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mercoledì 29 agosto 2012

TONI NEGRI SULLO STATO ATTUALE DEI MOVIMENTI

da http://uninomade.org/qualche-questione-sullo-stato-dei-movimenti/



Qualche questione sullo stato dei movimenti: apriamo la discussione
di TONI NEGRI

Alcuni compagni americani ed europei mi chiedono: ma perché in Italia non c’è stataOccupy? Perché l’unica espressione della moltitudine in lotta rimane attualmente il movimento della Val di Susa? Con un paradosso evidente: i no TAV, se hanno certamente radicamento forte, se esprimono una tonalità originale di lotta di classe nella post-modernità, non possiedono le caratteristiche dei movimenti Occupy – un’espansività generale della proposta sociale, una potenza destituente delle vecchie gerarchie della rappresentanza – e soprattutto non possiedono ancora realmente una dinamica allargata di costituzione politica “comune” che apra a radicali rivolgimenti politici…
Ora il paradosso è anche un altro. Perché porsi questa domanda proprio quando la dinamica di Occupy sembra già esaurita? Più generalmente: quando le primavere arabe sono in buona parte terminate sotto il tallone dei militari, nella tragedia della guerra civile o, dulcis in fundo, hanno prodotto regimi islamici che sembrano annunciare restringimenti di libertà e di pratiche politiche appena riscoperte, restaurazioni del vecchio sotto gli orpelli, semmai più tremendi di quelli delle vecchie dittature, del teologico-politico? Quando i movimenti europei sono stati soffocati dalla mefitica atmosfera della crisi economica, e quelli americani sono lì lì dall’essere assorbiti dalle macchine politiche che dominano ormai interamente le scadenze elettorali?
Ma forse la realtà può essere letta altrimenti. Il movimento Occupy, laddove è insorto, quand’anche fosse stato sconfitto, ha rinnovato l’orizzonte dell’azione politica, sconvolgendo il fondamento dei programmi costituzionali e imponendo una nuova immagine della democrazia, affermando il “comune” al centro – nel cuore, e all’orizzonte – di ogni progetto sociale. Occupy è il movimento che più sembra aver approssimato l’esperienza della Comune di Parigi: ha segnato un passaggio senza reversibilità alcuna; ha, fin dentro la sua sconfitta, spalancato un insieme di possibili che ridefinisce d’ora in poi il mondo che verrà. In questo senso, ha vinto: ha costituito nuova grammatica politica del comune. Da Occupy non si torna in dietro.
Torniamo allora al punto. Perché dunque in Italia non c’è stata Occupy? La questione è irrilevante dal punto di vista della tendenza; è invece importante se vogliamo capire localmente l’agenda politica che avremo da gestire nei prossimi mesi – un’agenda i cui effetti immediati, concreti, biopolitici, riscontrabili nella materialità delle esistenze, dei modi di vita, dei sogni e delle disperazioni, non possono – non debbono – essere ignorati.
In Italia, probabilmente, non c’è stata Occupy perché, in buona parte, i movimenti italiani non hanno ancora superato l’orizzonte socialista novecentesco: questa loro continuità, ed il peso della loro tradizione, soffoca il nuovo regime dei desideri, delle aspirazioni, delle sperimentazioni – insomma di quello che abbiamo chiamato le nuove potenze costituenti del comune – che pure le nuove generazioni portano con sé quando si aprono al politico. Quella continuità ha fatto dell’Italia un paese in cui la politica dei movimenti, nonostante le repressioni feroci, è sopravvissuta a se stessa e ha permesso la trasmissione di esperienze e saperi delle lotte essenziali; ma allo stesso tempo, ha paradossalmente impedito che nuove sperimentazioni si facessero strada. Il patrimonio delle lotte, cosi prezioso, non può diventare patrimoniale: se cede alla tentazione, diventa a sua volta ciò di cui tanto aveva sofferto in altri tempi: istanza di occultamento, obbligo di silenzio, volontà di cecità.
Nella loro lunga storia, i movimenti italiani si sono essenzialmente espressi (successivamente o simultaneamente) in tre “luoghi” della pratica politica: nelle fabbriche, nelle università e nei centri sociali.
