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giovedì 18 aprile 2019

LE ZONE ROSSE DELL'UOMO NERO (E NON SOLO)

da https://www.popoffquotidiano.it/2019/04/18/le-zone-rosse-delluomo-nero-la-nuova-direttiva-di-salvini/

Le zone rosse dell’uomo nero. La nuova direttiva di Salvini

Zone rosse nelle città: per soffiare sul fuoco della guerra tra poveri, per spianare la strada ad abusi in divisa, per gettare benzina sul fuoco della campagna elettorale perpetua. L’uomo nero, Salvini, scavalca ancora i suoi alleati per parlare alla pancia di un paese smarrito a cui non può dare altro che repressione (ma non fa nulla che non avrebbe fatto anche il Pd, come si scoprirà leggendo fino in fondo). Dopo quelle per il mare (ben 3 in meno di un mese), ecco la direttiva per le città. E se le prime hanno come obiettivo i migranti che tentano la traversata, nel mirino dell’ultima ci sono i «balordi», che vanno allontanati creando zone rosse. La firma è del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che continua a ricorrere ad uno strumento – quello della direttiva appunto – che non richiede l’ok del Consiglio dei ministri e, dunque, mediazioni con gli alleati di governo. «Dove non arrivano i sindaci arriviamo noi», annuncia il titolare del Viminale, sollecitando i prefetti ad emanare ordinanze anti-degrado. Ma l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, non ci sta: «chi governa lo scelgono i cittadini. E’ l’abc della democrazia». Ed insorge anche il presidente dell’Anci, Antonio Decaro: «noi sindaci amministriamo ogni giorno e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno». Nelle grandi città, nota la direttiva, «si registrano, di frequente, fenomeni antisociali e di inciviltà lesivi del buon vivere, particolarmente in determinati luoghi caratterizzati dal persistente afflusso di un notevole numero di persone, sovente in condizioni di disagio sociale». Ai sindaci sono stati forniti nuovi strumenti per contrastare il degrado, come il daspo urbano (l’ordine di allontanamento da alcune zone della città), la limitazione alla vendita di alcolici, il reato di accattonaggio, la nuova disciplina sui parcheggiatori abusivi. Ma l’esperienza nei territori, sostiene Salvini, «ha evidenziato l’esigenza di intervenire con mezzi ulteriori», ad esempio contro le cosiddette «piazze di spaccio», il cui «effettivo smantellamento presuppone l’inibizione alle aree maggiormente interessate dalla perpetrazione di tali illeciti». Dunque, dove i sindaci, che magari sono «distratti» – è la frecciata del titolare del Viminale – non intervengono, tocca ai prefetti, «custodi della sicurezza», ricorrere ai poteri d’ordinanza, «funzionali a potenziare l’azione di contrasto al radicamento di fenomenologie di illegalità e di degrado che attentano alla piena e civile fruibilità di specifici contesti cittadini». Questi strumenti, puntualizza, sono «di natura straordinaria, contingibile ed urgente».
Le ordinanze modello per il ministro sono quelle del 2017 dell’allora prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (ora è il suo capo di Gabinetto) e di quest’anno del prefetto di Firenze, Laura Lega. Misure che vietano «lo stazionamento a persone dedite ad attività illegali, disponendone l’allontanamento» in alcune aree. I prefetti vengono dunque invitati a convocare specifiche riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per esaminare «eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano». «Se Salvini ci avesse chiamati – osserva Decaro (Anci)  – per affrontare seriamente il problema del degrado urbano nelle città, gli avremmo detto che varare zone rosse è un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto, non risolve il problema, lo sposta altrove. Quello distratto sembra piuttosto il ministro, visto che sembra aver dimenticato che i prefetti hanno competenza esclusiva su ordine pubblico e sicurezza, e per occuparsi di questi temi non hanno bisogno di nessuna circolare ministeriale né di commissariare nessuno».
«La circolare sulle zone rosse richiama il potere di ordinanza del prefetto già previsto dal Tulps (testo unico legge di pubblica sicurezza). L’esercizio di tale potere si affianca a quelli riconosciuti al sindaco in tema di contrasto al degrado urbano e alla illegalità diffusa. In tale direzione costituisce uno strumento operativo da adottare in via straordinaria per un immediato impatto su specifiche aree cittadine, fatte salve tutte le iniziative che intendano assumere i primi cittadini», chiariscono fonti del Viminale in serata. «Sorprende che alcuni sindaci di centrosinistra fingano di non saperlo, sfruttando l’occasione per alimentare una polemica col ministro dell’Interno – si apprende ancora da fonti del Viminale – non solo. Ordinanze di questo tipo erano già state ufficializzate a Bologna e Firenze: i sindaci interessati le avevano condivise, compreso Nardella che aveva espresso soddisfazione nei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza».

mercoledì 17 aprile 2019

IL VIAGGIO INVERSO

da https://www.dinamopress.it/news/viaggio-inverso-dalla-citta-pubblica-alla-citta-del-consumo/



PREMESSA
Questa storia inizia con un viaggio trionfale dalla periferia verso il centro di Roma e termina con un viaggio inverso alla ricerca delle ragioni che hanno determinato non solo la sconfitta della sinistra che ha governato per diciotto anni la Capitale, ma soprattutto lo scollamento dal grande tema del welfare da parte della politica. Come vedremo, è mancata una politica per la casa e un piano per la cooperazione sociale spesso ridotta a prestatore di manodopera a basso costo, le periferie sono state abbandonate a loro stesse ed è stato ideato (e gestito) un modello di accoglienza segregazionista e dispendioso per rom e immigrati, quello dei centri e dei campi.
Per dirla con Garcia Marquez in Cronaca di una morte annunciata, perché tale è stata l’evaporazione della sinistra nella Capitale, bisogna tornare «in questo luogo dimenticato per cercare di ricomporre con tante schegge sparse lo specchio rotto della memoria».

