
CITTA' VECCHIA
Spesso, per ritornare alla mia casa prendo un'oscura via di città vecchia. Giallo in qualche pozzanghera si specchia qualche fanale, e affollata è la strada. Qui tra la gente che viene che va dall'osteria alla casa o al lupanare, dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare, io ritrovo, passando, l'infinito nell'umiltà. Qui prostituta e marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega, il dragone che siede alla bottega del friggitore, la tumultuante giovane impazzita d'amore, sono tutte creature della vita e del dolore; s'agita in esse, come in me, il Signore. Qui degli umili sento in compagnia il mio pensiero farsi più puro dove più turpe è la via.
(Umberto Saba)

L’uomo che piangeva fuori gli uffici di Equitalia
Il passato nei vicoli della città vecchia torna sempre. E si aggira guizzando nel mare lontano nei piani dei grattacieli. La memoria come un fantasma. In carne e ossa i fantasmi dalle facce grigie e scure. Nello scuro delle linee delle vene i tragitti, i percorsi, le scarpe, le mani. Le strade desolate.
E’ lo spettro del comunismo, azzarda a pensare nella propria testa qualcuno. E’ solo qualcuno come un pesce nel mare, eppure isolato. Ma quale spettro del comunismo, pensa tra sé un altro.
Il comunismo è morto e basta.
Il comunismo ha bisogno di gambe su cui camminare.
Il comunismo è anacronistico sulla faccia della terra dopo alcuni tentativi?
L’implosione e la morte diagnosticata e accertata dell’Urss non vi dice e non vi ha insegnato niente? E Cuba allo stremo? E la casamatta della Corea e la Cina in cui trionfa il capitalismo?
Avete in testa la cecità della ragione.
Vi dichiarate dei materialisti, ma che bravi.
Eppure le analisi del fallimento latitano così come la capacità di unire le masse proletarie.
Nei vicoli e nei bassi della città di mare rumoreggia il mare. E’ più forte dei motori, degli spari, della miseria che si aggira ammantata delle solite parole. E’ un vestito lacero, rattoppato, liso.
E poi, vogliamo dirla tutta? Quello, quello intervistato in Tv è solo un poveraccio. Lui vuole risolvere il suo problema. Il poveraccio, sarà grato e devoto solo a chi gli può risolvere il problema, cioè il pagamento della cartella esattoriale. Il resto sono solo chiacchiere e nient’altro. Poi chi si è visto si è visto. Un prete, un miracolo al gioco del lotto, un benefattore, una dama di carità, o lo Stato che comprende le difficoltà di un proprio figlio più povero di altri miserabili, va bene, purché si risolva la questione del mancato pagamento di una delle tante cartelle esattoriali.
Ma i poveri, gli emarginati, i disoccupati, i precari alla canna del gas, gli operai licenziati, i pensionanti e gli sbandati senza fissa dimora a chi devono guardare, una massa di individui sempre più ai margini e senza nessuna tutela a chi devono guardare come punto di riferimento per riscattarsi, alla Chiesa, al fascismo seminato e strisciante, ai vertici dei sindacati anch’essi padroni o allo spettro, ed è in sé e per sé, un gran paradosso, ovvero lo spettro appunto del comunismo?
Nei vicoli e nei bassi della città di mare e nelle periferie delle periferie il sole picchia forte e il fragore delle onde giunge nitido come le gambe di chi lotta ogni giorno per sopravvivere.
Il poveraccio è un ex disoccupato che tanti anni fa attraverso la lotta dei disoccupati organizzati conquistò il lavoro e il posto di lavoro. Forse il suo errore è stato quello di ritenersi ormai salvo.
Ma quando si riesce a conquistare un posto di lavoro mica è finita. No, bisogna continuare a lottare. Il luogo di lavoro è un luogo di lotta. Sempre. Appena abbassi la guardia ti sbattono fuori, specie di questi tempi. Questi datori di lavoro vogliono campo libero da un lato per azzerare le conquiste del passato e dall’altro, in un modo o nell’latro, licenziarti appena possibile. Oggi ancora più di ieri.
Quello, l’uomo che piange fuori gli uffici di Equitalia, del comunismo non sa niente e tanto meno gliene frega sapere, visto e considerato che il suo problema è soltanto una cartella esattoriale andata in mora e che non riesce a trovare i soldi per pagare. Ecco, questo è il suo problema, il chiodo piantato in testa che non gli da più pace.

