PASQUA E' LA FESTA RELIGIOSA PER ANTONOMASIA, E, SE FOSSI CREDENTE, SAREBBE SECONDO ME PIU' IMPORTANTE DEL NATALE VISTO CHE A PASQUA I CRISTIANI CELEBRANO LA RESURREZIONE DI GESU', EVENTO FONDANTE DELLA LORO FEDE.
SUL SITO DELL'UNIONE ATEI E AGNOSTICI RAZIONALISTI (UAAR) HO TROVATO UNA PIECE LETTERARIA SUL RAPPORTO FRA IL GESU' LETTERARIO (PERCHE' SU QUELLO STORICO L'ARGOMENTO E' MOLTO COMPLESSO) ED UN SUO DISCEPOLO, PIECE SECONDO ME TANTO BELLA QUANTO CENTRATA SULLA DIMENSIONE UMANA ANZICHE' SU QUELLA DIVINA.
HO DECISO QUINDI DI SOTTOPORLA ALLA VOSTRA LETTURA.
OVVIAMENTE ESSENDO IL NOSTRO UN BLOG LAICO, IL TEMA RELIGIOSO NON E' VINCOLANTE E, COME TUTTE LE DOMENICHE, OGNUNO PUO' CONTRIBUIRE SENZA LA NECESSITA' DI SEGUIRE UN FILO TEMATICO DAL POST.
BIEN A VOUS.
da http://www.uaar.it/news/2012/04/01/monologo-del-discepolo-perduto/
MONOLOGO DEL DISCEPOLO PERDUTO di Stefano Marullo
Ti guardo, Rabbi. La notte è scesa a strapiombo e un flebile fuoco ormai ci scalda. Il tuo viso avvolto nel sonno, per un attimo, fuga le mie paure e questo silenzio che assopisce il brandello di umanità stipata che ha deciso di seguirti sembra dissipare le molte voci contraddittorie sulla tua missione che pervicacemente vuoi portare a compimento. Cosa accadrà a Gerusalemme? Gira voce tra noi che allora si manifesterà la potenza di Dio che ti consacrerà Messia. Tu però continui a usare parole sibilline; che le vie del Signore non sono quelle degli uomini, che dovrai soffrire molto e che il Regno promesso non è la riedificazione di quello di Davide. Un’intuizione molesta mi turba: succederà qualcosa di terribile laggiù, e ne sei consapevole, ma è come se ci preparassi con gradualità.
Ci hai chiesto di dirti chi dice la gente che tu sia, e chi tu sia secondo noi, quelli che condividono con te questa vita raminga e quest’avventura che non sappiamo più dove ci stia portando che però sembra ci sbarri la strada nel momento più importante della tua missione (“dove sarò io voi non potrete seguirmi”, così hai proferito). Per i più, tu sei Elia, e prepari la fine dei tempi, come vuole il profeta Malachia: ti hanno infatti sentito dire, all’inizio della tua predicazione “il tempo è compiuto” e “la liberazione è vicina”. Tra i tuoi tutti pensano che tu sia il Messia ma nessuno è disposto ad accettare in cuor suo che ti comporti più da sacerdote in procinto di un rito sacrificale che da guerriero e giudice. I tuoi nemici hanno armi affilate. I dottori della legge dicono che stravolgi le scritture che conosci bene ma usi secondo le tue convenienze. Ricordi l’altro giorno l’adultera che hai sottratto ai suoi aguzzini? Li hai lasciati con un palmo di naso. Ma hai stupito anche noi. Hai salvato la vita a quella donna ma le hai detto solo “va e non peccare più”, come se la vita fosse solo scampare alla morte. Perché non le hai chiesto dove abita, perché si è ridotta in quello stato. Non sapremo mai se ricomincerà a peccare. Ed ancora quando raccogli le spighe di sabato ti prendi gioco dei tuoi interlocutori (“il sabato è fatto per l’uomo”), li sfidi ma accresci il numero dei tuoi avversari. Gli zeloti ci mandano a dire che se tu sei veramente il Cristo devi essere pronto a metterti a capo del movimento per scacciare i Romani che tengono il popolo sotto il loro giogo e corrompono con oro gli scribi e i capi del sinedrio. Quanto ai tuoi parenti, tua madre e i tuoi fratelli, dicono che hai la mente ottenebrata e non ci stai con la testa. A Nazareth ti conoscevano tutti, ad un certo punto hai preteso di insegnare a quelli della sinagoga e ti sei presentato come “colui che deve venire”. Come pretendevi di essere accettato dai tuoi? Neanche il Battista ha osato tanto. Già, il Battista. Molti suoi discepoli ti hanno seguito dopo il suo arresto, perché pensavano che tu prendessi il testimone. Molte tue parole sulla conversione e la penitenza sembrano le sue. Ma la gente non vuole più saperne di profeti martiri che predicano un Regno che sembra non arrivare mai. Hai promesso il centuplo per chiunque avrà lasciato terre, parenti o amici; neanche un centesimo costoro hanno visto e tu prefiguri croci da portare, persecuzioni e tradimenti.