LE ORIGINI CULTURALI DEL MODELLO ROMA

Nel film elettorale di Giorgio Ferrara Io voto, tu voti (PCI) 1 del 1981, Ninetto Davoli è un militante comunista sfegatato che deve convincere un riluttante Franco Citti a votare Petroselli. Nel viaggio verso il centro da Tiburtino Terzo, dove oggi bande di neofascisti alimentano l’esasperazione popolare, Davoli illustra le conquiste delle giunte rosse: la demolizione dei borghetti, le case popolari, l’impianto per la raccolta dei rifiuti, la metro A, il verde pubblico, il sistema idrico-fognario, la cultura per tutti. A piazza Augusto Imperatore poi, i due litigano con un riccastro: «Sei amico di Caltagirone», gli gridano. Alla fine, in Campidoglio, incontrano Petroselli e si complimentano per il lavoro svolto: «Allora è vero che si può cambiare», dice Citti ormai convertito.



Quando esce il film di Ferrara, Pasolini era morto da sei anni, dopo essersi riavvicinato al PCI. Accanto a lui c’erano tre giovani dirigenti comunisti. «Pasolini disse a me, Veltroni e Borgna: “Ho fatto un film terribile ma vi ho dedicato una scena di speranza”», ricorderà Bettini2. La speranza che i tre avevano riconosciuto in Salò s’incarnerà idealmente nel filmato elettorale di Ferrara: i comunisti romani, con una raffinatissima operazione di pedagogia politico-culturale, addomesticano il pensiero apocalittico di Pasolini trasformandolo in uno spot per Petroselli. Ma se l’idea-obiettivo di Petroselli era «l’unificazione di Roma, l’unificazione culturale dei borgatari che si avvicinano ai borghesi e l’unificazione territoriale delle borgate che si accostano al centro, cioè l’esatto contrario dell’omologazione consumistica denunciata da Pasolini»3, il risultato raggiunto dagli eredi del PCI alla guida del Campidoglio negli anni Novanta e Duemila sarà quello di una città del consumo.



IL QUINDICENNIO ROSSO: DIRITTO EDIFICATORIO E INTANGIBILITÀ DELLA RENDITA FONDIARIA

Nel 1993, durante la chiusura della campagna elettorale per Rutelli sulle frequenze di Radio Radicale. Gigi Proietti recitò La lettera al sindaco Tupinidi Ennio Flaiano illustrando ironicamente come si costruiva una strada nel 1956 in un quartiere nuovo4. Dopo gli applausi Proietti, sornione, specifica che non ci sarà bisogno di lettere del genere per Rutelli5. Un auspicio sbagliato, purtroppo.
Il centrosinistra ha governato la Capitale dal 1993 al 2008 (e dal 1997 con Rifondazione Comunista), contando per otto anni sulla Regione Lazio con Badaloni e Marrazzo e altrettanti sul governo nazionale (1996-2001 e 2006-2008). Arrivarono molti soldi: per Roma Capitale, per il Giubileo del 2000, per i Mondiali di nuoto. Rutelli ma soprattutto Veltroni, ancora politicamente giovani, invece di investire energie per far funzionare la complessa macchina amministrativa e portare Roma fuori dalla palude dell’emergenza sociale, hanno riservato le forze per autopromuoversi utilizzando il proprio ruolo come un trampolino per l’ascesa ai vertici della politica nazionale. Entrambi hanno infatti abbandonato a metà del secondo mandato (perdendo poi con Berlusconi) dopo aver realizzato il «peggior PRG della storia di Roma Capitale»6 e aperto 36 centri commerciali nelle nuove periferie polverizzate.




