Testo

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lunedì 23 aprile 2012

SUNDAY MAGAZINE


Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

(Pier Paolo Pasolini)

CONTRIBUTO DI TRANSIT
Prima parte

Venivo dal buio.Il sole stava solo a mezzogiorno spaccato. I muri scrostati di umidità e le foglie urticanti e le margherite selvatiche agli angoli e attorno ai tubi di scolo dei palazzi prendevano un altro colore come i bambini quando riuscivano a mangiare e i lattanti a succhiare il latte dalle zizze secche delle mamme. Per i bambini grandi e piccini mangiare era una mezza festa, l'altra mezza festa erano le pazzielle, cioè i giocattoli. Quasi sempre i giocattoli si andavano a cercare nei montoni della munnezza.
Nennella, Filomena, Patriziella e altre cagne di passaggio ci seguivano dappertutto insieme alle loro numerose figliolanze. A tutti i cacciuttielli veniva dato un nome e loro appena venivano chimati arrivavano con le lingue in fuori e le code ammuinatrici di arteteca. Le code dei cani parlano, a modo loro, senza emettere suoni e parole, però c'erano anche i cani e i cacciuttielli che parlavano oltre che abbaiando, guaivano. E imparavi un certo suono ripetuto o smorzato cosa alludeva e significava.
I cani in un gruppo hanno le loro gerarchie, ma non sono né schiavisti né colonialisti né imperialisti.
I bambini venivano in maggioranza dal buio e la luce è lontana. Bisognava uscire fuori, camminare e spostarsi per andare incontro nella luce ed esserne avvolti.
La luce interna era la lucina posta su un piccola mensola, in un angolo, davanti alle foto dei morti di famiglia e di qualche bambino e adulto che erano chiamati anime pezzentelle: morti che non avevano nessuno che li pensava e li curava spolverando la foto e guardandoli come una persona di famiglia.
In mezzo alla piazza, dove spesso si giocava con un pallone di fortuna di cuoio duro o di pezza, all'incrocio di quattro vicoli, quattro guaglioni e uno più grande, montarono qualcosa che dopo seppi chiamarsi palco.
era la prima volta che ne vedevo uno. di fronte al palco ricordo il basso del nonno di Pasqualino Geggè. Con lui, Renato e Peppino giocavamo sempre a pallone. La mamma e la nonna di Geggè verso le cinque le sei del pomeriggio lo chiamavano urlavano: - Geggè vieni a phlòiarti la marenna
In mezzo alle marenne ci stava sempre il bene di dio. Friarielli e salsiccia. Melenzane a fungetilli. Peperoni fritti o cotti sul fuoco e pii spellati con le olive e i capperi. O la frittata con il salame e la mozzarella.
Noi, quelli sempre scassati dalla fame, ci veniva l'acquolina in bocca e stavamo lì a sperire, insomma morivamo dal profumo e dalla volgi a di azzannare e divorare quelle marenne.
Anche la mamma di Salvatore, la macellaia, lo chiamava per la marenna o per il pranzo e la cena.
A noi nessuno ci chiamava.Le nostre mamme ci chiamavano per riempirci di mazzate perché semmai avevamo combinato qualche guaio.
Quando tornavamo a casa trovare da mangiare era un terno al lotto, insomma 'nu mazzo accussì.
A me Geggè spesso diceva tra una partita e l'altra:

- Mantienimi la marenna. Spesso svenivo, poi mi facevo forza e tornavo in me. Qualche volta dicevo: Geggé la marenna mi è caduta dalle mani e si è sporcata, che vuoi fare?, la butto o te la mangi. Lui sorrideva e mi diceva: -

Mangiatella tu.

Pure Salvatore mi portava a casa sua quando la mamma stava cucinando qualcosa e voleva che mangiassi con lui. A me loro mi volevano bene, dicevano sempre: Zè Pochiello, vieni ja, vieni a casa mia che ci mangiamo la fella di carne e anche i panzarotti.
Io da una parte ero felice e contento e dall'altra parte, ma non sapevo perché, mi veniva 'a pucundria nel cuore, negli occhi e nelle vene.
Mangiavo scurnuso, ma mi sentivo debole: mi venivano le lacrime agli occhi. Ma però nun sapevo 'o pecchè.