Ora, però, nelle fabbriche sono spesso schiacciati da una improvvida alleanza che essi stessi hanno tentato con l’organizzazione socialista del mondo del lavoro. Solo raramente l’ideologia della produttività è stata assunta nelle fabbriche come il nemico da combattere; quando lo è stata, ce ne siamo scordati. La trasformazione del lavoro a cavallo fra XX e XXI secolo non è stata riflettuta per quello che effettivamente è (e che i movimenti, precisamente, trent’anni fa, hanno contribuito a rendere evidente): una trasformazione radicale – dall’operaio massa all’operaio sociale; dal lavoro materiale al lavoro “immateriale”, linguistico, cooperativo, affettivo; fino all’egemonia del lavoratore cognitivo. Sindacati socialisti e sindacatini fabbrichisti hanno troppo spesso continuato a considerare il lavoro “bene comune”, cioè niente di più – e niente di meno – che la “giusta misura” dello sfruttamento capitalista.
Nelle scuole e nelle università, poi, l’autonomia dei movimenti, anche quando ha contestato il “merito” – e troppo poche volte lo ha fatto in maniera realmente efficace e schietta – non è quasi mai riuscita a incarnare, materializzare e organizzare una vera domanda di libertà dei saperi. Raramente ha provato a costruire lotte attorno allo studio, alla formazione, alla qualificazione in quanto programmi di costruzione politica del comune. E spesso si è arenata nella strenua difesa di un “pubblico” ormai incapace di proteggere le scuole e l’università contro il loro smantellamento, e diventato strumento principe della messa al lavoro della produzione sociale. Il riformismo non è mai cosa bella – in alcuni casi, facendosi coraggio, lo si capisce quando, disperatamente, cerca di salvare il salvabile; ma lo si odia quando si fa complice delle politiche del peggio: assoggettamento, declassamento, disciplinarizzazione, sfruttamento, disprezzo – il tutto per salvare uno Stato che sembra poco preoccupato di salvare i suoi “cittadini”.
Quanto al modello dei centri sociali, che è stato fondamentale – in particolare nella fase post-repressione che ha caratterizzato il difficile guado dalla fine degli anni ’70 ai primi anni dei ’90, ha troppo spesso perso ogni prospettiva politica che non fosse subordinata all’interesse della propria riproduzione, della propria sopravvivenza. I centri sociali sono stati, per la maggiore, luoghi, strumenti, prodotti di una stagione di lotte continuata con altri mezzi nonostante la sconfitta degli anni ’70; ma sono diventati, in tanti casi, il fine di se stessi – l’unico orizzonte di una realtà ormai ridotta al proprio desiderio di permanere in qualsiasi modo. Molti si sono dunque piegati alla dura legge dell’imprenditorialità, perdendo man mano ogni prospettiva politica. Hanno smarrito ogni capacità di azione e non a caso stanno spesso, negli ultimi anni, ripiegando su linee istituzionali a livello locale e/o nazionale. Certo, localmente, l’analisi può sembrare ingiusta. In molti casi, lo è. Ma la domanda va posta lo stesso: siamo sicuri che il modello “slow food” sia davvero adeguato alle scommesse e alle sfide davanti alle quali la crisi ci mette? O che l’imprenditorialità “buona” basti a dimenticare il gioco al massacro che si sta svolgendo subito fuori dalle mura, nelle nostre vite?
Insomma: tre luoghi “storici” dell’autonomia sociale, che hanno reso possibile la resistenza e l’organizzazione, la sperimentazione di pratiche, l’invenzione di altri modi d’azione; ma tre luoghi che, proprio perché “storici”, sembrano oggi sempre più inadeguati. Tre luoghi che troppo frequentemente sembrano pezzi di modernariato della nostra memoria, ricchezze patrimoniali un po’ imbalsamate: foglie di fico ben leggere davanti all’incedere della realtà. Tre luoghi che sono diventati tre “beni comuni” come sempre lo sono stati nelle parrocchie, il lavoro, lo studio e il patronato – laddove bene comune significa solo bene vicino, locale, bene di condivisione, bene da condividere in famiglia. Il comune, se non è il prodotto di una dinamica costituente, si riduce a ciò: una serie di commons sicuri di suscitare consenso popolare – come non essere d’accordo con la difesa della natura, il buon vivere, la genuinità, il buon gusto –, e spesso immediatamente travisati da discorsi di elogio dell’Ancien Régime: quanto si stava bene prima – prima dell’Europa, prima delle macchine, prima della tecnica, prima della modernità, prima della globalizzazione, prima dell’operaio sociale, prima del consumo di massa. Evviva: torniamo a Peppone e don Camillo, alla dignità del lavoro operaio, all’Italia che vive di poco e lavora tanto, alle balere. Per carità, lasciamo alla Chiesa e alla Lega, o a quel che rimane del vecchio PCI che non finisce di sopravvivere alla propria morte, quella assurda e mortifera nostalgia.