LA SEGREGAZIONE AMICHEVOLE DEI REIETTI: QUARTIERI-DORMITORIO, SHOPPING MALL, CAMPI ROM

Durante la prima giunta Rutelli, in piena tempesta Mani Pulite, i partiti sopravvissuti a Tangentopoli erano ancora rappresentativi e, grazie al nuovo sistema elettorale in rodaggio, c’era una solida maggioranza e almeno due opposizioni vere: quella del MSI e quelle di sinistra con i movimenti e gli intellettuali organici. Il primo Rutelli fu quindi partecipato e animato, a riprova che il conflitto è vitale per la democrazia. In quella fase i contrappesi al potere erano reali e il modello Roma non era ancora quel dispositivo che condizionerà ogni aspetto della vita della città. Con Rutelli si gettano però le basi per lo scollamento della sinistra dal suo elettorato con la costruzione dei nuovi quartieri-dormitorio che rappresentano il modo in cui a Roma è stata interpretata l’urbanistica delegata alla mano visibile dei costruttori e alla logica del “pianificar facendo”7. Sorgono Ponte di Nona, Ponte Galeria e Porta di Roma, dove un quarto dell’edificato era destinato a funzioni pubbliche e private, invece è un quartiere quasi solo residenziale mezzo vuoto per il calo dei residenti e per i costi elevati del listino immobiliare che altrimenti crollerebbe. Un luogo dove la metropolitana promessa, se mai arriverà, costerà settecento milioni8. Il risultato è una disgregazione sociale che ha acuito la crisi del tessuto commerciale di vicinato e soffocato le periferie per mancanza di politiche per la mobilità. Come a Ponte di Nona, «l’esempio quasi pornografico della Roma di Fuori»9, un tipico quartiere su cui Flaiano ironizzava nel 1956, stigmatizzato da Proietti nel 1993 durante la campagna elettorale e poi costruito proprio sotto Rutelli. Ponte di Nona – che solo grazie alle lotte dei comitati oggi ha i servizi di base – è la contraddizione del centrosinistra al governo nell’era della Terza Via. A partire dalla toponomastica con la strada intitolata a quel Francesco Caltagirone contro cui Citti e Davoli inveiscono nel film elettorale, a dimostrazione che «a Roma la continuità storica è data dai costruttori», come disse Ettore Scola10.
L’urbanistica del disprezzo, quella che caratterizza chi è stato relegato ai margini della città, è il filo che collega i nuovi quartieri-dormitorio, i loro rispettivi mall e il campo rom di via di Salone, uno dei più grandi d’Europa con i suoi 1.200 ospiti e i suoi roghi tossici. Ma lo scollamento tra politica e periferie depauperate avviene anche per il cinismo delle classi dirigenti che hanno alimentato razzismo e aporafobia con slogan allucinatori quali lo spostamento dei campi rom «alle porte di Roma»11, «fuori dal GRA, a trenta chilometri dal centro»12, come se lì non risiedessero oltre un milione di romani, a significare che quei luoghi sono discariche urbane.


LOGICA DELL’EMERGENZA, SISTEMA DEGLI SGOMBERI E PACATA ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE

Nelle questioni sociali il modello Roma si riassume nello slogan Nessuno resti solo che, nella fase 2001-2004, portò a triplicare i posti di pronta accoglienza. L’altra faccia della medaglia prevedeva però gli sgomberi a tappeto di campi, occupazioni e baraccopoli. Nessuno sa quanti siano stati, però un manifesto del centrosinistra per le elezioni comunali del 2006 rivendicava che a Roma «in 5 anni sono state spostate 8.000 persone dagli insediamenti abusivi».




Una media di 1.600 persone all’anno, oltre 113 al mese, quasi 5 persone al giorno. Secondo l’Associazione 21 Luglio uno sgombero costa 1.250 euro a persona13, quindi nel primo quinquennio di Veltroni sono stati spesi oltre dieci milioni di euro per “spostare” gente poi finita in altre occupazioni spontanee o in nuove strutture. Il coordinatore degli sgomberi era Odevaine, il vicecapo di gabinetto di Veltroni, mentre il principale gestore dei nuovi servizi era Buzzi, entrambi condannati in primo grado nel processo Mafia Capitale. Gli “spostati” vagano ancora oggi da un interstizio della metropoli a un altro, come dimostra lo sgombero ad agosto 2017 del palazzo a piazza Indipendenza dove c’erano nuclei eritrei in Italia da vent’anni.
Ma il volto più feroce del modello Roma emerge nell’autunno del 2007: l’omicidio di una donna da parte di uno straniero è la scintilla – in concomitanza con un sondaggio Ipsos che rivela il crollo del consenso verso il sindaco14 – per scatenare una crisi politica che terminerà con la caduta di Prodi15. Veltroni ottiene dal governo iniziative straordinarie per la sicurezza: «Roma era la città più sicura del mondo prima dell’ingresso della Romania nell’UE»16. Tra le poche voci critiche quella di Pannella: «Il dolce Veltroni ha ispirato una cosa da non credere, un romeno ammazza una persona e il nostro governo si rivolge all’UE e al governo romeno come se questo fosse il rappresentante dell’aggressore»17. Il voltafaccia di Veltroni è violentissimo e immotivato, specie considerando la tendenza delittuosa molto bassa della Capitale.