Perdona la mia insolenza, Rabbi. Una stanchezza soffocante intrappola i miei pensieri. Il mio peggior nemico è sempre stato il tempo. Ho passato metà della mia vita a riflettere su chi o cosa io fossi, poi sei arrivato tu e compresi che era il tempo del che fare, di agire. E il tempo diventa ancora più prezioso se sai già come impegnarlo, non puoi permetterti di sprecare nulla. Tu da liberatore sei divenuto per me pietra d’inciampo. Continui a ripeterci che molte cose le capiremo quando non ci sarai più e che la tua parola è verità. Sai, Rabbi, questo popolo è esausto, non è sempre necessario conoscere la verità, ammesso che essa renda liberi, per essere felici. Talvolta è addirittura d’intralcio la verità.
Forse dovresti capire un po’ di più le nostre inquietudini. Quando Simone ha protestato con te perché hai detto che a Gerusalemme avresti sofferto molto, ricordo bene che tu lo chiamasti “Satana”. Da allora nessuno osa più parlare di questo. Se davvero a noi è dato conoscere i misteri del Regno, perché non possiamo insieme decidere cosa è meglio per te e per tutti? Sì, sono temerario, Dio abbia pietà di me, tu proclami ogni giorno di fare la volontà del Padre tuo, non siamo che meri strumenti dei suoi divini disegni. Immensa è la sua sapienza e imperscrutabili le sue vie. Ma non dice forse la Torah che Abramo tentò di convincere l’Altissimo a desistere dalla distruzione di Sodoma ? Od ancora che Giacobbe duellò con Jahvé presso il torrente Iabbok e lo vinse?
Sei venuto per la salvezza di molti. Anche se ci parli di porte strette, tribolazioni e disastri cosmici. Perché non parli chiaro in modo che tutti ti intendano? Cosa vuol dire che taluni “vedendo non vedano e udendo non intendano”? Forse che ti compiaci della durezza del loro cuore? E poi ti indigni con noi perché non siamo capaci di cogliere il senso delle tue parabole? Anche il nostro cuore è duro? Se dai a chi già possiede e togli a chi non ha quel poco che ha, se gli operai dell’ultima ora sono pagati come quelli che hanno lavorato un giorno intero, se il figlio dissennato viene trattato meglio di quello ubbidiente, se bisogna perdonare settanta volte sette, come potremo parlare di giustizia? Come possiamo accettare che ci mandi come agnelli in mezzo ai lupi? Ma se i lupi brindano alla loro sazietà chi pagherà per il sacrificio degli agnelli?
Il mio parlare è ormai senza verecondia, il cielo abbia misericordia di me. Tu hai detto “Io ho vinto il mondo”: dov’è dunque il Signore degli eserciti, le schiere degli angeli vittoriosi, dove il giudizio terribile di chi separerà il grano dalla zizzania? Non si dovevano rovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili? E coloro che hai proclamato beati? Chi consolerà gli afflitti, quale terra possiederanno i miti? E quelli che hanno fame, chi li sazierà? Rabbi hai detto che non serve all’uomo conquistare il mondo se perde la sua anima. Temo che codesti disgraziati perderanno la loro anima per avere smarrito ogni speranza senza avere conquistato il mondo. Gli esseni e i monaci delle grotte da tempo vivono separati dal mondo e si preparano alla lotta finale, ma almeno hanno la consapevolezza di essere i figli della luce, gli eletti. Tu vuoi che stiamo nel mondo e ci ricordi che non siamo del mondo. Eppure questo mondo ci consuma e l’incertezza ci fa trasalire.