Non contenti di questo, molti movimenti sociali si sono infilati in una strada contorta e buia, accettando i ricatti loro posti sulla questione della “violenza”, sulla valutazione della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni, sono stati colpiti di accecamento davanti alla corruzione che le infestava. Che ci volesse l’ultima sentenza su Genova per capire da quale parte stava la violenza? E quale giochetto infame avevano fatto e continuavano a fare tutti coloro che, di fronte ad un movimento in crescita (che andava di pari passo con crescita del disagio, della disperazione e della rabbia di tutti quelli che oggi, letteralmente, non ce la fanno più) ricattavano ad ogni motto “riottoso” – “violenza si, violenza no”?
Molti, nei centri sociali, hanno cercato alleanze politiche dentro un quadro parlamentare che andava disfacendosi ed hanno stretto alleanze sindacali che hanno avuto l’effetto opposto a quello che era realmente desiderato: hanno spinto i sindacati ancor più verso posizioni corporative, negando ogni tematica di reddito sociale o di alleanza con altri strati precari. In certi casi, hanno perfino considerato le rivolte arabe, i riots inglesi, e alcune forme di auto-organizzazione come passaggi negativi, come regressioni politiche, come pure “spontaneità” infra- o impolitiche. Siamo sicuri che provare a capire prima di giudicare non ne valeva la pena? O si era talmente ossessionati dalla propria sopravvivenza che tutto il resto diventava secondario?
Fino agli ultimi capovolgimenti in data: sentiamo tanti, oggi, piagnucolare sul fatto di non aver ragionato abbastanza sul ricatto “a proposito di violenza” che hanno subito; si lamentano del fatto che la loro presunta internità alle dinamiche sociali non è riuscita a trasformarsi in una estraneità attenta e critica agli sgambetti ed alle inerzie continuamente subite – sicché ora si chiedono se doversi richiamare niente di meno che all’“illegalità di massa”…. Ci sembra solo un lamento, come l’altro che abbiamo inteso in questi mesi, e che ci lascia – anche questo – a non dir poco esterrefatti: Dio è violent!
Per chi ha vissuto tutto questo dall’interno dei movimenti, questa fase assomiglia molto a quella che seguì il disfacimento dei gruppi sessantotteschi nei primi anni ’70. Come per i centri sociali provenienti dal movimento no global, anche allora, nel 1973-74, i partitini sopravvivevano a se stessi. Alcuni, presentatisi alle elezioni, erano stati spazzati via, altri si erano barricati attorno a giornali ed iniziative sparse. Il mondo, quello delle lotte operaie e delle lotte sociali, andava ormai avanti senza di loro. Fu così che, a partire dal ‘73-‘74 l’autonomia emerse e mostrò improvvisamente la sua enorme forza di resistenza e di proposta (di resistenza: vale a dire di proposta) – almeno fino al ’77. Poi, ancora, sopravvisse come etica e come modello organizzativo alla sconfitta dei movimenti, e torniamo all’inizio della nostra analisi.
Oggi si tratta di rinnovare quel modello. I suo limiti di allora – troppa spontaneità dei singoli, troppa violenza di massa – sembrano già superati dalle attuali caratteristiche della composizione dei nuovi movimenti – spazialmente diffusi, culturalmente convergenti (non a caso è sul terreno dei lavoratori della cultura che in Italia c’è stato, da ultimo, qualche positivo fracasso), politicamente rivolti alla costituzione del “comune”. Questo è quello che vogliamo chiamare Occupy.
C’è bisogno di un nuovo protagonismo. Proponendo l’autonomia diffusa dei movimenti, sappiamo che la ricerca di nuovi obiettivi e la sperimentazione unitaria di nuove lotte sono il primo passaggio da realizzare. Lo “sciopero dei precari”, il “reddito di cittadinanza”, la riapertura urgente di forti lotte operaie sul salario, la pratica di risposte efficaci all’offensiva del capitalismo finanziario sul debito, la difesa sociale del Welfare ecc.: questi i passaggi principali sui quali la conricerca e la proposta di lotte unitarie debbono provarsi. Organizzare i poveri e gli operai insieme, non semplicemente per il salario ma per il Welfare; organizzare gli studenti e gli indebitati di tutte le categorie, non semplicemente per misure di sostegno ma per il reddito universale di cittadinanza; organizzare i migranti insieme ai pensionati perché non è solo la cittadinanza che interessa i primi e la garanzia di diritti ormai maturati i secondi, ma l’organizzazione biopolitica dell’esistenza tutt’intera.
L’autonomia dei movimenti deve riportare le sue lotte verso un obiettivo politico di composizione. Ed esso non può consistere se non nell’espressione di un potere costituente che rinnovi radicalmente l’organizzazione della vita nel lavoro e nella società.