Non tutti, non quelli che non hanno letto la Bibbia, il Corano e il Capitale di Carl Marx, il tedesco di Treviri. Prima di tutto vieni tu nel momento in cui vieni al mondo, poi le leggi. Le quali sono scritte dagli uomini. Da uomini colti, non certo dagli analfabeti. Quando gli uomini colti tacciono, vuol dire che si sono schierati con la legge, la legge del più forte.
Ed è per questo che ne scriverò, qui e ora. Perché mentre scrivo ho pensato cosa scrivere, perché prima di scrivere ho ascoltato e pensato. E il comunismo cos’è una panacea, un fottuto ideale che ti porta fuori strada, un ideologia inservibile, desueta e, tenetevi forte, obsoleta.
Ci sono frasi senza tempo insite nel cammino dell’uomo. Nella fatica tra le mani, tanto per dire.
Il passato torna sempre come un onda; così come l’ombra degli uomini che non scompare mai.
Ed è per questo che né parlerò così come ho già scritto col sangue, il sudore, le lacrime.
L’uomo, non in senso lato, ma il poveraccio a sera torna a casa. Chiunque torna a casa se ha una casa. Un padre di famiglia ha l’obbligo di tornare a casa. Anche nel caso in cui fosse andato con un'altra donna, o a ubriacarsi con i suoi amici, o perché ha perso il lavoro, deve e ha l’obbligo di tornare a casa. Anche se non vorrebbe perché sta male e vedere la famiglia accresce il suo malessere, deve tornare a casa. Cosa accade, cosa accadrebbe se lui non tornasse a casa? Forse non vuole tornare a casa perché la moglie lo ritiene un uomo senza carattere, un perdente, uno scansafatiche? Ma anche la donna, la madre di famiglia può trovarsi nella situazione del poveraccio.
L’uomo abita al quarto piano. Molti una volta abitavano a pianterreno, nei cosiddetti bassi. Quelli dei bassi erano quelli più poveri nella scala sociale. Quindi l’uomo poveraccio del quarto piano sale le scale del primo piano: si ferma a prendere fiato. Poi sale secondo e terzo piano e si ferma ancora. Respira come per fare la faccia, la maschera. Bussa alla porta, ma già apre lui stesso con le chiavi che porta sempre con sé. Sono piani duri e arcigni da salire e superare. Quattro piani una montagna.
Alfredo è un cinquantenne, no più probabilmente un quarantenne: gli anni li porta molto male. Entra in casa ancora con il fiatone e Maria, la moglie, subito spara: Cosa hai combinato a Equitalia? ma a parte i debiti con Equitalia hai trovato lavoro? Alfredo respira a fatica e muove la testa. Tace.
Alfredo è stato licenziato due anni fa e da allora si arrangia con qualsiasi lavoro. La mattina scende presto da casa, sosta all’angolo di una strada, si offre e aspetta. Adesso sosta in piedi tra l’uscio della cucina e il balcone. Guarda giù, ma più che vedere ha lo sguardo fisso nel vuoto. Il figlio sedicenne esce dal piccolo bagno dalla porta cadente e chiede: Cosa hai fatto, hai trovato il lavoro?
Il lavoro, le tasse e questa vita. Mio figlio poi, non lo so, cosa posso dargli. Niente. Ma forse è il destino. Io da piccolo niente e anche mio figlio niente. Devo rispondere, voglio rispondere ma è come se mi mancassero le forze. Quando il giornalista della televisione mi ha intervistato piangevo, ma qui, a casa mia, con mia moglie e mio figlio non riesco a piangere. Mi metto vergogna. Non singhiozzo perché non ho lacrime.
Il mio viso è una maschera di lacrime e la sua patria il mondo intero.
Qui a casa mia è solo una maschera. Vorrei distruggerla, ma come si fa a distruggere una faccia, la faccia che ho stampato in faccia da quando sono nato. Anche stasera mia moglie ha rimediato la cena. Infatti stamattina le ho dato 15 euro ne 5 per me. Il bus su cui viaggio sono un clandestino: non pago i biglietti.
-Siediti – mi dice Maria.
