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lunedì 18 giugno 2012

EMILIANO BRANCACCIO CRITICA SYRIZA

PUBBLICO, COME SPUNTO DI RIFLESSIONE E VOCE FUORI DAL CORO SULLE ELEZIONI GRECHE E SYRIZA, LE CONSIDERAZIONI DEL RICERCATORE DI ECONOMIA POLITICA ALL'UNIVERSITA' DI BENEVENTO EMILIANO BRANCACCIO.
DEVO AGGIUNGERE CHE NON SONO MOLTO FERRATO SULLA CAMPAGNA ELETTORALE GRECA, NE' HO LE IDEE CHIARE SUL DISCORSO DI USCITA DALL'EURO, CHE E' MATERIA CERTAMENTE COMPLESSA, PER CUI SPERO IN QUALCHE COMMENTO DI CHIARIMENTO.
AL DISCORSO DI BRANCACCIO AGGIUNGO CHE UN ALTRO FATTORE DI SCONFITTA E' DOVUTO ALLA MANCATA ALLEANZA COL KKE, IL QUALE RICONOSCE IN SYRIZA UN PARTITO BORGHESE E COMPATIBILE COL CAPITALISMO, MENTRE SUL KKE PIOVONO SPESSO ACCUSE DI INTRANSIGENZA E SETTARISMO.
(Brunaccio)

 
di Emiliano Brancaccio

Syriza, il principale partito della sinistra, ha perso le elezioni politiche in Grecia. La prima, vera occasione per lanciare un preciso messaggio politico sulla insostenibilità dell’attuale Unione monetaria europea è dunque andata perduta. Di conseguenza, a meno di sorprese, l’agonia della moneta unica è destinata a prolungarsi, e con essa anche le sofferenze dei paesi periferici e dei gruppi sociali maggiormente colpiti dalla crisi economica.
Perché Syriza ha perso? La tesi prevalente è che il partito si sarebbe presentato all’elettorato con un programma troppo “radicale”. Questo programma, come è noto, si basava sull’intenzione di ripudiare il “memorandum” imposto dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fmi e di esigere la rinegoziazione di tutte le intese sul finanziamento del debito della Grecia.
A pensarci bene, tuttavia, non è affatto scontato che Syriza abbia pagato per la sua “radicalità”.
E’ infatti possibile che Syriza sia stata sconfitta per un motivo ben diverso, consistente nel fatto che alla richiesta di rinegoziare le condizioni del prestito estero ha affiancato l’annuncio di volere restare nell’euro. Questa posizione, come è noto, è stata esplicitata con nettezza dal leader di Syriza, Alexis Tsipras, nella lettera dal titolo I will keep Greece in the eurozone, pubblicata sul Financial Times il 12 giugno scorso.
Il problema della posizione di Tsipras è che era palesemente contraddittoria. Essa ha messo in evidenza l’incapacità dei vertici di Syriza di affrontare in modo esplicito le possibili conseguenze derivanti da un eventuale fallimento della richiesta di rinegoziazione del debito. Cosa avrebbe fatto Tsipras se la Germania e le autorità europee si fossero limitate a proporre delle revisioni marginali degli accordi e avessero rifiutato di avviare una profonda rinegoziazione del debito? Il leader di Syriza in questi giorni ha eluso il problema. Egli cioè ha evitato di ammettere che, a quel punto, sarebbe stato costretto ad affrontare la crisi abbandonando la moneta unica europea e mettendo in discussione, se necessario, anche il mercato unico dei capitali e delle merci. Numerosi elettori greci potrebbero aver percepito questa ambiguità, questa incapacità di Syriza di elaborare una sequenza di azioni successive logicamente sensata e politicamente credibile. I pochi punti di distacco dal partito rivale, Nuova Democrazia, potrebbero spiegarsi in questi termini anziché rinviando alle ipotesi di eccessiva radicalità che sicuramente prevarranno nei commenti dei prossimi giorni.
L’ambiguità tuttavia non costituisce un limite della sola Syriza. Lo stesso appello a suo favore promosso da Etienne Balibar e Rossana Rossanda conteneva analoghi elementi di opacità e indefinitezza. In termini per molti versi analoghi, anche gli appelli dei movimenti no-debito hanno fino ad oggi evitato di chiarire che un eventuale ripudio non concordato porrebbe immediatamente il problema della copertura del disavanzo verso l’estero e quindi richiederebbe l’abbandono dell’euro e/o una limitazione della libera circolazione di capitali e merci. Per non parlare delle sinistre europee, che sembrano in troppi casi pronte a immolare i rispettivi elettori sull’altare di una incondizionata fedeltà all’euro e al mercato unico e che dunque non riescono a far di meglio che diffondere generici appelli alla solidarietà europea. A quanto parte, insomma, siamo al cospetto di una ulteriore variante di quel “liberoscambismo di sinistra” che imperversa da oltre un trentennio tra gli eredi più o meno diretti del movimento operaio, e che abbiamo cercato di esaminare criticamente nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa.
Ad ogni modo, indipendentemente dalle decisioni degli elettori greci, l’attuale assetto dell’Unione monetaria europea resta tecnicamente insostenibile. I nodi del divario tra tassi d’interesse e tassi di crescita del reddito torneranno presto al pettine in molti paesi europei, e non potranno certo essere risolti tramite correttivi marginali degli accordi di prestito o attraverso garanzie bancarie europee. Pertanto, in assenza di significativi cambiamenti nell’assetto della politica economica europea, l’attacco speculativo finale contro la zona euro potrà essere rinviato, ma non scongiurato. La questione che resta in sospeso è dunque una: con le sinistre paralizzate, a chi toccherà gestire un eventuale tracollo della moneta unica?