Seconda Parte

Il buio a me nascondeva le lacrime.
Quando piangevo non volevo che qualcuno mi vedesse. Io e il buio parlavamo di un sacco di cose. A me non mi piaceva andare a scuola; mi piaceva parlare col buio. Lui mi stava a sentire e a me mi pareva che lui parlasse.
Quando vidi quella costruzione che chiamavano palco, un poco somigliava quando noi raccoglievamo scatoli di cartone e costrivamo le casarelle in cui ci rifugiavamo insieme a Vincenzina, Annarella e Luisella e giocavamo al dottore o agli innamorati, e poi rivestirono nella parte bassa e poi la parte alle spalle di quello che poi saliva sopra e parlava. Quello alle spalle era una specie di coperta pesante pieghettata ma di colore rosso. C'era chi diceva Drappo rosso e chi Tenda rossa. Dietro poi mettevano un cerchio rosso e dentro ci stava la figura di un martello e di un altra cosa che non sapevo come si chiamasse.
Venendo dal buio raggiunsi il palco da sotto. Nella parte superiore si vedeva lo scheletro del palco sormontato dal drappo rosso. Sotto, attorno al palco, c'era un altro drappo rosso che non faceva vedere le assi di legno. Mi acquattai lateralmente quando sopra al palco vi erano saliti due o tre persone che quando arrivarono, gli altri che stavano fermi attorno al palco, salutavano sorridendo, dandosi la mano e alzando il braccio sinistro e mostrando il pugno chiuso.
Io e i miei amici non ci salutavo così. Anzi, quando la sera tornavamo a casa, ci sfilavamo in silenzio e ognuno se ne andava a casa. Quasi sempre zitti e muti.
A centro del palco c'era un microfono su una mazza di ferro. E alle spalle di chi parlava due cosi grandi così che chiamarono altoparlanti. Tonino il figlio di don Michele che lavorava in una fabbica che si chiamava Italsider di Bagnoli disse: Compagni e Compagne adesso parlerà il compagno segretario della sezione di Montesanto. Non capivo quello che diceva. A colpire qualcosa dentro lo stomaco erano singole parole: Padri, lavoro, madri, figli, disoccupazione, sorelle, povertà, fratelli, pane, malattie come la Tbc, emigrazione, sfruttamento
Ogni parola singola colpiva il lago del mio stomaco vuoto. Non sapevo perché, pensavo alle marenne e al ben di dio che stavano nelle case di Geggè e Salvatore. Mi sentivo strano, quasi tremavo. E ancora senza sapere perché iniziai a piangere. E pensai a Mario che due giorni prima aveva perso il padre, all'ospedale. Adesso lui e la sua famiglia numerosa si puzzavano di fame più di prima.
Don Michele il papà di Salvatore parlava sempre della Democrazia Cristiana e di uno che si chiamava Mussolini. Invece il nonno di Pasqualino Geggè, Don Pasquale parlava sempre del Comandante Lauro e teneva i manifesti di Stella e Corona: Stella e Corona voleva il Re e la Regina.
Crescendo poi ognuno di noi ha preso la sua strada e l'amicizia e il bene che ci volevamo anche loro hanno preso la loro strada.


I tre operai,

a scrollarsi di dosso contratti e il tumori,
a contare in riva al mare i granelli di sabbia.

Meno male,
il sole ha orari uguali su tutto il territorio.

I tre operai,
suonavano il concertino per i fiori sdentati
di maggio, quando persino le rose si stiracchiano.

Meno male,
l’acqua piovana disegna coralli col cavatappi.

I tre operai,
suonano una musica che sgola le ali ai pavoni,
allungano il collo a beccare molliche in salsa di luna.

Meno male,
le serenate per quanto lunghe, si alzano in volo.

Poi, scoppiano risate come dromedari tra le stelle.
E balena bea gli abissi, cantico silenzio, scogliera strugge.

Meno male,
i tre operai, il loro destino, colpi veri, bilancio in pareggio.

12 commenti:

brunaccio ha detto...

Visto che la domenica è 'giorno libero'anche per le tematiche, permettetemi un ricordo personale.
Oggi corre il primo anniversario della morte di Poldo, il mio cagnolino, che comunque ha vissuto una vita lunga e bellissima...ecco, oggi a lui va un mio pensiero particolare.
Scusate ancora il personalismo, ma spero e credo che possa essere tollerato.

