Il primo turno delle elezioni amministrative può essere ricordato come un momento in cui, dopo quasi vent'anni, i media generalisti rimarcano con forza il protagonismo delle nuove offerte sul mercato elettorale. Non solo, come si è visto, nei commenti non è neanche mancato qualche risolino ostentato dai giornalisti nei confronti di quale proposta improvvisata di riforma della politica istituzionale, lanciata su twitter da qualche pachiderma del pd.
Si tratta di segni di uno scollamento, nell'alleanza tra media mainstream e politica istituzionale, che non si vedevano dai tempi di tangentopoli. D'altronde la televisione ha avvertito che se, in qualche modo, non si tuffava nella società reale, specie quella che usa la rete, era la sua stessa utilità politica ad essere messa in discussione. La lezione del referendum 2011, artatamente ignorato dai grandi media e popolarissimo nei social network, è stata in qualche modo compresa. Vedremo poi gli esiti di questo processo di rinegoziazione della rappresentazione politica da parte della tv. Media che, nel frattempo, ha perso il protagonismo politico di Berlusconi (che, come tycoon televisivo e come leader politico, catalizzava giocoforza miriadi di fonti di informazione).
Il ceto politico istituzionale da una parte sembra invece aver compreso poco di quello che sta accadendo nella società, dall'altra è talmente inchiodato dalle compatibilità imposte dalla politica Ue-Bce sull'austerità da avere immense difficoltà nel lanciare proposte politiche, figuriamoci inventare nuovi, indispensabili linguaggi per il tipo di società della comunicazione multipiattaforma come la nostra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il pdl è evaporato, il terzo polo esiste solo in tv e nei colloqui riservati con D'Alema, il pd vince chiaramente solo se perde le primarie (Genova) e a volte nemmeno perdendole (Palermo), la lega, a parte lo schieramento personale di Tosi a Verona, naufraga nei lazzi del proprio stesso ex elettorato (vedere per credere i risultati in diverse ex-roccaforti della Lombardia). Basterebbero questi risultati per comprendere come si tratti non tanto di uno spostamento di voti tra uno schieramento e l'altro ma di una crisi, che prelude a una mutazione, del sistema politico. Infatti uno dei pilastri del ventennale sistema bipolare italiano, il pdl, è semplicemente scomparso. Eroso dal'assenza di consenso (da destra) alla politica di austerità e dalla mancanza dell'effetto Berlusconi un tempo immancabile anche a livello di elezioni locali, oggi persino controproducente se riprodotto come da procedura mediatica consolidata.
Gli effetti della evaporazione del pdl, e della forte riduzione del ruolo e del peso della lega, non tarderanno a farsi sentire sull'intero sistema politico. Basti pensare al fatto che al centrosinistra, resuscitato da poche ore nei commenti televisivi come perno del sistema politico proprio a causa della liquefazione del centrodestra, viene a mancare uno dei cardini della sua credibilità: il (molto spesso presunto) contrasto a Berlusconi. Inoltre le politiche di un futuro centrosinistra, ancora ben lontano dal superare il neoliberismo compassionevole che l'ha contraddistinto per anni, sono tutt'altro che definite.
In questo senso il risultato, clamoroso solo per chi la politica la osserva solo distrattamente, del movimento a 5 stelle è quello di un fenomeno che guarda già oltre gli schemi della seconda repubblica. E' infatti prima di tutto un errore di analisi pensare che il movimento a 5 stelle sia un'espressione del voto di protesta, destinato a rientrare in canoni più classici. Nessuno dei partiti superstiti sul campo ha infatti grandi capacità di innovazione, sul piano del personale politico, delle politiche e dei linguaggi. Nel bene e nel male, Grillo si sedimenterà. La crisi, del sistema politico e del paese, ha permesso al movimento a 5 stelle di uscire dagli argini del classico partito di protesta. Anche perchè, come si vede in Germania con il partito dei pirati, la strutturazione della comunicazione politica diffusa tramite i social network permette forme di organizzazione politica che bypassano continuamente i partiti tradizionali. Forme che guardano ai cambiamenti, non solo generazionali ma anche professionali e di comportamento, ormai radicati nella società italiana. E non solo: dalla fine del secondo turno delle amministrative si entrerà in una campagna elettorale permamente, riguardante stavolta le politiche, in cui Grillo (come fenomeno da esorcizzare e come novità ormai emersa) sarà il grande protagonista in termini di spettacolo politico.
