
PER CHI NON LO AVESSE LETTO, IL TESTO DELLA RIVENDICAZIONE DEL'ATTENTATO AD ADINOLFI SI PUO' CONSULTARE QUI http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2012/olga_110512.pdf
ANCHE IN AMBITO ANARCHICO IL GESTO HA AVUTO MOLTE CRITICHE (UNA MOLTO INTERESSANTE DI COMPAGNI GENOVESI CHE INVITO A LEGGERE SI TROVA QUI http://www.informa-azione.info/genova_quoti_puntini_sulle_iquot_riflessioni_sulla_rivendicazione_fai) MA QUELLA CHE VORREI LEGGERE ASSIEME A VOI E' QUELLA DELL'ASKATASUNA CHE NON E' CERTO UNA DELLE ALI PIU' MODERATE DEL MOVIMENTO.
CHE PENSATE?
da http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/4740-autismi-senza-autonomia
Autismi senza autonomia
In questi giorni si è fatto un gran parlare di un episodio di scarsa rilevanza politica, sociale e persino sanitaria, il ferimento alla gamba di un dirigente dell’Ansaldo, a Genova. Il ministro Cancellieri lancia messaggi intimidatori ai movimenti, mentre il povero Bersani rispolvera tentativi di limitare l’espressione del dissenso, degni di una Germania d’Autunno da operetta. E noi, che facciamo? Beh, non possiamo che mandare i nostri auguri a loro e a Monti, che vive in un paese pieno di disagio sociale: riusciranno i nostri eroi nella titanica impresa di convincere le italiane e gli italiani (e le immigrate e gli immigrati) che un vita migliore è compatibile con la loro presenza in questo sistema solare? Ben altre, rispetto al ferimento di Genova, sono le preoccupazioni reali delle persone che, in un modo o nell’altro, vivono cercando di pagare un debito, o cercano un lavoro che permetta loro di arrivare alla fine del mese. Lo dimostra il fatto che dalle agenzie delle entrate a Equitalia, dalle sedi di comuni e regioni alle ferrovie, fino alle curve degli stadi, la casta italiana e i suoi tentacoli strozzinari sono sotto attacco diffuso con manifestazioni, contestazioni, incursioni e assalti: l’Italia degli sfruttati ribolle di rabbia. La casta giornalistica è, in questo scenario, tutta votata al tentativo di fornire alle vittime una distrazione dai propri problemi, al costo di 1.50 euro (o del canone RAI, o di un quintale di pubblicità): in questi giorni i suicidi e le manifestazioni sono diventati notizie datate, presto lo diventerà anche la rivendicazione del ferimento di un manager.
Distrazioni che durano poco, il tempo della lettura di un articolo, il tempo per gli infermieri di estrarre una pallottola. Bersani si è ricordato degli operai, all’epoca della riforma del lavoro, recandosi in visita all’Ansaldo per dire loro che occorre fare attenzione “alle parole che si usano”, affinché i “terroristi” non abbiano “l’acqua in cui nuotare”; la Cancellieri ne ha approfittato per attaccare il Movimento No Tav, “madre di tutte le preoccupazioni”. Gli squali della politica sanno che l’episodio di Genova non ha alcuna connessione reale con le proteste sociali che hanno luogo in Val Susa come a Genova o nel resto d’Italia, da Napoli a Termini Imerese; ma sanno anche che l’eco del gesto può essere usata contro di esse. State zitti adesso, e sentitevi controllati – dice la politica di palazzo – in Val Susa e altrove. Ma non è così che funziona: non stiamo e non staremo zitti, e queste dichiarazioni sono espressione della difficoltà che il governo ha con il carattere capillare delle proteste vere, quelle sociali, e della necessità di trovare occasioni buone per (1) instillare la paura dei movimenti e dei militanti antagonisti nella popolazione, affinché li percepisca come dei fanatici pronti ad agire come solitari, anche in contrasto con le sensibilità di chi sta iniziando a far sentire la propria voce e (2) sbandierare una maggiore militarizzazione degli spazi urbani, che sarà in realtà inesistente, per ridurre invece ulteriormente l’agibilità del dissenso con i già notevoli effettivi dispiegati sul campo, ben prima di questo episodio.