PARIOLI ULTIMO AVAMPOSTO DELLA SINISTRA ROMANA 

Se i politici non avessero appreso la realtà dai resoconti dei giornalisti e dei magistrati, avrebbero saputo del sistema pilotato degli appalti e dei fondi pubblici distratti dai servizi sociali per finanziare la politica18 prima delle intercettazioni di Mafia Capitale. Che il sociale e l’ambiente siano solo la punta dell’iceberg di un sistema corruttivo ramificato è più che un sospetto. Ed è qui che bisogna ricercare uno dei rizomi per spigare lo scollamento tra il vertice della sinistra dalla sua base, tra centro e periferie. Un altro elemento si trova invece nel punto da cui siamo partiti. Una volta al potere, il centrosinistra di Veltroni, Rutelli e Bettini è passato dall’idea di una città pubblica orientata ai servizi universali propria di Argan, Petroselli e Vetere a una città del consumo19 che ha stravolto il disegno originario con la cesura tra città consolidata e periferie atomizzate.
Il modello Roma troverà nel campo culturale20 la sua espressione più pura per la gestione del potere capitolino nel «quindicennio bettinian-lettiano»21. La pax veltroniana mostrerà una doppia faccia: quella dura che domestica il conflitto sociale e quella liquida che confonde la città in un vortice scenografico di notti bianche, Nuvole e feste del cinema. Smaltito l’incantesimo collettivo a terra resterà una colata di 70 milioni di metri cubi di cemento22.
Sul piano sociale il modello Roma sfigura anche in comparazione con gli sbardelliani anni ottanta quando don Di Liegro realizza ai Parioli – che non era ancora diventato l’ultimo avamposto della sinistra – un centro per persone con Hiv, un luogo di ascolto in via delle Zoccolette, la mensa della Caritas a Colle Oppio, il dormitorio e il poliambulatorio in via Marsala, a testimonianza che il centro storico non è una vetrina, ma può e deve accogliere tutti, come dimostra la comunità di Sant’Egidio a Trastevere.
A certificare la vocazione antisociale del modello Roma resta il tumulto della città di fuori e i miliardi sprecati per segregare i “reietti della città” e cronicizzare l’emergenza nel tentativo di occultare il disagio. Con quei soldi si potevano risolvere i problemi della casa, della mobilità e delle periferie che affliggono storicamente Roma e invece, usando Petroselli e Pasolini come elementi retorici, sono state create le premesse per la nascita delle prime banlieue capitoline.

L’articolo che avete appena letto è apparso sul sito di Grande come una città, movimento civico impegnato nella partecipazione attiva dei cittadini, nel promuovere eventi culturali e di pedagogia pubblica in III Municipio a Roma.
Federico Bonadonna è un ricercatore e uno scrittore (il suo ultimo libro è ‘Hostia. L’innocenza del male’ che abbiamo recensito qui). Spesso lontano dall’Italia negli ultimi anni, ha continuato a seguire le vicende romane. Per anni si è occupato della vita degli ultimi nelle strade della capitale, consulente presso l’Assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma.

Note:
AAMOD – Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.
Goffredo Bettini in Fabian Cevallos, Pasolini Salò: mistero crudeltà e follia, «L’ERMA» di Bretschndeider, Roma 2005, p. 5.
Ella Baffoni, Vezio De Lucia, La Roma di Petroselli. Il sindaco più amato e il sogno spezzato di una città per tutti, Castelvecchi, Roma 2011, p. 35.
«Prima s’installeranno i pali in aperta campagna con i nomi della via, poi si edificheranno palazzi a otto piani e gli avvallamenti del terreno si trasformeranno in palude. L’anno seguente riprenderà il lavoro che sarà interrotto a metà e ripreso l’anno successivo. Un mese dopo l’inaugurazione si riaprirà la strada per l’installazione dei tubi del gas, poi una seconda volta per i cavi elettrici, una terza per l’acqua e una quarta per i cavi del telefono che, nei quartieri popolari, saranno allacciati dopo sei anni. Se si volessero gli alberi, si riapriranno i marciapiedi per piantarli anche se le radici possono danneggiare le condutture nel sottosuolo e rendere necessaria una quinta e non necessariamente ultima riapertura della sede stradale essendo la sesta riservata eventualmente alle fogne».
Chiusura della campagna elettorale di Rutelli al ballottaggio per la carica di Sindaco di Roma sulle frequenze di Radio Radicale.
In quei giorni un neofascista rischiava di diventare sindaco di Roma anche se oggi fa sorridere, ripensando che nel 2010 Rutelli e Fini si sarebbero coalizzati con Casini nel Nuovo Polo per l’Italia.
Renato Nicolini, il manifesto, 28 giugno 2012.
La polverizzazione delle periferie è «la conseguenza della scelta fatta dal Comune di Roma di rinunciare alla strada maestra della pianificazione urbanistica».
Vezio De Lucia, Francesco Erbani, Roma disfatta. Perché la Capitale non è più una città e cosa fare per ridarle una dimensione pubblica, Castelvecchi, Roma 2016, p. 19.
«per una tratta di quasi quattro chilometri dalla stazione di Conca d’Oro con soldi dei privati che in cambio otterrebbero altre cubature: una specie di spirale infinita». Francesco Erbani, Porta di Roma, storia esemplare di pianificazione tradita, la Repubblica 1 luglio 2013.
Enrico Giammarco, Cronaca dalla Roma di Fuori: Ponte di Nona, in Cronache Urbane – Voci dalla città, progetto narrativo transmediale e sperimentale.
10 Antonio Gnoli, la Repubblica, 14 gennaio 2013.
11 Giovanna Vitale, Campi rom, individuate le aree, la Repubblica, 21 maggio 2007.
12 Claudia Fusani, Fra cronaca nera e integrazione, la Repubblica, 18 maggio 2007.
13 Campi Nomadi Spa, 2013.
14 Claudio Cerasa, La presa di Roma, Rizzoli, 2009, p. 19.
15  Romano Prodi: Veltroni cousò la caduta del mio governo
16 «I prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone». Sicurezza, Veltroni contro la Romania. Per le espulsioni varato un decreto legge, la Repubblica, 31 ottobre 2007.
17 Donna seviziata, scontro sulla sicurezza, Corriere della Sera, 1 novembre 2007.
18 Finanziando in chiaro tutto l’arco consiliare, il presidente della cooperativa 29 Giugno rivela di aver utilizzato i soldi dei profitti non per riqualificare la cooperativa, ma per cercare di acquisire crediti per garantirsi favori futuri. Ragione per cui da un lato il finanziamento pubblico ai partiti dovrebbe essere interdetto alle cooperative sociali e dall’altro i politici consapevoli dovrebbero evitare di accettarlo.
19 A Roma i centri commerciali arrivano in ritardo rispetto alle altre capitali europee. Mentre a Roma costruivano la periferia, in Europa i centri commerciali aprivano solo nel cuore delle città: si passava da lì per andare a prendere il treno e la metropolitana. Quella scelta subita segna definitivamente la città del consumo proprio mentre spariscono le imprese produttive. Giovanni Caudo intravede in questo passaggio una eco di come la Quarta Roma è popolo che fornisce manodopera precaria, ma anche luoghi di una città-infrastruttura dove, oltre al commercio, si trovano forme surrettizie di socializzazione e di welfare (lo spazio bambini di Ikea usato dalle mamme sole con figli per liberarsi per qualche ora del bambino). Sparisce la città come costruzione sociale, siamo agli antipodi della vicenda della periferia romana di Argan e Petroselli. Non c’è più alcun riscatto sociale e il territorio è solo consumo.
20 Impressionante la coerenza politica tra i diversi livelli di governo, con Veltroni e Rutelli che si scambiano di posto al Ministero dei Beni culturali (il primo da Ministro va a fare il sindaco il secondo da sindaco diventa ministro), una coerenza che nasconde però la crisi della Capitale e del suo ruolo post 1989.
21 Claudio Cerasa, op. cit.
22 Italo Insolera, Roma Moderna. Da Napoleone I al XXI secolo, Einaudi, Torino 2011, p. 366.





