da http://www.democraziakmzero.org/2013/01/14/buenos-aires-oh-cara/
di ROBERTO MUSACCHIO
Al centro di Buenos Aires c’è il Bauen, un albergo che è un simbolo, anzi un doppio simbolo. Era l’albergo del regime, inaugurato nel 1978, in piena dittatura militare, per i Mondiali di calcio, e il suo nome è un acronimo che significa Buenos Aires Una Empresa Nacional. Ora, da dieci anni, è una delle esperienze più interessanti delle “recuperate“, ossia le fabbriche e imprese che, “abbandonate“ dai loro padroni, sono state occupate dai lavoratori e dalle lavoratrici e vengono sostanzialmente autogestite. Il Bauen è una impresa quanto mai particolare, essendo un grande albergo di quasi una ventina di piani.A lavorarci adesso sono 150 persone, molte di più della ventina iniziale che diede il via alla lotta. La storia dell’albergo si intreccia con quella di questi anni in Argentina, compresi i complessi connubi di interessi speculativi tra regime ed imprenditori. Fino alla chiusura e poi alla occupazione, per salvarlo, nel marzo del 2003. I compagni ci parlano della loro esperienza mentre ci mostrano i tanti materiali prodotti nella lotta e ci accompagnano a visitare la struttura. Che ospita anche una sala da teatro, dove si inscenano spettacoli autogestiti, l’ultimo dei quali era dedicato a Sacco e Vanzetti, quindi noi parliamo loro dell’esperienza italiana e romana del Teatro Valle. Ci sono poi una mensa per chi lavora, le stanze dedicate alla cooperativa di gestione e alla organizzazione di rappresentanza della Cooperazione argentina del lavoro, la Cnct. E c’è il salone per il ballo, una sala per le colazioni, e una piscina, non in uso.
La struttura è perfettamente funzionante, infatti, ma avrebbe comunque bisogno di importanti investimenti. E’ uno dei temi in discussione nella cooperativa, e che si intreccia con la questione della “sicurezza“ del futuro della attività, visto che è ancora aperta la causa sulla proprietà e su come legalizzare definitivamente ciò che è già legittimo, cioè l’autogestione. Questione che riguarda non solo il Bauen ma le molte altre imprese “recuperate”, che in Argentina sono impegnate sui terreni più diversi, da quello della produzione di latte e formaggi a quello dei materiali edili.
Si sta discutendo con la “politica“ di una legge che codifichi in modo specifico la forma propria delle “recuperate” e che risolva definitivamente tutti gli aspetti legali inerenti alla proprietà ed alle forme di gestione. Una discussione, quella con la “politica“, assai aperta, sia in una realtà come quella Argentina, che in tutta la nuova America latina. Che non cancella però la discussione interna alle esperienze autogestionarie,in particolare sulle forme della organizzazione del lavoro, sulla sua qualità, sulla remunerazione, sul rapporto tra remunerazione ed investimenti. Discussione importante, perché fa parte del nuovo ruolo dei movimenti sociali, che è l’altra faccia delle nuove esperienze di governo in diversi paesi latinoamericani.
Ed è per altro una discussione di massa, decisiva per l’egemonia. Sia perché determina il grado di convinzione della base popolare, ciò che rende possibili le maggioranze progressiste. Sia perché è il terreno di “scontro“ con le classi della borghesia, che accusano ad esempio Cristina Kirchner, la presidenta argentina, di “politiche". assistenzialistiche che fanno venir meno la voglia di lavorare ed accrescono la inflazione Naturalmente l’Argentina ha la sua peculiarità politica, che è quella dell’onnipresente peronismo. Cristina non sfugge a questa storia. Ma i compagni che incontriamo sono prevalentemente propensi ad esprimere un giudizio che sottolinei le positività della sua azione. Tra queste, c’è l’attenzione alle questioni social,i che si manifesta con il dialogo aperto con le “recuperate”, il piano “Argentina trabaja” per la creazione di lavoro, il recupero sistematico dell’inflazione con la “paritaria“, la scala mobile argentina, e molte altre attività. Naturalmente non si può dire che Kirchner esprima una posizione di cambiamento in senso socialista, però tiene aperta con convinzione la dialettica sociale e favorisce gli elementi più deboli.
