a uno Stato. La Francia probabilmente non ha mai perdonato questa insurrezione, con conseguente perdita di entrate del suo sistema schiavista e migliaia di piantagioni di zucchero e caffè distrutte. Haiti la paga molto cara: nel 1825 il paese è costretto a pagare alla Francia 150 milioni di franchi d’oro (il bilancio annuale della Francia al momento) destinato a “compensare” i vecchi colonizzatori che dominavano gli schiavi, per la perdita di “proprietà” in cambio del riconoscimento della sua esistenza come stato-nazione. La sanzione è stata imposta sotto la minaccia dell’invasione militare: il 17 aprile 1825, una flotta di 14 navi da guerra si ammassarono sulla costa di Port-au-Prince, pronta ad intervenire, lasciando presagire un possibile restauro della schiavitù caso di insubordinazione.
Questo pagamento estorto al popolo haitiano per “osato” raggiungere l’indipendenza, è stato rinegoziato tredici anni dopo, nel 1838, a 90 milioni dopo un accordo scandalosamente denominato “Trattato di amicizia”. Mettendo generazioni sotto il peso di un debito illegittimo, Haiti, che ha lottato per molti anni per emanciparsi dalla tutela francese e liberarsi dalla schiavitù, pagherà, dal 1825 al 1893, fino all’ultimo centesimo del riscatto ai suoi ex coloni. Per Louis-Georges Tin, presidente del Consiglio Rappresentante delle Associazioni Nere (Cran), “i soldi devono tornare nello Stato haitiano e nella società civile haitiana. È giunto il momento di riparare questa doppia punizione subita dall’isola, dalla schiavitù e dal riscatto. La disgrazia di Haiti è dovuta al pagamento di questi 90 milioni di franchi oro che hanno costretto il paese a indebitarsi per decenni.

Nessuna scusa, nessuna riparazione, nessuna restituzione: inutile, la Francia riscatta la gente

Nell’aprile 2003, in occasione del bicentenario della morte di Toussaint Louverture, il presidente Jean-Bertrand Aristide afferma che è la Francia che ha un debito verso Haiti e non il contrario. Ha chiesto “restituzione e riparazione” per i danni commessi dalla schiavitù e dal riscatto richiesto nel 1825. Richiede alla Francia 21 miliardi di dollari, il valore capitalizzato dei 90 milioni di franchi d’oro pagati come tributo. Ma dopo l’intervento politico e militare franco-americano che ha portato al rovesciamento di Aristide nel febbraio 2004, i diversi regimi che si succedono alla testa dello Stato haitiano, abbandoneranno la richiesta di restituzione.
Sarà necessario attendere il terremoto del 12 gennaio 2010, che causò almeno 250.000 morti e quasi 1,3 milioni di senzatetto, affinché un presidente francese decida di percorrere per la prima volta il territorio della sua ex colonia dopo l’indipendenza dell’isola nel 1804. Così, dopo aver lasciato passare più di un mese dopo il terremoto, Nicolas Sarkozy effettua una rapida visita di appena quattro ore il 17 febbraio. E’ l’occasione per fare apologia del settore privato francese, rendendo omaggio a Suez e Veolia che “riparavano tubi d’acqua” o EDF che “ripristinavano l’illuminazione pubblica”. E per annunciare circa 326 milioni di euro di aiuto. Di questa somma non saranno mobilitati 56 milioni perché è una cancellazione contabile del Club di Parigi del debito bilaterale che l’isola ha contratto nei confronti della Francia.
La generosa dichiarazione di cancellazione del debito da parte di Sarkozy come risposta al disastro fa parte di un meccanismo di sbiancamento del debito. Inoltre, questa non è una novità in quanto questa decisione è in realtà datata luglio 2009, dopo che Haiti raggiuge i parametri dell’Iniziativa dei paesi poveri fortemente indebitati (Iniziativa HIPC rafforzata) il 30 giugno 2009. La Banca Mondiale non annulla il rimborso di 38 milioni di dollari, ma lo sospende per cinque anni e il FMI decide di dare 100 milioni di dollari “aiuto” sotto forma di … prestito, certamente senza interessi, ma che dovrà essere rimborsato. Siamo lontani dai 21 miliardi di dollari reclamati da Aristide e dai movimenti sociali come la Piattaforma haitiana per lo Sviluppo Alternativo (PAPDA).
Sfruttando l’occasione, un gruppo di militanti battezzati Comitato per il rimborso immediato dei trilioni mancanti (CRIME, l’acronimo in francese) lancia nel luglio 2010 una beffa e annuncia su un falso sito del Ministero francese degli affari esteri l’intenzione della Francia di restituire agli Haitiani il 14 luglio le somme indebitamente percepite. Niente. Nonostante una lettera aperta al presidente francese Sarkozy, la Francia continua a rifiutare di restituire il debito storico ad Haiti. La Francia, tuttavia, ha una grande responsabilità nella situazione economica di Haiti e nello stato di povertà in cui si trova la sua popolazione. Ad esempio, quando concede lo status di rifugiato politico e l’immunità a Jean-Claude Duvalier, esiliato in Costa Azzurra dopo 29 anni di dittatura da padre a figlio, con una fortuna di 900 milioni di dollari rubati nelle casse dello stato haitiano, un importo superiore a quello del debito estero del paese stimato a 750 milioni di dollari nel 1986.

