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martedì 25 dicembre 2012

CHRISTMAS MAGAZINE

IL DORMITORIO
Sento che a New York
all'angolo fra la 26.a strada e Broadway
durante i mesi d'inverno ogni sera c'è un uomo
e ai senzatetto che là si radunano
pregando i passanti procura nel dormitorio un letto.

Il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’éra dello sfruttamento così non diventa più breve.
Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.

Non chiudere il libro dove questo leggi, uomo.
Alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.
Ma il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’éra dello sfruttamento così non diventa più breve.
(Bertold Brecht)


LA SARTINA DELLE FATE

Sciarpe, guanti, berretti, cappottini: quante cose aveva realizzato la sartina delle fate!

In quegli ultimi giorni dell’anno tutti i bambini aspettavano i suoi regali, e gli Elfi dei Boschi avevano un gran daffare per procurare la lana e il lino, che poi le fatine tingevano con maestria, filavano e tessevano: ma soltanto lei, la sartina, poteva con le sue forbici d’oro trasformare quei tessuti in indumenti graziosi e profumati di magia.

Gli Elfi dei Venti invece stavano tornando dall’Oriente, con le sete e le gemme necessarie per gli abiti del Gran Ballo.

Era una notte speciale, quella del Gran Ballo: si salutava l’arrivo dell’anno nuovo, e tutte le fate sfoggiavano abiti e mantelli preziosi, si acconciavano con cura lunghi capelli e si profumavano con le essenze più rare.

La sartina esaudiva con pazienza le loro richieste: tutte volevano essere bellissime e lei lavorava per settimane fino a notte fonda, nel chiuso del suo laboratorio.

Solo per se stessa non preparava mai niente: di solito arrivava così stanca da rinunciare al ballo, e le rare volte che vi aveva partecipato, forse tre o quattro in trecento anni, aveva indossato il suo vecchio abito blu, e aveva trascorso la serata seduta a conversare con le fate anziane, lottando contro il sonno e la noia.

Nessuno l’aveva mai invitata per una danza, ma a lei stava bene così: la sua gioia era di guardare le altre, raggianti nei loro abiti nuovi, notare gli sguardi rapiti degli elfi…e pensare di essere un po’ l’artefice di tanta gioia. Lei e le sue forbici d’oro avevano visto tanti sogni realizzarsi, tanti sorrisi sbocciare e tanti sospiri far vibrare l’aria di quel Regno incantato…questo le faceva dimenticare la sua fatica e la sua solitudine.

La sartina sfilò dal manichino l’abito appena terminato: era l’ultimo.

Restavano da finire solo alcuni mantelli: aspettava che Eki, il più giovane degli Elfi dei Venti, le portasse le perle per ultimare i ricami.

Eccolo, era arrivato: Eki entrò, accompagnato da uno sbuffo di vento che fece volare via i ritagli di tessuto in tutto il laboratorio, e incurante del disappunto di lei avanzò deciso per consegnarle il cofanetto delle perle.

“Grazie, appena in tempo” sorrise la sartina.

“ C’è un’altra cosa” rispose Eki, ma senza la sua solita spavalderia: tirò fuori dalle pieghe del mantello un piccolo involto, e arrossì nel porgerlo a lei.

“ C’è un errore, non ho bisogno di altro per finire i mantelli”

“Questo, veramente…l’ho preso io per te. Sono salito sui Monti di Giada per prenderlo…ho pensato che ti avrebbe fatto piacere ricevere qualcosa di bello da portare al ballo…”

“ Grazie, sei davvero gentile, ma non credo che verrò al ballo quest’anno…” ma si bloccò aprendo l’involto.

Dentro c’era il tessuto più bello che lei avesse mai visto: era il leggendario Velo dell’Aurora!

Un tessuto rarissimo, creato dal Mago dei Monti di Giada, che lo donava in premio solo a chi fosse tanto temerario da affrontarlo, e tanto puro di cuore e coraggioso da vincere contro la sua magia: erano ben pochi gli elfi e i maghi disposti a cimentarsi in una simile sfida…la sartina non poteva credere che Eki avesse fatto questo per lei!

