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domenica 6 maggio 2012

SUNDAY MAGAZINE

LETTERA DEL PRIGIONERO PALESTINESE MOHAMMAD BRASH DALLA PRIGIONE ISRAELIANA DI AISHEL

Non dite a mia madre che sono diventato cieco.
Quando viene a trovarmi,
lei non sa che sono diventato cieco
... dopo che i miei occhi si sono ammalati e
il buio ha invaso il mio corpo.
Lei mi vede ma io non la vedo.
Le sorrido da dietro la rete di ferro
e faccio finta di vederla
quando mi mostra le fotografie dei miei fratelli,
dei miei amici e dei nostri vicini.


 Non ditele che sono anni che aspetto un’operazione
per avere una cornea nuova
e che sono anni che la direzione del carcere rimanda,
rimanda e poi rimanda ancora
dando ai miei occhi tutte le ragioni
per dimenticare la luce del giorno.
Non raccontatele del mio corpo segnato da ricami di schegge di piombo,
né che il mio piede sinistro è stato amputato
e sostituito da uno posticcio
mentre quello destro è già ammuffito e si sta distaccando dalla vita.
Non raccontatele come un prigioniero perde la cognizione dei sentimenti
più elementari, condannato a vedere soltanto ferri e cenere
e mai il bianco radioso
e i cavalli sellati dal silenzio
che guidano verso la speranza.
Ditele che sono vivo, che sono sano, che i miei occhi vedono,
che cammino, corro, gioco, salto, scrivo e leggo…
Trascino il mio dolore su queste stampelle
e sono con mio fratello martire,ora in cielo,
e lo sento chiamarmi con la forza del tuono e del fulmine…
Non ditele che non conosco più il sonno
che mi nutro di sedativi per intorpidire le mie membra…
che quando mi muovo per cercare le mie cose sbatto
contro le sbarre o il corpo di un altro prigioniero
che dorme accanto a me e si alza
per aiutarmi ad andare in bagno…
Stare sveglio mi addolora e il sonno mi ha abbandonato
Non dite a mia madre della polvere da sparo che mi è entrata negli occhi
riempiendoli di sangue, sulla strada del campo
in quel pomeriggio feroce
quando i cecchini mi hanno scelto come bersaglio
facendo volare il mio piede lontano.
Prima che il buio mi inghiottisse, si è impressa nei miei occhi
l’immagine di un bambino
che mi correva incontro, portando una bandiera,
e gridava: “Martire! Martire!”
Ditele che non mi basta sognarla,
che sono straziato dalla nostalgia di lei,
che incido segni sul muro per ricordarla e
dimenticare i miei dolori e l’oscurità che mi avvolge.
Ditele che seguo l’ascesa della sua preghiera fino a toccare il cielo,
mi fermo e poi a malincuore ritorno
per non ferirla con la mia morte
ma rimango sulla porta come se avessi già scelto il mio domani.
Non dite a mia madre che Israele del ventunesimo secolo
ha trasformato le carceri in laboratori sperimentali
dove coltivare malattie che consumano i nostri corpi
lentamente come si strugge la cera delle candele.
Non ditele che ho già imparato i nomi di tutte le malattie più strane
e delle medicine più bizzarre
e che conosco il sapore di tutti gli anestetici
che sono costretto a inghiottire
mentre osservo il corpo di Zakarya Issa, amico e fratello,
scivolare prima di me nella vita senza vita di un lungo coma.
Non raccontate a mia madre dei malati
e delle malattie che accendono nei loro corpi guerre e follia:
Ahmad Abu Il-Rub,
Khaled Al-Shawish,
Ahmad Al-Najjar,
Mansour Mauqadeh,
Akram Mansour,
Ahmad Samarah,
Wafa’ Il-Bis,
Rima Daragmeh,Tareq Asy,
Motasem Raddad,
Ryad Il-O’mor,
Yasser Nazzal,
Ashraf Abu Dree,
Jihad Abu Hanyeh

tutti massacrati dal carcere e dalla malattia,
che uno stato arrogante capace soltanto
a dispensare morte e funerali,
ci infligge.
Ditele che solo trenta porte mi separano
dalla porta di casa
e che avanzo di un passo ogni volta che vola un uccello,
ditele che il fuoco mi avvampa gli occhi,
il filo spinato mi trafigge il petto
e che mi rifugio nel suo cuore e nelle sue preghiere.

