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domenica 28 ottobre 2012

SUNDAY MAGAZINE


VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese)

CONTRIBUTO DI TRANSIT
Monologo monologo monologo

… sono salita ridiscesa o mai salita … ho parlato con i passeggeri che se ne stavano zitti mi hanno ascoltata sospettando qualcosa di invincibile e fragile e anche cocciuto nel sangue poi all’ultima fermata sono ridiscesa e non ricordo più se sono mia salita e centomila volte ridiscesa alla penultima fermata dove c’era sempre l’albero dell’eucalipto ad aspettarmi col suo odore che ti apre narici e polmoni già quando avevo quindici anni ero innamorata di quell’angolo di strada che d’improvviso come un tuffo al cuore spalancava le sue braccia il mare così lontano di qualche chilometro che quella storia sgattaiolava da tutte le parti nelle mie mani come negli occhi di un allegro stupore di veste lunga come a tacitare il mio corpo che tranquillo spingeva da tutte le parti compresi i capelli lisci muti di pigrizia ed ecco allora ogni tanto urlavo se mi chiamavano Birimba Frichilla pur ignorando non già la voce di chi mi chiamava ma del perché un saluto che sopra questo filo bus suona ancora curioso non sentirne più nessuno chiamarmi nei nomi che nessuno portava come le mie sorelle e anche i fratelli e tutta la gente del vicolo mentre scendevo giù nella piazza principale mentre guardavo le facce dei colombi volare quello mi avvicinò ancora di più a spingermi nello scuro di un portone che nemmeno le labbra muovevo per gridare la veste alzata le mani a sbrogliare le mutande non volevo giocare al dottore il sangue di vergine di una povera scema scendeva ancora saliva con me le cosce insanguinate vagavo col dito in bocca e lacrime scendeva giù nel vicolo la gente diceva un signore sconosciuto le sbavava sul collo la sua femminilità di bambina e madre impraticata dalle parole cadevano foglie di un settembre freddo e poi d’autunno splendente di sole nel riverbero del mare … ecco l’ultima fermata/si.

Oscure trame dicasi
i bei trasalimenti.

Veli i corpi afferenti
celano ferite rinverdite.

Logoramenti d’attorno
sazietà e sensualità.

Evanescenze fittizie
il calloso sbancamento:

aleatori, gli aghi e le spine,
i tumulti in fard, taciturne pose,

parole sterilizzate al calar
della sera,

il futuro, cordone di scure,
il presente, rumori immortali.

vago lungo le linee dei colori disegnate dai colombi bianchi che spesso parlano e mi raccontano dei loro viaggi senza sosta sui cornicioni almeno così era una volta perché adesso li vedi in strada in cerca di molliche e scaglie di pane e pane raffermo bagnato all’uopo che a sfamarli ci pensa la signora Maria così i gatti che le corrono vicino alle gambe e adesso volteggiano i gabbiani nel cielo dei vicoli così in avanti sporge sempre più l’ombelico della mia pancia che cresce nientemeno che ‘na criatura che non è ferma come la statua di garibaldi il nonno e la nonna dentro le fotografie dei morti con la lucella appicciata la mia bambola ‘a riggina d’o silenzio messa in mezzo al letto rifatto di mamma e papà ma però lui papà non vine mai dormire nemmeno la notte quando da sotto le porte escono le anime dei vivi e le civette annunciano i brividi della notte per i vecchi che se ne vanno e la criatura dentro di me si muove è strano che lei è dentro di me e già mi parla e io già le faccio le carezze che anch’io voglio mentre cullo la mi la pancia ma rido e piango nello stesso momento ricordo il colore del sangue e la mia bocca piena di lacrime e saliva voglio giocare insieme alle altre ragazze come me che non mi fanno capace di giocare palla a muro e a nascondino … e quando mi giro per cercare dove si sono nascoste sento le loro risate ma riesco a trovare i loro nascondigli solamente perché ho imparato la voce di ognuna e loro si arrabbiano perché riesco sempre a scovarle e mi accorgo se nel nascondiglio c’è qualche maschio che ride con loro mentre bocche acerbe ancora di latte sbavano ammore … ecco un altra fermata/si.