11 commenti:

Massimo Campus ha detto...

1-
I no tav non possiedono le caratteristiche di Occupy, dice Negri.
Meno male. Il movimento no tav ha saputo trasformarsi, da lotta per una questione locale, in movimento complessivo che mette in discussione non un treno ad alta velocità, ma tutto il modello economico e sociale capitalista. La differenza tra i due? Il movimento no tav è composto da persone d'ogni età, d'ogni censo sociale, d'ogni occupazione, eppure non è trasversale ma sta al centro semmai della questione politica. Gente che ha sperimentato un modo di far politica che mette in un angolo forme organizzative ormai decotte per sperimentare il modello di democrazia orizzontale, non partecipata ma FATTA da ogni singolo partecipante. E che oggi, nelle discussioni venute a galla finalmente nel campeggio di Agosto, si pone anche il problema della crescita e della strutturazione organizzativa, conscio che non si regge all'infinito solo con l'improvvisazione. E questo è il motivo della impennata di violenza spontaneista anarchica di quest'estate. Spiace deludere le anime candide ma gli anarchici stanno giocando una bieca lotta per l'egemonia, alla faccia del tanto proclamato "ciascuno per se".

2-
Tony Negri sembra cadere ogni volta dal pero. Non ci voleva uno scienziato per preconizzare che le famose primavere del nord Africa sarebbero presto state scalzate da regimi neo integralisti e reazionari. Anzi: ne sono state lo strumento, credo nemmeno troppo inconsapevole. Sul fatto poi che i movimenti americani siano stati prosciugati dalla politica e dalle campagne elettorali permanenti, beh sfido chiunque abbia meno di 60 anni a ricordarsi qualcosa di diverso. Io è dal 68-75 che non vedo altro negli Stati Uniti.

3-
Occupy ha riscritto i termini in cui si svolge l'azione politica? Esattamente come ha fatto, ben prima di Occupy, anche se apparentemente in modo locale, il movimento no-tav.

4-
Forse bisognerebbe chiedersi perchè Occupy ha funzionato solo all'estero e non perchè NON HA FUNZIONATO in Italia. Laggiù l'esperienza politica dei partiti della sinistra RIVOLUZIONARIA non c'è mai stata. Non ci sono mai stati cioè partiti extraparlamentari rivoluzionari e comunisti come invece è accaduto per decenni in Italia. Il crollo da noi è avvenuto quando quei partiti, organizzati su base leninista, hanno creduto di poter percorrere la strada istituzionale, venendo bruciati dal potere invece di conquistarlo. In nazioni in cui quest'esperienza non v'è stata l'unico sbocco non poteva che essere un movimento come Occupy. Sarà per la deformazione mentale del vecchio politico rivoluzionario che continua ad albergare in me, ma io non credo nei movimenti. O meglio ci credo solamente se sanno trovare una organizzazione ed una strutturazione. Cioè cessare di essere movimenti.Che significa naturalmente NON rinunciare alla democrazia interna, anzi inventarne nuove forme e rafforzarle, NON delegare, ma anche riconoscere che senza un forte e coeso partito delle classi subalterne il potere non lo si conquista. La lotta, piaccia o meno, è per il potere. Per costruire un mondo gentile bisogna avere la forza per farlo.
Se Toni Negri, poi, ci spiega come si cambia il mondo senza eliminare il capitalismo ed i suoi cani da guardia ci fa un piacere.