Emiliano Brancaccio
pubblicato su www.emilianobrancaccio.it

3 commenti:

Anonimo ha detto...

da quel che ho letto da altre parti sul programma di syriza non emerge l'ambiguità che descrive brancaccio. innanzitutto l'abrogazione del memorandum sarebbe avvenuta per via legislativa, ciò avrebbe abolito i dispositivi di applicazione del memorandum stesso, poi avrebbe chiesto la rinegoziazione del debito e, in caso di risposta negativa dalla UE, avrebbe rifiutato di rimborsare lo stesso. solo a questo punto si sarebbe trovata fuori dalla zona euro, con una sorta di scelta obbligata.. questo forse può essere stato visto come ambiguo, cioè arrivare ad una conseguenza inevitabile senza assumersene la responsabilità diretta. Ma a mio avviso invece avrebbe fatto peggio dichiarando da subito il ritorno alla dracma senza se e senza ma, risultando di certo più radicale, ma non coinvolgendo quella fascia di elettorato che l'ha sostenuta. non dimentichiamo che syriza non ha portato via voti alla DX nè ai nazi, ma ha ciucciato tutti i delusi del pasok, e quindi voti moderati di sinistra. resta la sconfitta del partito di sinistra popolare forse più radicale d'europa, in un paese allo sbando. quel che ho pensato ieri sera è stato "ma se non ce l'hanno fatta lì...e quà da noi c'è vendola, aoh". djordji

Anonimo ha detto...

...mi chiedo a questo punto che succederà in grecia...già adesso c'è una macelleria sociale...
che accadrà nei prossimi mesi ?
roberta

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Djordj.
Concordo sulla valutazione che fai: dichiarare di voler abbandonare l'eurozona sarebbe stato un errore tattico colossale, anche perchè credo anche io che l'abbandono dell'UE debba essere una scelta obbligata.
Nè è facile dire prima cosa si farà se si viene sbattuti fuori: si tratterebbe di instaurare un'altra politica estera, di tipo antimperialista, fondato su trattati bilaterali con Paesi e aree (il Bric ad esempio) su cui non si possono fare previsioni prima, visto che i trattati si fanno in due ed è presto per mettere in campo una potenziale alleanza, e dichiarare cose avventate sarebbe stato indice di scarsa serietà e poca affidabilità.
Nè credo che la gente che non ha votato Syriza lo abbia fatto per questi motivi.

Personalmente faccio queste valutazioni:
a) I veri perdenti sono stati Nea Demokratia e Pasok, che hanno visto dimezzati i loro consensi e che si salvano solo per il premio di maggioranza e una probabile reciproca alleanza meramente strumentale.
b) A parte la (bassa) percentuale del KKE, col quale la mancata alleanza non è secondo me imputabile più di tanto a Syriza, i voti mancanti per la sinistra radicale greca si devono alla campagna elettorale con toni apocalittici e allarmisti verso questo partito portata direttamente dai leader dei grossi Paesi Ue e dai potentati finanziari: una cosa mai vista prima nella storia
c)Credo anche che le transizioni storiche non siano sempre dirette e lineari: il grande risultato elettorale sarà foriero di un futuro tentativo, se vogliamo, addirittura rivoluzionario, visto che la situazione greca continuerà a precipitare, magari con un contenimento iniziale dovuto allo sconticino finanziario, ma che avrà blando effetto finestra e non altro. Visto che la politica ha mostrato la fine della sovranità finanche in campagna elettorale, è pensabile che lo scontro sociale si acuirà in modo drammatico, ponendoci forse di nuovo al vecchio bivio: socialismo (o almeno suoi barlumi sui beni comuni e sui settori strategici dell'industria) o barbarie (oggi neoliberismo e fine dei diritti economici delle classi basse e anche medie).

Concordo anche sul fatto grave che in Italia abbiamo Vendola (e l'anomalia Grillo, che metto qua pur non considerandolo ovviamente di sinistra, ma per il fatto che raccoglie i voti di protesta) e non una sinistra radicale minimamente paragonabile a Syriza.


Roberta.
Domanda drammatica la tua, a cui credo di aver personalmente risposto in parte nel mio punto c).
Penso che la Grecia arriverà ad uno scontro di classe inevitabile, il cui risultato giocherà un ruolo fondamentale per l'Europa, visto che, con la politica di continuare i tagli sociali e la garanzie delle immense ricchezze di una minoranza, arriveremo ad una situazione di disoccupazione e povertà 'greca' sia da noi che in Spagna, e questo tirerà giù tutta l'eurozona per l'effetto boomerang a livello finanziario che l'uscita dei vari Paesi genererebbe.
In sostanza credo che in Grecia si giocherà uno scontro epocale: un'Europa politica, fondata sulla solidarietà, sul welfare e sui beni comuni, oppure la trasformazione della stessa in una sorta di 'colonia economica, del mondo finanziario, per larga parte Usa, nella sua guerra fredda con la Cina, di cui l'Europa sarà, dopo Sudamerica e Africa, il nuovo campo di battaglia.



Ovviamente, come detto, non ho grande esperienza sulla situazione greca, per cui posso aver detto inesattezze o, peggio, stupidaggini le quali posso correggere subito se altri interventi me le faranno notare.