Occhi asfissiati
d’autunno.

Corde di ricordi
le ombre.

Petali di carne
a piombo.

il tempo era vecchio come il parato sulle piccole pareti la fontana gocciolava poi smise adesso faceva più freddo ‘o piccirillo piangeva ma latte non ne avevo nelle zizze e nemmeno nel biberon così sono andata giù in piazza mentre il vento mi ha preso di faccia e il freddo mi mozzicava le gambe le gambe semi scoperte urlavano di dolore la veste ancora di primavera le calze a metà sopra appena un golfino dicevo soltanto col sorriso stampato sulle labbra che a casa Ciro voleva il latte ma stesi la mano cosa che non volevo fare e chiedevo almeno i soldi per il latte perché era il terzo bambino mio che prendeva il volo … appena fuori al balcone le rose appassite … quando scende lo scuro mamma mi viene a trovare ma faccio per abbracciarla e lei scompare come gli spiritilli e la bella ‘mbriana ‘o munaciello a me mi vengono le lacrime agli occhi… poi a casa torna Tonino che gira gira gira tutta la città … e le lacrime si fanno più intense come una bella canzone stretta nel cuore … ecco la prima fermata che non passava mai/si.



In ospedale avevo capelli lunghi e neri come l’anima che spesso lavo col sapone di piazza quello ambrato e molle come le mani che affondano nel catino i miei capelli neri il cui ricordo sa di tintura o della mia natura che saliva dai piedi nelle gambe dint’a natura d’a femmena e mi prudeva come un richiamo di sirena llà ‘ncopp’a spiaggia ‘nfunn’o mare pigliavo quello che sopra la terra mi negavano per un motivo o l’latro fu così che in ospedale mi facevano quelle domande in cui spuntavano sempre chi era mia madre chi era mio padre e le sorelle ei fratelli che avevano sempre paura dell’ospedale in cui più delle malttie facevano distanza e abisso i medici e le medichesse coi loro volti bianchi i camici puzzavano di fumo e il sangue nascosto nelle tasche fu allora che dissero che dissero che ero di famiglia nobile e ricca … come il cognome che portava che andava talmente indietro nel tempo da posarsi come un passerotto a metà Seicento quando il terribile Drugut ‘o sarracino s’arrubbaie Sabella ca era ‘na figliola bella assaje se ne ‘nammuraje portandola con la forza ncopp’a ‘a nava ca steve abbascio a rena mmiezzo’o mare io chesto dico alle dottoresse vengo d’o Seicientocinquanta perché la mia razza è allora che si è mischiata con il sangue saraceno pirciò nonna Vincenza è nominata Vincenza ‘o sarracino …. ecco la fermata che confondo con l’orario di questa giornata/si


prima di chiudere questa pagina e questo libro che raccoglie cose di vita reale e di fantasia devote sapere chi sono … prima però vorrei dire del corpo delle delle e nello specifico di quella ricca e quella povera che nulla le unisce forse la rabbia forse l’oscurità che devono posare sulle loro anime risplendenti anche di cancrene e odio e parlo da demente ma le donne in questione sono unite dall’atto materno e dalla fatica d’essere nate e nascondersi nelle tasche dei maghi e nelle promesse degli amanti … io sono la sorella di Gesù bambino e so nella mia demenza e scemenza oscena che non mi crederete nemmeno un poco ma quando lui nacque perché davvero non lo so nacqui con lui anch’io giacché quello di madre era uno sgravare gemellare ma di me nulla di nulla se non un ruolo sempre dietro le quinte delle facciate teatrali della ricchezza e della povertà … ecco la fermata del nostro dolore disconosciuto/si

10 commenti:

Transit ha detto...