Fa parte di questo punto di vista, utile ad una dinamica sociale e politica positiva, un giudizio sulla inflazione che ormai si fa fatica a trovare in Europa, anche a sinistra. L’inflazione, per altro in parte un poco mascherata, non viene considerata il pericolo principale, che sono invece la disoccupazione e la povertà. Nelle varie discussioni che abbiamo affrontato sembrava di ritrovare giudizi che appartenevano alle nostre riflessioni italiane, ed europee, negli anni ’settanta. L’inflazione cioè come effetto del conflitto aperto per la redistribuzione dei redditi e che non deve essere combattuta intervenendo dallato dei redditi, men che meno di quelli bassi, ma da quello delle dinamiche speculative. In Italia e in Europa si è fatto l’esatto contrario. Con il risultato di aver contratto i redditi e il welfare, conquistati anche nella fase inflazionistica. E di aver favorito sia l’aumento della quota parte del prodotto che va ai profitti ed alle rendite sia la crescita delle diseguaglianze. Nonché di aver lasciato mano libera alla speculazione finanziaria, che si è fatta vero e proprio potere dominante la scena europea dei nostri giorni.
Cristina Kirchner prova a praticare politiche di contenimento della speculazione ricorrendo da ultimo anche a forme come la recente nazionalizzazione della spagnola Repsol, o condizionando il capitale straniero al reimpiego degli utili. E limitando anche la circolazione del dollaro, in forme che possono penalizzare però gli stessi cittadini nella loro libertà di movimento. Sta di fatto che crescono nei suoi confronti le accuse, da parte delle opposizioni, di avvicinarsi alle “posizioni estreme” di Chavez.
Di Chavez per altro si parla molto nelle televisioni, per via della sua malattia e dello scontro in Venezuela. Lo si fa con una attenzione e un approfondimento che manca del tutto, qui in Italia, e che segnala una delle caratteristiche della nuova stagione latino americana, cioè il tentativo di tenersi insieme delle varie esperienze di governo, per quanto esse siano diverse e, a volte, confliggenti. Cosa che si vede anche “turisticamente“ nella mostra allestita negli spazi di ingresso della Casa Rosada, il palazzo presidenziale, con i dipinti che ritraggono i tanti eroi della libertà e della giustizia sociale dei vari paesi dell’America latina, da Sandino al Che, a Romero, a Bolivar, donati all’Argentina per i 200 anni della sua indipendenza dai molti presidenti progressisti.
Non c’è dubbio, secondo me, che il conflitto sociale, e il peso della globalizzazione liberista, richiederebbero un ulteriore passo in avanti in una integrazione continentale progressista e cioè fatta su linee opposte a quelle perseguite nell’Unione europea. Ma non è facile a farsi. Intanto però il tenersi assieme è importante, anche perché ciò che sta succedendo in Paraguay e in Honduras , cioè i nuovi golpe, dimostra che è bene che l’attenzione democratica resti alta.
Attenzione democratica che è tenuta alta sempre da quelle straordinarie donne che sono le Madri di Plaza de Mayo. Incontriamo Nora Cortinas, una delle fondatrici, che ha ormai 82 anni ma ha il fuoco dentro. In lei il dolore per il figlio desaparecido nei terribili anni della dittatura alimenta una forza democratica e civile inestinguibile. Sono anche un po’ divise tra loro, le Madri, sul rapporto da tenere con il governo, e Nora ci tiene alla indipendenza del Movimento. Ma ogni giovedì, sempre e tutte, sono in piazza. Lei poi è in partenza per il Kurdistan. per incontrare le Madri di quel conflitto. Con la presidenta Cristina, per altro si è aperto un varco con l’annullamento della amnistia concessa ai torturatori e ai genocidii.