SEGUE...

Massimo Campus ha detto...

5-
Sui centri sociali.
Meno male che sono sopravvissuti a se stessi, come dice Toni Negri. Meno male che sono stati un luogo dove si è riusciti a combinare impegno politico, azione sociale e cura di se stessi. Meno male che hanno conservato il famoso adagio sessantottino che Negri conosce bene: IL PERSONALE E' POLITICO. Su questa frase ci ha costruito tutta la sua fortuna (?) sociologica.

6-
Sulla violenza:
sì, non ci voleva la sentenza di Genova per ricordarci cos'è il potere. E' che le giovani generazioni non l'avevano conosciuta in quel modo così duro e scoperto. E' che vent'anni di ritirata hanno disarmato completamente, soprattutto a livello culturale, le giovani generazioni, rendendole inabili ed incapaci a reggere lo scontro.

7-
Sulla presunta troppa spontaneità dei singoli e sulla troppa violenza di massa negli anni 60 e 70 io e Negri abbiamo due visioni opposte. All'epoca quella del PERSONALE-POLITICO fu un'intuizione vincente: nulla di quel che accade e fa il singolo può essere estraneo all'azione politica. Solo così l'azione del partito della classe subalterna può rinnovarsi. Solo così si poteva e si può cambiare il dipinto oltre che la cornice. Si noti che, per correttezza, non uso mai termini come operai o proletari: sono categorie sulla cui esistenza, consistenza e composizione occorrerebbe fare un'analisi ben più approfondita e soprattutto in un'altra occasione. Sulla violenza di massa c'è poco da dire: non è più tale quando appunto esce dall'azione spontaneistica (come invece troppi anarchici in questi anni continuano a praticare) e diventa patrimonio collettivo.

8-
Negri è un abile parlatore, e per questo non mi è mai piaciuto. La domanda gliela faccio io allora: chi è che organizza i poveri, gli operai, gli studenti, gli indebitati, i migranti ed i pensionati? Perchè usare tutte queste categorie quando ci si dovrebbe invece domandare, invece di proclamare la ricomposizione di classe, COME RICOMPORRE queste categorie sociali sfaldate e disperse in un'unica classe sociale, e come chiamarla, strutturarla, darle coscienza ed organizzazione.
CON QUALI STRUMENTI SOPRATTUTTO. Io credo, e lo dico chiaro perchè non ho mai amato i contorcimenti negriani, che ci sia oggi un solo STRUMENTO atto alla bisogna: un nuovo partito delle classi subalterne, un nuovo partito comunista, marxista, leninista e rivoluzionario. Semmai il problema è appunto COME costruirlo, non se è necessario. I movimenti contengono già nella loro definizione lessicale i termini della loro sconfitta. Sempre.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO

Prima dell'articolatissima critica di Ilic avevo in mente una mia critica basilare e minimale.
Ho deciso di riproporla tale e quale l'avevo pensata non tenendo conto del suo intervento, così da poter avere più carne al fuoco per suscitare un confronto e, spero, un dibattito tra chi spesso scrive qua.
Dunque non entro per niente su quel che ha scritto Ilic e che invito a leggere con attenzione.

Ma veniamo al dunque.
Ho trovato due grossi punti deboli nel discorso.
1- Quando Negri guarda ai movimenti degli anni '70 commette un errore di idealismo, perchè non tiene assolutamente conto delle condizioni materiali dell'epoca, in primis la presenza dell'URSS e dunque la Guerra Fredda e quindi la presenza del PCI. PCI e movimenti si fecero la guerra, ma un movimento ha senso se e quando può scavalcare a sinistra una realtà organizzata che già esiste, altrimenti è il movimento stesso che è costretto ad istituzionalizzarsi in qualche modo.
2- In verità Negri sembra rendersi conto di questo quando auspica per il movimento una nuova forma costituente. E' evidente però che perchè questo auspicio si faccia realtà, per noi che a livello sociologico siamo materialisti (anche se poi non è necessario esserlo in senso metafisico, ma qua è un inciso che non c'entra), le strutture devono mutare, ovvero i movimenti devono cambiare tipologia organizzativa e superare proprio il limite di quello che Negri stesso vede qua come difetto, ovvero lo spontaneismo, e appunto il suo figlio organizzativo: l'assemblearismo.
Il fatto che manchi un voto, un direttivo ufficiale con le responsabilità che ciò comporta, muove inesorabilmente e contrariamente ai propositi al leaderismo.
Mi spiego: se non c'è la possibilità di votare ed organizzare un direttivo, che sia sempre ufficialmente revocabile ove tradisca la base, chi prevale è sempre il leader storico, o quello con più carisma o con la parlantina migliore o che sa andare avanti per sfinimento, e dunque il movimento rischia di essere in balia di una casta che riproduce se stessa a causa dei propri limiti organizzativi.