Menzogna e aberrazione del “debito morale” di Hollande

Senza dubbio, non è un caso che sono passati più di due secoli dall’indipendenza dell’isola prima che un capo di stato francese, facesse il suo primo viaggio ufficiale ad Haiti. La visita del presidente François Hollande il 12 maggio del 2015 è stata accolta dai dimostranti che chiedono alla Francia la “compensazione” e la “restituzione” della somma versata da Haiti per la sua indipendenza. “Hollande, il denaro sì, la moralità no”, poteva essere letto sugli striscioni, in riferimento al discorso pronunciato qualche giorno prima dal capo dello Stato in visita a Guadalupa il 10 maggio.
Suscitando molte speranze in Haiti, aveva detto: “Quando verrò ad Haiti, pagheremo il debito che abbiamo”. Ma in realtà Hollande ha voluto parlare solo di “debito morale” e non di restituzione dei miliardi che Haiti ha pagato alla Francia. Come ha detto Louis-Georges Tin, autore del libro Esclavage et réparations, comment faire face aux crimes de l’histoire (Schiavitù e Riparazioni, come affrontare i crimini della storia), come affrontare i reati della storia (Stock, 2013):
“Il pentimento è un problema morale o religioso; la riparazione è un problema economico e politico”.
O Le Nouvelliste, giornale principale dell’isola, che scrive: “… di questo debito morale, Haiti non ha mai chiesto il risarcimento. È irreparabile, siamo d’accordo. Lo lasceremo come una macchia sulla cresta del civilizzato”. ma va oltre: “… la Francia ha anche un debito finanziario nei confronti di Haiti. Questo debito è un caso unico nella storia. Questa è l’unica volta che i vincitori hanno pagato un tributo ai vinti”.
Ed è di questo riscatto pagato durante il diciannovesimo secolo che bisogna parlare, poiché ha ostacolato l’economia haitiana, ha strangolato il suo sviluppo e ha ulteriormente ipotecato il suo futuro.
Il governo francese preferisce chiedere alla popolazione di perdonare e dimenticare le questioni che offuscano il passato piuttosto che capire finalmente che Haiti non è debitore, ma un creditore.

giovedì 16 novembre 2017

LE ARMI DA FUOCO IN USA


da   http://popoffquotidiano.it/2017/11/15/armi-in-usa-chi-le-compra-chi-viene-ammazzato-chi-non-controlla/




La diffusione delle armi da fuoco

Durante gli anni della presidenza di Obama (2009-2016), si è assistito a un boom della produzione, importazione e vendita di armi da fuoco negli Stati Uniti: il picco è stato raggiunto nel 2013, con oltre 10 milioni di armi fabbricate e 5 milioni di armi importate in un solo anno, mentre i soldi spesi dagli statunitensi in armi e munizioni sono stati pari a 46 miliardi di dollari dal 2009 al 2016, più che durante le presidenze di Clinton e Bush sommate.
Tale aumento è attribuibile a due fattori: da un lato, paradossalmente, la posizione politica di Obama, favorevole all’approvazione di leggi maggiormente restrittive sul possesso di armi da fuoco, pur non traducendosi effettivamente nell’adozione di nuove restrizioni a causa della mancanza di una maggioranza favorevole al Congresso, si è tradotta in un forte aumento degli acquisti da parte degli statunitensi che temevano future restrizioni alle vendite; dall’altro lato, le sparatorie di massa in luogo pubblico, che si sono verificate con accresciuta frequenza durante gli otto anni di Obama (al cinema di Aurora e alla scuola elementare di Newtown nel 2012, a San Bernardino nel 2015 e a Orlando nel 2016, solo per ricordarne alcune) sono costantemente associate a un aumento delle vendite a causa del timore per la sicurezza personale che generano nella popolazione.
Seppur salutata con favore dalla lobby delle armi, l’elezione di Trump nel novembre 2016 ha altrettanto paradossalmente portato all’interruzione dell’aumento delle vendite e all’inizio di una contrazione del settore.
L’immissione di un’enorme quantità di nuove armi sul mercato civile ha portato il numero di armi da fuoco in mani civili negli USA, già il più alto pro capite al mondo, a nuovi record, sebbene il numero esatto sia sconosciuto a causa della mancanza di un sistema nazionale di registrazione: si stima comunque che le armi in mani civili siano almeno 270 milioniovvero più di una per ogni abitante adulto. Ciò non significa, però, che ogni adulto possieda effettivamente almeno un’arma, dato che la proprietà delle armi da fuoco è fortemente concentrata nelle mani di una minoranza: secondo i principali sondaggi, gli adulti che hanno un’arma in casa (di proprietà loro o di un altro membro della famiglia) sono tra il 30% e il 40% della popolazione adulta, e coloro che possiedono personalmente un’arma sono tra il 20% e il 30%.
Oltretutto, tali percentuali sono in calo rispetto agli anni Settanta, principalmente a causa della diminuzione della popolarità delle armi lunghe per la caccia, mentre la popolarità del possesso di armi corte per la difesa personale è in ascesa. Anche tra i proprietari la distribuzione delle armi è estremamente diseguale: metà delle armi civili negli Stati Uniti sono possedute da appena il 3% della popolazione adulta, ovvero 7,6 milioni di persone che possiedono una media di 17 armi a testa. Circa metà dei proprietari, d’altro canto, possiede solo una o due armi ciascuno.