Alfredo guarda ancora giù, distrattamente, poi si siede.
Stamattina a Equitalia non ho risolto niente. Mi hanno detto che devo pagare. Le tasse si pagano.
Se c’è qualcuno che ha sbagliato sono io e non Equitalia. La mia unica colpa è di non aver soldi.
Mangiamo stando zitti. La televisione fa parlare chiunque. C’è la replica del tg: ci sono anch’io.
Mia moglie e mio figlio mi guardano. Oggi ho portato le 20 euro a casa e ho la testa abbassata.
Ma quanta distanza dal baratro c’è tra Alfredo il poveraccio, colui che scrivi e tu che mi leggi?
Alza la testa da quel piatto. Guardaci in faccia. Siamo la tua famiglia e il capofamiglia. Quando ci siamo conosciuti dicevi che non bisognava mai abbassare la testa, ma lottare per i propri diritti, quali il lavoro, la casa, la scuola per i figli e una vita degna di essere vissuta. Non sei mai stato capace di rubare. Certo, pur di lavorare hai fatto di tutto e non ci hai mai fatto mancare il pane.
E adesso cosa fai? Ti disperi e quando non trovi niente per guadagnare ti chiudi in casa. Perché non ti unisci ai vecchi e ai nuovi disoccupati per continuare a lottare per il lavoro e la giustizia sociale?
Nei vicoli, nei bassi e nelle case, forse le gambe, quelle degli ultimi, dei licenziati, delle prostitute di strada e degli emarginati e poveracci, ma non v’è certezza, forse son le gambe del comunismo. Ma nessuna metta speranza o cuore,si sa che gli ultimi la prendono con comodo anche tra gli strazi delle difficoltà e della scarsezza del cibo. Cosa dire? Le stelle sono fisse, a centinaia di migliaia. Anche gli esseri umani come i proletari a milioni di milioni. Le stelle spesso piangono la loro fissità, i proletari, almeno in questo, sono molto più fortunati. E’ il momento di camminare insieme.
PS: Non ho riletto il racconto e non ho tempo di spulciare tra le scartoffie degli appunti. Qui non c’è nessuna esortazione, né morale, seppure rivoluzionaria. E’ soltanto una foto, una delle tante, forse anche un po’ mossa come il mare, le sue correnti, le onde in viaggio che da sempre giungono e s’adagiano sulle sponde, negli anfratti, tra gli scogli.
(Transit)
10 commenti:
Buona domenica (sono Brunaccio).
Saba è un poeta che amo particolarmente: nella sua epoca a me piace -eresia!- anche più di Montale.
Ne apprezzo la semplicità espositiva che è frutto di grande impegno poetico ed emotivo (Leopardi diceva che il verso semplice è quello su cui il poeta ha maggiormente lavorato)nonchè civile (come si vede benissimo nel Teatro degli Artigianelli già pubblicata qua) e la sua costante tensione verso l'umanità degli strati più marginali o comunque più dimessi dell'umanità. Molti critici leggono anche nella sua opera una vicinanza con l'altro grande triestino, Svevo, nella lotta contro la nevrosi e dunque leggono la sua opera con forti richiami psicoanalitici.
La lirica di lui che preferisco è quella alla moglie, nel paragone apparentemente irriverente ma in realtà delicatissimo con gli animali più umili e meno usati dalla tradizione poetica; non l'ho messa perchè mi sembrava di averla inserita in qualche vecchio magazine della storia ormai lunga di volanterossa; allora la propongo in commento.
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A MIA MOGLIE
Tu sei come una giovane,
una bianca pollastra .
Le si arruffano al vento
le piume , il collo china
per bere , e in terra raspa ;
ma, nell'andare , ha il lento
tuo passo di regina ,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba .
E' migliore del maschio .
E' come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l' occhio ,se il giudizio mio
non m ' inganna , fra queste hai le tue uguali ,
e in nessun ' altra donna .
Quando la sera assonna
le gallinelle ,
metton voci che ricordan quelle,
dolcissime , onde a volte dei tuoi mali ,
ti quereli , e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai .
Tu sei come una gravida
giovenca ;
libera ancora e senza
gravezza , anzi festosa ;
che , se la lasci , il collo
volge , ove tinge un rosa
tenero la sua carne.