Entro una crisi epocale dell'Europa, tutto questo movimento politico a livello istituzionale non è poca cosa. La seconda repubblica, ormai rimpianta solo da pochi nostalgici di Berlusconi e Prodi, ha imboccato il viale del tramonto. Si tratta di capire cosa la sostituirà. E cosa accadrà in Europa, oltre che nel profondo della società italiana, sarà fondamentale per capirlo.
(red) 7 maggio 2012
UN INTERESSANTE ARTICOLO DI GIULIANO SANTORO PARZIALMENTE DISCORDANTE COL PRIMO MA SECONDO ME INTEGRATIVO
DA htt://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/05/08/giuliano-santoro-perche-grillo-rafforza-la-delega/
Il ceto politico istituzionale da una parte sembra invece aver compreso poco di quello che sta accadendo nella società, dall'altra è talmente inchiodato dalle compatibilità imposte dalla politica Ue-Bce sull'austerità da avere immense difficoltà nel lanciare proposte politiche, figuriamoci inventare nuovi, indispensabili linguaggi per il tipo di società della comunicazione multipiattaforma come la nostra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il pdl è evaporato, il terzo polo esiste solo in tv e nei colloqui riservati con D'Alema, il pd vince chiaramente solo se perde le primarie (Genova) e a volte nemmeno perdendole (Palermo), la lega, a parte lo schieramento personale di Tosi a Verona, naufraga nei lazzi del proprio stesso ex elettorato (vedere per credere i risultati in diverse ex-roccaforti della Lombardia). Basterebbero questi risultati per comprendere come si tratti non tanto di uno spostamento di voti tra uno schieramento e l'altro ma di una crisi, che prelude a una mutazione, del sistema politico. Infatti uno dei pilastri del ventennale sistema bipolare italiano, il pdl, è semplicemente scomparso. Eroso dal'assenza di consenso (da destra) alla politica di austerità e dalla mancanza dell'effetto Berlusconi un tempo immancabile anche a livello di elezioni locali, oggi persino controproducente se riprodotto come da procedura mediatica consolidata.
Gli effetti della evaporazione del pdl, e della forte riduzione del ruolo e del peso della lega, non tarderanno a farsi sentire sull'intero sistema politico. Basti pensare al fatto che al centrosinistra, resuscitato da poche ore nei commenti televisivi come perno del sistema politico proprio a causa della liquefazione del centrodestra, viene a mancare uno dei cardini della sua credibilità: il (molto spesso presunto) contrasto a Berlusconi. Inoltre le politiche di un futuro centrosinistra, ancora ben lontano dal superare il neoliberismo compassionevole che l'ha contraddistinto per anni, sono tutt'altro che definite.
In questo senso il risultato, clamoroso solo per chi la politica la osserva solo distrattamente, del movimento a 5 stelle è quello di un fenomeno che guarda già oltre gli schemi della seconda repubblica. E' infatti prima di tutto un errore di analisi pensare che il movimento a 5 stelle sia un'espressione del voto di protesta, destinato a rientrare in canoni più classici. Nessuno dei partiti superstiti sul campo ha infatti grandi capacità di innovazione, sul piano del personale politico, delle politiche e dei linguaggi. Nel bene e nel male, Grillo si sedimenterà. La crisi, del sistema politico e del paese, ha permesso al movimento a 5 stelle di uscire dagli argini del classico partito di protesta. Anche perchè, come si vede in Germania con il partito dei pirati, la strutturazione della comunicazione politica diffusa tramite i social network permette forme di organizzazione politica che bypassano continuamente i partiti tradizionali. Forme che guardano ai cambiamenti, non solo generazionali ma anche professionali e di comportamento, ormai radicati nella società italiana. E non solo: dalla fine del secondo turno delle amministrative si entrerà in una campagna elettorale permamente, riguardante stavolta le politiche, in cui Grillo (come fenomeno da esorcizzare e come novità ormai emersa) sarà il grande protagonista in termini di spettacolo politico.
Entro una crisi epocale dell'Europa, tutto questo movimento politico a livello istituzionale non è poca cosa. La seconda repubblica, ormai rimpianta solo da pochi nostalgici di Berlusconi e Prodi, ha imboccato il viale del tramonto. Si tratta di capire cosa la sostituirà. E cosa accadrà in Europa, oltre che nel profondo della società italiana, sarà fondamentale per capirlo.