Questo non vuol dire, si badi, che dietro l’azione di Genova sia da vedersi una “mano occulta”, magari legata genericamente “allo stato” o “ai servizi”. Tutt’altro: c’è la mano di chi, prigioniero del proprio autismo più che delle indubbie coercizioni della società contemporanea, ha creduto con questo gesto di poter insegnare qualcosa ai movimenti e ai militanti che agiscono nelle lotte. Non agli altri, si badi: della società multiforme e complessa, meraviglioso bacino di insorgenza delle lotte, unica possibile fonte del cambiamento, nulla interessa alla FAI. Il “consenso” e i “cori in mezzo ai cortei” sono cose da poveracci, perdite di tempo: molto più sensato è il bel gesto “nichilista”, l’illuminazione che viene da chi ha avuto il colpo di genio di comprendere ciò che nessuno aveva compreso. Impostazione quanto mai ideologica, e presuntuosa, intrisa di quell’individualismo esasperato e venato di narcisismo che vede, con la tipica declinazione di una dottrina astratta, semplici casi di “alienazione” (politica? mentale, forse?) nelle altre forme di protesta.
Allora anche un episodio irrilevante può essere occasione per ricordare – non lo si fa mai abbastanza – che la distruzione dell’esistente, se mai sarà possibile, sarà prodotta da mutamenti nei rapporti di forza in seno alla società, che siano in grado di provocare una trasformazione della società tutta. Non possiamo sapere se riusciremo in questo intento, né quando ci riusciremo, ma sappiamo che soltanto allargando i margini della rabbia, coinvolgendo nuove persone (migliaia, milioni di persone) nelle proteste, riproducendo forme di resistenza diffuse e di massa avremo chance di vittoria. Tutto il resto è guardarsi l’ombelico pensando di fare altro, e magari guardarselo in televisione, come chi ha scritto la rivendicazione in questi giorni sta facendo: i media, grande satana contro cui spesso si scagliano i (grezzi) strali di alcuni, diventano unico interlocutore di fatto per pratiche pensate esclusivamente entro una consapevole cornice spettacolare, e dunque prive di qualsiasi autonomia sul piano del rapporto tra forze vive e merci. Un’ambivalenza, quella dei media, e quella dell’autonomia delle pratiche dalla loro vendita narrativa, che vive chiunque agisca nelle lotte; ambivalenza che si annulla là dove chi agisce desidera di fatto scomparire interamente dentro i meccanismi della notizia o del flash, come accade in questo caso e come era già accaduto, su altri versanti, ai tempi dei finti scontri a mani alzate contro (?) la polizia.
L’indipendenza della prassi dalle forme di mera rappresentazione del conflitto, e della sua riproduzione esclusivamente commerciale, è un presupposto, a ben vedere, dell’affermazione rivoluzionaria dei soggetti sociali, che è tale soltanto se è di massa: dell’autonomia, del comunismo o dell’anarchia di quattro sfigati non importa niente a nessuno. Accostare antagonismo e consenso dovrebbe essere, anche per questo, l’ossessione quotidiana di un militante o di una militante rivoluzionari: se non altro perché il potere democratico/consumistico cerca da sempre di impedire il pericoloso connubio tra desiderio di trasformazione e contaminazione sociale di questo desiderio, ben sapendo che in questa idea soltanto è scritta la parola della sua fine. Ogni giorno, in ogni pratica di liberazione, di aggregazione sociale e di azione diretta, dobbiamo porci l’obiettivo di sfatare il mito per cui cercare consenso equivale ad ammorbidire le posizioni, mentre mantenerle antagoniste significa rinchiudersi in un ghetto e, questa volta sì, nell’alienazione (sociale: inavvertitamente o con entusiasmo, a seconda delle ideologie di provenienza). Se insistiamo sul concetto di autonomia, fino a scriverne il nome sulle nostre bandiere, è perché desideriamo abbastanza la distruzione dell’ordine esistente delle cose da porci effettivamente, e senza simulazioni, il problema della sua realizzazione: i soggetti delle lotte devono riuscire a sperimentare forme di mobilitazione che incrinino i rapporti di forza esistenti nella società. Là dove non ci sono soggetti sociali, ma monadi individualistiche, e non ci sono lotte o conflitti, ma gestualità spettacolarizzanti, la questione dell’autonomia neanche si pone. E ciò per un motivo semplice e importante, che è il vero fulcro di tutta questa irrilevante faccenda: che là dove regna l’autismo non si pone, in primo luogo, il problema della vittoria.
6 commenti:
Penso che le rivoluzioni non tollerano scorciatoie individualistiche, narcisistiche ed autoreferenziali. Cosa che si può dire in pieno del comunicato, piuttosto demenziale, di coloro che hanno rivendicato l'attentato.
Io non sono contrario alla violenza, ma il metodo dell'attentato, con tutto il suo solito corollario sanguinolento e militarista, non mi ha mai convinto. E questo, in particolar modo, sembra confezionato apposta per fornire armi al potere. Chi non è in grado di comprendere la portata delle proprie azioni è bene che si sotterri da vivo.