“So che hai lavorato tanto…lavori per rendere belle le altre, ma per me sei tu la più bella, e vorrei

più di ogni altra cosa salutare l’anno nuovo danzando con te…”

La sartina , con gli occhi lucidi, dispiegò quello splendido tessuto, e iniziò a drappeggiarlo sul manichino.

In pochi minuti, come per incanto, l’abito aveva preso forma ed era davvero il più meraviglioso che gli specchi di quel laboratorio avessero mai riflesso.

“Adesso non ho più scuse per restare a casa….sarà un piacere accompagnarti al ballo” mormorò lei sorridendo tra le lacrime: ma le sue parole furono soffocate da un dolcissimo bacio.

(Roberta)








Era un inverno lontano nel cuore. E un Natale due volte freddo. I morti non resuscitano, specie se poveri in di tutto. Natale era come dio nel in montagna e nel vento feroce: zero dolore. E nessuna preoccupazione alcuna; e assente persino il senso di colpa. Natale picchiano alle tempie, anchilosava le mani e insieme a un vestiario inadeguato, produceva geloni e prurito.

La mamma di Salvatore disse: - Fai la pipì nella bacinella e mettici i piedi dentro. -

E lui stupito disse: - La pipì si fa nel cesso o nel palazzo sgarrupato o sopra la terra rossa dove facciamo i prigionieri delle altre bande del quartiere. -

Donna Luisa sorrise e spiego: - Hai ragione forse non è igienico. Però la pipì è astringente su vene e venuzze e in questo modo si combatte il prurito. -

Salvatore dopo aver compiuto l'operazione con la faccia schifata, si affretto a dire: - Mamma adesso devo uscire un altra volta. Mi aspettano i miei amici, dobbiamo andare in via Roma a vedere i negozi. Voglio guardare quella bici che mi piace tanto. -

- Si a mamma, ci puoi andare. però mi devi fare un servizio. Quel sanguisuga di don Luigi non mi ha pagato ancora la settimana di lavoro che ho svolto. - disse donna Luisa senza più il sorriso sulle labbra.

Intanto erano ritornati a casa Francesco, Maria, Ferdinando, Gilda, Carmela, Antonio, Chiara, Luigi detto Marlon Brando, cioè i fratelli e le sorelle di Salvatore.
Nessuna delle sorelle aveva un lavoro, mentre i fratelli per il mestiere che facevano venivano chiamati dal principale solo quando c'era del lavoro.
Natale è come dio e i datori di lavoro: nessuna pietà; ma bontà col cavallo di ritorno e il fucile puntato alle spalle.

- Sasà ... - imploro sua madre.
- prima di andare a fare i fatti tuoi con gli amici devi andare ...-

Salvatore subito capì il compito che le voleva affidare sua madre.
Al che donna Luisa subito aggiunse:- Se ci vai, quando torni ti faccio trovare non una ma due belle cose. -

Salvatore stava quasi per piangere, poi penso alla mezza sfogliatella che aveva visto nel mobile di cucina e probabilmente qualche soldo che gli avrebbe permesso di comprarsi dei chicchirichì da donna Maria detta Azzeccacartelli, poichè sapeva tutto di tutti e li spiattellava in casa sua con tutte le cummarelle del vicolo.

- Cosa devo fare? Te lo dico io, perché ho capito. Devo andare da don Luigi il cantiniere e chiedergli la spesa per Natale. -
disse tutto d'un fiato Salvatore.

Era da due mesi che facevano debito da don Luigi senza saldare il conto. E a turno c'erano andati tutti in famiglia a fare la spesa dei giorni trascorsi.

Donna Luisa sorrise appena e con le lacrime agli occhi avvicinò l'ultimo e il più piccolo dei figli e lo carezzò sulla testa, mentre un baciò sbocciato fuggì dalle labbra.