Se l ' incontri e muggire
l'odi , tanto è quel suono
lamentoso , che l ' erba
strappi , per farle un dono .
E' così che il mio dono
t ' offro quando sei triste .
Tu sei come una lunga
cagna , che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi ,
e ferocia nel cuore .
Ai tuoi piedi una santa
sembra , che d ' un fervore
indomabile arda ,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore .
Quando in casa o per via
segue , a chi solo tenti
avvicinarsi , i denti
candidissimi scopre .
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia . Entro l ' angusta
gabbia ritta al vederti
s 'alza ,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi ;
che la crusca e i radicchi
tu le porti , di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui .
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? Chi il pelo
che si strappa di dosso ,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
che torna in primavera .
Ma in autunno riparte ;
e tu non hai quest ' arte .
Tu questo hai della rondine :
le movenze leggere ;
questo che a me , che mi sentiva ed era
vecchio , annunciavi un 'altra primavera .
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono dalla campagna ,
parla al bimbo la nonna
che l ' accompagna .
E così nella pecchia
ti ritrovo , ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio ;
e in nessun 'altra donna .
L’uomo che piangeva fuori gli uffici di Equitalia
Il passato nei vicoli della città vecchia torna sempre. E si aggira guizzando nel mare lontano nei piani dei grattacieli. La memoria come un fantasma. In carne e ossa i fantasmi dalle facce grigie e scure. Nello scuro delle linee delle vene i tragitti, i percorsi, le scarpe, le mani. Le strade desolate.
E’ lo spettro del comunismo, azzarda a pensare nella propria testa qualcuno. E’ solo qualcuno come un pesce nel mare, eppure isolato. Ma quale spettro del comunismo, pensa tra sé un altro.
Il comunismo è morto e basta.
Il comunismo ha bisogno di gambe su cui camminare.
Il comunismo è anacronistico sulla faccia della terra dopo alcuni tentativi?
L’implosione e la morte diagnosticata e accertata dell’Urss non vi dice e non vi ha insegnato niente? E Cuba allo stremo? E la casamatta della Corea e la Cina in cui trionfa il capitalismo?
Avete in testa la cecità della ragione.
Vi dichiarate dei materialisti, ma che bravi.
Eppure le analisi del fallimento latitano così come la capacità di unire le masse proletarie.
Nei vicoli e nei bassi della città di mare rumoreggia il mare. E’ più forte dei motori, degli spari, della miseria che si aggira ammantata delle solite parole. E’ un vestito lacero, rattoppato, liso.
E poi, vogliamo dirla tutta? Quello, quello intervistato in Tv è solo un poveraccio. Lui vuole risolvere il suo problema. Il poveraccio, sarà grato e devoto solo a chi gli può risolvere il problema, cioè il pagamento della cartella esattoriale. Il resto sono solo chiacchiere e nient’altro. Poi chi si è visto si è visto. Un prete, un miracolo al gioco del lotto, un benefattore, una dama di carità, o lo Stato che comprende le difficoltà di un proprio figlio più povero di altri miserabili, va bene, purché si risolva la questione del mancato pagamento di una delle tante cartelle esattoriali.
Ma i poveri, gli emarginati, i disoccupati, i precari alla canna del gas, gli operai licenziati, i pensionanti e gli sbandati senza fissa dimora a chi devono guardare, una massa di individui sempre più ai margini e senza nessuna tutela a chi devono guardare come punto di riferimento per riscattarsi, alla Chiesa, al fascismo seminato e strisciante, ai vertici dei sindacati anch’essi padroni o allo spettro, ed è in sé e per sé, un gran paradosso, ovvero lo spettro appunto del comunismo?
Nei vicoli e nei bassi della città di mare e nelle periferie delle periferie il sole picchia forte e il fragore delle onde giunge nitido come le gambe di chi lotta ogni giorno per sopravvivere.
Il poveraccio è un ex disoccupato che tanti anni fa attraverso la lotta dei disoccupati organizzati conquistò il lavoro e il posto di lavoro. Forse il suo errore è stato quello di ritenersi ormai salvo.
