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venerdì 14 settembre 2012

LIBIA. LEZIONE PER GLI USA.

da http://www.contropiano.org/it/esteri/item/11155-amara-lezione-libica-per-gli-usa
Amara lezione libica per gli Usa di Sergio Cararo


L’uccisione dell’ambasciatore Stevens è un serio colpo alla strategia statunitense nel Medio Oriente delle “rivolte arabe”. La Libia dove hanno vinto i “liberali” sta saltando e si riaffaccia la nemesi di Al Qaeda. La “questione” siriana sta facendo saltare un progetto filato liscio fino a poco tempo fa.
“Tutto è cambiato in meglio. Le persone sono più distese e aperte con americani, francesi e inglesi. Sono benvoluti” aveva scritto l’ambasciatore statunitense Chris Stevens a proposito della situazione in Libia dopo che era stata “liberata” dai bombardamenti della Nato e dai gruppi anti-Gheddafi da questa stessa sostenuti ed armati. I fatti lo hanno smentito piuttosto bruscamente.
L'amministrazione Usa, oltre a due navi militari e 200 marines, ha spedito in Libia anche alcuni agenti del Fbi. La pista che seguono ritiene che l'attacco alla missione Usa a Bengasi sia stato pianificato da un gruppo organizzato ma non direttamente legato alle proteste per il film su Maometto. Per una sorta di legge del contrappasso l’analisi del Fbi somiglia oggi alla dinamica delle rivolte arabe nei due diversi casi di Egitto e Libia un anno fa. Infatti secondo una fonte del governo Usa "La protesta del Cairo - si legge sul New York Times - sembra una mobilitazione spontanea contro il video anti-Islam prodotto dagli Usa. Al contrario, le persone che hanno attaccato l'ambasciata a Bengasi erano armati con mortai e granate”. A ben guardare è quello che era successo quando qualcuno, preso dall’euforia, aveva cominciato a parlare di rivolta spontanea anche in Libia, cosa che abbiamo contestato apertamente e pubblicamente.
Secondo le autorità Usa “alcune indicazioni suggeriscono che un gruppo organizzato abbia atteso l'opportunità delle proteste per attaccare, oppure che forse le abbia addirittura generate per coprire l'attacco".
Diversi think thank statunitensi e britannici tornano a tirare in ballo al Qaeda. L'attacco al consolato Usa a Bengasi, sarebbe stata una "vendetta per l'uccisione di Abu Yaya al-Libi, numero 2 di Al-Qaeda", ucciso da un drone in Pakistan nel giugno scorso. A Bengasi, ragionano gli analisti, "il lavoro e' stato fatto da una ventina di miliziani, preparati per un assalto armato". Si sarebbe trattato di un assalto in due tempi, con un primo attacco che ha costretto il personale del consolato a spostarsi in un luogo sicuro, dove poi sono stati colpiti. Secondo altre fonti, invece, la morte dell'ambasciatore sarebbe avvenuta per soffocamento da fumo mentre il diplomatico tentava di rifugiarsi sul tetto dell'ambasciata in fiamme.
Nell’ultimo mese in Libia la situazione si poteva dire tutt’altro che normalizzata. Il 3 agosto è esplosa una autobomba a Tripoli, una settimana dopo a Bengasi è stato ucciso il generale Mohamed Hadia, uno dei primi alti ufficiali che avevano disertato per passare nelle file dei ribelli, il 19 agosto altre due autobombe sono esplose a Tripoli davanti al ministero dell’Interno e l’Accademia militare; il giorno dopo c’è stato un attentato contro un diplomatico egiziano. Il governo libico, per ragioni tutte interne, ha puntato il dito contro "nostalgici del vecchio regime" di Muammar Gheddafi. Il sottosegretario del ministero dell'Interno libico per la parte orientale del Paese, Wanis Asharef in una conferenza stampa ripresa ha indicato l'attacco all’ambasciata Usa a Bendasi come ritorsione per l'estradizione dell'ex capo dell'intelligence sotto Muammar Gheddafi, Abdullah Senussi, trasferito a Tripoli all'inizio di settembre dopo essere stato arrestato cinque mesi fa in Mauritania. Una chiave di lettura decisamente sballata e piuttosto consolatoria.
L’amministrazione Obama con il discorso del Cairo tre anni fa aveva avviato la sua strategia in Medio Oriente. Con il criterio di “Evolution but not revolution” aveva poi elaborato il suo approccio alle “rivolte arabe” ottenendo dei cambiamenti di regime funzionali ai propri interessi e al compromesso storico con una parte dell’islam politico di ispirazione (e finanziamenti) saudita. La cosa aveva funzionato in un certo modo in Egitto e Tunisia (e con Hamas in Palestina) e con un altro in Libia. Adesso doveva funzionare anche in Siria ma qualcosa non sta andando per il verso giusto.
La nemesi di Al Qaeda torna così ad alimentare gli incubi delle amministrazioni presidenziali statunitensi. Ogni volta che gli Usa creano un alleato creano anche il proprio nemico e viceversa. Alleati con Al Qaeda contro l’Urss e nella ex Jugoslavia prima e nemici mortali poi, di nuovo alleati in Siria e adesso di nuovo in rotta di collisione. I soldi dell’Arabia Saudita e del Qatar potrebbero non bastare sempre a metterci una pezza.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO

Alcuni spunti.