Salvatore quella mattina non aveva mangiato il pane nel latte e non c'era nemmeno l'orzo. Andare a stomaco nella cantina di don Luigi era molto rischioso: facilmente si sveniva. Alle 11 di mattina poi nella sala interna dove c'era la cucina, Immacolata la tuttofare di don Luigi, aveva messo a cucinare il pranzo per i figli e per il suo principale, che poi era anche l'amante, almeno così diceva radio vicolo. Dietro al bancone c'erano le botti piene di vino e il pane fresco, i salumi e provoloni appesi e dall'altro dalla cucina provenivano odori che inebriavano l'anima se l'anima è l'anticamera del corpo e mandavano quest'ultimo in deliquio. 

Salvatore entrò nella cantina di don Luigi, che sostava dietro la cassa come se fosse seduto sul trono dei re che aveva visto al cinema Mazzini,si piazzò proprio davanti a don Luigi, e tacque. 

Silenzio.
Passò dapprima uno e poi un altro interminabile minuto.

Salvatore davanti al trono della cassa e don Luigi assiso dietro il trono.

Silenzio.

Dietro Salvatore si era formato una fila di tre persone del vicolo che al terso minuto iniziarono a dare segni d'impazienza.

Lo stesso don Luigi rosso in viso disse: - Guagliò ti muovi a darmi cosa devi comprare? -

Salvatore aveva un nodo alla gola.
Si fece forza ed elencò la lista della spesa e tacque.

Silenzio.

Don Luigi lo guardò e disse: Hai portato i soldi anche delle spese vecchie? -

Silenzio.

- Allora? -

- Mamma ha detto che pagherà sabato prossimo quando i miei fratelli prenderanno la paga, perché la prossima settimana il principale li chiamerà perché c'ha lavoro.-

Don Luigi si spazientì ancora di più, mentre la fila aumentava sempre più, ancora più rosso in viso disse: - Questa è l'ultima volta che vi do la spesa, dopo se non pagate non avrete più niente. - 

Intanto che davano la busta della spesa a Salvatore, Salvatore svenne. Salvatore non svenne per lo scampato pericolo e nemmeno perché era riuscito a ricevere la spesa e né per le minacce feroci di don Luigi.

Salvatore era svenuto perché aveva una madonna di fame, perché i buoni odori della cucina lo tormentavano più delle minacce di don Luigi e della stessa nascita a mezzanotte di un altro bambino che lui aveva visto solo nelle figurine dei santi. 

Chissà perché nessuno si faceva mai vedere; nemmeno i diretti interessati della festa. Qualcuno nella chiesa della piazza grande del quartiere a mezzanotte in punto allo scoccare della mezzanotte collocò un bambino piccolo nella mangiatoia: era di gesso, ma aveva gli occhi azzurri, i capelli biondi e le braccia aperte, in segno e bisogno d'accoglienza. Di certo una funzione toccante.





Buon Natale a te che non hai gli occhi. E a te che stai morendo.
Buon Natale al sole che riscalda.
E alla pioggia che ride sovente.
Buon Natale ai bambini orfani.
E la freddo nelle ossa.
Buon Natale a quell'uomo ragazzo.
Alla ricerca disperata dell'amore.
Buon Natale a chi deve affacciarsi e aspettare. E sperare la bontà.
Buon Natale a chi a Natale non c'è.
E piange di nascosto nostalgia.
Buon Natale a chi nascendo è perso.
E dimenticato, perché invisibile.
Buon Natale a me così disperato.
E a chi non mi ha mai conosciuto.
Ciao. Arrivederci. Addio.
E buon Natale.
Buon Natale a chi viene da lontane.
E a quelli della di terra nostra.
Buona Natale ai non credenti o atei.
E a quelli che non commentano mai.
Buon Natale a chi si lascia cadere mani, dita e silenzio in grembo.
Buon Natale ai poeti vecchi e nuovi. E a quelli sparsi nell'universo.
Buon Natale al poeta Alda Merini.
E a quelle che non sanno di esserlo.
Buon Natale alle parole degli ultimi.
E a quelli che non aspettano.
Buon Natale alle frasi d'amore mai dette. E quelle sconfinate di luce.
Buon Natale alla voce dimenticati.
E a carezze, sospiri e voli ai ceppi.
Buon Natale agli amori degli occhi.
E a quelli di fuoco, lava e lapilli.

