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martedì 4 settembre 2012

United against poverty


Aumento della disoccupazione e della povertà nella crisi. Un nuovo scenario.
di Antonio Musella
Il mese di agosto, al tempo della crisi, è trascorso sullo scenario europeo con il sold out nelle sale d’aspetto della presidenza della Bce e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Manovre finanziarie per permettere a speculatori e banchieri di mantenere i loro equilibri dopo aver dispensato miseria e povertà in tutta la regione dell’Europa occidentale. Interi paesi hanno visto l’aumento della povertà interna, frutto dell’impatto delle misure di austerity che hanno colpito principalmente il mondo del lavoro. Italia, Spagna, Grecia, Portogallo si sono allineate ai diktat europei sui temi del lavoro con la riforma del settore che ha portato all’aumento della precarietà. Mentre industriali e democratici invocano in tutta Europa misure per una crescita, che non si capisce bene su quale crinale debba svilupparsi, il vecchio continente da questo autunno comincerà a fare i conti con l’aumento della marginalità sociale e della povertà. Le politiche di austerity e le riforme settoriali hanno di fatto prodotto una perdita del potere d’acquisto dei salari, un abbassamento degli stessi, la fine di numerose garanzie sociali e sindacali. In sintesi tutti sono diventati più precari in questi ultimi due anni. Ma ora la crisi ci porterà ad una nuova fase. Le ricette della troika sono servite solo per salvare banche e speculatori ovvero l’1% a discapito del 99%, per questo oggi parlare di crescita equivale ad un piano di astrazione degno di Walt Disney. Lo è innanzitutto perché dalla crisi non si sta uscendo costruendo un’alternativa di sistema a cominciare , appunto, dal modello di sviluppo.
Ci troveremo davanti il fenomeno dell’aumento della disoccupazione e con esso l’aumento della marginalità sociale. Un fenomeno che segue quello dell’aumento della precarietà degli ultimi anni ma è diverso da esso in tanti aspetti.
Innanzitutto perché davanti all’aumento della precarietà abbiamo assistito ad una reazione sociale di difesa individuale, agita singolarmente spesso pienamente inserita nel tritacarne della dismissione dei diritti. L’atteggiamento di molti sindacati confederali in Italia ed in Europa è la migliore cartina di tornasole del fenomeno. Piuttosto che ribellarmi provo a difendere il mio piccolo orticello, che sarà sempre più infame e privato di dignità…ma esiste !
I fenomeni di conflitto sociale, davanti all’aumento della precarietà, possiamo dire che sono stati occasionali, senza nessuna sinergia che provasse ad agire una ricomposizione di classe ed incapaci di costruire un comune sia sul piano rivendicativo che su quello ricompositivo. Senza dubbio nel nostro paese ci sono stati “eventi dannati” che hanno segnato l’anno politico. Il 15 ottobre, su cui non è il caso qui di ritornare, ma anche l’incapacità di alcune rappresentanze sindacali di fungere da vettore di ricomposizione di classe dentro il conflitto sociale. La tanto sperata saldatura tra precari ed operai non c’è stata e probabilmente non ci sarà nell’immediato. Responsabilità ed errori che vanno equamente divisi tra il sindacato dei metalmeccanici, che nonostante sia conflittuale e non asservito, resta corporativo e poco incline alla presa d’atto della crisi della forma sindacato ed alla messa in discussione delle pratiche a partire dalla loro efficacia. Dall’altro c’è stato tra le forme di autorappresentazione dei precari, come spesso è avvenuto negli ultimi decenni, più evocazione che sostanza, più enunciazione che lavoro di organizzazione del precariato diffuso.
Ciò che ci ritroveremo davanti nei prossimi mesi sarà però qualcosa di diverso. Il lavoro, anche quello che ti avvelena, che ti umilia, che ti spezza, non c’è proprio più.