(red) 7 maggio 2012
UN INTERESSANTE ARTICOLO DI GIULIANO SANTORO PARZIALMENTE DISCORDANTE COL PRIMO MA SECONDO ME INTEGRATIVO
DA htt://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/05/08/giuliano-santoro-perche-grillo-rafforza-la-delega/
La prevedibile quanto imponente crescita del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo produce due trappole, ampiamente all’opera in queste ore.
La prima, è quella di rivendicare una sorta di “restaurazione” della rappresentanza tradizionale di fronte alla crisi della politica. Alcuni si augurano che i partiti tradizionali prima o poi riescano ad inglobare i temi e le istanze sollevati dai grillini, interpretandone le rivendicazioni, dimostrando di non aver compreso la portata della crisi della rappresentanza. Invocare il ritorno alla “normalità” dei partiti come cinghia di trasmissione tra società e istituzioni significa fare il gioco della demagogia del comico genovese.
La seconda trappola, altrettanto pericolosa, è quella di intendere il movimento carismatico di Beppe Grillo come forma, grezza eppure genuina, di nuova politica, sottovalutandone le caratteristiche autoritarie e demagogiche, la tendenza a ridurre la complessità dei fenomeni alla banalità di proposte vaghe e molto spesso ampiamente discutibili (si pensi alle sparate razziste sui migranti, alle retoriche para-liberiste sul merito e alle speculazioni sul misterioso concetto di “innovazione”). Per di più, cosa che grida vendetta e richiede un attento lavoro di decodifica e decostruzione, molti dei discorsi grillini sono costruiti vampirizzando (e banalizzando) le sperimentazioni dei movimenti sociali degli ultimi decenni.
Per non farsi ipnotizzare, bisogna guardare più alla forma che al merito del grillismo. In altre parole, se perdiamo troppo tempo passando in rassegna i vaghissimi e poco praticabili punti programmatici del partitino di Grillo, rischiamo di perdere di vista la sua vera natura, che risiede negli strumenti di costruzione del consenso, nei suoi archetipi retorici e nella sua struttura organizzativa. Solo assumendo questo punto di vista, ci rendiamo conto di quanto il Movimento 5 Stelle sia funzionale al ripristino della sovranità politica in crisi, costituisca un richiamo all’ordine uniformante sventolando la promessa di una qualche rappresentanza alle istanze sociali e dei territori per limitarsi a irreggimentarli dentro un contenitore privatistico (Grillo possiede il logo del partito e decide, a forza di epurazioni e forzature programmatiche, a chi concederlo), canalizzando la ricchezza della pluralità delle voci nella presenza individuale – oggettivamente predominante – dei monologhi del comico.
La stessa retorica della rete, tanto sbandierata per fare sfoggio di orizzontalità e apertura, viene sussunta dentro un meccanismo gerarchico e poco inclusivo, utile più a legittimare il Capo che a favorire la partecipazione. Basta leggere l’inquietante manifesto dei Cinque stelle intitolato “Siamo in guerra” (edito da Chiarelettere) firmato da Grillo col guru telematico Casaleggio, per comprendere come il web venga inteso come strumento totalizzante, con toni da chiamata alle armi ricalcati sulle tecniche motivazionali delle convention aziendali e facilonerie d’analisi sulla rete che potevano essere appena giustificabili venti anni fa, al tempo dell’entusiasmo pionieristico dei primi internauti.
Anni fa, Umberto Eco ha analizzato i meccanismi della comicità, tracciandone la stretta relazione con il concetto di delega: lo spettatore affida al comico il compito di trasgredire le regole, dal momento che lui – stando in platea – non osa mettere in discussione il contesto che le ha partorite. Così, Beppe Grillo “trasgredisce” incanalando su di sé la tensione e il disagio del suo audience. Banalmente, il suo numero non potrebbe funzionare se le “regole” che fa sfoggio di non rispettare non esistessero più. Ecco un altro motivo per il quale, a lungo andare, il suo partitino pare fatto apposta per sostenere la conservazione dell’esistente, invece che per seminare dubbi e cambiare le regole davvero. Perché se fosse normale rifornirsi in pasticceria per fare tiro a segno col primo malcapitato, nessuno riderebbe di fronte alla gag delle torte in faccia.