Anonimo ha detto...

ROBERTA
buona domenica!
non conoscevo questa poesia di Pasolini e la trovo molto bella e amara...
ieri ho avuto un momento di tristezza quando mio figlio undicenne mi ha chiesto come fossero gli anni ottanta, e ai miei racconti ha replicato: adesso viviamo in un periodo schifoso... è tutto triste...
ecco se ne è accorto pure lui...

Anonimo ha detto...

Roberta:
ho visto la foto su FB...
mi unisco al ricordo :)

brunaccio ha detto...

Roberta.

Pensa cosa devono essere stati gli anni sessanta e settanta per chi ha potuto viverli...

E già Pasolini leggeva nel Pci i sintomi del possibile riflusso e del carrierismo burocratico, come questa poesia lascia secondo me intendere.

Anonimo ha detto...

Prima parte


Venivo dal buio.Il sole stava solo a mezzogiorno spaccato. I muri scrostati di umidità e le foglie urticanti e le margherite selvatiche agli angoli e attorno ai tubi di scolo dei palazzi prendevano un altro colore come i bambini quando riuscivano a mangiare e i lattanti a succhiare il latte dalle zizze secche delle mamme. Per i bambini grandi e piccini mangiare era una mezza festa, l'altra mezza festa erano le pazzielle, cioè i giocattoli. Quasi sempre i giocattoli si andavano a cercare nei montoni della munnezza.

Nennella, Filomena, Patriziella e altre cagne di passaggio ci seguivano dappertutto insieme alle loro numerose figliolanze. A tutti i cacciuttielli veniva dato un nome e loro appena venivano chimati arrivavano con le lingue in fuori e le code ammuinatrici di arteteca. Le code dei cani parlano, a modo loro, senza emettere suoni e parole, però c'erano anche i cani e i cacciuttielli che parlavano oltre che abbaiando, guaivano. E imparavi un certo suono ripetuto o smorzato cosa alludeva e significava.

I cani in un gruppo hanno le loro gerarchie, ma non sono né schiavisti né colonialisti né imperialisti.

I bambini venivano in maggioranza dal buio e la luce è lontana. Bisognava uscire fuori, camminare e spostarsi per andare incontro nella luce ed esserne avvolti.

La luce interna era la lucina posta su un piccola mensola, in un angolo, davanti alle foto dei morti di famiglia e di qualche bambino e adulto che erano chiamati anime pezzentelle: morti che non avevano nessuno che li pensava e li curava spolverando la foto e guardandoli come una persona di famiglia.

In mezzo alla piazza, dove spesso si giocava con un pallone di fortuna di cuoio duro o di pezza, all'incrocio di quattro vicoli, quattro guaglioni e uno più grande, montarono qualcosa che dopo seppi chiamarsi palco.

era la prima volta che ne vedevo uno. di fronte al palco ricordo il basso del nonno di Pasqualino Geggè. Con lui, Renato e Peppino giocavamo sempre a pallone. La mamma e la nonna di Geggè verso le cinque le sei del pomeriggio lo chiamavano urlavano: - Geggè vieni a phlòiarti la marenna -

In mezzo alle marenne ci stava sempre il bene di dio. Friarielli e salsiccia. Melenzane a fungetilli. Peperoni fritti o cotti sul fuoco e pii spellati con le olive e i capperi. O la frittata con il salame e la mozzarella.

Noi, quelli sempre scassati dalla fame, ci veniva l'acquolina in bocca e stavamo lì a sperire, insomma morivamo dal profumo e dalla volgi a di azzannare e divorare quelle marenne.

Anche la mamma di Salvatore, la macellaia, lo chiamava per la marenna o per il pranzo e la cena.

A noi nessuno ci chiamava.Le nostre mamme ci chiamavano per riempirci di mazzate perché semmai avevamo combinato qualche guaio.
Quando tornavamo a casa trovare da mangiare era un terno al lotto, insomma 'nu mazzo accussì.

A me Geggè spesso diceva tra una partita e l'altra:
- Mantienimi la marenna. Spesso svenivo, poi mi facevo forza e tornavo in me. Qualche volta dicevo: Geggé la marenna mi è caduta dalle mani e si è sporcata, che vuoi fare?, la butto o te la mangi. Lui sorrideva e mi diceva: -
Mangiatella tu.