Come un varco si è aperto con l’introduzione delle nozze per gli omosessuali, cui Nora plaude. E vorrebbe anche, per le donne, il diritto di aborto, che invece ancora è negato. Nora si occupa anche di temi sociali impegnata come è nelle associazioni per il riconoscimento della illegittimità del debito.
Proprio dalla contestazione del debito, e del potere debordante del Fondo monetario, oltreché degli Usa, nascono le rotture democratiche che hanno permesso questi ormai venti anni di rinascenza latinoamericana. Proprio il tragitto inverso di quello compiuto da noi in Europa, quello che ci ha portato fino al Fiscal Compact. Ne parliamo con le compagne e i compagni italiani che vivono lì. In una Argentina dove gli italiani sono tantissimi e tanti continuano ad arrivare. “Avevo ragione io – dice Amalia Rossi, della Filef, la storica federazione italiana dei lavoratori all’estero e delle loro famiglie, che vive in Argentina dal ’50 – quando sostenevo tanti anni fa che era sbagliato pensare che la questione della immigrazione sarebbe finita per la morte dei vecchi immigrati. Invece, ci sono i figli e ci sono i giovani che arrivano, per restare un poco o anche per sempre”. Ne incontriamo alcuni, in questo viaggio breve ma intenso. Sono cooperatori, docenti universitari, giovani artisti. Anche con loro ragioniamo degli argomenti che ricorrono nella pubblica discussione che vive in Argentina. Ci sono le “vecchie“ questioni dei diritti sociali e democratici, compreso quello al voto, degli immigrati. E le nuove frontiere, come quelle delle “recuperate”, di cui si occupano un poco tutti, da Alberta Bottini, che fa cooperazione ma anche formazione ai recuperanti, al suo compagno Fabio, argentino dirigente della Cnct, a Francesco Vigliarolo, che sulle “recuperate” studia e intreccia relazioni. Diciamo a tutti che ci piacerebbe continuare a riflettere insieme, con i tanti che in Italia guardano a queste esperienze.
Ce n’è bisogno infatti, in questo nostro paese, così dimentico e perso. Ci chiedono tutti cosa succederà e noi diciamo che speriamo possa esserci ancora, o di nuovo, una forza che sia fuori e contro i diktat come il Fiscal Compact. E, aggiungiamo, molto dipenderà non solo dalle prossime elezioni ma, forse soprattutto, da come ci si saprà rifondare a partire dai movimenti e dalle pratiche sociali. Per questo il lavoro sulle “recuperate” può essere una traccia fondamentale

Al centro di Buenos Aires c’è il Bauen, un albergo che è un simbolo, anzi un doppio simbolo. Era l’albergo del regime, inaugurato nel 1978, in piena dittatura militare, per i Mondiali di calcio, e il suo nome è un acronimo che significa Buenos Aires Una Empresa Nacional. Ora, da dieci anni, è una delle esperienze più interessanti delle “recuperate“, ossia le fabbriche e imprese che, “abbandonate“ dai loro padroni, sono state occupate dai lavoratori e dalle lavoratrici e vengono sostanzialmente autogestite. Il Bauen è una impresa quanto mai particolare, essendo un grande albergo di quasi una ventina di piani.A lavorarci adesso sono 150 persone, molte di più della ventina iniziale che diede il via alla lotta. La storia dell’albergo si intreccia con quella di questi anni in Argentina, compresi i complessi connubi di interessi speculativi tra regime ed imprenditori. Fino alla chiusura e poi alla occupazione, per salvarlo, nel marzo del 2003. I compagni ci parlano della loro esperienza mentre ci mostrano i tanti materiali prodotti nella lotta e ci accompagnano a visitare la struttura. Che ospita anche una sala da teatro, dove si inscenano spettacoli autogestiti, l’ultimo dei quali era dedicato a Sacco e Vanzetti, quindi noi parliamo loro dell’esperienza italiana e romana del Teatro Valle. Ci sono poi una mensa per chi lavora, le stanze dedicate alla cooperativa di gestione e alla organizzazione di rappresentanza della Cooperazione argentina del lavoro, la Cnct. E c’è il salone per il ballo, una sala per le colazioni, e una piscina, non in uso.