Giuliano Santoro
PER FINIRE, QUA SI PARLA DELLE ELEZIONI IN EUROPA, MA SE SI SEGUE IL FILO DEL DISCORSO DI CASARINI SIAMO SEMPRE CON UN OCCHIO ALL'ITALIA
La prima, è quella di rivendicare una sorta di “restaurazione” della rappresentanza tradizionale di fronte alla crisi della politica. Alcuni si augurano che i partiti tradizionali prima o poi riescano ad inglobare i temi e le istanze sollevati dai grillini, interpretandone le rivendicazioni, dimostrando di non aver compreso la portata della crisi della rappresentanza. Invocare il ritorno alla “normalità” dei partiti come cinghia di trasmissione tra società e istituzioni significa fare il gioco della demagogia del comico genovese.
La seconda trappola, altrettanto pericolosa, è quella di intendere il movimento carismatico di Beppe Grillo come forma, grezza eppure genuina, di nuova politica, sottovalutandone le caratteristiche autoritarie e demagogiche, la tendenza a ridurre la complessità dei fenomeni alla banalità di proposte vaghe e molto spesso ampiamente discutibili (si pensi alle sparate razziste sui migranti, alle retoriche para-liberiste sul merito e alle speculazioni sul misterioso concetto di “innovazione”). Per di più, cosa che grida vendetta e richiede un attento lavoro di decodifica e decostruzione, molti dei discorsi grillini sono costruiti vampirizzando (e banalizzando) le sperimentazioni dei movimenti sociali degli ultimi decenni.
Per non farsi ipnotizzare, bisogna guardare più alla forma che al merito del grillismo. In altre parole, se perdiamo troppo tempo passando in rassegna i vaghissimi e poco praticabili punti programmatici del partitino di Grillo, rischiamo di perdere di vista la sua vera natura, che risiede negli strumenti di costruzione del consenso, nei suoi archetipi retorici e nella sua struttura organizzativa. Solo assumendo questo punto di vista, ci rendiamo conto di quanto il Movimento 5 Stelle sia funzionale al ripristino della sovranità politica in crisi, costituisca un richiamo all’ordine uniformante sventolando la promessa di una qualche rappresentanza alle istanze sociali e dei territori per limitarsi a irreggimentarli dentro un contenitore privatistico (Grillo possiede il logo del partito e decide, a forza di epurazioni e forzature programmatiche, a chi concederlo), canalizzando la ricchezza della pluralità delle voci nella presenza individuale – oggettivamente predominante – dei monologhi del comico.
La stessa retorica della rete, tanto sbandierata per fare sfoggio di orizzontalità e apertura, viene sussunta dentro un meccanismo gerarchico e poco inclusivo, utile più a legittimare il Capo che a favorire la partecipazione. Basta leggere l’inquietante manifesto dei Cinque stelle intitolato “Siamo in guerra” (edito da Chiarelettere) firmato da Grillo col guru telematico Casaleggio, per comprendere come il web venga inteso come strumento totalizzante, con toni da chiamata alle armi ricalcati sulle tecniche motivazionali delle convention aziendali e facilonerie d’analisi sulla rete che potevano essere appena giustificabili venti anni fa, al tempo dell’entusiasmo pionieristico dei primi internauti.
Anni fa, Umberto Eco ha analizzato i meccanismi della comicità, tracciandone la stretta relazione con il concetto di delega: lo spettatore affida al comico il compito di trasgredire le regole, dal momento che lui – stando in platea – non osa mettere in discussione il contesto che le ha partorite. Così, Beppe Grillo “trasgredisce” incanalando su di sé la tensione e il disagio del suo audience. Banalmente, il suo numero non potrebbe funzionare se le “regole” che fa sfoggio di non rispettare non esistessero più. Ecco un altro motivo per il quale, a lungo andare, il suo partitino pare fatto apposta per sostenere la conservazione dell’esistente, invece che per seminare dubbi e cambiare le regole davvero. Perché se fosse normale rifornirsi in pasticceria per fare tiro a segno col primo malcapitato, nessuno riderebbe di fronte alla gag delle torte in faccia.
Giuliano Santoro
PER FINIRE, QUA SI PARLA DELLE ELEZIONI IN EUROPA, MA SE SI SEGUE IL FILO DEL DISCORSO DI CASARINI SIAMO SEMPRE CON UN OCCHIO ALL'ITALIA
Trans Europa Express
di Luca Casarini
Le elezioni francesi e greche mandano un messaggio chiaro: sta crescendo l’opposizione alle politiche di austerity e del massacro sociale sperimentate in questi mesi dai tecnocrati della governance amministrativa autoritaria che domina lo spazio europeo.