lunedì 15 aprile 2019

LA NOSTRA LIBIA DIMENTICATA


da  https://ilmanifesto.it/la-nostra-libia-dimenticata/

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Siamo così impegnati a cercare quello che c’è dietro la crisi libica, che non vogliamo vedere quello che sta davanti ai nostri occhi. Sarà pure colpa del perfido Macron che spalleggia il temibile Haftar e di sicuro dei petrodollari dell’Arabia saudita – nostro privilegiato mercato di armi, subito nel conflitto in Yemen – oppure del cosiddetto «defilarsi» degli Stati uniti che in realtà stanno dietro al ruolo saudita, o di Putin che aspetta, come ha fatto per la Siria, che la frittata dell’Occidente si sia bruciata. Tutto congiura a far dimenticare le responsabilità dei nostri governi, di centrodestra e centrosinistra, che in questi 8 anni si sono succeduti alla guida dell’Italia. Azzerando l’altro piccolo particolare: lì, nel marzo-aprile del 2011 si è consumata la più grande sconfitta storica del Belpaese dopo la Seconda guerra mondiale. Lì abbiamo accettato, nonostante i patti sottoscritti con Gheddafi, una guerra devastante della Nato. Fu colpa dell’ambiguo Sarkozy, geloso degli accordi sul petrolio realizzati dall’Italia e anche per oscurare i finanziamenti ricevuti da Tripoli per la sua campagna elettorale. Certo. Ma l’Italia dov’era? Era in prima fila a rincorrere i cacciabombardieri francesi, a offrire basi e intelligence, a partecipare alla guerra, a chiamare con molti giornalisti quella distruzione come una «rivoluzione». Una dimenticanza che soccorre, come ogni negazione della memoria, la gestione di un presente squallido, ambiguo e pressapochista. Parliamo dell’attuale governo Conte. Con Salvini e Moavero più volte corso in Libia a sostenere il fantoccio Serraj, del quale continuiamo a sentire la definizione di «riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Onu»: peccato che non sia riconosciuto dai libici. Giacché, abbattuto il “dittatore” Gheddafi, al posto suo abbiamo cercato il fantoccio di turno, quello più accomodante. Un presidente del Consiglio Conte che, a quanto fa sapere lui stesso, non bastassero le foto che lo ritraggono qui e là con Serraj e Haftar insieme, è in contatto con entrambi e che sente ripetutamente il nemico Haftar.
Ma non era Conte che doveva essere, con tanto di affidamento di Trump, la «cabina di regia» della crisi in Libia? Chi c’è dunque dietro? C’è l’Italia e la sua meschinità tradizionale. Con l’aggiunta di una incapacità, lampante in politica interna, che in politica estera diventa un horror «luminoso». Al punto che torna a dividersi il governo sull’ipotesi di un possibile intervento militare. Non bastasse il fatto che abbiamo 400 soldati a Misurata a protezione di un ospedale prezioso, che ora è diventato d’un colpo la retrovia della “nuova” guerra. Nuova è un aggettivo difficile: dalla fine dell’intervento dell’Alleanza atlantica nell’ottobre del 2011, con lo scempio del corpo di Gheddafi raggiunto dalle milizie grazie alle segnalazioni Usa, di tentativi di conflitto armato per cacciare Serraj ce ne sono stati decine. Del resto che potevano fare se non nuove guerre le più di 700 milizie – secondo l’Onu – che tenevano e tengono in mano il Paese che sta dall’altra parte del Mediterraneo, ridotto senza istituzioni politiche rappresentative, in almeno quattro entità separate e conatrapposte, Tripolitania, Cirenaica, Fezzan, più le aree di Sirte, Derna e in fondo al Fezzan infestate dall’Isis e da Al Qaeda?
«Se qualcuno gioca alla guerra non staremo a guardare», minaccia il ministro Salvini. Che vuol dire? Vuol dire che il brivido di pensiero di un altro intervento militare italiano sta passando nelle teste dei “nostri” governanti. Senza memoria di quello che abbiamo già provocato. Forse Salvini si fa forte del fatto che quando partì la «Guerra nostra» – così titolò il manifesto il 22 marzo del 2011, e il titolo lo facemmo con Valentino Parlato – la Lega si dichiarò contraria. Ma solo un mese dopo trovò, con Bossi, la quadra per mettersi d’accordo con il presidente Berlusconi per una mozione unitaria che appoggiava la guerra bipartisan: l’opposizione del Pd applaudì. Quattro anni fa l’«innocente»Salvini intervistato da Skytg24 dichiarò: «Chi è quel cretino che ha portato la guerra in Libia?». Possiamo rispondergli: vieni avanti cretino.
Certo, se il vento bellicoso torna a spirare è perché in Libia ci sono gli interessi petroliferi italiani e ormai, soprattutto, l’affare criminale, quello della necessità di fermare la fuga dei migranti. Giacché siamo stati interessati alla Libia non perché dovesse essere indipendente, unitaria, democratica e pacificata. L’importante per noi è che resti il cane da guarda costiera dei barconi di esseri umani in fuga da guerre e miserie africane e dall’inferno dei campi di concentramento, prigioni e torture gestite dalle milizie libiche. Ora c’è chi, come il rappresentante più sovranista che c’è della Lega, l’europarlamentare Marco Zanni, grida al «complotto» per destabilizzare la grande conquista del governo italiano: i porti chiusi. Perché è evidente a tutti che di fronte alla crisi umanitaria in corso, che fa fuggire gli stessi libici e figurarsi quelli che in fuga c’erano anche prima, non possiamo chiudere le nostre sponde all’accoglienza. Niente paura, i porti rimarranno chiusi lo stesso, «menomale» che c’è la strategia di Salvini, fa sapere il governo per bocca del sottosegretario Garavaglia. Mentre l’esecutivo si divide, con la ministra della difesa, la pentasellata Trenta – che non ferma il mercato di bombe per lo Yemen, né l’acquisto egli F35 – che fa sapere che non ci sarà nessun intervento militare. Dimenticando anche lei che i soldati italiani, e in pericolo, in Libia già ci stanno.