(Transit)




5 commenti:

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO

Si discute spesso tra miscredenti come noi se abbia un senso fare o meno gli auguri di Natale, anzi c'è gente che a sentirli monta su tutte le furie.
Io penso che abbia senso farli: è festa, è rosso sul calendario e, come tutte le feste, ormai il Natale ha ormai un senso prettamente di ricorrenza civile.
Non starò qui ad attaccare pezze sul senso cristiano spesso tradito del Natale (è un problema dei religiosi e comunque c'è la poesia di Brecht in apertura che indirettamente tocca il tema, così come tocca quello del volontariato) o sul consumismo di questa festa perchè non ho voglia di cadere nella retorica.
Ho così pensato di lasciar palare la poesia di Brecht e due bellissime composizioni di membri storici di questo blog: Roberta e Transit.
Tornerò, in giornata o domani, a commentare la produzione letteraria, ma, forte di quanto detto sopra, auguro a tutti (sfruttatori e loro lacchè esclusi) una buona giornata di Natale.

Anonimo ha detto...

Roberta
io sono agnostica ma auguro lo stesso buone feste: al di là del significato religioso ( di cui comunque anche i credenti se ne importano molto poco )c'è il ritrovarsi, lo stare in famiglia o con amici, ci sono le tradizioni ecc...
quindi
BUONE FESTE A TUTTI

Transit ha detto...

Era un inverno lontano nel cuore. E un Natale due volte freddo. I morti non resuscitano, specie se poveri in di tutto. Natale era come dio nel in montagna e nel vento feroce: zero dolore. E nessuna preoccupazione alcuna; e assente persino il senso di colpa. Natale picchiano alle tempie, anchilosava le mani e insieme a un vestiario inadeguato, produceva geloni e prurito.

La mamma di Salvatore disse: - Fai la pipì nella bacinella e mettici i piedi dentro. -

E lui stupito disse: - La pipì si fa nel cesso o nel palazzo sgarrupato o sopra la terra rossa dove facciamo i prigionieri delle altre bande del quartiere. -

Donna Luisa sorrise e spiego: - Hai ragione forse non è igienico. Però la pipì è astringente su vene e venuzze e in questo modo si combatte il prurito. -

Salvatore dopo aver compiuto l'operazione con la faccia schifata, si affretto a dire: - Mamma adesso devo uscire un altra volta. Mi aspettano i miei amici, dobbiamo andare in via Roma a vedere i negozi. Voglio guardare quella bici che mi piace tanto. -

- Si a mamma, ci puoi andare. però mi devi fare un servizio. Quel sanguisuga di don Luigi non mi ha pagato ancora la settimana di lavoro che ho svolto. - disse donna Luisa senza più il sorriso sulle labbra.

Intanto erano ritornati a casa Francesco, Maria, Ferdinando, Gilda, Carmela, Antonio, Chiara, Luigi detto Marlon Brando, cioè i fratelli e le sorelle di Salvatore.
Nessuna delle sorelle aveva un lavoro, mentre i fratelli per il mestiere che facevano venivano chiamati dal principale solo quando c'era del lavoro.


/continua...

Transit ha detto...

Natale è come dio e i datori di lavoro: nessuna pietà; ma bontà col cavallo di ritorno e il fucile puntato alle spalle.

- Sasà ... - imploro sua madre.
- prima di andare a fare i fatti tuoi con gli amici devi andare ...-

Salvatore subito capì il compito che le voleva affidare sua madre.
Al che donna Luisa subito aggiunse:- Se ci vai, quando torni ti faccio trovare non una ma due belle cose. -

Salvatore stava quasi per piangere, poi penso alla mezza sfogliatella che aveva visto nel mobile di cucina e probabilmente qualche soldo che gli avrebbe permesso di comprarsi dei chicchirichì da donna Maria detta Azzeccacartelli, poichè sapeva tutto di tutti e li spiattellava in casa sua con tutte le cummarelle del vicolo.

- Cosa devo fare? Te lo dico io, perché ho capito. Devo andare da don Luigi il cantiniere e chiedergli la spesa per Natale. -
disse tutto d'un fiato Salvatore.