Si è rotto quindi, quel limbo nel quale erano precipitate, immobili ed inerti, le soggettività politiche intese come variabile e alternativa allo stato di cose presenti. Chiunque, dalla Francia alla Grecia, ha raccolto consensi, da destra a sinistra, lo ha fatto a partire da un no, da un rifiuto dell’idea che esista una unica strada possibile per affrontare la crisi, ed essendo essa una ed oggettiva, è neutra ed appartiene alla tecnica e non alla politica.
La Grecia è stata il laboratorio materiale, dove sono state utilizzate cavie umane, più avanzato delle tecniche di governance incentrate sull’austyerity e sulla distruzione del welfare. La risposta in queste elezioni, oltre che dalle piazze, l’hanno data quel 70% di cittadini che in ogni caso non hanno mai creduto che l’uscita dall’europa fosse un’opzione centrale nel tornare a riconquistare un minimo di serenità.
Hanno quasi demolito, con il voto, quel macigno granitico rappresentato dai due partiti maggiori, il Pasok e Nova Demokratia, che hanno invece centrato tutta la loro azione politica sul rispetto delle imposizioni che giungevano dalla troika e in particolare dalla Bce. Che significa questo dunque? Che nella società greca, ma anche in quella francese se è vero che la guida dell’eliseo è stata decisa più da un referendum sulle politiche europee che da una scelta tutta interna, si fa strada l’idea che bisogna opporsi, resistere e contrastare la tecnocrazia, ma che l’unico spazio possibile per riuscire a vincere contro di essa e contro la crisi, è lo spazio europeo.
E’ una europa che oggi non esiste, una terra di nessuno striata dalle scorribande delle lobbies finanziarie e militar-industriali, infangata dalla corruzione della politica istituzionale servile e succube dei grandi trust di interessi e della rendita, ma è al tempo stesso lo spazio politico dove potenzialmente nuove idee sull’economia, sulla democrazia, sul rapporto tra sollevazioni e resistenze al sistema della crisi capitalistica e progettualità di nuova società, possono incontrarsi, possono legarsi tra loro, e creare una forza d’urto efficace.
Naturalmente, come tutti i big bang, i pezzi vanno da tutte le parti, e l’ordine in cui si ricompongono non è determinabile a prescindere. Il 7% ai neonazisti in Grecia, e il ruolo determinante della Le Pen nella vicenda francese, sono lì a ricordarci che l’europa può diventare anche lo spazio dei populismi aggressivi, xenofobi, pericolosi. Quello che fino ad ora abbiamo conosciuto, da Haider alla Lega, fa ridere rispetto a ciò che accade in Olanda o oggi nel parlamento ateniese. Quando finalmente si rompe l’illusione tecnocratica, come è accaduto ora, può succedere che a prendere spazio sia questo tipo di populismi, di fascismi, perché il terreno della crisi materiale è immediatamente il loro terreno.
Se le elezioni fotografano questa situazione, che riapre i giochi dal punto di vista delle politiche di governance sull’europa, dobbiamo sfruttarla innanzitutto per creare gli anticorpi sociali e culturali che servono ad evitare che lo spazio se lo prendano, contro la nuova europa, i nuovi fascisti e nazisti. “Né di destra né di sinistra” si dichiarano invece, e hanno successo in tutta europa in versione geek o folk, quelli della concezione “tecnica” della democrazia, “legalitaria” della giustizia, “scientifica” della protezione ambientale,” individualistica” dei diritti.
In una parola, quella che viene definita “antipolitica” e che in realtà non lo è: è la forma che può prendere la destra culturale e sociale quando in campo non vi sono credibili utopie di rivoluzione, di cambiamento radicale. Perché è proprio l’antipolitica che alla lunga salva il sistema, con la richiesta che esso funzioni meglio.
7 commenti:
SONO BRUNACCIO.
Come detto, gli articoli sono al solito una traccia per farci un'idea sulle elezioni, ma chi, come Tarantino ha detto ieri, ha piacere di commentare indipendentemente dagli articoli, può farlo, anzi è caldamente invitato a farlo.