Pure Salvatore mi portava a casa sua quando la mamma stava cucinando qualcosa e voleva che mangiassi con lui. A me loro mi volevano bene, dicevano sempre: Zè Pochiello, vieni ja, vieni a casa mia che ci mangiamo la fella di carne e anche i panzarotti.

Io da una parte ero felice e contento e dall'altra parte, ma non sapevo perché, mi veniva 'a pucundria nel cuore, negli occhi e nelle vene.

Mangiavo scurnuso, ma mi sentivo debole: mi venivano le lacrime agli occhi. Ma però nun sapevo 'o pecchè.

Anonimo ha detto...

Seconda Parte

Il buio a me nascondeva le lacrime.
Quando piangevo non volevo che qualcuno mi vedesse. Io e il buio parlavamo di un sacco di cose. A me non mi piaceva andare a scuola; mi piaceva parlare col buio. Lui mi stava a sentire e a me mi pareva che lui parlasse.

Quando vidi quella costruzione che chiamavano palco, un poco somigliava quando noi raccoglievamo scatoli di cartone e costrivamo le casarelle in cui ci rifugiavamo insieme a Vincenzina, Annarella e Luisella e giocavamo al dottore o agli innamorati, e poi rivestirono nella parte bassa e poi la parte alle spalle di quello che poi saliva sopra e parlava. Quello alle spalle era una specie di coperta pesante pieghettata ma di colore rosso. C'era chi diceva Drappo rosso e chi Tenda rossa. Dietro poi mettevano un cerchio rosso e dentro ci stava la figura di un martello e di un altra cosa che non sapevo come si chiamasse.

Venendo dal buio raggiunsi il palco da sotto. Nella parte superiore si vedeva lo scheletro del palco sormontato dal drappo rosso. Sotto, attorno al palco, c'era un altro drappo rosso che non faceva vedere le assi di legno. Mi acquattai lateralmente quando sopra al palco vi erano saliti due o tre persone che quando arrivarono, gli altri che stavano fermi attorno al palco, salutavano sorridendo, dandosi la mano e alzando il braccio sinistro e mostrando il pugno chiuso.

Io e i miei amici non ci salutavo così. Anzi, quando la sera tornavamo a casa, ci sfilavamo in silenzio e ognuno se ne andava a casa. Quasi sempre zitti e muti.

A centro del palco c'era un microfono su una mazza di ferro. E alle spalle di chi parlava due cosi grandi così che chiamarono altoparlanti. Tonino il figlio di don Michele che lavorava in una fabbica che si chiamava Italsider di Bagnoli disse: Compagni e Compagne adesso parlerà il compagno segretario della sezione di Montesanto. Non capivo quello che diceva. A colpire qualcosa dentro lo stomaco erano singole parole: Padri, lavoro, madri, figli, disoccupazione, sorelle, povertà, fratelli, pane, malattie come la Tbc, emigrazione, sfruttamento.

Ogni parola singola colpiva il lago del mio stomaco vuoto. Non sapevo perché, pensavo alle marenne e al ben di dio che stavano nelle case di Geggè e Salvatore. Mi sentivo strano, quasi tremavo. E ancora senza sapere perché iniziai a piangere. E pensai a Mario che due giorni prima aveva perso il padre, all'ospedale. Adesso lui e la sua famiglia numerosa si puzzavano di fame più di prima.


Don Michele il papà di Salvatore parlava sempre della Democrazia Cristiana e di uno che si chiamava Mussolini. Invece il nonno di Pasqualino Geggè, Don Pasquale parlava sempre del Comandante Lauro e teneva i manifesti di Stella e Corona: Stella e Corona voleva il Re e la Regina.

Crescendo poi ognuno di noi ha preso la sua strada e l'amicizia e il bene che ci volevamo anche loro hanno preso la loro strada.

Anonimo ha detto...

'N'atu poco è maggio, pirciò nun stà

luntana e furesta comm'a 'na jatta.



E nun fa rebbeto cu 'a vocca.

Nu sciuscio 'e viento 'a forma 'e luna



e te truove 'ncatenata dint' castello.

Statte attient'; ammore, è 'a fattura cchiù



scema ca esiste; resiste tutt'a vita.