Le vittime delle armi da fuoco: 120.000 morti e feriti nel 2015

La ricerca evidenzia la gravità del problema provocato dalla proliferazione delle armi in mani civili negli Stati Uniti: la violenza con armi da fuoco è considerata dagli epidemiologi un ampio e costoso problema di salute pubblica negli USA.
Nel 2015, ultimo anno per cui sono disponibili dati definitivi, 36.252 persone (quasi 100 al giorno) sono morte negli Stati Uniti per ferite da armi da fuoco. Nonostante l’attenzione si concentri solitamente sugli omicidi con armi da fuoco, quasi due terzi degli oltre 36.000 morti (22.018) sono suicidi, mentre più di un terzo (12.979) sono omicidi. Vi è poi un numero più piccolo, ma non trascurabile, di morti in interventi legali da parte delle forze di polizia (484) e in incidenti non intenzionali (489).
Nonostante il tasso di morti per arma da fuoco (ovvero il numero di morti ogni 100.000 abitanti) si sia ridotto di un terzo negli anni Novanta, esso resta eccezionalmente alto rispetto agli altri Paesi ad alto reddito membri dell’OCSE: il tasso di morti con armi da fuoco negli USA è 10 volte più alto della media degli altri Paesi, a causa di un tasso di omicidio con armi da fuoco che è 25 volte più alto, di un tasso di suicidio con armi da fuoco che è 8 volte più alto e di un tasso di incidenti non intenzionali con armi da fuoco che è 6 volte più alto.
Circa il 70% degli omicidi e il 50% dei suicidi sono compiuti con armi da fuoco negli USA, contro meno del 20% degli omicidi e il 5% dei suicidi negli altri Paesi. Se ai morti aggiungiamo i feriti, le persone colpite da proiettili nel 2015 risultano essere oltre 120.000: vi sono stati infatti 62.896 feriti in aggressioni, 17.311 feriti in maniera non intenzionale, 3.878 feriti in tentativi di suicidio e 912 feriti in un intervento legale, per un totale di 84.997 feriti. Se guardiamo l’evoluzione del tasso di morti e feriti negli ultimi anni, osserviamo alcune preoccupanti tendenze: il tasso di feriti in aggressioni è fortemente aumentato dal 2001 al 2015 (+36%). Il tasso di omicidi con armi da fuoco, pur essendosi dimezzato dal 1993 al 2014, ha subito un brusco aumento del 30% dal 2014 al 2016, tale da provocare un aumento del 20% del tasso di omicidio in generale, nonostante il tasso di omicidi senza armi da fuoco sia invece rimasto stabile.. L’aumento ha riguardato soprattutto alcune grandi città: esemplare il caso di Chicago, che ha avuto un aumento del tasso di omicidi del 58% nel 2016; nonostante la popolazione di Chicago sia paragonabile a quella di Roma, nel 2016 la sola Chicago ha avuto quasi il doppio degli omicidi di tutta l’Italia (764 omicidi a Chicago, di cui il 90% con armi da fuoco, contro 397 in tutta Italia).
Infine, anche il tasso di suicidi con armi da fuoco è in forte e continuo aumento dal 2006 ad oggi. Complessivamente, il tasso di morti con arma da fuoco nel 2015 è il più alto dal 1997, a causa di un tasso di suicidi con armi da fuoco che è il più alto dal 1995 e a un tasso di omicidi con arma da fuoco che è il più alto dal 2008. L’enorme problema di salute pubblica provocato dalla diffusione delle armi, che si stima costi agli USA l’1% del PIL all’anno, non è compensato da significativi benefici, se si considera che il motivo più spesso citato per il possesso di armi è la difesa personale, ma le armi vengono usate per difendersi solo nell’1% dei casi dalle vittime di crimini violenti, mentre gli omicidi in legittima difesa costituiscono solo il 2,7% del totale degli omicidi con armi da fuoco.
La situazione è generalmente molto grave, ma l’intensità del problema varia nei 50 diversi stati degli USA e nei diversi gruppi demografici (per età, sesso e razza/etnia). Per esempio, gli stati del Sud hanno tassi di omicidio con arma da fuoco superiori alla media statunitense, mentre gli stati dell’Ovest hanno un più alto tasso di suicidio con arma da fuoco.
Gli omicidi con armi da fuoco colpiscono sproporzionatamente la popolazione afroamericana di giovane età, a causa di condizioni di svantaggio strutturale (più alti tassi di povertà, disoccupazione e famiglie monogenitoriali) e alla concentrazione di tali condizioni in alcune aree urbane altamente segregate.
I suicidi con arma da fuoco, per contrasto, colpiscono sproporzionatamente la popolazione bianca di età avanzata (dai 40 anni in su), che è colpita da tassi in crescita non solo di suicidio, ma anche di morte per droghe e alcool, probabilmente a causa di condizioni di crescente insicurezza economica. Quasi metà delle 187.932 vittime di omicidio con armi da fuoco dal 2000 al 2015 sono afroamericani maschi (quasi metà dei quali di età compresa tra 20 e 29 anni), nonostante questi costituiscano solo il 6% della popolazione. Per contrasto, circa il 75% delle 297.042 vittime di suicidio con armi da fuoco dal 2000 al 2015 sono bianchi maschi (due terzi dei quali con più di 40 anni), nonostante questi costituiscano poco più del 30% della popolazione.