La canea mediatica scatenatasi attorno a questo, tutto sommato, irrilevante fatto, sta sortendo in Valle qualche risultato. Quello di allontanare una parte dei cittadini (quella più prudente e pacifica), dal prosieguo della lotta. E si badi bene che gli stessi non si sono mai pronunciati contro la radicalizzazione della lotta, ma sempre, e vai a dar loro torto, contra la violenza gratuita.
E così, per parlare dell'attentato genovese, non si parla d'altro, o meglio lo si collega con le lotte sociali di questi mesi, che hanno finalmente rialzato la testa dopo un quindicennio di stasi.
Ai cervelloni che hanno sparato al dirigente Ansaldo, a cui non va comunque la nostra solidarietà, diciamo chiaro e netto: smettetela di ergervi a portavoce puri ed incorruttibili del movimento. Non ci servite. Le lotte, ed il cambiamento, si costruiscono giorno per giorno e non attraverso salti narcisistici e sanguinari. E' un film già visto. Ma la variante che vi suggeriamo è però attualissima: sparatevi nelle balle (o se volete nelle vostre gambe).
"Accostare antagonismo e consenso dovrebbe essere, anche per questo, l’ossessione quotidiana di un militante o di una militante rivoluzionari" in questo passaggio secondo me sta tutto il senso dell'articolo. e, ho letto di fretta, mi pare che anche gli anarchici genovesi siano sulla stessa linea. l'attentato risponde ad un'esigenza solipsista (direbbe brunaccio) di fare rumore in un momento molto confuso. un modo per dire: ci siamo anche noi e voi non siete un cazzo. non vorrei spendere troppe parole sull'analisi del gesto..una scoreggia nello spazio (direbbe taranten)..mi ritrovo molto su tutto quanto scritto nel comunicato di askatasuna. senza contare che queste azioni, a livello repressivo, faranno più male a chi sta utilizzando altre pratiche di lotta. chi alza il livello dello scontro con un gesto e poi scappa lascia la merda addosso a quelli che tutti i giorni, a viso scoperto, sono in prima linea in difesa del bene comune. il tentativo di Cancellieri di ribaltare la questione sulla tav ne è l'esempio evidente. djordj
Difatti, djordj, lo scopo primo degli autori dell'attentato è proprio quello di provocare un innalzamento del livello di repressione. Altro che sostituzione delle armi della critica con la critica delle armi, come già ai miei tempi dicevano le BR!
In ciò, purtroppo, perfettamente speculari allo Stato.
E difatti noi rispondevamo con uno slogan altrettanto lapidario: nè con lo Stato nè con le BR.
Lo scopo reale e primario era e rimane un altro, molto meno nobile eppure a mio avviso evidentissimo: far crescere il livello di repressione per costringere molti a fare una scelta. I più esposti, ovviamente, son quelli che pagheranno di più e tra loro, ed è l'unica cosa che a costoro interessa, qualcuno farà il passo. Del popolo, e delle sue condizioni materiali, al di là dei proclami confusi e poveri di qualunque analisi, a costoro non importa nulla, anzi lo dileggiano e lo disprezzano, perchè sarebbe asservito e funzionale al proprio sfruttamento. Bell'analisi davvero!
Il movimento della mia epoca, quello dell'autonomia operaia, quello delle lotte diffuse e di massa, è stato fottuto proprio con il medesimo sistema.
Però, nè allora nè oggi, ho mai pensato di schierarmi col sindacato che manifesta "contro il terrorismo e la violenza". Innanzitutto perchè terrorismo significa azione anonima che intende colpire, proprio per via della sua imperscrutabilità e casualità, la tenuta sociale e la sicurezza degli individui. Poi perchè colpisce nel mucchio. E perciò il terrorismo è sempre, direi per definizione, fascista. Qui siamo di fronte ad episodi, demenziali o meno, di lotta armata.La quale dovrebbe colpire gli individui non in quanto tali , ma per ciò che rappresentano e per ciò che fanno. Ed è forse ciò che differenzia un comunista da un anarchico, sia da quelli del FAI che dagli altri che li criticano.
Ed è su questo che dobbiamo appuntare la nostra attenzione. A chi giova una simile azione, a chi torna conto e chi danneggia.
Dando per scontato che la violenza non può essere espulsa dalle lotte, specie se in itinere rivoluzionarie, perchè spesso è l'unica forma di contrasto e di organizzazione che rimane ad un movimento rivoluzionario, dobbiamo avere ben fermo se ci può portare dei vantaggi.
Non porta vantaggio se è azione isolata, l'abbiamo detto cento volte.
L'azione isolata porta vantaggio, in questo come in altri casi, alle forze di repressione.
Danneggia invece le lotte sociali.