Ma quando si riesce a conquistare un posto di lavoro mica è finita. No, bisogna continuare a lottare. Il luogo di lavoro è un luogo di lotta. Sempre. Appena abbassi la guardia ti sbattono fuori, specie di questi tempi. Questi datori di lavoro vogliono campo libero da un lato per azzerare le conquiste del passato e dall’altro, in un modo o nell’latro, licenziarti appena possibile. Oggi ancora più di ieri.
Quello, l’uomo che piange fuori gli uffici di Equitalia, del comunismo non sa niente e tanto meno gliene frega sapere, visto e considerato che il suo problema è soltanto una cartella esattoriale andata in mora e che non riesce a trovare i soldi per pagare. Ecco, questo è il suo problema, il chiodo piantato in testa che non gli da più pace.
Non tutti, non quelli che non hanno letto la Bibbia, il Corano e il Capitale di Carl Marx, il tedesco di Treviri. Prima di tutto vieni tu nel momento in cui vieni al mondo, poi le leggi. Le quali sono scritte dagli uomini. Da uomini colti, non certo dagli analfabeti. Quando gli uomini colti tacciono, vuol dire che si sono schierati con la legge, la legge del più forte.
Ed è per questo che ne scriverò, qui e ora. Perché mentre scrivo ho pensato cosa scrivere, perché prima di scrivere ho ascoltato e pensato. E il comunismo cos’è una panacea, un fottuto ideale che ti porta fuori strada, un ideologia inservibile, desueta e, tenetevi forte, obsoleta.
Ci sono frasi senza tempo insite nel cammino dell’uomo. Nella fatica tra le mani, tanto per dire.
Il passato torna sempre come un onda; così come l’ombra degli uomini che non scompare mai.
Ed è per questo che né parlerò così come ho già scritto col sangue, il sudore, le lacrime.
L’uomo, non in senso lato, ma il poveraccio a sera torna a casa. Chiunque torna a casa se ha una casa. Un padre di famiglia ha l’obbligo di tornare a casa. Anche nel caso in cui fosse andato con un'altra donna, o a ubriacarsi con i suoi amici, o perché ha perso il lavoro, deve e ha l’obbligo di tornare a casa. Anche se non vorrebbe perché sta male e vedere la famiglia accresce il suo malessere, deve tornare a casa. Cosa accade, cosa accadrebbe se lui non tornasse a casa? Forse non vuole tornare a casa perché la moglie lo ritiene un uomo senza carattere, un perdente, uno scansafatiche? Ma anche la donna, la madre di famiglia può trovarsi nella situazione del poveraccio.
L’uomo abita al quarto piano. Molti una volta abitavano a pianterreno, nei cosiddetti bassi. Quelli dei bassi erano quelli più poveri nella scala sociale. Quindi l’uomo poveraccio del quarto piano sale le scale del primo piano: si ferma a prendere fiato. Poi sale secondo e terzo piano e si ferma ancora. Respira come per fare la faccia, la maschera. Bussa alla porta, ma già apre lui stesso con le chiavi che porta sempre con sé. Sono piani duri e arcigni da salire e superare. Quattro piani una montagna.
Alfredo è un cinquantenne, no più probabilmente un quarantenne: gli anni li porta molto male. Entra in casa ancora con il fiatone e Maria, la moglie, subito spara: Cosa hai combinato a Equitalia? ma a parte i debiti con Equitalia hai trovato lavoro? Alfredo respira a fatica e muove la testa. Tace.
Alfredo è stato licenziato due anni fa e da allora si arrangia con qualsiasi lavoro. La mattina scende presto da casa, sosta all’angolo di una strada, si offre e aspetta. Adesso sosta in piedi tra l’uscio della cucina e il balcone. Guarda giù, ma più che vedere ha lo sguardo fisso nel vuoto. Il figlio sedicenne esce dal piccolo bagno dalla porta cadente e chiede: Cosa hai fatto, hai trovato il lavoro?
Il lavoro, le tasse e questa vita. Mio figlio poi, non lo so, cosa posso dargli. Niente. Ma forse è il destino. Io da piccolo niente e anche mio figlio niente. Devo rispondere, voglio rispondere ma è come se mi mancassero le forze. Quando il giornalista della televisione mi ha intervistato piangevo, ma qui, a casa mia, con mia moglie e mio figlio non riesco a piangere. Mi metto vergogna. Non singhiozzo perché non ho lacrime.