Le leggi sul controllo delle armi

La diversa gravità del problema nei 50 diversi stati degli USA dipende anche dalla differente percentuale di proprietari di armi da fuoco: in genere, gli stati con una più alta percentuale di proprietari (nel Sud e nell’Ovest) tendono ad avere un più alto tasso di morti con arma da fuoco, mentre gli stati con una più bassa percentuale di proprietari (nel Nordest e sul Pacifico) tendono ad avere un più basso tasso di morti con arma da fuoco. C’è quindi una correlazione, confermata da numerosi studi, tra diffusione delle armi e morti per arma da fuoco.
Gli oppositori del controllo delle armi da fuoco sostengono che coloro che intendono uccidere o uccidersi si procurerebbero comunque uno strumento per farlo, anche se non avessero a disposizione armi da fuoco. Nei fatti, tuttavia, il tipo di strumento a disposizione non è indifferente, poiché la letalità delle armi da fuoco (la percentuale di morti sul totale dei feriti) è superiore a quella di ogni altro strumento utilizzato negli omicidi o nei suicidi, come armi da taglio o avvelenamento.
In effetti, i dati mostrano che gli Stati Uniti non sono un Paese eccezionalmente violento, ma un Paese in cui la violenza è particolarmente letale: non hanno tassi particolarmente alti di crimini violenti come aggressioni e rapine, ma tali crimini si concludono spesso con la morte della vittima a causa del frequente uso di armi da fuoco.
Un altro fattore cruciale sono le leggi sulle armi da fuoco: gli stati degli USA con più alte percentuali di proprietari e più alti tassi di morti per arma da fuoco tendono ad avere leggi sulle armi da fuoco meno restrittive, mentre gli stati con leggi più restrittive hanno più basse percentuali di proprietari e più bassi tassi di morti.
La situazione legislativa varia infatti molto da stato a stato: in base alle leggi federali, l’unica forma di regolamentazione della vendita di armi vigente in tutti gli stati prevede che i venditori autorizzati non possano vendere armi a categorie di persone pericolose come condannati, consumatori di sostanze illecite e malati mentali. A livello dei diversi stati, osserviamo invece tendenze contrastanti: da un lato, negli ultimi anni alcuni stati come California e New York hanno adottato leggi più restrittive, per esempio estendendo alle vendite tra privati le stesse regole valide per le vendite presso i venditori autorizzati, o proibendo la vendita di armi particolarmente letali come certe armi semiautomatiche e caricatori con più di dieci colpi, frequentemente utilizzati nelle sparatorie di massa in luogo pubblico. Dall’altro lato, negli ultimi decenni è avvenuta una liberalizzazione del porto di armi nascoste nei luoghi pubblici: numerosi stati hanno reso più facile l’ottenimento delle licenze di porto d’armi nascoste oppure hanno abolito del tutto la necessità di una licenza apposita, ed anche le leggi sulla legittima difesa nei luoghi pubblici sono state ampliate in molti stati.
All’interno di questo quadro legislativo frammentato risulta che né la legge federale, né le leggi statali (con la sola eccezione del New Jersey) proibiscono di acquistare armi da fuoco ai sospettati di terrorismo: tra il 2004 e il 2015, il 91% delle persone presenti nella lista di sospettati di terrorismo dell’FBI che hanno cercato di acquistare armi da fuoco hanno potuto superare ibackground checks e acquistarle legalmente (2.265 persone in totale).
Nonostante l’inazione del Congresso federale, che dal 2008 non approva nuove leggi sulle armi da fuoco, la battaglia tra sostenitori e oppositori del controllo delle armi prosegue dunque nei diversi stati.
(sintesi del paper pubblicato nel “Sistema Informativo a Schede”, Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo IRIAD , Settembre 2017)