Io butto là velocemente alcuni spunti di minima in relazione agli articoli: concordo con Casarini sul fenomeno tutto politico di Grillo, così come ritengo i primi due articoli molto integrativi, soprattutto assai interessante il secondo, quello di Giuliano Santoro, sul grillismo che prende parole dai movimenti per incanalarli in una dimensione privata, quasi aziendale, e totalmente estranea alla lotta di classe sino alla rivalutazione del fascismo.
Qua mi fermo, perchè vorrei chiarirmi le idee in generale -cioè oltre Grillo, o, se si vuol stare a Grillo, andare oltre quel che già è stato espresso qua... e in proposito sarebbe interessante parlare del M5S (...sembra un'arma in questa sigla!!!) aldilà di Grillo- tramite gli interventi di chi avrà piacere a dir la sua.
Oltre che alla protesta singola ( vedi lega elezioni 2008)il movimento di grillo è riuscito ad incanalare tutta o molta gente stanca e quindi lamentevole del sistema catalizatore di Berlusconi, sfruttando la rete per propagandere le sue idee utopiche o no secondo me rappresetna un punto di rottura con la vecchia establishment partendo dal basso e con la sua campagna che dura oramai da 5-6 anni è riuscita a "rubare" pezzi di elettorato ai partiti e pezzi di militanza dai spazi sociali, le nuove generazioni paradossalmente sono più attirate dal "nuovo vecchio" (usato gatrantito non è un termine avallabile per Grillo) piuttosto che da un centro sociale è un dato che potrebbe far riflettere.
Il linguaggio spesso è lo stesso dei movimenti sociali tranne che poi discostarsi nell'ideologia e nelle pratiche.
Coinmvolgendo gente in rete è riuscito a mettere su un baraccone bne strotturato con pochi principi base ma che devono essere rispettati, come buona politica insegna.
Ora chiaramente visto che il punto di rottura delle amministrative è chiaro ed evidente, bisogna aspettare qualche mese per vedere come si prepareranno alle politche e la gente come si preparerà e ricevere il loro candidato e le loro idee su scala nazionale e bisogna anche aspettarsi la risposta mediatica ( più che poilitica penso) dei grandi partiti (inesistenti) italiani.
Trovo a mio giudizio quindi un pò forzato l'articolo di Santoro certo Grillo non ne un messia e nemmeno un guru però denigrare tutto ciò che fa e trattarlo allo stesso modo che fanno i partiti sicuramente rafforza i consensi nel suo movimento (infatti le risposte sono tutte contrarie all'articolo è non penso che i lettori di micromega siano dei liberali, liberisti o tanto meno fascisti).
La mia ipotesi cercando poi di riagganciarmi all'articolo di Casarini le elezioni fracesi e greche hanno datto un segnale di antieuropeismo e forse come nel caso del Belgio di autogestione del territorio da parte del popolo (infatti prima di Di Rupo il Belgio è stato un anno e mezzo circa senza governo e la crescita del fantomatico pil è stata assai netta credo quasi 2 punti percentuali).
Questo potrebbe essere tutto a vantaggio di Grillo e dei suoi seguaci e perchè no anche degli estremismi di Destra, visto che la sinistra italiana e molto distaccata e non vedo spinte come quelle greche fatte da Syrizia...
EDOARDO
Non mi piace per niente tutto questo accanimento analitico nei confronti del movimento 5 stelle. Lo trovo molto funzionale alla difesa del sistema partitico attuale, ovvero dei dinosauri del paleozoico che non hanno la minima intenzione di estinguersi nonostante siano passate ere geologiche e diverse catastrofi “naturali”. Ed io non ho alcuna voglia di difenderli, soprattutto il Partito Democratico, colpevole assoluto della denaturazione della sinistra storica italiana, complice a tutti gli effetti delle politiche sfrenate neoliberiste e dello smantellamento dello stato sociale. Parto da un presupposto prima di affrontare la diatriba dialettica. Se parliamo di elezioni ci dobbiamo relazionare dentro questo sistema economico e decisionale. Quindi ogni tipo di analisi fatta dentro questo contesto è “funzionale al sistema”, diversamente dovremmo contestare qualsiasi tipo di esercizio del sistema elettorale. Non credo sia il caso nostro, non siamo dei rivoluzionari.