1) Noi giustamente sosteniamo, quando abbiamo a che fare coi cattolici, la libertà di satira anche nei modi più dissacranti. Ma tutto ciò ha un senso perchè è una critica che nasce all’interno della stessa cultura e dalla stessa gente che subisce la dominazione cattolica. Altra faccenda è se una cosa del genere viene fatta da rappresentanti delle aree più ricche e dominanti militarmente sul territorio nei confronti dei simboli culturali di popolazioni molto più povere e politicamente e finanziariamente dominate dai gruppi economici degli stessi luoghi da dove viene il film. Lì è più normale arrabbiarsi…oppure dovremmo pensare che quando le popolazioni indigene si infuriavano perchè i colonialisti (compresi quelli islamici in aree africane nei tempi) irridevano e umiliavano i loro simboli religiosi e culturali erano poco laici, poco razionali e dunque un po’ quell’umilizaione e quel dominio se lo meritavano. E invece è la categoria dell’umiliazione quella su cui bisogna soffermarsi. La satira ha un senso quando è la presa di coscienza di un popolo contro i suoi tiranni: lì è strumento liberatorio.
2) Viceversa l’islam stesso è una religione fortemente ostile alle culture miscredenti e fortemente renitente sui diritti civili ed umani, per cui abbiamo un paradosso evidente, che chiunque abbia un minimo di conoscenza del mondo islamico (ed evidentemente chi ha fatto il film, per l’argomento del film stesso, la ha) conosceva rendendosi ben conto di quello che quel film, nel contesto di cui sopra, avrebbe provocato.
3) Se ne deduce dunque che chi ha fatto il film non aveva alcun obiettivo laico o liberatorio verso il giogo della religiose musulmana, ma voleva semplicemente fomentare uno scontro di civiltà. Molti hanno reagito senza alcun criterio di buon senso e hanno abboccato all’amo, rafforzando indirettamente proprio le stesse elites religiose che li dominano. Dunque, il risultato -non certo conseguito per ingenuità- del film non può altro che essere il rafforzamento delle elites religiose (obiettivo opposto alla laicità) interne e, di converso, quello di fomentare nuovi scontri e nuove guerre, magari a grosso vantaggio di produttori di armi e di speculatori finanziari.

Anonimo ha detto...

dal mio punto di vista le cose sono due.
come nel 2005 con la pubblicazione delle vignette danesi e nel 2006 con la maglietta di Calderoli, che nel mondo islamico suscitarono reazioni con scontri e qualche morto e ferito, per poi tornare alla normalità (ovvero il dibattito sulla fede e la scarsa ironia dei popoli mussulmani).
Oppure la questione è molto più complessa.
Partiamo dal fatto che questa volta un film a dir poco provocatorio ha scatenato un ira funesta in gran parte degli stati islamimci, con l'uccisione del Ambasciatore americano più altri tre statunitensi, un tale prestesto del genere con un altra amministrazione avrebbe scatenato una risposta immediata senza parere di organismi sovranazionali, l'amministrazione Obama invece non ha attaccato immediatamente però nel frattempo le navi da guarra americane sono nel Mediterraneo.
Una cosa strana sentendo sta mattina rai news è anche il fatto che questo Sam Becile (registrsa) non si trova più e anche in rete le cose su questo personaggio sono vaghe.
Tornando alla questione delle navi questa puo essere letta anche come manovra di controllo sulla Siria e Iran e parte anche sulla Cina visto che Pechino ha uno spiccato controllo economico sul continente nero e fermare l'espansione commerciale cinese da parte dell'America è d'obbligo per non vedersi definitivamente surclassata dai "compagni".
Monitorare il Medio-Oriente è altresi importante, e nell'evantualità essere pronta per un intervento a favore di Israele...
Edoardo

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Edoardo,
io la questione delle vignette e di Calderoli la inserirei sempre nell'imperialismo culturale di cui sopra e che non porta certo al miglioramento della ragione e della convivenza (che dovrebbe essere il fine della laicità, altrimenti quest'ultima non avrebbe senso di essere); altra è la reazione di apostati dell'islam o di laici contro il loro proprio giogo.