mercoledì 15 novembre 2017

IL DISUMANO CHE E' IN NOI


da  https://ilmanifesto.it/italia-europa-il-disumano-che-e-in-noi/

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«È disumana» la politica dell’Unione europea di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riconsegnarli nelle «terrificanti prigioni: lo denuncia l’Alto commissario ‘Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein che accusa: «La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», ricordando che «gli osservatori dell’Onu in Libia sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi più basilari». L’accusa finale è «di non aver fatto nulla per ridurre gli abusi perpetrati sui migranti».
La durissima condanna delle Nazioni unite riguarda in primo luogo l’Italia, le politiche di accoglienza del governo Gentiloni e in particolare dell’emergente ministro degli interni Marco Minniti, promotore e capofila del sistema di «riconsegne» alle cosiddette «autorità libiche» dei migranti intercettati in Mediterraneo.
Dove, in questi giorni, è ripresa la tragedia dei morti annegati, con la battaglia navale delle guardie libiche per strappare i disperati alle ormai poche navi di soccorso delle Ong. Dopo che contro le Ong è stata scatenata per tutta l’estate una campagna di colpevolizzazione, indagini della magistratura, operazioni dei servizi segreti e indegne campagne giornalistiche.
Tutti impegnati a sostenere il governo nel tentativo di cancellare la disperazione dei migranti. Il misfatto delle morti a mare non si deve, che importa se allora muoiono nei deserti o nelle prigioni libiche? Proprio quello «stile coloniale italiano», quel Codice Minniti, era stato apprezzato a fine agosto scorso dal vertice di Parigi dei quattro paesi decisivi dell’Unione europea, Germania, Francia, Spagna ed Italia con tanto di partecipazione dell’Alto rappresentante della politica estera Mogherini. Insomma, non è che l’Ue non ha fatto nulla per ridurre gli abusi, li ha semplicemente autorizzati. Tutti in campo ad appoggiare l’Italia, incapaci per parte loro di provvedere altrimenti con una ripartizione equa degli arrivi dei profughi. E con una pervicacia dal sapore elettorale volta a dimostrare ad ogni costo alle rispettive opinioni pubbliche il comune intento a contenere, il più possibile lontano dalla coscienza europea ed occidentale, il fenomeno epocale delle migrazioni dei rifugiati da guerre e persecuzioni e da miseria. Nell’occasione del summit della Ue, ci fu una perfidia in più: per bocca di Angela Merkel venne ribadita la nefasta distinzione nell’accoglienza negandola ai cosiddetti «migranti economici», relegati in un doppio inferno.
E Mogherini (Mister Pesc) spiegò che non era necessario promettere un piano Marshall per l’Africa, «già spendiamo – disse – 20 miliardi di euro, in aiuto allo sviluppo, alla cooperazione, in partenariati commerciali…». Per un continente ricchissimo come l’Africa, nel quale siamo impegnati nel commercio di armi e in tante guerre, e del quale ogni giorno rapiniamo risorse petrolifere, minerarie e terre? Da quel summit europeo – per il quale l’Italia «aveva salvato l’onore dell’Europa» -, le cui decisioni vengono giudicate ora «inumane» dall’Onu, nacque anche la proposta di aprire centri di identificazione in Africa, con tanto di chiamata di correo dello stesso Unhcr che ora, invece, accusa l’operazione di «oltraggio all’umanità». Lì l’Europa si convinse che la sua frontiera a sud – Minniti ce l’ha ripetuto alla noia – doveva diventare il Niger, con il Ciad e il Mali. Senza chiedersi intanto che fine avrebbe fatto subito quel milione di profughi che da molti mesi è rimasto intrappolato in Libia.
Tranquilli. Ha ripetuto il governo Minniti-Gentiloni, ci penseranno le «autorità libiche». Ma quali? Le tante che esistono, i signori della guerra, i «sindaci» eletti da nessuno, la guardia «costiera libica»? Tutte formule che riconvertono a ruolo e a libro paga, dopo le devastazioni della guerra Nato a Gheddafi, centinaia di milizie armate spesso legate al jihadismo estremo. Oppure con le forze militari che Macron metterà a disposizione in Niger e Ciad.
Ma qual è alla fine la spiegazione di tanto «oltraggio alla coscienza dell’umanità», come l’Onu definisce le responsabilità dell’Ue? Il ministro Minniti lo ha ripetuto: «Se non avessimo fatto questo in Libia c’era da temere per la tenuta democratica del Paese». Quindi trasformando in lager buona parte del continente africano «per la democrazia»? Cioè assumendo la politica della paura, con l’occhio attento ai sondaggi elettorali, e finanziando milizie mafiose, come hanno rivelato importanti e veridici reportage della stampa internazionale. Agghiacciante quello di ieri della Cnn che ha mostrato come nei centri di detenzione libici vengano allestite aste di profughi-schiavi. Poteva mai essere «per la democrazia» una tale vergognosa decisione? E infatti ora le Nazioni unite, scioccate, la definiscono per quello che è: un «oltraggio alla coscienza dell’umanità».