'A stranezza, ca quanno te spuoglie,



addiventa 'na malatia, chiammata

pucundria.

Anonimo ha detto...

'O terremoto a L'Aquila


Si nun ce stess’o sole, ‘e criature muresseno all’istante.
Si nun ce stesse ‘a luna, ‘o munno fosse sotto e ‘n copp’.

Si nun ce stesseno cchiù case ‘e miserie, dio ‘a
‘a fernesse ‘e s’annasconnere cuntanno ‘e pucurelle.

Si ‘o bene e ll’ammore nun nascesseno
ll’uocchie d’e mamme fosseno ‘e preta nera.

Si ll’impegno e ‘e prumesse fosseno saluti sinceri
‘a terra nun tenesse e segreti ‘e ll’approfittatori.

Si vulimmo ‘n’atu munno, ‘nu munno naturale,
tutt’e criature ca nasceno nun hanno cchiù ‘nzerrà

uocchie; ddoje prete nere comm’a pece; ‘na disgrazia,
‘na jastemma, ‘na malerezione pe’ chi se cunfesse

e dorme dint’a ‘nu lietto bello, pulito e sistimato,
fatto ‘e sango, ossa e lacreme; strafuttenza e impunità:

‘a legge, pe’ quanto euale pe’ tutti, sta sempe
a chell’ata parte. Cagna ‘o maestro, ma a musica è sempe

‘a stessa.
Si nu pate nun tene chhiù ‘o lavoro, si nu criature chiagne,

si ‘na vecchiarella sta dint’a nu carcere a cielo apierto,
nun è succieso ninete, che pterende,

tene ‘a casarelle senza memoria
e ‘e ricordi dint’o scatolo di cartone d’a cammisa ‘e notte.

ma vuje, vuje pecchè cercate sempe ll’assoluzione,
si pur’e prete e ‘e vasule d’e vicoli e de’e piazze parlano

e chiagneno guardanno ‘a faccia e ll’uocchie addulurate
‘e d’a ‘Mmaculata Concezione. A che serve sta sofferenza

si nun porta ‘a pace d’o spirito e d’o cuorpo, ma solamente
falsità, ingiustizia e dimenticanza 'n chiusa dinta ‘a nicchia d’o core?

Massimo Campus ha detto...

Brunaccio, spesso gli animali ci riempiono la vita come e più degli esseri umani: Non chiedono nulla e danno tutto. Questo è il motivo per cui ho sempre più ribrezzo nel vedere uccidere gli animali ed ancor più vederli maltrattare e subire violenze gratuite, efferate ed insensate. Come coloro che si divertono a sparargli e chiamano la caccia sport.....

Gli anni 80: per me furono il periodo peggiore dalla mia nascita, perchè segnarono il riflusso massiccio delle lotte, specie dopo la sconfitta dell'ottobre 1980 alla Fiat, dopo un mese di occupazione della fabbrica. E' un discrimine, un confine che segna le esistenze di quelli della mia generazione, la riscossa del padronato e l'inizio della ristrutturazione capitalista post fordista.

brunaccio ha detto...

Ilic, concordo con entrambe le affermazioni. Sugli anni '80 in particolare, probabilmente gli effetti di quel riflusso si sentirono dai primi '90.

Transit, ora sono un po' indaffarato: domani leggerò megliio e dirò la mia.

Anonimo ha detto...

I tre operai,
a scrollarsi di dosso contratti e il tumori,
a contare in riva al mare i granelli di sabbia.

Meno male,
il sole ha orari uguali su tutto il territorio.

I tre operai,
suonavano il concertino per i fiori sdentati
di maggio, quando persino le rose si stiracchiano.

Meno male,
l’acqua piovana disegna coralli col cavatappi.

I tre operai,
suonano una musica che sgola le ali ai pavoni,
allungano il collo a beccare molliche in salsa di luna.

Meno male,
le serenate per quanto lunghe, si alzano in volo.

Poi, scoppiano risate come dromedari tra le stelle.
E balena bea gli abissi, cantico silenzio, scogliera strugge.

Meno male,
i tre operai, il loro destino, colpi veri, bilancio in pareggio.

brunaccio ha detto...

Transit.

Bellissimo il racconto, e bella anche l'ultima poesia, se sei tu l'autore dell'ultimo intervento.
Ora metto tutto sul post!