I dati dell’ultimo biennio parlano in maniera chiara, l’aumento della disoccupazione nel nostro paese e nel sud dell’Europa è a livelli terrificanti. Per questo ci sarà poco da difendere e soprattutto non ci saranno nemmeno i margini per accordi al ribasso. Non ci sarà, in sintesi, la possibilità di accettare qualsiasi condizione pur di mantenere il posto di lavoro. Lo spaccato sociale che ci troveremo davanti non sarà più quello di chi difende il posto di lavoro ma quello di chi il lavoro lo sta perdendo o lo ha già perso. In giro per il paese centinaia di casi sono stati attenzionati, vissuti e raccontati dalle realtà di movimento. Ma in nessuno di questi si è mai riusciti ad intervenire in maniera adeguata. Il mondo del precariato diffuso che si autorappresenta, nei collettivi, nei centri sociali, nelle reti di precari, non è riuscito a trovare un paradigma che permettesse non solo la saldatura con altri segmenti sociali ma anche un intervento complessivo sul nodo del lavoro e della disoccupazione. L’intensificarsi del secondo fenomeno ci impone una riflessione seria rispetto alla fase. Siamo davanti ad un fenomeno diverso rispetto all’aumento della precarietà, in cui dobbiamo ricercare la possibilità di costruire saldature ma soprattutto di favorire la costruzione di un senso comune, propedeutico per un piano del conflitto sociale in cui i termini rivendicativi saranno diversi rispetto a quelli che abbiamo visto negli ultimi anni. Non solo. L’aumento della povertà farà crescere il bisogno di forme nuove di mutualismo. La sperimentazione di forme di welfare dal basso, concrete, praticate sui territori, agite anche in spazi fisici come possono essere i centri sociali, può essere un grimaldello importante per connettere il mondo dei nuovi poveri. Da tempo sosteniamo che l’esperienza argentina dell’inizio degli anni duemila può essere una storia interessante da studiare per provare a sperimentare anche qui da noi, in Italia e nel sud dell’Europa, pratiche di cooperazione sociale dal basso in grado di essere anche motore del conflitto sociale e di ricomposizione di classe. Dal baratto, al riuso e riciclo dei materiali, dalle monete alternative, allo scambio di prestazioni professionali, le forme di welfare dal basso che tengano dentro mutualismo e organizzazione sociale sono un terreno su cui necessariamente dovremo misurarci.
Nel merito, un tipo di situazione come questa, potrebbe essere una grande occasione per provare a far vivere il tema della rivendicazione di un reddito universale come una rivendicazione di tutti. Di quelli umiliati e privati della dignità dall’aumento della precarietà, per quelli che il lavoro lo hanno perso, per quelli che il lavoro – come una larghissima fascia di giovani definiti dagli studi statistici “ net” – non ce l’ha e non lo cerca nemmeno. Un reddito universale che sia patrimonio rivendicativo dei soggetti sociali reali e non solo di particolarità politiche come le realtà di movimento o peggio ancora di avanguardie intellettuali che ne disquisiscono in seminari e corsi di laurea.
Uno scenario nuovo dunque, rispetto al quale siamo chiamati ad attrezzarci.
Rispetto alle recenti esperienze mi preme qui sottolineare due elementi che potrebbero servire da lezione per chi oggi si vuole misurare su questo terreno.
Il primo, rinunciare definitivamente alla subalternità alle forme sindacali già date. Se pensiamo davvero che la forma sindacato sia in crisi, se siamo coscienti che la saldatura tra segmenti sociali diversi non può partire da quelli storicamente inseriti nel mondo del lavoro classico, se siamo convinti che parte della crisi della forma sindacato sia dovuta anche all’assenza di aggiornamento sull’efficacia delle pratiche e ad un dibattito sulla violenza che la crisi ha già mandato in soffitta, se pensiamo tutte queste cose allora sappiamo che abbiamo bisogno di altri strumenti. Strumenti collettivi che ci diano la possibilità di intervenire sul tema della povertà, ricercando la giusta cooperazione e le giuste sinergie con quelle forme sindacali conflittuali e non asservite, ma restando fortemente autonomi ed indipendenti.
Il secondo, riguarda la sostanza del piano rivendicativo. Come sopra detto, questo scenario può essere – quando si parla di lotte per il reddito il condizionale è più che d’obbligo ! – interessante per agire la rivendicazione di un reddito universale. Al tempo stesso dobbiamo ricordarci che le ultime battaglie intorno alle questioni del mondo del lavoro c’hanno portato ad assumere posizioni su cui oggi vale la pena riflettere. Siamo stati tra quelli che hanno usato lo slogan “il lavoro è bene comune”.
Al di là della pur interessante discussione sulla definizione della categoria bene comune, oggi dovremmo chiederci qual’era questo lavoro inteso come bene comune.
Quello che ti porta ad essere uno schiavo in catena di montaggio ? Quello che di avvelena e ti uccide lentamente e ti tiene sotto ricatto come all’Ilva di Taranto? Quello per cui vale la pena accettare la perdita di ogni dignità? Oppure quello della legge 40?
Il lavoro nel capitalismo è, e resterà, sfruttamento, miseria e soggiogazione.
Noi vogliamo solo liberarci