Fonte : http://www.antimperialista.it/

- Agenzia stampa Infopal











I bambini dal Saehl ai bastioni periferici delle metropoli dell’OccidentePrima Parte

La vita è tutta intorno.
Spunta da tutte le parti come il vento come il grano come l’aria. Ed è logico che faccia ammuina, la vita. E per quanto tu o chicchessia volete tenerla a freno o stutarla un po’, giusto per riposare o fare due conti, ricaricarti e goderla di più, la vita tiene l’arteteca; sboccia come i fiori in primavera o le nuvole gonfie e cariche nei mesi delle piogge, frenetica scorre, scorre come un fiume in piena.

I bambini sono la vita che non si ferma mai. I bambini sono come gli uccelli e le foglie, sono attaccati agli alberi e non ne vogliono sapere di andare via, almeno finché vivono.
Perché si sa che certi bambini, più di altri, anche loro attaccatissimi ai rami e alle radici degli alberi legatissimi ai rami e alle radici degli alberi, muoiono come quelle mosche che spesso volano intorno ai loro occhi, bocca e labbra.

Certi bambini hanno sete e a loro è negata anche l’acqua. Sappiamo che le mosche hanno sempre interesse a ronzare attorno e sopra e dentro i loro corpi indifesi come tutti i cuccioli della terra.
Questi bambini pagano con la loro vita; la vita che deve andare così come se fosse stata scritta in un libro importante che nessuno può cambiare né riscrivere. Ci sono libri in quantità industriale che l’industria sforna ogni giorno, ma ci sono libri che mai nessuno di questi bambini scriverà, nemmeno quello che ce l’ha fatta a non morire di sete di fame di miseria e povertà. Soltanto i bambini però potranno scrivere di quel libro in cui gli adulti hanno dimenticato il dolore, la privazione e la sofferenza che quasi sempre alimenterà l’odio e ancor più indifferenza.

Io sono il fratello di uno di questi bambini. I miei fratelli piccoli sono morti tutti. Solo il ricordo li tiene in vita. Io sono uno di quelli, e ho anche un nome, che ha capito come fare a non morire.
Io odio la morte, a me la morte mi fa schifo. Io vivo insieme alla morte, ma non ho paura di lei. Odio e schifo la morte. Anzi, proprio per questo, ogni giorno e ogni ora, sfido la morte.

Ho usato le mie lacrime, la malinconia del mare e quella delle lande desolate, i miei occhi sorridenti e in certi momenti lo sguardo intenso da rasentare la condizione surreale delle macerie umane. E anche il mio sorriso supersite, l’agonia dei giorni a seguire e la mia voglia di giocare.
Giocavo, piangevo e mangiavo. E senza saperlo ho imparato la guerra nel prendermi più di chiunque altro bambino quel poco che arrivava dalla nostra terra e l’altrui benevole carità.
Seconda Parte
Ho capito che se voglio continuare a giocare, perché a me piace soltanto giocare insieme agli altri bambini, dovevo mangiare, mangiare più di quanto arrivava, ma dovevo prendermelo dagli altri bambini. Quello che arrivava quando arrivava era sempre poco. Certo non lo facevo in maniera esagerata, ma se su dieci o venti o trenta prendi un boccone da ognuno, il gioco è fatto. Perciò ho imparato a fregare le mosche. E le mosche ti fanno capire sempre chi è il più debole. Le mosche volano sulla merda e sul corpo del più debole; il debole, quello che non mangia piace alle mosche.