sabato 13 aprile 2019

WEEK END MAGAZINE

Grazie a Marinella per la suggestione poetica.


CERCAVO TE NELLE STELLE

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Cercavo te nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio del mondo.
E quando, davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto, come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.
(Primo Levi, lettera a Lucia Morpurgo, 11 febbraio 1946)

venerdì 12 aprile 2019

LA 'MINACCIA' WIKILEAKS

da  https://ilmanifesto.it/la-minaccia-di-wikileaks-per-i-potenti-informare-tutti/



L’ho incontrato nuovamente poche settimane fa. Lenin Moreno, il successore di Correa, aveva capitolato a tutti i livelli, davanti all’impero statunitense.
L’ambasciata era diventata un carcere, la salute di Julian si era deteriorata. Non aveva dubbi sul fatto che Moreno avrebbe risposto positivamente alla richiesta di espellerlo dall’ambasciata. La richiesta di estradizione da parte di Washington non era più un segreto.
E IERI L’AMBASCIATA lo ha consegnato alla polizia britannica. Se vivessimo in un mondo dove le leggi sono rispettate, Assange sarebbe processato per violazione delle norme sulla cauzione (un reato non grave), multato o tenuto in carcere per poche settimane e poi rilasciato per permettergli di far ritorno nella sua Australia. Ma sia il Regno unito che l’Australia sono satrapi imperiali, acquiescenti alle richieste degli Stati uniti. Lo Stato segreto (non così segreto) in entrambi i paesi lavora in stretto contatto con i padroni statunitensi, o meglio ai loro ordini.
Perché lo vogliono così tanto? Perché serva da esempio. Vogliono imprigionarlo e isolarlo come monito, così da evitare che altri seguano il cammino di WikiLeaks. Chelsea Manning è stata nuovamente arrestata perché ha rifiutato di testimoniare contro di lui davanti al Grand Jury. Dal momento che i servizi segreti russi e cinesi sono piuttosto al corrente delle mosse degli Usa nella maggior parte del mondo, la minaccia posta da WikiLeaks consisteva nel fare arrivare le informazioni a ogni cittadino in possesso di un computer, in qualunque parte del mondo.
LA POLITICA ESTERA degli Stati uniti e dell’Unione europea e le loro guerre post-11 settembre si sono fondate su menzogne, promosse dalle reti televisive e dai media globali e spesso credute dalla maggioranza dei cittadini nordamericani ed europei. Le informazioni che smascherano queste bugie smontano le scuse – i diritti umani, la democrazia, la libertà… – avanzate per giustificare le guerre. WikiLeaks ha esposto tutto questo, pubblicando documenti classificati in grado di illuminare a giorno le motivazioni reali.
È UN RECORD INCREDIBILE. Allo stato attuale, WikiLeaks ha pubblicato tre milioni di documenti diplomatici e altre registrazioni del Dipartimento di Stato, per un totale di oltre due miliardi di parole. Un corpus incredibile e insuperabile che se fosse stampato arriverebbe a migliaia di volumi, qualcosa di completamente nuovo nel mondo. Ecco dove Internet diventa una forza sovversiva, in grado di sfidare le reti di propaganda dell’ordine esistente. Assange e i suoi colleghi hanno dichiarato apertamente che i loro bersagli principali erano l’impero statunitense e le sue operazioni globali.
La risposta delle istituzioni Usa è stata isterica e comica. La Libreria del Congresso ha bloccato l’accesso Internet a WikiLeaks. Gli Archivi nazionali statunitensi hanno bloccato anche l’accesso al proprio database riguardo alla parola «WikiLeaks». Il tabù è diventato assurdo, come un cane che abbaia insensatamente a qualunque cosa, anche alla propria coda.
COME HA DETTO Julian Assange: «Nel marzo 2012, il Pentagono ha addirittura creato un filtro automatico per bloccare i messaggi di posta elettronica, compresi quelli destinati al Pentagono, che contenessero la parola WikiLeaks». E così, i procuratori del Pentagono che accumulavano le prove contro l’analista di intelligence statunitense Manning, accusata di essere la fonte di WikiLeaks, non riuscivano a ricevere importanti email da parte del giudice o della difesa. Il governo britannico ripete che rispetterà le leggi. Vedremo. Il Dipartimento della giustizia statunitense ha dichiarato che negli Usa Assange potrebbe essere condannato a cinque anni di carcere. Diane Abbot, membro influente del governo ombra di Jeremy Corbyn, ieri ha detto in Parlamento: «Vogliamo sottolineare che la ragione per la quale parliamo di Julian Assange questo pomeriggio – siccome l’unica imputazione che potrebbe essergli mossa in questo paese riguarda la violazione dei termini della cauzione – ha interamente a che vedere con le attività di denuncia di Julian Assange e di WikiLeaks.
Questo lavoro ha smascherato guerre illegali, omicidi di massa, uccisioni di civili e casi di corruzione su grande scala, e ha messo Assange nel mirino dell’amministrazione statunitense.» Abbot ha aggiunto: «Julian Assange non viene perseguito per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati uniti, ma perché ha esposto i crimini delle amministrazioni statunitensi e delle relative forze armate»