La struttura è perfettamente funzionante, infatti, ma avrebbe comunque bisogno di importanti investimenti. E’ uno dei temi in discussione nella cooperativa, e che si intreccia con la questione della “sicurezza“ del futuro della attività, visto che è ancora aperta la causa sulla proprietà e su come legalizzare definitivamente ciò che è già legittimo, cioè l’autogestione. Questione che riguarda non solo il Bauen ma le molte altre imprese “recuperate”, che in Argentina sono impegnate sui terreni più diversi, da quello della produzione di latte e formaggi a quello dei materiali edili.
Si sta discutendo con la “politica“ di una legge che codifichi in modo specifico la forma propria delle “recuperate” e che risolva definitivamente tutti gli aspetti legali inerenti alla proprietà ed alle forme di gestione. Una discussione, quella con la “politica“, assai aperta, sia in una realtà come quella Argentina, che in tutta la nuova America latina. Che non cancella però la discussione interna alle esperienze autogestionarie,in particolare sulle forme della organizzazione del lavoro, sulla sua qualità, sulla remunerazione, sul rapporto tra remunerazione ed investimenti. Discussione importante, perché fa parte del nuovo ruolo dei movimenti sociali, che è l’altra faccia delle nuove esperienze di governo in diversi paesi latinoamericani.
Ed è per altro una discussione di massa, decisiva per l’egemonia. Sia perché determina il grado di convinzione della base popolare, ciò che rende possibili le maggioranze progressiste. Sia perché è il terreno di “scontro“ con le classi della borghesia, che accusano ad esempio Cristina Kirchner, la presidenta argentina, di “politiche". assistenzialistiche che fanno venir meno la voglia di lavorare ed accrescono la inflazione Naturalmente l’Argentina ha la sua peculiarità politica, che è quella dell’onnipresente peronismo. Cristina non sfugge a questa storia. Ma i compagni che incontriamo sono prevalentemente propensi ad esprimere un giudizio che sottolinei le positività della sua azione. Tra queste, c’è l’attenzione alle questioni social,i che si manifesta con il dialogo aperto con le “recuperate”, il piano “Argentina trabaja” per la creazione di lavoro, il recupero sistematico dell’inflazione con la “paritaria“, la scala mobile argentina, e molte altre attività. Naturalmente non si può dire che Kirchner esprima una posizione di cambiamento in senso socialista, però tiene aperta con convinzione la dialettica sociale e favorisce gli elementi più deboli.
Fa parte di questo punto di vista, utile ad una dinamica sociale e politica positiva, un giudizio sulla inflazione che ormai si fa fatica a trovare in Europa, anche a sinistra. L’inflazione, per altro in parte un poco mascherata, non viene considerata il pericolo principale, che sono invece la disoccupazione e la povertà. Nelle varie discussioni che abbiamo affrontato sembrava di ritrovare giudizi che appartenevano alle nostre riflessioni italiane, ed europee, negli anni ’settanta. L’inflazione cioè come effetto del conflitto aperto per la redistribuzione dei redditi e che non deve essere combattuta intervenendo dallato dei redditi, men che meno di quelli bassi, ma da quello delle dinamiche speculative. In Italia e in Europa si è fatto l’esatto contrario. Con il risultato di aver contratto i redditi e il welfare, conquistati anche nella fase inflazionistica. E di aver favorito sia l’aumento della quota parte del prodotto che va ai profitti ed alle rendite sia la crescita delle diseguaglianze. Nonché di aver lasciato mano libera alla speculazione finanziaria, che si è fatta vero e proprio potere dominante la scena europea dei nostri giorni.