9 commenti:

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Questo articolo è molto interessante, perchè offre, comunque la si pensi, diversi spunti di discussione.
Credo che sarebbe meglio, al fine di leggerlo e discuterlo con calma, darci anche domani e sospendere quindi l'uscita del venerdì di volanterossa.
Per ora mi fermo qua. Spero di leggere le vostre considerazioni prima di esprimere le mie.

Anonimo ha detto...

purtroppo per esperienza personale mi ritrovo quasi del tutto concorde nell'analisi descritta nell'articolo.
La mancanza di una "lotta di classe" che portò tra la fine degli anni '60 e gli anni '70 ad una serie di conquiste in materia di lavoro è stata saggiamente smembrata e come detto nell'articolo le parti sindacali più combattive nn riescono ad agganciare quelle parti di società civile (si veda la questione dell'ILVA ed i fischi nn solo a bonanni, angeletti e compagnia bella ma anche a landini..).
Purtroppo, pur avendone sentito parlare, non conosco l'esperienza argentina cui si fa riferimento nell'articolo, quindi sarei grato a qualkuno che frequenta il blog di dare una delucidazione in materia.
Purtroppo è vero che tutte le reti o le iniziative di precari e disoccupati nn sono riuscite a saldarsi ed anche noi, nel nostro piccolo, pur avendoci provato e pur essendo solo agli inizi, non siamo stati in grado di fare presa su coloro che ci circondano: si pensi alle lotte con gli operai kosovari o alla recente presa di posizione a sostegno dei dipendenti della coop "H muta"..noi c'eravamo, ma loro???!!!
Il nodo della questione è proprio questo: è la mancanza di una coscienza comune che non fa unire le lotte, che ci porta a difendere lavori che ci uccidono ma che ci garantiscono il "pane quotidiano".
Come uscire da tale intoppo? come riuscire a concretizzare azioni di mutuo soccorso? come renderle quotidiane e non solo fenomeni episodici?
Nella nostra realtà senigalliese la scorsa settimana alcuni compagni hanno avuto l'idea di affidarsi alla solidarietà di amici ed estimatori, cui è stato chiesto un aiuto economico per registrare un disco, per inseguire un sogno, per continuare sperare in qualkosa in una società che ci sta togliendo anche la speranza.. è secondo me un esempio di mutuo soccorso...come farlo diventare pratica comune??
Per adesso mi fermo..

massimino

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

PURTROPPO NELLA ZONA DOVE ABITO INTERNET NON STA FUNZIONANDO. ORA SONO DI VOLATA DAL CIRCOLO. SPERO CHE LA COSA SI AGGIUSTI QUANTO PRIMA PERCHE' IL POST E LE RIFLESSIONI DI MASSIMINO SONO MOLTO INTERESSANTI E SPERO DI AVERE TEMPO PER POTER ESPRIMERMI DOPO ADEGUATA RIFLESSIONE.
CI SENTIAMO PRESTO.

Anonimo ha detto...