Io ho preso più bocconi e acqua ai miei fratelli e ai miei amici. Qui, fratelli, sorelle e amici sono molti, proprio come le mosche. Le mosche ronzano, scappano, poi si appoggiano dove c’è da mangiare.

La vita è bella, ma non per tutti. La vita è una giungla anche sull’asfalto, i palazzoni e lo squallore.
A me mi piace giocare e inventare i giochi; mi piace fare il vento di terra, andare in bicicletta e giocare a pallone e nei contrasti sono leale e feroce e, se spacco una gamba a un avversario non è colpa mia, vuol dire che le mie ossa sono forti perché ho mangiato e gli altri no. Il pallone me lo porto a letto e quando esco fuori è sempre tra i miei piedi, ma ci sono miei amici, piccoli quanto me che imbracciano fucile, pistola e mitraglia.

Adesso devo andare.
Sono venuti a chiamarmi fuori dalla porta della capanna e dal basso e qualcuno, ridendo, dice:
- La capanna dello zio Tom -
-Esci – gridano.
-Andiamo a giocare -
E quando giochiamo dimentichiamo i morsi della fame. E’ di sera e di notte che molti di noi, anche se stanchi per quel che abbiamo combinato tutto il giorno, che i nostri padri non fanno ritorno a casa e scappano. O vanno dietro un'altra donna, si ubriacano, si ubriacano per dimenticare se stessi e la propria vigliaccheria e sofferenza. E in mancanza di vino e altro, dormono e non li sveglia né il rumore delle armi né il ruggito del leone né l’aggirarsi famelico delle iene e il rombo dei motori.

I nostri padri, quando non dormono e non sono travolti dal dolore, si tappano le orecchie con la cera o la resina. A noi ci stringono, ci riempiono di carezze e piangono nel buio del silenzio le nostre mamme con le zizze secche e senza più latte. Ci attacchiamo al ricordo e succhiamo; succhiamo, mentre molti di noi, ma anche molte di loro, se non ci hanno abbandonate per la disperazione e la follia, muoiono con le carezze del calore e i capezzoli in bocca. Troppo presto sognati. E perduti.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Roberta
Buona Domenica...che dire, queste parole amarissime si commentano da sole...

Anonimo ha detto...

I bambini dal Saehl ai bastioni periferici delle metropoli dell’Occidente


Prima Parte


La vita è tutta intorno.
Spunta da tutte le parti come il vento come il grano come l’aria. Ed è logico che faccia ammuina, la vita. E per quanto tu o chicchessia volete tenerla a freno o stutarla un po’, giusto per riposare o fare due conti, ricaricarti e goderla di più, la vita tiene l’arteteca; sboccia come i fiori in primavera o le nuvole gonfie e cariche nei mesi delle piogge, frenetica scorre, scorre come un fiume in piena.

I bambini sono la vita che non si ferma mai. I bambini sono come gli uccelli e le foglie, sono attaccati agli alberi e non ne vogliono sapere di andare via, almeno finché vivono.
Perché si sa che certi bambini, più di altri, anche loro attaccatissimi ai rami e alle radici degli alberi legatissimi ai rami e alle radici degli alberi, muoiono come quelle mosche che spesso volano intorno ai loro occhi, bocca e labbra.

Certi bambini hanno sete e a loro è negata anche l’acqua. Sappiamo che le mosche hanno sempre interesse a ronzare attorno e sopra e dentro i loro corpi indifesi come tutti i cuccioli della terra.
Questi bambini pagano con la loro vita; la vita che deve andare così come se fosse stata scritta in un libro importante che nessuno può cambiare né riscrivere. Ci sono libri in quantità industriale che l’industria sforna ogni giorno, ma ci sono libri che mai nessuno di questi bambini scriverà, nemmeno quello che ce l’ha fatta a non morire di sete di fame di miseria e povertà. Soltanto i bambini però potranno scrivere di quel libro in cui gli adulti hanno dimenticato il dolore, la privazione e la sofferenza che quasi sempre alimenterà l’odio e ancor più indifferenza.