Rabbi, se a Gerusalemme non andrai a prenderti il Regno, non andare affatto. Un discreto stratega talvolta è più grande del migliore dei profeti. Io non ci sarò con te. E forse anche tu lo sai già. Mi fissasti a lungo l’altro giorno mentre dicevi “chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il Regno dei cieli”. Confesso il mio peccato: voglio essere fedele alla terra e morire per il mio popolo. Dicesti che quando tutto sarà finito andrai a prepararci un posto accanto ai beati. Troppo zelo, Rabbi, io scelgo l’ignominia di chi dimenticato dalla storia ha cercato di asciugare qualche lacrima. Lo Spirito del Signore guidi i tuoi passi e ti protegga dalle intemperanze, Gesù di Nazareth. E voglia il cielo che il tuo nome non sia mai associato ai dominatori di questo mondo, tu che potevi essere a capo di una nazione e hai preferito guidare un manipolo di miserabili.
SUL SITO DELL'UNIONE ATEI E AGNOSTICI RAZIONALISTI (UAAR) HO TROVATO UNA PIECE LETTERARIA SUL RAPPORTO FRA IL GESU' LETTERARIO (PERCHE' SU QUELLO STORICO L'ARGOMENTO E' MOLTO COMPLESSO) ED UN SUO DISCEPOLO, PIECE SECONDO ME TANTO BELLA QUANTO CENTRATA SULLA DIMENSIONE UMANA ANZICHE' SU QUELLA DIVINA.
HO DECISO QUINDI DI SOTTOPORLA ALLA VOSTRA LETTURA.
OVVIAMENTE ESSENDO IL NOSTRO UN BLOG LAICO, IL TEMA RELIGIOSO NON E' VINCOLANTE E, COME TUTTE LE DOMENICHE, OGNUNO PUO' CONTRIBUIRE SENZA LA NECESSITA' DI SEGUIRE UN FILO TEMATICO DAL POST.
BIEN A VOUS.

MONOLOGO DEL DISCEPOLO PERDUTO di Stefano Marullo
Ti guardo, Rabbi. La notte è scesa a strapiombo e un flebile fuoco ormai ci scalda. Il tuo viso avvolto nel sonno, per un attimo, fuga le mie paure e questo silenzio che assopisce il brandello di umanità stipata che ha deciso di seguirti sembra dissipare le molte voci contraddittorie sulla tua missione che pervicacemente vuoi portare a compimento. Cosa accadrà a Gerusalemme? Gira voce tra noi che allora si manifesterà la potenza di Dio che ti consacrerà Messia. Tu però continui a usare parole sibilline; che le vie del Signore non sono quelle degli uomini, che dovrai soffrire molto e che il Regno promesso non è la riedificazione di quello di Davide. Un’intuizione molesta mi turba: succederà qualcosa di terribile laggiù, e ne sei consapevole, ma è come se ci preparassi con gradualità.