Ora, se è vero quel che dico, ovvero che dietro questa operazione c'è un interesse a fomentare lo scontro, concordo che la vicenda non vada vista nella sola ottica nordafricana ma come una provocazione studiata verso tutti i Paesi musulmani e dunque, indirettamente, facente parte di quello scontro tra capitalismi (atlantico e bric)di cui parliamo e che potrebbe avere ripercussioni in tutte le zone di cui tu dici.
Ed è proprio la posizione americana sulla Siria a mostrare la fallacia di questa battaglia sedicente laica: non si capisce come gli americani siano sempre stati contro Assad, Saddam, Gheddafi e tutti quei satrapi che, con modi assai discutibili, hanno sempre contenuto l'integralismo islamico, tutta in una volta divengano paladini dei diritti civili rafforzando le componenti islamiste che sono fortissime in tutte le cosidette 'primavere'.
Infine, questa situazione potrebbe rompere la pace coi fratelli musulmani, i quali economicamente sono filo occidentali con la sola eccezione della questione isrealiana, nonchè mettere in crisi la monarchia saudita, assieme baluardo dell'islam più rigido (il famoso wahabismo) e partner commerciale dell'occidente.
E se l'Arabia Saudita rompe col mondo atlantico (cosa che non credo avverrà, per una questione di partnership economica anche se è un po' che si dice che i sauditi iniziano a guardare verso la Cina...e in questi tempi schizofrenici non si può escludere nulla con certezza) ci potrebbero essere novità imprevedibili.
Tuttavia i sauditi odiano l'Iran e viceversa, ed è proprio sull'Iran che si giocherà forse tutta la partita.
E io tifo l'Iran, perchè da leninista, parteggio sempre per i Paesi antimperialisti, anche avessero il regime più brutale, perchè la liberazione dal capitale e dalla governance straniera è la condizione necessaria (anche se ovviamente non sufficiente) per pensare alla liberazione di un popolo anche dai satrapi e dalle ideologie religiose locali; viceversa, anche cadesse la tirannia economica, ci sarebbe sempre la condizione subalterna dell'imperialismo che non garantisce alcun progresso, perchè la miseria non porta a nulla di buono.

Anonimo ha detto...

Scusate, alla fine era 'cadesse la tirannia rùpolitico-religiosa' e 'restasse quella economica'

Anonimo ha detto...

SEMPRE BRUNACCIO.

Vorrei svolgere alcune ulteriori considerazioni, scaturite da una serie di discussioni con compagne e compagni

1) La falsa equazione, eurocentrica e idealista-illuminista, per cui i Paesi più religiosi sono i meno sviluppati. Gli USA, la potenza più tecnologica del mondo, è la capitale del fondamentalismo cristiano, che sta producendo gente come Bush, la Palin, Ryan, che si batte contro la teoria dell'evoluzione (non contro la sintesi neodarwiniana per l'ID, si badi bene, ma contro il fatto stesso dell'evoluzione), che importuna i funerali dei gay (god hates fags), che spara ai medici che praticano aborti e che vuole promuovere crociate mondiale. E, si badi bene, questo è un fenomeno tutto WASP, e non delle minoranze meno sviluppate.
2) Al di là delle posizioni assurde di infoaut sul sabotaggio dei movimenti sociali, è chiaro che il sottoproletariato del terzo e quarto mondo si è rotto le palle dell'arroganza colonialista americana, e che il linguaggio loro è quello comunitario, che l'islam rappresenta.
3) In tutto questo si deve dare la colpa alle borghesie delle primavere arabe, che come la borghesia pre rivoluzione francese, voleva un cambio di leadership e non un cambio di modello, usando le masse povere strumentalmente. E infatti mai nessuno dei vari indignati arabi ha lavorato e costruito nelle bidonville del Cairo o di Tunisi, ma tutto questo lavoro è stato fatto dai musulmani.
4) Se ne deduce che dove non esiste un'organizzazione decisamente comunista, fondata sul lavoro della talpa in seno al popolo, non è possibile saldarsi con il sottoproletariato, vero motore i qualsiasi rivoluzione. E, ove si lascia un vuoto, lo prendonop altri.
5) Ergo, il movimento dei compagni qua da noi, piuttosto che parlare di sabotaggi o pesti monoteiste, dovrebbe un attimo ritornare a Gramsci e a Lenin e capire cosa è e come si organizza una rivoluzione, che è ben altra cosa dal chiedere spazi di agibilità economica all'interno delle coordinate di fondo dello stesso modello economico di cui si contesta solo la ledership ma non la struttura.
5) Ergo, non esito a dire che, per quanto embrionale, grezza, inconscia, fondata su altre categorie delle nostre c'è più lotta di classe e comprensione di chi sia realmente il nemico che in tutte le primavere arabe del mondo, che peraltro sono state uno specchietto per le allodole nel far accettare l'aggressione alla Libia e forse, oggi, l'altra alla Siria, che genererebbe scenari di miseria e guerra sempre più terribile.

Anonimo ha detto...

Scusate sbaglio di numerazione e refusi, ma vado un sacco di fretta. Bru.