martedì 14 novembre 2017

IL BALLETTO DELLE PENSIONI


da https://ilmanifesto.it/pensioni-un-rinvio-per-evitare-la-spaccatura-tra-sindacati/

Trattativa infinita. A palazzo Chigi passa la mediazione: sabato il governo porterà una proposta scritta su tutti i temi. Camusso: distanze ancora molto significative. Furlan: alcune cose molto buone


Sindacati molto vicini alla spaccatura sul tavolo pensioni. Doveva essere il giorno decisivo. Invece è arrivato un nuovo slittamento ad evitare una decisione immediata che – al momento – avrebbe diviso Cgil (assolutamente contraria a firmare,) Cisl (assai convinta a firmare) e Uil (critica ma molto titubante a rompere l’unità sindacale da poco riconquistata).
Dopo che il governo aveva illustrato le proposte – già note e ben poca cosa rispetto alla cosiddetta Fase 2 della trattativa – i sindacati si sono riuniti per decidere come rispondere. Per evitare di dividersi è arrivata la proposta (fatta dal mediatore Barbagallo) di chiedere un documento scritto rispetto alla piattaforma sindacale. Questo però costringerà il governo a dover mettere nero su bianco quanto (poco) è previsto per temi fondamentali che vanno oltre la sola questione dell’aspettativa di vita, a partire dalle pensioni dei giovani e del lavoro di cura delle donne.
Così tutto è stato aggiornato a sabato mattina, quando governo e sindacati si ritroveranno alle 10 a palazzo Chigi.
Durante le due ore e più di confronto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva auspicato «un accordo dopo il buon lavoro fatto in questa settimana». Illustrando un «pacchetto di proposte innovative rispetto al punto di partenza», che sono il «frutto degli incontri tecnici» e riassumibili in sette punti: l’esenzione dello scatto dell’adeguamento all’aspettativa di vita di 5 mesi a 67 anni per 15 categorie di lavori gravosi (pari a meno del 10 per cento del totale dei pensionandi del 2019); una commissione che studi la gravosità delle occupazioni e che valuti la separazione tra previdenza e assistenza; la revisione del meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita sulla base della media e non delle differenze di picco; il sostegno alla previdenza integrativa dei lavoratori pubblici; il miglioramento del Fis (fondo integrazione salariale); il riutilizzo delle risorse dell’Ape social per il 2018 (i sindacati chiedono che le 4 nuove categorie di gravosi entrino anche nell’Ape social); il riutilizzo di risorse per i precoci per il 2018. «Abbiamo un impegno finanziario coscipuo per sette misure che valgono circa 300 milioni di euro», ha detto Gentiloni. Mentre Padoan ha ribadito il niet al congelamento dell’età pensionabile – proposto in vari emendamenti di forze parlamentari, Pd compreso – con la solita motivazione: «Avrebbe un doppio costo: uno sui conti pubblici e uno sui mercati finanziari».
In realtà a dare l’idea della pochezza del pacchetto basta confrontarlo con quello dello scorso anno: il governo si vantava di aver stanziato 7 miliardi in 3 anni. Oggi si tratta di 300 milioni, quasi tutti nel 2019, spiccioli) per il 2018.
A conferma delle «posizioni articolate» fra i sindacati sono arrivati i commenti a caldo in sala stampa. Se Susanna Camusso ha confermato come «le distanze sono ancora molto significative» anche perché la platea dei lavoratori gravosi «è assolutamente insufficiente» ed ha tenuto a sottolineare che lo slittamento a sabato non equivale ad «un consenso a proposte del governo», per il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan «alcune proposte sono molto buone, altre vanno corrette, altre mancano ma c’è tempo per recuperarle». In posizione mediana, seppur critica, è la Uil di Carmelo Barbagallo: «Bisogna fare in modo che maturino ulteriori risposte», perché quelle di stasera «le abbiamo ritenute insufficienti».
La Cgil ieri sera ha tenuto il suo direttivo. Camusso ha aggiornato sullo stato della trattativa, la discussione si è tenuta sulla possibilità di dare mandato alla segreteria di rompere o attendere sabato. Quel giorno potrebbe arrivare la proposta di una manifestazione nazionale o, addirittura, di uno sciopero generale. Molto difficilmente sarà unitario.