Ci hai chiesto di dirti chi dice la gente che tu sia, e chi tu sia secondo noi, quelli che condividono con te questa vita raminga e quest’avventura che non sappiamo più dove ci stia portando che però sembra ci sbarri la strada nel momento più importante della tua missione (“dove sarò io voi non potrete seguirmi”, così hai proferito). Per i più, tu sei Elia, e prepari la fine dei tempi, come vuole il profeta Malachia: ti hanno infatti sentito dire, all’inizio della tua predicazione “il tempo è compiuto” e “la liberazione è vicina”. Tra i tuoi tutti pensano che tu sia il Messia ma nessuno è disposto ad accettare in cuor suo che ti comporti più da sacerdote in procinto di un rito sacrificale che da guerriero e giudice. I tuoi nemici hanno armi affilate. I dottori della legge dicono che stravolgi le scritture che conosci bene ma usi secondo le tue convenienze. Ricordi l’altro giorno l’adultera che hai sottratto ai suoi aguzzini? Li hai lasciati con un palmo di naso. Ma hai stupito anche noi. Hai salvato la vita a quella donna ma le hai detto solo “va e non peccare più”, come se la vita fosse solo scampare alla morte. Perché non le hai chiesto dove abita, perché si è ridotta in quello stato. Non sapremo mai se ricomincerà a peccare. Ed ancora quando raccogli le spighe di sabato ti prendi gioco dei tuoi interlocutori (“il sabato è fatto per l’uomo”), li sfidi ma accresci il numero dei tuoi avversari. Gli zeloti ci mandano a dire che se tu sei veramente il Cristo devi essere pronto a metterti a capo del movimento per scacciare i Romani che tengono il popolo sotto il loro giogo e corrompono con oro gli scribi e i capi del sinedrio. Quanto ai tuoi parenti, tua madre e i tuoi fratelli, dicono che hai la mente ottenebrata e non ci stai con la testa. A Nazareth ti conoscevano tutti, ad un certo punto hai preteso di insegnare a quelli della sinagoga e ti sei presentato come “colui che deve venire”. Come pretendevi di essere accettato dai tuoi? Neanche il Battista ha osato tanto. Già, il Battista. Molti suoi discepoli ti hanno seguito dopo il suo arresto, perché pensavano che tu prendessi il testimone. Molte tue parole sulla conversione e la penitenza sembrano le sue. Ma la gente non vuole più saperne di profeti martiri che predicano un Regno che sembra non arrivare mai. Hai promesso il centuplo per chiunque avrà lasciato terre, parenti o amici; neanche un centesimo costoro hanno visto e tu prefiguri croci da portare, persecuzioni e tradimenti.
Perdona la mia insolenza, Rabbi. Una stanchezza soffocante intrappola i miei pensieri. Il mio peggior nemico è sempre stato il tempo. Ho passato metà della mia vita a riflettere su chi o cosa io fossi, poi sei arrivato tu e compresi che era il tempo del che fare, di agire. E il tempo diventa ancora più prezioso se sai già come impegnarlo, non puoi permetterti di sprecare nulla. Tu da liberatore sei divenuto per me pietra d’inciampo. Continui a ripeterci che molte cose le capiremo quando non ci sarai più e che la tua parola è verità. Sai, Rabbi, questo popolo è esausto, non è sempre necessario conoscere la verità, ammesso che essa renda liberi, per essere felici. Talvolta è addirittura d’intralcio la verità.
Forse dovresti capire un po’ di più le nostre inquietudini. Quando Simone ha protestato con te perché hai detto che a Gerusalemme avresti sofferto molto, ricordo bene che tu lo chiamasti “Satana”. Da allora nessuno osa più parlare di questo. Se davvero a noi è dato conoscere i misteri del Regno, perché non possiamo insieme decidere cosa è meglio per te e per tutti? Sì, sono temerario, Dio abbia pietà di me, tu proclami ogni giorno di fare la volontà del Padre tuo, non siamo che meri strumenti dei suoi divini disegni. Immensa è la sua sapienza e imperscrutabili le sue vie. Ma non dice forse la Torah che Abramo tentò di convincere l’Altissimo a desistere dalla distruzione di Sodoma ? Od ancora che Giacobbe duellò con Jahvé presso il torrente Iabbok e lo vinse?
Sei venuto per la salvezza di molti. Anche se ci parli di porte strette, tribolazioni e disastri cosmici. Perché non parli chiaro in modo che tutti ti intendano? Cosa vuol dire che taluni “vedendo non vedano e udendo non intendano”? Forse che ti compiaci della durezza del loro cuore? E poi ti indigni con noi perché non siamo capaci di cogliere il senso delle tue parabole? Anche il nostro cuore è duro? Se dai a chi già possiede e togli a chi non ha quel poco che ha, se gli operai dell’ultima ora sono pagati come quelli che hanno lavorato un giorno intero, se il figlio dissennato viene trattato meglio di quello ubbidiente, se bisogna perdonare settanta volte sette, come potremo parlare di giustizia? Come possiamo accettare che ci mandi come agnelli in mezzo ai lupi? Ma se i lupi brindano alla loro sazietà chi pagherà per il sacrificio degli agnelli?