Massimo Campus ha detto...

Sì Brunaccio: l'assemblearismo è proprio l'opposto della democrazia, comunque intesa.


Negri finge di dimenticare l'esperienza di potere operaio e di altre organizzazioni rivoluzionarie dell'epoca (si badi bene, ORGANIZZAZIONI e non MOVIMENTI). Eppure lui fu uno dei dirigenti di quel partito. Altro che movimenti.
Pot.Op. metteva al centro dell'azione politica il conflitto capitale-lavoro e la classe sociale, gli operai, punta di diamante dello scontro politico.
Si aveva capito già allora che sono le lotte che generano l'organizzazione e non viceversa. Quest'ultimo fu in sostanza il campo in cui si giocò la partita nella sinistra rivoluzionaria.
Il crollo non avvenne, come Negri ha spesso affermato, nel passaggio da movimento a partito (movimento= bene, partito=male), ma semmai col tentativo di far nascere le lotte con la semplice organizzazione diretta dall'alto. Con l'istituzionalizzazione di alcuni partiti che pensarono di poter continuare la lotta dentro al parlamento ed alle istituzioni borghesi. Non entro nel merito di questa strategia e sulla sua giustezza, mi limito ad osservare quel che accadde.
Il limite del pensiero negriano è l'incapacità di uscire da una visione "romanzata" del conflitto sociale. Che diavolo è la "moltitudine", il "lavoro immateriale" se non un'incapacità di riconoscere i processi invece del tutto materiali e concreti del divenire delle società umane?
Un conto è riconoscere, come afferma Bauman, l'avvento di una società "liquida" sulle ceneri di quella "solida" precedente. Un conto è invece credere che questa società liquida si sviluppi dentro ed attraverso una "moltitudine" formata da miliardi di individui che, anche inconsapevolmente, agiscono come essere collettivo.
Mi sembra di leggere la teoria della psicostoriografia di Asimov, ma quella era appunto fantascienza, e della migliore.
Cos'è la moltitudine, cos'è il lavoro immateriale?
Andiamolo a chiedere ai minatori del Sulcis, magari.
Qui non si esce dal buco, caro Negri, se non ci si mette in testa che bisogna ripartire, e subito, da un paio di cosette fondamentali.
Dal riconoscere che le classi sociali esistono e sono tuttora ferocemente strutturate e confliggenti, dalle condizioni MATERIALI delle classi subalterne, dall'organizzazione di quelle classi sociali in una formazione nuova ed indistruttibile.
Dico poco? Dico quel che serve. Che poi non si sia in grado di farlo ciò non significa che non si debbano avere le idee chiare.
La spallata non la darà una moltitudine, più o meno consapevole, ma solo la consapevolezza che esiste un insopprimibile conflitto tra capitale e lavoro, che ci si deve attrezzare per combatterlo e che ciò potrà farlo con qualche speranza di vittoria solo un gruppo coeso, democratico, organizzato e disciplinato.
Altro che moltitudini e spontaneismo.

Anonimo ha detto...