I PROSSIMI GIORNI e settimane ci diranno. Intanto, WikiLeaks e il suo fondatore meritano la solidarietà di tutti coloro i quali ritengono che i cittadini del mondo non debbano essere trattati come bambini e che la maggior parte dei politici nell’orbita statunitense ed europea non siano degni di fiducia e cerchino in tutti i modi di evitare che le loro menzogne, la loro corruzione siano resi noti al mondo.

giovedì 11 aprile 2019

ROMA, LA FINE DELLA GESTIONE COMMISSARIALE...

da  https://www.dinamopress.it/news/la-fine-della-gestione-commissariale-roma/



La sindaca Raggi e i suoi assessori hanno annunciato la chiusura della Gestione Commissariale del debito pregresso del comune di Roma. È accaduto pochi giorni fa, il 4 aprile. Una mossa elettorale in vista delle europee e un aiuto alla giunta Raggi che si trova in una fase a dir poco critica?
Istituita nel 2008 durante il passaggio tra la giunta Veltroni e la giunta Alemanno, la Gestione Commissariale rilevò il debito pubblico del comune che ammontava, dal punto di vista finanziario, a circa 7 miliardi di euro più gli interessi finanziari, e circa 3 miliardi di debiti commerciali verso privati. Per finanziare la Gestione Commissariale, l’aliquota IRPEF dei residenti romani divenne la più alta d’Italia e venne istituita anche un’apposita tassa negli aeroporti romani, che, insieme a un fondo statale di 300 milioni di euro annui, avrebbero dovuto garantire il ri-pagamento del debito.
L’obiettivo, quindi, era di ridurre e azzerare il debito della capitale considerato molto rilevante (anche se in linea con altre grandi città come Torino e Milano) e cresciuto con il ricorso ai mercati finanziari da parte della giunta di Veltroni tramite l’emissione di Bond e la stipulazione di contratti derivati. Ma nel breve fu anche l’occasione per il nuovo sindaco Alemanno di avere un bilancio pulito e di operare con ingenti disavanzi per una politica clientelare e personalistica. Si rilevò una politica miope che portò a scandali e sprechi e iniziò la lunga serie di piani di rientro dal debito e di misure per una più oculata gestione delle finanze capitoline.
Ovviamente le misure implementate sono state le solite ricette dell’austerity. Riduzione della spesa e soprattutto degli investimenti, esternalizzazioni e blocco del turn-over.
La chiusura del commissariamento permetterà alla città di avere nuove risorse? Non sembra essere così. Con la chiusura terminerà anche l’aliquota straordinaria pagata dai romani oltre i limiti di legge fissati per i comuni “normali” e, probabilmente, anche la tassa sugli aeroporti romani che è direttamente legata al commissariamento. Di sicuro è un’occasione per il M5S per dare soldi direttamente nelle “tasche” dei residenti della capitale e scommettere su una mossa elettorale fin troppo tradizionale della politica italiana. Ma alcuni nodi sono ancora da sciogliere: permetterà all’amministrazione di avere un bilancio comunale libero, una volta per tutte, dal peccato originale del debito storico, oppure verrà varato l’ennesimo piano di rientro dal debito? Anche nell’ipotesi più ottimista di un bilancio di Roma senza ulteriori vincoli, non sembra certo il momento adatto per parlare di una nuova stagione di investimenti pubblici e di risorse aggiuntive per i servizi pubblici. Il contesto economico nazionale è negativo e anche a livello internazionale i segnali non sono per niente positivi.
Contro l’opportunità di chiudere il commissariamento si sono espressi in pochi e viene da chiedere perché i precedenti governi non siano intervenuti. Gli interessi del debito commissariato sono rimasti alti, ai livelli pre-crisi del 2008, senza che ci sia stata la capacità di intervenire nella loro struttura, mentre l’organizzazione del commissariamento ha assorbito invano ulteriori risorse. Inoltre, la stessa capacità gestionale dei commissari si è rilevata tutt’altro che brillante e trasparente (provate a cercare le relazioni dei commissari per tutti gli anni di attività, buona fortuna!). Tra le scelte più critiche si segnala l’attualizzazione del debito con cui furono contratti ulteriori prestiti con i relativi interessi per pagare i prestiti già esistenti e che ha creato delle profonde difficoltà nella liquidità del commissario, tanto che la ex-commissaria Silvia Scozzese dichiarò pubblicamente, e in diverse occasioni, che nel giro di pochi anni sarebbe stato impossibile ripagare il debito da parte della stessa struttura creata appositamente per ripagare il debito. 
In definitiva siamo di fronte a uno dei fallimenti più evidenti dell’intervento politico tramite commissariamenti, emergenze e strutture tecniche ad hoc, per ritrovarci dieci anni dopo con la soluzione più semplice, una gestione centrale e politica di un problema di finanza pubblica e fiscalità, quando ormai i servizi pubblici della città sono al collasso. Sarebbe da fare un bilancio sulle rovine di un decennio di commissariamenti in questo territorio. A dicembre 2017 c’è stata la chiusura anche del commissariamento della sanità laziale, dopo 10 anni di vincoli e tagli, e anche qui imposto dopo la sbornia della finanza creativa. La crisi della finanziarizzazione dell’economia è fin troppo evidente, ma il nuovo che dovrebbe nascere non si vede.