Il mio parlare è ormai senza verecondia, il cielo abbia misericordia di me. Tu hai detto “Io ho vinto il mondo”: dov’è dunque il Signore degli eserciti, le schiere degli angeli vittoriosi, dove il giudizio terribile di chi separerà il grano dalla zizzania? Non si dovevano rovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili? E coloro che hai proclamato beati? Chi consolerà gli afflitti, quale terra possiederanno i miti? E quelli che hanno fame, chi li sazierà? Rabbi hai detto che non serve all’uomo conquistare il mondo se perde la sua anima. Temo che codesti disgraziati perderanno la loro anima per avere smarrito ogni speranza senza avere conquistato il mondo. Gli esseni e i monaci delle grotte da tempo vivono separati dal mondo e si preparano alla lotta finale, ma almeno hanno la consapevolezza di essere i figli della luce, gli eletti. Tu vuoi che stiamo nel mondo e ci ricordi che non siamo del mondo. Eppure questo mondo ci consuma e l’incertezza ci fa trasalire.
Rabbi, se a Gerusalemme non andrai a prenderti il Regno, non andare affatto. Un discreto stratega talvolta è più grande del migliore dei profeti. Io non ci sarò con te. E forse anche tu lo sai già. Mi fissasti a lungo l’altro giorno mentre dicevi “chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il Regno dei cieli”. Confesso il mio peccato: voglio essere fedele alla terra e morire per il mio popolo. Dicesti che quando tutto sarà finito andrai a prepararci un posto accanto ai beati. Troppo zelo, Rabbi, io scelgo l’ignominia di chi dimenticato dalla storia ha cercato di asciugare qualche lacrima. Lo Spirito del Signore guidi i tuoi passi e ti protegga dalle intemperanze, Gesù di Nazareth. E voglia il cielo che il tuo nome non sia mai associato ai dominatori di questo mondo, tu che potevi essere a capo di una nazione e hai preferito guidare un manipolo di miserabili.
6 commenti:
Ci siamo sdraiati sulla rugiada gelida al limitare della foresta, nell'incerta luce dell'alba. Fa freddo stamattina, forse due o tre gradi sopra zero, ma è il momento più bello della giornata ed entrambi vorremmo che il barlume di luce che già rischiara le cime degli alberi da Oriente rimanesse così sospeso all'infinito.
Inquadriamo la Volpe nei binocoli: bella, lucente, dal pelo rosso e con una macchia bianca sul petto. Non ci sente perchè siamo sottovento e lavora tranquilla, con metodo. La vediamo bene perchè l'erba di questa stagione è ancora bassa, ed il suo intenso smeraldo già contorna qualche piccola farnia che è spuntata nel prato. La Volpe si drizza sulle zampe posteriori e poi, con un balzo agile e repentino, percuote la terra con forza con quelle anteriori. E' un gesto innato, che compie senza nemmeno sapere il perchè, ma lo sente in se necessario e dentro di lei parlano le migliaia di generazioni che dai primordi del mondo gliel'hanno tramandato. Cerca di stanare l'Arvicola, che si nasconde nella tana sotto terra e si spaventa del suono che nei cunicoli rimbomba amplificato.
La luce ora è più netta e si scorgono nitidamente sullo sfondo, tra i primi alberi del bosco, alcuni Cervi che pascolano i germogli avidamente.
La Volpe è probabilmente riuscita nel suo intento perchè ora comincia a correre all'inpazzata, qua e là, probabilmente rincorrendo la preda. Ma nel nostro binocolo compare un'ombra, nera e repentina. Come una saetta piomba dal cielo il Nibbio, che avevamo visto volteggiare noncurante poco prima e ghermisce con uno stridio acuto l'Arvicola sottraendola alla Volpe che già pregustava il pasto. Tutto si è svolto nel silenzio, come al rallentatore.
Ora la scena è ricomposta nella sua maestosità e nella sua semplicità, tutto torna al suo posto.