continuo a leggere l'articolo e sempre più mi convince la lucidità e la chiarezza con cui viene trattato il tema. In particolare mi soffermerei sulla frase di chiusura:
"Il lavoro nel capitalismo è, e resterà, sfruttamento, miseria e soggiogazione." Probabilmente è sempre stato così, da quando cioè ad un'azione pratica è stata assegnata un valore monetario si è iniziato ad alimentare questo meccanismo. Ovviamente, per un certo periodo, tutto ha retto, ma ora è evidente che non è più così. Il doversi sentire fortunato solo per il fatto di avere un lavoro, indipendentemente che sia mal retribuito, pericoloso, dannoso alla salute,...oppure il non poter rifiutare un'offerta o semplicemente il non poter porre delle condizioni migliorative sono l'evidenza che non si può procedere sulla strada della sottomissione. E se ci immaginassimo di iniziare a rifiutare il lavoro in quanto tale??!! Forse questa potrebbe essere una forma di sabotaggio, di cui si è tra l'altro già parlato in questo blog, che potrebbe mettere in crisi l'intero sistema capitalistico?
Ovviamente questa è al momento solo una provocazione per stimolare il ragionamento e in assenza di un reddito di cittadinanza o di strutture di mutuo soccorso che siano in grado di garantire la sopravvivenza applicabile solo da chi non ha bisogno di lavorare per vivere. Allora, come viene ribadito nell'articolo, gli obiettivi che dovremmo perseguire dovrebbero diventare proprio questi: reddito di cittadinanza e forme di mutuo soccorso. In questo caso potremmo quanto meno essere liberi di accettare o meno un lavoro, di valutarne lucidamente pro e contro, di evitare la sottomissione...
Proprio oggi mi è arrivata una proposta per un lavoro di 3 mesi e mentre penso a questa proposta, piena di incertezze e lati oscuri, mi chiedo quale sia il senso: a cosa serve arrabattarsi, sprecare gli anni migliori della nostra vita, fare spesso mansioni che non ci competono e non ci interessano, accettare stipendi che al massimo sono in grado di garantirci la sopravvivenza?? (perchè va bene l'incertezza ma questa andrebbe pagata..accetto un lavoro temporaneo, mi sottometto, ma la retribuzione dovrebbe essere proporzionata a tali svantaggi..e invece è tutto il contrario)

massimino

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Scrivo dal circolo ma internet sembra tornato a posto.
Io credo che si debba partire da un concetto, formalizzato da Baumann ed espresso da Ilic in questo blog: il passaggio da una società di produttori ad una società di consumatori. In questo senso vanno letti gli smantellamenti dei diritti del lavoro, che furono accettati a causa delle lotte ma anche perchè, per produrre, era obbligatorio riconoscere alcune garanzie.
Ma il lavoro è sempre e comunque rimasto alienazione e sofferenza, soprattutto il lavoro materiale e proletario che resta ad oggi il cuore e fulcro del dolore.
E' però accaduto che gli equilibri del capitalismo finanziario hanno bisogno di privatizzare ciò che è pubblico e succhiare soldi alle persone e agli Stati più deboli per immettere liquidità alla speculazione, cosa che prima dell'Europa ha toccato, come abbiamo già visto, altri Paesi e continenti.
E vi dirò che il reddito di cittadinanza prima o poi sarà inserito, perchè è l'unico modo di garantire i consumi, ma questo avverrà solo quando l'opera di predazione dei beni pubblici e del lavoro sarà compiuta.
E dunque è bene riflettere su questi obiettivi, che sono impotrtanti nell'immediato ma che non possono essere gli obiettivi progettuali che fondino un modello alternativo.
Ecco, io penso che solo con un progetto organico, derivato dallo studio delle politiche economiche e della politica estera, si possa iniziare a creare una forza che sappia ricomporre la classe e dare alle lotte sbocchi che vadano oltre la singola rivendicazione a condizione che ci sia una presenza di massa nei quartieri e tra la gente.
La domanda, anzi le domande, però incalzano?
Possono movimenti di precari autoorganizzati riuscire in un progetto del genere? Può farlo un 'movimento dei movimenti' o c'è bisogno di strutture politiche?
Se, come penso sia ovvio, ciò non è possibile con le nostre forze, come incalzare la politica a saper costruire un'organizzazione tale da sussumere e sintetizzare questi punti?
Io credo che sia obbligatorio partire da noi, facendo in primis proprie le parole di Togliatti 'studiare, studiare, studiare' e cercare di mostrare alla politica di palazzo che un'altra politica è possibile, e questo può essere fatto generando situazioni di contropotere, basate sul mutualismo, sulla solidarietà, sulla radicale opposizione al sistema coi mezzi più opportuni, compresi quelli detti da Massimino.
Solo davanti ad un contropotere reale la politica saprà prenderci, obtorto collo, in considerazione.
Ma per fare questo è indispensabile una struttura organizzata dal basso all'alto capace di puntare al potere partendo dal contropotere.
Sognando che un giorno non si parlerà di palliativi come il reddito (che peraltro tornerà utile ai padroni stessi quando vorranno tornare ad incrementare i consumi dopo aver depredato dignità e diritti) ma di socializzazione dei mezzi di produzione, almeno di quelli pesanti e del settore energetico, in cui questa nazionalizzazione porti ad una decrescita di un consumo vorace delle risorse stesse che in automatico manda a morte e miseria masse umane nei Paesi del quarto mondo.
Perchè il cuore della contraddizione ultima è sempre quella: l'atavica, globale e perenne guerra tra chi detiene i mezzi di produzione per guadagnare subito e chi subisce questo guadagno.
Il reddito di cittadinanza in tutto questo ci aiuterebbe, ma aiuterebbe le borghesie nazionali nella loro difesa contro la borghesia finanziaria transnazionale.
E noi, o almeno io,a parte gli interessi di vita dignitosa, non andiamo d'accordo nè con le borghesie finanziarie transanzionali nè con quelle produttiva nazionali.