mercoledì 10 aprile 2019

SUL CASO CUCCHI SALVINI ORA TACE. O QUASI.

da  https://www.dinamopress.it/news/sul-caso-cucchi-salvini-resta-muto-quasi/



Il 4 gennaio 2016, nella trasmissione “La Zanzara” e post fb connessi, un Salvini ancora non di governo dichiarava, a proposito della querela di uno dei carabinieri indagati per l’omicidio Cucchi contro la sorella Ilaria: «Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma quel post mi fa schifo. Mi sembra difficile pensare che in questo, come in altri casi, ci siano stati poliziotti e carabinieri che abbiano pestato Cucchi per il gusto di pestare. Se così fosse, chi l’ha fatto, dovrebbe pagare. Ma bisogna aspettare la sentenza, anche se nella giustizia italiana onestamente non ho molta fiducia. Comunque, onore ai carabinieri e alla polizia. La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare, per quanto mi riguarda».
E, tanto per essere coerente, candidò e fece eleggere al Senato l’ex-poliziotto e sindacalista del Sap, Gianni Tonelli, famoso per aver sentenziato su Cucchi nel 2014 che «se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute abusando di alcol e droghe, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze».
Adesso, dopo che è emersa in sede giudiziaria la verità sul massacro di Cucchi e sui depistaggi da parte dei superiori, Salvini resta muto, limitandosi a dichiarare di essere «sempre dalla parte delle Forze dell’Ordine». E mentre il comandante dell’Arma si costituisce parte civile, seguito per ovvi motivi elettorali pentastellari della ministra della difesa Trenta e dal Presidente Conte, il ministro degli Interni (cui compete l’impiego dei CC per l’ordine pubblico) se ne guarda bene. La casacca di questo o quel corpo di polizia si indossa solo quando fa comodo.
Del resto è il suo stile. Si assume la piena responsabilità per la chiusura dei porti nel caso Diciotti, Sea Watch, Mare Jonio e Sea Eye, ma quando lo indagano per sequestro di persona si rifugia dietro la decisione collettiva (mai certificata) dell’intero governo per sottrarsi al processo. Del resto, presago, che non si fidava della magistratura l’aveva già detto…
Proclama quelli libici “porti sicuri” sfidando Onu e Commissione europea e, quando scoppia la guerra civile che certifica il fallimento di tutta la strategia africana (sua e di Minniti), fa finta di niente e si volta dall’altra parte. Stesso silenzio dopo che il sindaco Lucano è stato scagionato dalla Cassazione dalle accuse su cui la Bestia si era ignobilmente accanita con post e provvedimenti amministrativi.
Teppista con la casacca, ministeriale con la camicia, incravattato alle prime. Magari è solo un camaleonte che abbaia. Insomma, l’avete capito: il Capitano non è proprio il tipo che “getta il cuore oltre l’ostacolo”, piuttosto uno che getta il sasso e nasconde la mano. Accasato Verdini, no surprise.
Però stiamo in guardia. Gli aspiranti dittatori non sono più quelli di una volta, ma guai ne possono combinare lo stesso.