Il successo di Grillo è, dal punto di vista numerico, strettamente legato allo sfascio del PDL e della Lega da una parte, e dalla mancanza di fiducia nei carrozzoni del centrosinistra dall’altra. Il PDL morirà presto per il semplice motivo che non ha mai avuto una base. Il suo consenso è stato esclusivamente televisivo attraverso un assiduo bombardamento mediatico e legato ad una sola persona. Chi ci girava realmente in realtà erano i soliti pochi, faccendieri, affaristi, aventi come ultimo scopo quello di arricchire se stessi e i propri sponsor, con ogni mezzo legale e, soprattutto, illegale. Hanno fatto i loro comodi facendo credere ad una massa lontana anni luce da loro che chiunque avrebbe potuto fare la scalata sociale nel libero mercato, seminando insicurezza da una parte e garantendo ordine pubblico dall’altra. I recenti fatti di cronaca giudiziaria che hanno coinvolto molti di loro hanno indignato l’elettorato tanto da farlo virare verso il M5S. Prendiamo Parma. Dopo lo scandalo delle tangenti della giunta del PDL, teoricamente la sinistra doveva avere un plebiscito. In realtà si trova al ballottaggio con il M5S. I voti della pseudo base del PDL sono passati al M5S.
Poi ci sono i voti della sinistra delusa. E qui parlo in prima persona. Tolta una buona fetta di stolti che crede ancora che il PD sia l’erede del PCI, che ritiene un valore nel 2012 il centralismo democratico e non la partecipazione dal basso, che dentro il partito ha il minutissimo tornaconto, c’è una massa di gente che non da alcuna fiducia al centrosinistra come alternativa. Come non dargli torto. Andando a ritroso solo di qualche mese, ci troviamo di fronte ad un partito che sostiene Monti e le politiche bancarie, che ha messo in costituzione il pareggio in bilancio, che ha smantellato l’articolo 18, che ha votato contro i tagli alle superpensioni di manager e senatori. Un partito coinvolto anch’egli in scandali giudiziari, anche molto gravi (Luzi e Penati).
Mi fermo qui per problemi di stomaco. Ditemi voi cosa c’è di sinistra in questo schifo. Io sono stufo. Sono stufo di vedere a sinistra del PD questa frammentazione, funzionale quasi sempre allo sesso PD. Se si sommassero i voti di tutto ciò che c’è alla sua sinistra, oggi parleremmo di una realtà politica oltre il 10%, più della lega e quanto il PDL, con punte anche più alte in alcune zone. Invece fanno i satelliti funzionali ai carrozzoni, per avere una poltrona dentro la quale non contano nulla. Portano avanti slogan, argomenti e concetti dei movimenti ma dentro le istituzioni puntualmente li tradiscono. Sono 15 anni che mi prendono per il culo. Partirei da quest’ultimo discorso per affrontare il caso Grillo ovvero una sana ed onestà autocritica, che si concluda magari in qualcosa di costruttivo.
Tarantino
Personalmente non temo affatto il fenomeno Grillo, ne lo sostengo e non lo sosterrò mai. Lo guardo spesso con simpatia per ¾ delle cose che sostengono. Gli riconosco anche l’onore delle armi. Per andare da soli alle elezioni, raccogliere tutti quei consensi e addirittura arrivare in alcuni casi al ballottaggio, senza i soldi ed il potere che hanno i partiti, ci vogliono le palle. Altro che le filastrocche di Vendola che non dicono un cazzo.
Tarantino
SONO BRUNACCIO.
Un dato è certo: senza la pochezza a sinistra del Pd, come dice bene Tarantino, Grillo non sarebbe andato da nessuna parte, tuttavia è evidente che, proprio per questo, è lui il principale soggetto da analizzare, visto che sul resto siamo d'accordo.
Io sono d'accordo con l'analisi su Grillo fatta da Santoro perchè è l'esatto opposto della partecipazione dal basso (partecipazione dal basso che teoricamente sarebbe alla base di un centralismo democratico correttamente inteso, ma qua ora sarebbe questione troppo lunga), visto che tutto si gioca sul marchio in franchising che lui imprime al movimento e che è una sorta di investitura dall'alto che ha poco a che fare con qualsiasi tipo di decisione collettiva.
Ciò detto, Grillo ha le palle a presentari da solo?
Non saprei...lui gioca tutto su quello e forse uno così avrebbe mostrato più palle scendendo ad un reale confronto, che tanto, e lui lo sa bene, prima o poi dovrà sostenere o con alleanze o con appoggi esterni, a meno che non pensi di prendere il 51% dei voti da solo, o almeno io non vedo altra soluzione.