Per una volta non ci siamo sentiti degli intrusi, forse abbiamo ancora bisogno di rassicurazione: della certezza che vi possa ancora e sempre essere una frontiera, dove ritrovare forza e fiducia, dove ritrovare la nostra essenza umana più profonda. La foresta silenziosa è la nostra frontiera, un limes oltre il quale però non ci sono popoli ostili e terre incognite, ma un suolo da percuotere con passi lenti, un fruscio da annusare, una foglia che cade impigliandosi in una ragnatela, un ruscello occhiuto di rane tra i canneti. La Terra rinnova i suoi riti ancestrali e ci sentiamo parte di questo prato, di questa rugiada e di quest'erba. Il mito lo puoi rincorrere con pervicacia e pure con desiderio, ma il mito è qui davanti a noi, e ci viene restituito dai primordi, dai nostri antenati che camminavano circospetti nelle brughiere, sotto lo stesso cielo, centinaia di migliaia d'anni orsono.
Non c'è bisogno del Dio rivelato, del Dio occhiuto, salvatore e rinato che oggi si celebra nel mondo cristiano. Dio è la Volpe, l'Arvicola, il Nibbio giunto sino a noi dall'Africa per compiere l'eterno rito della natura. Dio è i fili d'erba piegati dalla rugiada, le piante muschiose ed i nostri abiti zuppi d'acqua.
Oggi la giornata sarà meno pesante.
Buona Pasqua a tutti.
molto bello il racconto del post.
massimino
Bellissimo, Ilic.
Per me non è una bellissima Pasqua perchè in questi giorni avrei dovuto fare un po' di extra lavorativi, ma il maltempo ha rovinato tutto e così sono rimasto senza lavorare.
A me questo racconto è molto piaciuto perchè evidenzia un discorso umano, molto umano.
Spesso le persone che hanno un ruolo importante di riforma sociale o di rivoluzione sono costretti a trascurare gli affetti comuni e privati perchè assorbiti dal loro compito.
E il discorso di questo immaginario discepolo mi sembra rendere molto bene quel senso di scoramento umano che può avvenire a chi, vicino a questi 'grandi uomini' li sente lontani proprio perchè il loro impegno pubblico toglie spazio, tempo ed impegno al loro mondo più intimo.
E, paradossalmente, torna proprio il discorso gesuano sul 'prossimo': ovvero è molto più semplice ed autoassolutorio amare un concetto astratto e insondabile come 'l'Umanità', piuttosto che le singole persone che conosciamo e che abbiamo realmente davanti ogni giorno per confrontarci, scontrarci e non capirci. Questo e null'altro è il concetto di 'prossimo'.
E' evidente che però chi sottrae tempo ed energia alla dimensione comune è stato spesso qualcuno che ha dato molto a noi tutti.
Purtroppo al personaggio Gesù questo è successo meno, perchè il suo messaggio è diventato, attraverso opportune distorsioni che loro chiamano contestualizzazioni, l'immagine di un potere reazionario e avido, come lascia intendere molto bene il finale.
Peccato, perchè il messaggio puramente umano dei vangeli sarebbe invece, soprattutto per l'epoca in cui è stato scritto, qualcosa di condivisibile, perlomeno nei punti salienti del messaggio stesso.
Poi io non sono nemmeno ateo, perlomeno nei termini filosofici della definizione: per ragionamento (non per fede), credo nell'esistenza di un motore immobile, atto puro, come garanzia del moto e del divenire della realtà, ma questo con gli aspetti religiosi c'entra poco e mi avvicina più a quello che ha scritto finora Ilic.
Felice Pasqua a tutte/i.
oltre all'aspetto umano che esamina brunaccio dal bellissimo racconto del post emerge un profilo di un' attualità politica davvero sorprendente. non so quando sia stata scritta la piece ma per come affronta certi temi sembra attraversare i nostri giorni-"Se dai a chi già possiede e togli a chi non ha quel poco che ha, se gli operai dell’ultima ora sono pagati come quelli che hanno lavorato un giorno intero, se il figlio dissennato viene trattato meglio di quello ubbidiente, se bisogna perdonare settanta volte sette, come potremo parlare di giustizia?"-"...questo mondo ci consuma e l’incertezza ci fa trasalire."- davvero toccante è anche il racconto di ilic, che molto si avvicina anche alla mia idea di "divino". grazie. djordj
E' ancora tempo, tempo di Pasqua, la guerra.