Il mio viso è una maschera di lacrime e la sua patria il mondo intero.
Qui a casa mia è solo una maschera. Vorrei distruggerla, ma come si fa a distruggere una faccia, la faccia che ho stampato in faccia da quando sono nato. Anche stasera mia moglie ha rimediato la cena. Infatti stamattina le ho dato 15 euro ne 5 per me. Il bus su cui viaggio sono un clandestino: non pago i biglietti.
-Siediti – mi dice Maria.
Alfredo guarda ancora giù, distrattamente, poi si siede.
Stamattina a Equitalia non ho risolto niente. Mi hanno detto che devo pagare. Le tasse si pagano.
Se c’è qualcuno che ha sbagliato sono io e non Equitalia. La mia unica colpa è di non aver soldi.
Mangiamo stando zitti. La televisione fa parlare chiunque. C’è la replica del tg: ci sono anch’io.
Mia moglie e mio figlio mi guardano. Oggi ho portato le 20 euro a casa e ho la testa abbassata.
Ma quanta distanza dal baratro c’è tra Alfredo il poveraccio, colui che scrivi e tu che mi leggi?
Alza la testa da quel piatto. Guardaci in faccia. Siamo la tua famiglia e il capofamiglia. Quando ci siamo conosciuti dicevi che non bisognava mai abbassare la testa, ma lottare per i propri diritti, quali il lavoro, la casa, la scuola per i figli e una vita degna di essere vissuta. Non sei mai stato capace di rubare. Certo, pur di lavorare hai fatto di tutto e non ci hai mai fatto mancare il pane.
E adesso cosa fai? Ti disperi e quando non trovi niente per guadagnare ti chiudi in casa. Perché non ti unisci ai vecchi e ai nuovi disoccupati per continuare a lottare per il lavoro e la giustizia sociale?
Nei vicoli, nei bassi e nelle case, forse le gambe, quelle degli ultimi, dei licenziati, delle prostitute di strada e degli emarginati e poveracci, ma non v’è certezza, forse son le gambe del comunismo. Ma nessuna metta speranza o cuore,si sa che gli ultimi la prendono con comodo anche tra gli strazi delle difficoltà e della scarsezza del cibo. Cosa dire? Le stelle sono fisse, a centinaia di migliaia. Anche gli esseri umani come i proletari a milioni di milioni. Le stelle spesso piangono la loro fissità, i proletari, almeno in questo, sono molto più fortunati. E’ il momento di camminare insieme.
PS: Non ho riletto il racconto e non ho tempo di spulciare tra le scartoffie degli appunti. Qui non c’è nessuna esortazione, né morale, seppure rivoluzionaria. E’ soltanto una foto, una delle tante, forse anche un po’ mossa come il mare, le sue correnti, le onde in viaggio che da sempre giungono e s’adagiano sulle sponde, negli anfratti, tra gli scogli.
a spianare colli,
nelle viscere il pendio.
inerpicato in pianura
il respiro tuo,
si accora
abbarbicato il sangue.
Roberta:
ciao e scusate la latitanza, ho avuto un periodo un po' pieno...
anche a me piace molto Saba,
in particolare la poesia " a mia moglie " ....buona domenica !
Ciao Roberta, ben ritrovata!!!
Ciao Transit: domani dirò la mia sui vari brani, come ormai è consuetudine.
Caro Brunaccio,
ho dovuto scomporre il brano in tre parti solo per motivi di spazio, in uanto eccessivamente lungo.
ciao
Si avventa slabbrata
in chicchi di vento.
Si annoda al mio cuore
in rami di conchiglie.
E invisibile risuona
la goccia:
il nido e la pala,
la vanga nel fango,
nell’eterno silente
fluire,
è fragile,
l’indistruttibile ricamo.
SONO BRUNACCIO.
Transit,
la poesia è bella, ma il racconto è splendido: mi stupisco sempre di come ti serva poco per trarre ispirazione.
E l'ispirazione è anche nello stream of consciousness alla Joyce, che proprio a Trieste trovava un ambiente eccezionale per il suo Ulisse.
Ma qui siamo nei vicoli della povertà, della disoccupazione, dei debiti...il tutto filtrato attraverso una grande sensibilità sociale e una denuncia politica.
Bravo Transit, ora la metto nel post!
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