lunedì 13 novembre 2017

LA GUERRA DI UBER


da  https://ilmanifesto.it/gli-autisti-di-uber-hanno-diritto-a-ferie-e-salario-minimo/

Capitalismo digitale. Nuova sentenza a Londra. La multinazionale americana dal valore di 70 miliardi di dollari ha deciso di presentare un altro ricorso contro la decisione del tribunale di secondo grado. La metropoli britannica è diventata il palcoscenico mondiale di una guerra basata sul diritto del lavoro, concorrenza, tecnologia


Uber ha perso il ricorso contro la decisione di primo grado del tribunale del lavoro di Londra che ha disposto l’assunzione come dipendenti di 50 mila autisti – 40 mila solo nella capitale britannica. Queste persone non sono appaltatori indipendenti di un servizio di trasporto privato, ma “workers”: lavoratori licenziabili ma titolari di un diritto al salario minimo, all’assicurazione e alle ferie. Uber ha annunciato il ricorso alla Corte suprema inglese.
Ieri una sentenza di 53 pagine ha rimesso in discussione la politica della errata classificazione del lavoro, insieme al taylorismo 2.0 da considerare il fondamento della “gig economy” – l’economia digitale dei lavoretti” – la stessa per cui lavorano i ciclo-fattorini che a mezzanotte vi portano a casa una cena giapponese. La sentenza definitiva potrebbe costringere a ripensare un modello economico dove le aziende utilizzano le “App” e Internet per abbinare i clienti con i lavoratori. Queste imprese non assumono i lavoratori ma prelevano una commissione dal loro guadagno a “cottimo”.
Oggi Uber si trova davanti a un bivio. La Corte suprema sarà chiamata a pronunciarsi sul problema dei problemi: questa azienda dev’essere regolamentata come un servizio di taxi oppure come una piattaforma digitale che collega semplicemente i conducenti indipendenti ai passeggeri? Nel primo caso, sarà costretto ad adottare norme più rigorose in materia di sicurezza e occupazione. L’idea che Uber sia un mosaico composto da 50 mila “piccole imprese”, collegate da una piattaforma digitale, “è ridicola”, hanno scritto i giudici del lavoro nella sentenza di primo grado. “Gli autisti non negoziano e non possono negoziare con i passeggeri… Devono accettare viaggi seguendo rigorosamente secondo le condizioni di Uber”.
Londra è la testa di ponte per partire alla conquista dell’Europa. Perderla significa creare un vuoto non da poco nei conti drogati dai capitali di ventura che finanziano il capitalismo di piattaforma. Per questa ragione la multinazionale americana dal valore di 70 miliardi di dollari ha deciso di presentare un altro ricorso.
Ma nella metropoli inglese le cose non sono comunque messe bene. A settembre, l’autorità dei trasporti ha deciso di ritirare la licenza che permette a Uber di operare in concorrenza con i caratteristici “black cab”, i taxi neri della capitale. La città simbolo del liberismo e della finanza ha dichiarato guerra a uno dei campioni della Silicon Valley in nome della “concorrenza”, oltre che del diritto del lavoro. E Uber, al momento, sta perdendo questa guerra.
“Quasi tutti i tassisti e gli autisti di taxi e noleggi privati sono lavoratori autonomi da decenni, molto tempo prima che esistesse la nostra App – ha risposto Tom Elvidge, direttore generale facente funzione di Uber in Gran Bretagna – Nel corso dell’ultimo anno abbiamo apportato una serie di modifiche alla nostra App per dare agli automobilisti un controllo maggiore. Abbiamo anche investito in cose come l’accesso alla copertura contro malattie e infortuni”.
Il segretario generale del sindacato IWGB, Jason Moyer-Lee, ha dichiarato che le aziende tecnologiche che si affidano allo status di lavoro autonomo “si fanno beffe dei presunti diritti del lavoro. Il governo deve applicare correttamente la legge e deve farlo adesso”.
“Possono nascondersi dietro la tecnologia, ma le leggi esistono e devono essere rispettate” ha detto Yaseen Aslam, uno degli autisti che insieme a James Farrar ha condotto l’azione legale contro Uber a nome di 19 colleghi. – L’impatto di questa sentenza potrebbe interessare migliaia di automobilisti, e non solo i conducenti, ma milioni di lavoratori in tutto il Regno Unito”.
In Gran Bretagna 460 mila persone potrebbero essere state erroneamente classificate come lavoratori autonomi. Lo ha rivelato una ricerca di “Citizens Advice” nel 2016. Questa politica ha costi molto pesanti per i conti pubblici: fino a 314 milioni di sterline all’anno in tasse perse e contributi sociali a carico del datore di lavoro. Quattro società di corrieri, la società di recapito Hermes, sono alle prese con azioni legali sostenuta dai ciclisti che vogliono un riconoscimento simile a quello dei dipendenti e i diritti che ne derivano.