Tempo di Oggi, tempo eterno nella pelle; tempo di Pasqua.
Tempo di carne che rinasce a nuova vita, abisso cannibale.
La vita delle stelle lassù, a cui alziamo gli occhi.
Il cosiddetto cielo dagli occhi dei bambini che piangono.
E piove. A Pasqua piove come un giorno qualunque.
Ma anche col sole il tempo cambierebbe poco la Pasqua.
Oggi è soltanto una bella giornata di sole.
Un bellissimo momento, tempo di Pasqua.
Tempo di non poesia.
Sulla croce c'è sempre lui,
l'esclusiva di un uomo chiamato Gesù.
Del suo doppio nome, a me, ha sempre impressionato
il secondo, come un male oscuro, e senza sapere e capire.
Alla maniera serial killer che ammazza solo di domenica.
Gli altri che venuti prima di lui un conto,ma quelli dopo,
quelli del tempo presente, come una livida nicchia nel cuore,
nel sangue, nella fatica, non ci sono. Statistiche, cifre, numeri.
Intendo le croci; le croci invisibili di quelli
che fluttuano in fondo al mare che muoiono col tiro al bersaglio.
Bene o male in nome della legge. Ancora il tempo della legge.
Il tempo del tiro al bersaglio mobile.
Colpito sempre due volte, almeno due volte:da sopra e da sotto.
Senza contare il tempo del quotidiano, per esempio il lavoro,
un districare la propria e altrui vita in un prato di lingue astruse.
E non hanno nemmeno l'onore di essere inchiodati,individualmente.
Di madre e di padre. E'la croce collettiva della strage la modalità.
E ma però non ha lo stesso impatto religioso, umano e storico;
in fondo, la carne da macello è come l'agnello:prima si alleva,e poi
si ammazza, e si mangia; tenera, tenerissima prosegue la teoria;
insomma, più ossa che carne. Sacrificale e a conoscenza di tutti.
E dalla notte dei tempi, la carne è carne da sbranare e divorare.
E' ancora tempo; tempo di terra e di vento; tempo di terra dura.
Bambino è ancora il tempo, tempo di lattante, tempo di caramelle;
tempo di pane e marmellata. Tempo di sangue un tot al quintale.
Tempo di un dio che si moltiplica sulla bocca dell'uomo, e abile
nel gioco delle tre carte; di carne prezzolata, accatastata, prelibata .
un Gesù di strada, migrante o sfruttato dal capitalismo dei padroni
e dallo stato si trova sempre sulla croce e, si trova sempre un dio
che abbia dato in pasto e fatto ammazzare quel Gesù di Nazareth
per la sua sete di potere ed esclusione ci può stare; così come
ci può stare l'illusionista e il prestigiatore senza bisogno del cilindro
col coniglio, l'altro agnello sacrificale dell’umanità del pollo.
Quel che è incomprensibile come incomprensibile alla mentre umana
è (dio)Dio nel suo disegno divino;
la mattanza senza fine della mattanza in sé,come il tonno aggirato,
intrappolato, accoltellato in una pozza di sangue di nessuna rivoluzione.
E si sa che il tonno è ancora tempo; tempo di sé, tempo di Pasqua, tempo
immemore,
tempo sospeso nel tempo dell'agnello.l'uomo intenda il tempo che dilegua
quando tramonta e sorge
l' allungo dell’ombra,la Legge permanente o Sezione del Finanzcapitalismo:
Il serial killer crede e parla a nome di Dio.
O il tempo della crisi pianificato dell’assassinio, vestita da donna la donna. E di sé
Regolatore e successore. La pace non è con voi, con noi, con te.
Che non sia Guerra la Pace camuffata.
Transit Medina
Sponde del Mediterraneo
Roberta
arrivo in ritardo...queste festività naturalmente non sono state allegre...
beh almeno la soddisfazione di vedere lo sfascio della lega..poca cosa, lo so, ma meglio di niente..
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