..avevo lasciato un commento ma nn lo vedo..mi sa che è andato perso...

massimino

Anonimo ha detto...

formulare un commento su un articolo così complesso nn è certo cosa facile..prendo spunto dai precedenti commenti e da alcune recenti letture per riformulare ciò che avevo già scritto ma che blogspot ha deciso di nn pubblicare!!
La forma partitica presenta una struttura di tipo verticale che si contrappone all'orizzontalità del "movimento", al tempo stesso poichè ha come fine il raggiungimento del potere statale rischia di riprodurre quegli stessi meccanismi che si vorrebbero sovvertire. In teoria credo che malgrado i buoni propositi il rischio che le decisioni vengano prese da un ristretto gruppo rispetto alla massa dei militanti (e sul concetto di militanza si aprirebbe un altro grande tema...) che ne costituiscono la base sia reale ed alto.
Ovviamente anche la presunta orizzontalità della struttura movimentistica non è esente da tale rischio.
Mi viene in mente il "mandar obedicendo" degli zapatisti, la sostituzione della forma partitica con quella assembleare dei collegi, la frequente alternanza dei rappresentanti..
Ritengo molto apprezzabile, ma nn la conosco a sufficienza, la storia del movimento NO TAV, la ritengo una forma di "democrazia partecipativa" che funziona. Probabilmente il contesto socio-politico di quei posti e di quelle genti ed il fatto di lottare contro un qualkosa di concreto fa da collante alle tante anime che compongono il movimento stesso che credo sia difficilmente riproducibile in altri contesti..

massimino

Anonimo ha detto...

a mio parere la differenza tra occupy e no tav non sta tanto nell'eterogenerità del movimento in qunto comunque nelle due proteste ci si sono ritrovate persone di tutte le classi e edtà, ma nella costituzione dei movimenti mentre per la TAV si lotta da almeno vent'anni per far si che il progetto non si faccia (spreco di soldi e devastazione ambientale) nel movimento occupy si sono ritrovate persone tradite dal "sistema" della richezza facile e sentendosi traditi e soprattutto derubiti si sono uniti ad un nucleo iniziale che combattevano (e combattono) tale sistema.
La questione della fabbrica è anche lei annessa al sistema fittizio una costante produzione di beni propedeutico al consumo a portato negli ultimi 10 anni ad una progressiva riduzione dei diritti tutto questo dovuto alla triade capitale-sindacati-istituzioni trasformando il fattore umano-operaio in carne da macello.
Per quel che concerne i centri sociali e al violenza è tutto un gioco costruito ad arte per screditare ciò che di buono nel "piccolo" delle proprie realta queste soggettività fanno, il discorso della pratica istituzionale si è vero che probabilmente può essere letta come una svolta riformista che va al di fuori della ragion d'essere, però non si può additare come errore storico una esperienza per quanto sbagliata può essere

EDOARDO

Massimo Campus ha detto...

Il dibattito sul partito e sulla sua forma è vecchio quant'è vecchia l'idea comunista. Ovvero, per l'appunto, come dare concretezza ed organizzazione a quell'idea.
Non è questo il post e nemmeno il momento ma è evidente, per dirla in breve, che i rischi di cui parla Massimino sono ben presenti e reali, specie alla luce delle esperienze passate, spesso drammatiche.
Possiamo dire, per tagliarla con l'accetta, che la forma partito è ineluttabile se si vuole prendere il potere. Sempre che interessi prenderlo. Ma ho già detto ieri che se non hai in mano quella leva non hai in mano nemmeno il tuo futuro.
L'esperienza dei soviet, il tentativo cioè di dare un'organizzazione davvero democratica ad un partito ed alla gestione del potere appena conquistato, è l'esempio di ciò che si può fare. Tutto quel che è avvenuto dopo lo sappiamo. Si giustificò l'ossificazione e la statualizzazione dei soviet con l'assedio internazionale che l'Urss neonata dovette subire per 7 anni dalle forze reazionarie. La morte di Lenin fu da questo punto di vista una catastrofe.
Ma il fatto che finì come sappiamo non significa che non si possa studiare approfonditamente quell'esperienza e citarla come esempio.
Io credo, lo ripeto, che lo spontaneismo sia il padre di ogni sconfitta. Con esso deve fare i conti ogni movimento, che proprio perchè fondato sull'apporto volontaristico dei singoli e non su un'organizzazione puntuale e sistematica, ha i piedi d'argilla.
E' su come costruire l'organizzazione ed il partito che ci si deve interrogare, quindi, e non sulla sua storica necessità.

Massimo Campus ha detto...