Che invece la legittimano se diventa, come ad esempio nel caso della Resistenza (non solo al nazifascismo ma anche ad esempio al franchismo od a Pinochet) patrimonio collettivo.
SONO BRUNACCIO.
Oggi sono un sacco indaffarato, così dirò la mia domattina, anche se direi che ci siamo, visto che mi ritrovo molto nei commenti già espressi...anzi Djordj mi ha in qualche modo anticipato! ;-)
Ma domani vedrò di dire qualcosa in modo maggiormente articolato.
SONO BRUNACCIO.
Allora, compagni, devo dire che la gran parte del discorso è stata già svolta da voi in modo articolato ed esteso.
E' evidente che un gesto violento -fosse anche l'arrivare ad aprire il fuoco su una persona, che, a differenza di quel che dicono gli anarchici genovesi nella loro critica, è sempre, dal punto di vista dei rapporti sociali, la divisa che riveste, perchè ognuno deve assumersi la responsabilità di quel che sceglie di essere; e qua concordo con Ilic- è utile se e quando apre spazi di conflitto e di lotta, ed è controproducente quando li chiude.
Va anche detto che quanto accaduto deriva un po' dalla tendenza tutta anarchica di lasciare troppo spazio allo spontaneismo e dalla mancanza di qualsiasi controllo e centralità organizzativa tra i loro stessi militanti.
Dunque, molto bella e giusta la critica dei genovesi, ma sarebbe necessaria anche una forte autocritica (se non pubblica almeno interna e speriamo che ci sia...), perchè troppa informalità fa male e secondo me loro in qualche modo in questi anni si sono allattati la serpe in seno.
Di per sè, dal punto di vista dell'etica personale, il ferimento di questo Adinolfi non mi dispiace affatto e rigetto anche io il termine terrorismo che è sempre e solo un esercizio del potere fondato sul terrore indiscriminato; qua invece si tratta di un massimalismo che porta ben poco; e soprattutto quel che mi da fastidio, come evidenziano i genovesi ancor più dell'Aska, è il tono celodurista e da puristi della rivoluzione del comunicato.
Veniamo al punto dolente, o almeno quel che secondo me è il punto dolente, al di là del discorso degli anarchici e dell'autonomia di classe e quant'altro...
Ok: un gesto come questo non apre conflitti e tantomeno rivoluzioni, anzi cade a fagiolo per questa ondata reprssiva...
Ma, io dico, è possibile che ancora oggi gli operai scendano a manifestare per il ferimento dei loro padroni? La sindrome di Stoccolma sembra essere una patologia sociale, anzichè mentale individuale...
E, con una mentalità così, è difficile pensare di arrivare all'apertura di un conflitto di classe serio ed implacabile, al di là delle velleità di questo 'commando informale', del loro gesto privo di ogni legame con le masse, e dei toni irrazionali e vitalisti del loro comunicato...tutto criticabile e deprecabile, ma il problema, grosso come una casa almeno secondo me, resta, al di là di questo gesto insulso che in ambito di movimento abbiamo tutti analizzato in lungo e in largo.
SEMPRE BRUNACCIO.
Mi accorgo che posso aver scritto un punto equivoco.
Quando parlo, in linea del tutto teorica, della violenza fino a sparare, mi riferisco al concetto espresso dai genovesi: ovvero ciò può essere pensabile solo quando colpire una persona non è colpire un simbolo ma colpire un nemico per prevenirne la violenza.
Per capirci: se a suo tempo si fosse sparato a Hitler, Mussolini e Franco sarebbe stata cosa buona e giusta, ma in quei casi, appunto, la violenza sarebbe stata un bene collettivo ed un'ineluttabile necessità.
Ma sparare ad un piccolo tirannello economico quale questo Adinolfi è sbagliare totalmente obiettivo, ma non solo, la stessa logica dell'esecuzione oggi non porta a nulla: in un mondo in cui i poteri finanziari che ci governano sono talmente anonimi da sovrastare ogni individuo o duce che sia, è ovvio che la questione non può che essere un'opposizione sociale di massa, in cui la scorciatoia delle pistole e dei commando non può funzionare.
Non ha funzionato ai tempi delle BR -come molti nel movimento avevano già capito allora- figuriamoci se può funzionare in tempi di poteri internazionali e finanziari e di scatole cinesi del dominio...
Ci tenevo a chiarire bene questo punto per evitare equivoci: io mi riferivo solo al discorso dei genovesi, per me errato, dell'impossibilità di racchiudere una persona nella divisa o nel ruolo sociale che ha.
Dal punto di vista dei rapporti di classe secondo me è il contrario: ogni individuo è il ruolo sociale e di classe che riveste.
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