sabato 11 novembre 2017

WEEK END MAGAZINE


L'Estate di San Martino cade oggi, 15 novembre


SAN MARTINO

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La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar

venerdì 10 novembre 2017

PERIFERIE, LA PRODUZIONE DELL'INSICUREZZA




da   http://popoffquotidiano.it/2017/11/10/periferie-ecco-come-si-produce-linsicurezza/

Periferie, indagine a Milano, Londra, Parigi, Budapest, Barcellona: chi vive ai margini è il peggiore incubo dei residenti, perché esprime la precarietà e la fragilità umana


Palazzoni
MILANO - Non basta arrestare ladri e rapinatori per sentirsi più sicuri. Il senso di insicurezza e di paura di moltissime persone ha origini più profonde. Un gruppo di ricercatori italiani dell’Università Bicocca ed europei ha condotto uno studio in due quartieri di cinque città: Milano, Londra, Parigi, Budapest, Barcellona. A Milano, in particolare, hanno intervistato residenti nei quartieri di Rogoredo-Santa Giulia e Gratosoglio-Ticinello. E quel che hanno scoperto è, per certi versi, sotto gli occhi di tutti ogni giorno: ciò che ci rende insicuri, ciò che ci fa sentire in pericolo, è la trasformazione che sta avvenendo nei quartieri, nelle nostre strade. Non ci sentiamo più parte di una comunità. “Il materiale empirico raccolto nel corso della ricerca – scrivono gli studiosi -, ha messo ben in luce come nei quartieri delle città oggetto d’analisi i migranti, e tutti i soggetti che vivono ai margini della società (senza dimora, tossicodipendenti ecc.) rappresentino il peggiore incubo dei cittadini residenti, perché esprimono la precarietà e la fragilità della condizione umana. In un certo senso rappresentano l’essere ‘superflui’, quello che ognuno di noi, a causa della pressione di questo sempre più precario equilibrio economico, potremmo diventare e che vorremmo velocemente dimenticare. I migranti sono diventati per innumerevoli motivi i principali portatori delle differenze di cui abbiamo paura e contro cui tracciamo confini”. Non ci sentiamo più sicuri, perché non ci sentiamo più “a casa”. Usciamo dal nostro appartamento e il quartiere nel quale magari viviamo da decenni non lo riconosciamo più. E così tutto ciò che è diverso e sconosciuto, lo percepiamo come un pericolo. Rompe l’equilibrio che avevamo raggiunto nel corso degli anni.
La ricerca è stata presentata oggi a Milano, durante il convegno “La lezione delle periferie”. L’insicurezza, dunque, nasce da come viviamo i cambiamenti delle nostre città. “Cambiamenti che riguardano tanto gli aspetti urbanistici e architettonici (trasformazioni e/o degrado di strutture e infrastrutture) quanto la morfologia sociale delle città -sottolineano i ricercatori – . Il costante e profondo ricambio della composizione socio-demografica dei quartieri, le trasformazioni del tessuto economico e commerciale, la presenza di conflitti fra popolazioni che usufruiscono in maniera fortemente differenziata degli spazi pubblici, sono processi strettamente intrecciati e generano una sensazione diffusa di perdita di controllo sulle condizioni all’interno delle quali si svolge la vita quotidiana nelle aree urbane. L’habitat urbano, in sostanza, risulta insicuro per i suoi utilizzatori perché si trasforma sempre più velocemente, dal punto di vista sia fisico sia sociale; questi cambiamenti rendono i quartieri sempre più distanti, anonimi e insicuri”.
Di fronte ad una paura non legata a episodi criminali specifici, la reazione è quella di crearsi comunque un nemico. “Può sembrare paradossale, ma l’esplosione del conflitto sembra rispondere al bisogno di ripristinare una forma di controllo su un ambiente urbano sempre meno familiare. Tali conflitti, peraltro, sempre più di frequente si declinano in termini securitari e vedono coloro che continuano a detenere una posizione di relativo vantaggio (in genere, i residenti di lunga data nel quartiere) evocare l’intervento repressivo della mano pubblica per ripristinare un ordine sociale che non può scaturire da processi sociali endogeni e informali”. Si ha bisogno di un capro espiatorio. “L’ansia collettiva, in attesa di trovare una minaccia tangibile contro cui manifestarsi, si mobilita contro un nemico qualunque e, spesso, lo straniero viene identificato tout-court con il criminale che insidia l’incolumità personale dei cittadini e i politici tendono a sfruttare questo disagio a fini elettorali”. (dp)