Monologo monologo monologo

… sono salita ridiscesa o mai salita … ho parlato con i passeggeri che se ne stavano zitti mi hanno ascoltata sospettando qualcosa di invincibile e fragile e anche cocciuto nel sangue poi all’ultima fermata sono ridiscesa e non ricordo più se sono mia salita e centomila volte ridiscesa alla penultima fermata dove c’era sempre l’albero dell’eucalipto ad aspettarmi col suo odore che ti apre narici e polmoni già quando avevo quindici anni ero innamorata di quell’angolo di strada che d’improvviso come un tuffo al cuore spalancava le sue braccia il mare così lontano di qualche chilometro che quella storia sgattaiolava da tutte le parti nelle mie mani come negli occhi di un allegro stupore di veste lunga come a tacitare il mio corpo che tranquillo spingeva da tutte le parti compresi i capelli lisci muti di pigrizia ed ecco allora ogni tanto urlavo se mi chiamavano Birimba Frichilla pur ignorando non già la voce di chi mi chiamava ma del perché un saluto che sopra questo filo bus suona ancora curioso non sentirne più nessuno chiamarmi nei nomi che nessuno portava come le mie sorelle e anche i fratelli e tutta la gente del vicolo mentre scendevo giù nella piazza principale mentre guardavo le facce dei colombi volare quello mi avvicinò ancora di più a spingermi nello scuro di un portone che nemmeno le labbra muovevo per gridare la veste alzata le mani a sbrogliare le mutande non volevo giocare al dottore il sangue di vergine di una povera scema scendeva ancora saliva con me le cosce insanguinate vagavo col dito in bocca e lacrime scendeva giù nel vicolo la gente diceva un signore sconosciuto le sbavava sul collo la sua femminilità di bambina e madre impraticata dalle parole cadevano foglie di un settembre freddo e poi d’autunno splendente di sole nel riverbero del mare … ecco l’ultima fermata/si.

Transit ha detto...

Oscure trame dicasi
i bei trasalimenti.

Veli i corpi afferenti
celano ferite rinverdite.

Logoramenti d’attorno
sazietà e sensualità.

Evanescenze fittizie
il calloso sbancamento:

aleatori, gli aghi e le spine,
i tumulti in fard, taciturne pose,

parole sterilizzate al calar
della sera,

il futuro, cordone di scure,
il presente, rumori immortali.

Transit ha detto...

vago lungo le linee dei colori disegnate dai colombi bianchi che spesso parlano e mi raccontano dei loro viaggi senza sosta sui cornicioni almeno così era una volta perché adesso li vedi in strada in cerca di molliche e scaglie di pane e pane raffermo bagnato all’uopo che a sfamarli ci pensa la signora Maria così i gatti che le corrono vicino alle gambe e adesso volteggiano i gabbiani nel cielo dei vicoli così in avanti sporge sempre più l’ombelico della mia pancia che cresce nientemeno che ‘na criatura che non è ferma come la statua di garibaldi il nonno e la nonna dentro le fotografie dei morti con la lucella appicciata la mia bambola ‘a riggina d’o silenzio messa in mezzo al letto rifatto di mamma e papà ma però lui papà non vine mai dormire nemmeno la notte quando da sotto le porte escono le anime dei vivi e le civette annunciano i brividi della notte per i vecchi che se ne vanno e la criatura dentro di me si muove è strano che lei è dentro di me e già mi parla e io già le faccio le carezze che anch’io voglio mentre cullo la mi la pancia ma rido e piango nello stesso momento ricordo il colore del sangue e la mia bocca piena di lacrime e saliva voglio giocare insieme alle altre ragazze come me che non mi fanno capace di giocare palla a muro e a nascondino … e quando mi giro per cercare dove si sono nascoste sento le loro risate ma riesco a trovare i loro nascondigli solamente perché ho imparato la voce di ognuna e loro si arrabbiano perché riesco sempre a scovarle e mi accorgo se nel nascondiglio c’è qualche maschio che ride con loro mentre bocche acerbe ancora di latte sbavano ammore … ecco un altra fermata/si.

Transit ha detto...

Occhi asfissiati
d’autunno.

Corde di ricordi
le ombre.