Anonimo ha detto...

leggo un post molto incisivo e dei commenti di massi e brunaccio ineccepibili. al netto di ulteriori speculazioni teoriche il nocciolo rimane il tema del " che fare?". come riprodurre praticamente e localmente quelle situazioni (cito bruno)"basate sul mutualismo, sulla solidarietà, sulla radicale opposizione al sistema.."? credo che la bussola di precari united potrebbe spostarsi verso un approfondimento di questa tematica che diverrà, necessariamente, di vitale importanza nei mesi p.v. La lunga recessione sta irrorando capillarmente del suo sangue amaro le periferie dell'impero, e già si profila un autunno più che rovente, da far rimpiangere le infernali bolle estive rinominate con appellativi mitologici. e tirare a campare non basterà più (oggi sono in vena nera).djordj

Anonimo ha detto...

La mancanza di una coscenza reale di chi si ritiene affine a questa linea di pensiero, impedisce la fattibilità del progetto del mutualismo.
l'idustrializazione estrema e il consumismo perpetuato negli ultimi 25-30 hanno portato la perdita della identità mutualistica del nostro popolo, i racconti che ci vengono fatti provenienti dalle borgate o dai quartieri operai di torino o milano, sono difficilmente ripetibili in quando questa modernità ci fa appunto temere più per il nostro orto che per il "campo di tutti"
come al solito ho posto problemi retorici e senza soluzioni, scusatemi
EDOARDO

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

No no, Edoardo, hai detto cose giustissime.
Perchè il mutualismo funzioni ci vuole solidarietà, e proprio la società dei consumatori ha annullato i vincoli e i legami solidali e di classe dell'ottocento e del novecento.
Forse -anche se è brutto da dire- un po' di povertà ci tornerà utile, visto che l'italiano di solito si muove solo quando gli si toglie la poltrona dal sedere....finchè ha quella caschi il mondo ma lui reesta seduto.

Anonimo ha detto...

SEMPRE BRUNACCIO.

Devo una precisazione rispetto al mio ultimo commento.
Come ben sanno i tanti che mi conoscono e quelli che seguono il blog, non sono assolutamente un fan del 'tanto peggio tanto meglio', ma tra il bianco e il nero passano tante sfumature.
La miseria non la vuole nessuno, perchè è solo foriera di reazione e di sofferenza.
Ma forse perdere tutti qualcosa -e ancora siamo un Paese ricco, perchè dove c'è povertà è altra questione- farebbe prendere atto a molti della situazione e dell'assurdo individualismo che la società dei consumatori ha scientemente generato.
Se la comprensione del mutualismo potesse avvenire diversamente sarei il primo ad auspicare un benessere sempre maggiore, ma la realtà ci dice altro, in primissima battuta ci dice che consumare voracemente come l'occidente sta facendo garantisce miseria ad altri Paesi, squilibri ecologici e di risorse che inevitabilmente ci porteranno, se le cose non cambieranno, alla miseria vera e nera.
Dunque, magari perdere un po' di benessere artificiale ci darebbe la sveglia necessaria per non arrivare al tragico scenario della miseria vera.
Questo è quel che intendevo.