Marcos e gli zapatisti non hanno inventato nulla, naturalmente. Ricordo per chiarezza che i componenti dei soviet russi votavano per alzata di mano eleggendo i propri rappresentanti alle istanze superiori, con il vincolo dell'immediata rimozione qualora avessero perso la fiducia di chi li aveva eletti. Si pose il problema di dare loro uno stipendio, specie per alcuni incarichi per i quali non era possibile lavorare se non a tempo pieno. Lo stipendio stabilito fu quello di un operaio specializzato, e per nessun modo poteva essere superiore. Ogni soviet lavorava diviso in commissioni che dovevano periodicamente presentare all'assemblea generale il frutto del loro lavoro. Ogni capo di commissione, così come ogni capo di soviet, durava in carica per tre anni e non poteva essere rieletto, ma poteva naturalmente essere sempre sfiduciato. C'erano societ di isolato, di villaggio, di quartiere, di fabbrica, nell'esercito, dei contadini. Qeusto comportava che, ad esempio, uno stesso individuo potesse (e dovesse) far parte di più soviet. Non era un'appesantimento ma un arricchimento.
Come si nota si tratta di una forma democratica parecchio dispendiosa, in tempo ed in fatica. Ma l'unica forma per me accettabile.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Detta molto banalmente, secondo me il dibattito sulla forma organizzativa deve essere uno dei principali momenti costituenti, di cui Negri parla ovviamente dicendo tutt'altro.

Sull'occupy concordo con Edoardo e aggiungo che a mio avviso si tratta di un fenomeno essenzialmente di radicalismo borghese: tutto nasce dall'indignazione di non avere più la società occidentale di una volta con il giusto reddito per quel che si è studiato ecc...
Ma si sono mai domandati gli indignati che se si rimane in ambito capitalista, anche se un giorno per ipotesi si tornasse a standard di vita alti qua da noi, quegli standard sarebbero pagati dal sangue e dalla miseria di altri sfruttati in altre parti del mondo? Perchè nel capitalismo c'è sempre qualcun altro che paga il conto del tuo benessere.
Senza un progetto organico decisamente anticapitalista (e non semplicemente contro la rendita o per i beni comuni o per il reddito, che sono tre strumenti provvisori ottimi ma che rimangono nel capitalismo, di cui semmai costituirebbero una fase nuova se non concepiti già per essere superati) siamo nel mondo delle chiacchiere.

Massimo Campus ha detto...

Brunaccio ha centrato il bersaglio in pieno.
Su Occupy non avevo espresso un giudizio di merito ma condivido al 100%. Il loro slogan, voi uno noi 99 va decifrato. Quell'uno è l'alta finanza, i 99 sono gli orfani del benessere. Se quel benessere, garantito e costruito sulla pelle appunto di miliardi di diseredati, fosse continuato, Occupy non ci sarebbe stata.
Un movimento estesosi in gran parte del mondo capitalista, ovunque ci sia una giovane borghesia rampante abituata per decenni al denaro facile e senza guardare in faccia nessuno. Costruito sulla pelle di miliardi di altri esseri umani, con il colonialismo ottocentesco, con l'imperialismo del 900, con le guerre umanitarie dei nostri giorni.
Negri ed i suoi hanno sbagliato obbiettivo come sempre. Peraltro il sito da cui proviene il suo intervento, uninomade, è un sito borghese radical-chic. Non facciamoci abbagliare da una pennellatina di Carlo MArx, da una spruzzata di antistalinismo e dal dileggio per il socialismo novecentesco di cui costoro, Negri in testa, vanno fieri. Esaltare un simile movimento è tipico di chi non vuole aprire gli occhi e scoprire che ha sbagliato campo, epoca ed analisi. Difatti in Italia Occupy non è sbarcato. Perchè fortunatamente noi abbiamo ancora un pò di memoria storica ed i padroni sono ancora nemico di classe e non un avversario da combattere cavallerescamente.
Capitale e lavoro sono ancora per noi incompatibili, per gli indignados ed occupyisti vari sono momentaneamente avversari da ricondurre alla ragione. Loro, appunto, non intendono abbattere il sistema, ma solo renderlo compatibile alle loro esigenze.
No, non andiamo d'accordo, caro Negri. Meglio, molto meglio il nostro orizzonte del socialismo novecentesco, almeno sappiamo di che parliamo. Tornatene a New York, lì è il tuo ambiente.