Petali di carne
a piombo.

Transit ha detto...


il tempo era vecchio come il parato sulle piccole pareti la fontana gocciolava poi smise adesso faceva più freddo ‘o piccirillo piangeva ma latte non ne avevo nelle zizze e nemmeno nel biberon così sono andata giù in piazza mentre il vento mi ha preso di faccia e il freddo mi mozzicava le gambe le gambe semi scoperte urlavano di dolore la veste ancora di primavera le calze a metà sopra appena un golfino dicevo soltanto col sorriso stampato sulle labbra che a casa Ciro voleva il latte ma stesi la mano cosa che non volevo fare e chiedevo almeno i soldi per il latte perché era il terzo bambino mio che prendeva il volo … appena fuori al balcone le rose appassite … quando scende lo scuro mamma mi viene a trovare ma faccio per abbracciarla e lei scompare come gli spiritilli e la bella ‘mbriana ‘o munaciello a me mi vengono le lacrime agli occhi… poi a casa torna Tonino che gira gira gira tutta la città … e le lacrime si fanno più intense come una bella canzone stretta nel cuore … ecco la prima fermata che non passava mai/si.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Oggi purtroppo il tempo mi è più che mai tiranno: commenterò i brani di Transit e ne metterò alcuni nel post domani.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO

Caro Transit, qui non è possibile selezionare visto che si tratta di unicum, un bellissimo unicum.
Nessun problema: ora metto tutto!

Transit ha detto...

in ospedale avevo capelli lunghi e neri come l’anima che spesso lavo col sapone di piazza quello ambrato e molle come le mani che affondano nel catino i miei capelli neri il cui ricordo sa di tintura o della mia natura che saliva dai piedi nelle gambe dint’a natura d’a femmena e mi prudeva come un richiamo di sirena llà ‘ncopp’a spiaggia ‘nfunn’o mare pigliavo quello che sopra la terra mi negavano per un motivo o l’latro fu così che in ospedale mi facevano quelle domande in cui spuntavano sempre chi era mia madre chi era mio padre e le sorelle ei fratelli che avevano sempre paura dell’ospedale in cui più delle malttie facevano distanza e abisso i medici e le medichesse coi loro volti bianchi i camici puzzavano di fumo e il sangue nascosto nelle tasche fu allora che dissero che dissero che ero di famiglia nobile e ricca … come il cognome che portava che andava talmente indietro nel tempo da posarsi come un passerotto a metà Seicento quando il terribile Drugut ‘o sarracino s’arrubbaie Sabella ca era ‘na figliola bella assaje se ne ‘nammuraje portandola con la forza ncopp’a ‘a nava ca steve abbascio a rena mmiezzo’o mare io chesto dico alle dottoresse vengo d’o Seicientocinquanta perché la mia razza è allora che si è mischiata con il sangue saraceno pirciò nonna Vincenza è nominata Vincenza ‘o sarracino …. ecco la fermata che confondo con l’orario di questa giornata/si

Transit ha detto...

prima di chiudere questa pagina e questo libro che raccoglie cose di vita reale e di fantasia devote sapere chi sono … prima però vorrei dire del corpo delle delle e nello specifico di quella ricca e quella povera che nulla le unisce forse la rabbia forse l’oscurità che devono posare sulle loro anime risplendenti anche di cancrene e odio e parlo da demente ma le donne in questione sono unite dall’atto materno e dalla fatica d’essere nate e nascondersi nelle tasche dei maghi e nelle promesse degli amanti … io sono la sorella di Gesù bambino e so nella mia demenza e scemenza oscena che non mi crederete nemmeno un poco ma quando lui nacque perché davvero non lo so nacqui con lui anch’io giacché quello di madre era uno sgravare gemellare ma di me nulla di nulla se non un ruolo sempre dietro le quinte delle facciate teatrali della ricchezza e della povertà … ecco la fermata del nostro dolore disconosciuto/si

Anonimo ha detto...

Sono Brunaccio.

Ho aggiornato, Transit: grande finale!!!