Io a proposito di Grillo non parlerei di coraggio, quanto di grossa scaltrezza nel muoversi, e un personalismo tale da arrivare alla malafede, perchè Grillo è troppo intelligente per non sapere che lui non fa altro -e questa è politica, non antipolitica- che togliere e normalizzare spinte di tipo radicale dentro la società reintroducendole in una solita cornice di diatriba dialettica tra capetti.
E lui è troppo intelligente per non saperlo...
SONO BRUNACCIO
Vorrei fare una piccola precisazione, più che sul centralismo democratico, sul discorso del rivoluzionario che in quanto tale dovrebbe aborrire il sistema elettorale.
Credo che il termine più adatto per chi opera questa scelta sia 'massimalista' più che 'rivoluzionario'.
Il 'massimalista' è certamente, almeno nei suoi intenti, rivoluzionario ma pensa che alla rivoluzione si possa arrivare solo boicottando il sistema, spesso adottando la logica del 'tanto peggio tanto meglio'; il rivoluzionario in senso leninista e gramsciano sa che la rivoluzione si può fare solo ove le condizioni la consentano -e sostanzialmente Lenin ne formalizzò tre: forbice spropositata della ricchezza, stato antidemocratico, passaggio di consistente parte delle forze armate tra i rivoluzionari...ma ovviamente, non essendo noi dogmatici, questi tre punti potrebbero essere rivisti e integrati-, altrimenti è necessario promuovere il miglioramento economico, sociale e culturale delle classi subalterne (perchè senza di esso mai sarà possibile la coscienza rivoluzionaria) anche col sistema elettorale.
Per cui -e io in questo senso tutto politico (perchè poi giudicarsi sul personale è difficile, visto che il rivoluzionario per essere tale deve evere enorme coraggio e dedizione) mi sento un rivoluzionario- si può essere rivoluzionari senza essere massimalista (e parlo da ex massimalista estremo, ma capace di autocritica davanti alla Storia).
Ciao, riesco a scrivere qualcosa solo ora…Sulle elezioni sono d’accordo con tarantino quando dice che molti dei voti del PDL sono finiti a Grillo, l’avevo già anticipato nel mio breve commento di ierilaltro, è indiscutibile visti i numeri. A meno che non si pensi che tutti coloro che prima non votavano abbiano votato grillo e tutti coloro che votavano a DX non sono andati a votare. Che ci sia stato uno scambio di tal genere mi pare troppo assurdo. Poi che anche dal PD ci possa essere stata un certa diaspora di voti verso i 5stelle mi pare abbastanza plausibile ma non determinante nel risultato. Il problema è che fino a che grillo parla di casta e ambiente raccoglie consensi trasversali, diverso sarà quando, presentandosi alle politiche del prossimo anno, dovrà obbligatoriamente essere un tantino più preciso su altri temi: lavoro, immigrazione, welfare… comunque aldilà di questo, e a conferma di quanto dicevo prima, ho potuto constatare attorno a me una crescita di consensi verso grillo davvero eterogenea, a partire dai familiari sino ai semplici conoscenti, ma anche da parte di persone che potevo reputare a me più affini. Significa qualcosa? Bèh sì, intanto che il messaggio diretto del nuovo imbonitore funziona tanto quanto quello del vecchio imbonitore (quello che ci ha governato per una decina d’anni per capirci), questo perché il messaggio, o forse lo slogan, che arriva prima è quello che scuote la pancia della gente. e poi credo anche la gente ci creda veramente al fatto di fare politica non da professionisti, di dare il suo contributo di onestà in mezzo a tanta mmerda. Mi son fatto l’idea che molti dei grillini, quelli veramente attivi sui territori, abbiano preso la loro missione in maniera pura, quasi da boy-scout. Molte di queste persone sono state anche molto attive verso cause che anche noi abbiamo appoggiato (la NOtav su tutte), e alla fine si sono appoggiate verso l’unica sponda che ha preso la direzione di entrare in politica, il 5stelle. Quello che non capisco è come questa gente non si renda conto di essere entrata in una specie di gioco di ruolo, dove pensano di avere autonomia in un movimento che non nasce autonomo. Come dice l’articolo di Santoro, grillo possiede il suo marchio, e lo gestisce come gli pare. A questo punto il mov5stelle, per essere perfetto, dovrebbe, attraverso la rete, scomunicare il suo padrone, darsi un nuovo statuto e dar vita al mov6stelle, libero e democratico…succederà??? djordji
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