Io sono il fratello di uno di questi bambini. I miei fratelli piccoli sono morti tutti. Solo il ricordo li tiene in vita. Io sono uno di quelli, e ho anche un nome, che ha capito come fare a non morire.
Io odio la morte, a me la morte mi fa schifo. Io vivo insieme alla morte, ma non ho paura di lei. Odio e schifo la morte. Anzi, proprio per questo, ogni giorno e ogni ora, sfido la morte.

Ho usato le mie lacrime, la malinconia del mare e quella delle lande desolate, i miei occhi sorridenti e in certi momenti lo sguardo intenso da rasentare la condizione surreale delle macerie umane. E anche il mio sorriso supersite, l’agonia dei giorni a seguire e la mia voglia di giocare.
Giocavo, piangevo e mangiavo. E senza saperlo ho imparato la guerra nel prendermi più di chiunque altro bambino quel poco che arrivava dalla nostra terra e l’altrui benevole carità.

Anonimo ha detto...

Seconda Parte


Ho capito che se voglio continuare a giocare, perché a me piace soltanto giocare insieme agli altri bambini, dovevo mangiare, mangiare più di quanto arrivava, ma dovevo prendermelo dagli altri bambini. Quello che arrivava quando arrivava era sempre poco. Certo non lo facevo in maniera esagerata, ma se su dieci o venti o trenta prendi un boccone da ognuno, il gioco è fatto. Perciò ho imparato a fregare le mosche. E le mosche ti fanno capire sempre chi è il più debole. Le mosche volano sulla merda e sul corpo del più debole; il debole, quello che non mangia piace alle mosche.

Io ho preso più bocconi e acqua ai miei fratelli e ai miei amici. Qui, fratelli, sorelle e amici sono molti, proprio come le mosche. Le mosche ronzano, scappano, poi si appoggiano dove c’è da mangiare.

La vita è bella, ma non per tutti. La vita è una giungla anche sull’asfalto, i palazzoni e lo squallore.
A me mi piace giocare e inventare i giochi; mi piace fare il vento di terra, andare in bicicletta e giocare a pallone e nei contrasti sono leale e feroce e, se spacco una gamba a un avversario non è colpa mia, vuol dire che le mie ossa sono forti perché ho mangiato e gli altri no. Il pallone me lo porto a letto e quando esco fuori è sempre tra i miei piedi, ma ci sono miei amici, piccoli quanto me che imbracciano fucile, pistola e mitraglia.

Adesso devo andare.
Sono venuti a chiamarmi fuori dalla porta della capanna e dal basso e qualcuno, ridendo, dice:
- La capanna dello zio Tom -
-Esci – gridano.
-Andiamo a giocare -
E quando giochiamo dimentichiamo i morsi della fame. E’ di sera e di notte che molti di noi, anche se stanchi per quel che abbiamo combinato tutto il giorno, che i nostri padri non fanno ritorno a casa e scappano. O vanno dietro un'altra donna, si ubriacano, si ubriacano per dimenticare se stessi e la propria vigliaccheria e sofferenza. E in mancanza di vino e altro, dormono e non li sveglia né il rumore delle armi né il ruggito del leone né l’aggirarsi famelico delle iene e il rombo dei motori.

I nostri padri, quando non dormono e non sono travolti dal dolore, si tappano le orecchie con la cera o la resina. A noi ci stringono, ci riempiono di carezze e piangono nel buio del silenzio le nostre mamme con le zizze secche e senza più latte. Ci attacchiamo al ricordo e succhiamo; succhiamo, mentre molti di noi, ma anche molte di loro, se non ci hanno abbandonate per la disperazione e la follia, muoiono con le carezze del calore e i capezzoli in bocca. Troppo presto sognati. E perduti.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Sei sempre il numero uno, Transit!!!