Era da due mesi che facevano debito da don Luigi senza saldare il conto. E a turno c'erano andati tutti in famiglia a fare la spesa dei giorni trascorsi.

Donna Luisa sorrise appena e con le lacrime agli occhi avvicinò l'ultimo e il più piccolo dei figli e lo carezzò sulla testa, mentre un baciò sbocciato fuggì dalle labbra.

Salvatore quella mattina non aveva mangiato il pane nel latte e non c'era nemmeno l'orzo. Andare a stomaco nella cantina di don Luigi era molto rischioso: facilmente si sveniva. Alle 11 di mattina poi nella sala interna dove c'era la cucina, Immacolata la tuttofare di don Luigi, aveva messo a cucinare il pranzo per i figli e per il suo principale, che poi era anche l'amante, almeno così diceva radio vicolo. Dietro al bancone c'erano le botti piene di vino e il pane fresco, i salumi e provoloni appesi e dall'altro dalla cucina provenivano odori che inebriavano l'anima se l'anima è l'anticamera del corpo e mandavano quest'ultimo in deliquio.

Salvatore entrò nella cantina di don Luigi, che sostava dietro la cassa come se fosse seduto sul trono dei re che aveva visto al cinema Mazzini,si piazzò proprio davanti a don Luigi, e tacque.

Silenzio.

Passò dapprima uno e poi un altro interminabile minuto.

Salvatore davanti al trono della cassa e don Luigi assiso dietro il trono.

Silenzio.

Dietro Salvatore si era formato una fila di tre persone del vicolo che al terso minuto iniziarono a dare segni d'impazienza.

Lo stesso don Luigi rosso in viso disse: - Guagliò ti muovi a darmi cosa devi comprare? -

Salvatore aveva un nodo alla gola.
Si fece forza ed elencò la lista della spesa e tacque.

Silenzio.

Don Luigi lo guardò e disse: Hai portato i soldi anche delle spese vecchie? -

Silenzio.

- Allora? -

- Mamma ha detto che pagherà sabato prossimo quando i miei fratelli prenderanno la paga, perché la prossima settimana il principale li chiamerà perché c'ha lavoro.-

Don Luigi si spazientì ancora di più, mentre la fila aumentava sempre più, ancora più rosso in viso disse: - Questa è l'ultima volta che vi do la spesa, dopo se non pagate non avrete più niente. -

Intanto che davano la busta della spesa a Salvatore, Salvatore svenne. Salvatore non svenne per lo scampato pericolo e nemmeno perché era riuscito a ricevere la spesa e né per le minacce feroci di don Luigi.

Salvatore era svenuto perché aveva una madonna di fame, perché i buoni odori della cucina lo tormentavano più delle minacce di don Luigi e della stessa nascita a mezzanotte di un altro bambino che lui aveva visto solo nelle figurine dei santi.

Chissà perché nessuno si faceva mai vedere; nemmeno i diretti interessati della festa. Qualcuno nella chiesa della piazza grande del quartiere a mezzanotte in punto allo scoccare della mezzanotte collocò un bambino piccolo nella mangiatoia: era di gesso, ma aveva gli occhi azzurri, i capelli biondi e le braccia aperte, in segno e bisogno d'accoglienza. Di certo una funzione toccante.

brunaccio ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Eccomi a commentare.

Roberta.
Il racconto segue ormai la scia del recupero di tradizioni sulle fate per esprimere una dimensione emintemente umana.
E con la protagonista che svolge il tuo stesso lavoro, unita ad un recupero di Cenerentola, hai fatto uno splendido lavoro, soprattutto per la concentrazione e la brevità del testo che lo rende godibile e leggibile agevolmente.

Transit.
La tua poesia sul Natale è fantastica: i continui accostamenti, apparentemente sfasati e sostanzialmente lirici, mi ricordano il miglior Rino Gaetano...l'altra volta mi ricordavi gli Almamegretta: è una bella cosa per me quando poesia e musica mi si rimandano nella mente.

Il racconto è egualmente bello: sa toccare un tema tragico con levità e ironia.


Grazie mille a entrambi dei contributi: ora aggiorno!