Cristina Kirchner prova a praticare politiche di contenimento della speculazione ricorrendo da ultimo anche a forme come la recente nazionalizzazione della spagnola Repsol, o condizionando il capitale straniero al reimpiego degli utili. E limitando anche la circolazione del dollaro, in forme che possono penalizzare però gli stessi cittadini nella loro libertà di movimento. Sta di fatto che crescono nei suoi confronti le accuse, da parte delle opposizioni, di avvicinarsi alle “posizioni estreme” di Chavez.
Di Chavez per altro si parla molto nelle televisioni, per via della sua malattia e dello scontro in Venezuela. Lo si fa con una attenzione e un approfondimento che manca del tutto, qui in Italia, e che segnala una delle caratteristiche della nuova stagione latino americana, cioè il tentativo di tenersi insieme delle varie esperienze di governo, per quanto esse siano diverse e, a volte, confliggenti. Cosa che si vede anche “turisticamente“ nella mostra allestita negli spazi di ingresso della Casa Rosada, il palazzo presidenziale, con i dipinti che ritraggono i tanti eroi della libertà e della giustizia sociale dei vari paesi dell’America latina, da Sandino al Che, a Romero, a Bolivar, donati all’Argentina per i 200 anni della sua indipendenza dai molti presidenti progressisti.
Non c’è dubbio, secondo me, che il conflitto sociale, e il peso della globalizzazione liberista, richiederebbero un ulteriore passo in avanti in una integrazione continentale progressista e cioè fatta su linee opposte a quelle perseguite nell’Unione europea. Ma non è facile a farsi. Intanto però il tenersi assieme è importante, anche perché ciò che sta succedendo in Paraguay e in Honduras , cioè i nuovi golpe, dimostra che è bene che l’attenzione democratica resti alta.
Attenzione democratica che è tenuta alta sempre da quelle straordinarie donne che sono le Madri di Plaza de Mayo. Incontriamo Nora Cortinas, una delle fondatrici, che ha ormai 82 anni ma ha il fuoco dentro. In lei il dolore per il figlio desaparecido nei terribili anni della dittatura alimenta una forza democratica e civile inestinguibile. Sono anche un po’ divise tra loro, le Madri, sul rapporto da tenere con il governo, e Nora ci tiene alla indipendenza del Movimento. Ma ogni giovedì, sempre e tutte, sono in piazza. Lei poi è in partenza per il Kurdistan. per incontrare le Madri di quel conflitto. Con la presidenta Cristina, per altro si è aperto un varco con l’annullamento della amnistia concessa ai torturatori e ai genocidii.
Come un varco si è aperto con l’introduzione delle nozze per gli omosessuali, cui Nora plaude. E vorrebbe anche, per le donne, il diritto di aborto, che invece ancora è negato. Nora si occupa anche di temi sociali impegnata come è nelle associazioni per il riconoscimento della illegittimità del debito.
Proprio dalla contestazione del debito, e del potere debordante del Fondo monetario, oltreché degli Usa, nascono le rotture democratiche che hanno permesso questi ormai venti anni di rinascenza latinoamericana. Proprio il tragitto inverso di quello compiuto da noi in Europa, quello che ci ha portato fino al Fiscal Compact. Ne parliamo con le compagne e i compagni italiani che vivono lì. In una Argentina dove gli italiani sono tantissimi e tanti continuano ad arrivare. “Avevo ragione io – dice Amalia Rossi, della Filef, la storica federazione italiana dei lavoratori all’estero e delle loro famiglie, che vive in Argentina dal ’50 – quando sostenevo tanti anni fa che era sbagliato pensare che la questione della immigrazione sarebbe finita per la morte dei vecchi immigrati. Invece, ci sono i figli e ci sono i giovani che arrivano, per restare un poco o anche per sempre”. Ne incontriamo alcuni, in questo viaggio breve ma intenso. Sono cooperatori, docenti universitari, giovani artisti. Anche con loro ragioniamo degli argomenti che ricorrono nella pubblica discussione che vive in Argentina. Ci sono le “vecchie“ questioni dei diritti sociali e democratici, compreso quello al voto, degli immigrati. E le nuove frontiere, come quelle delle “recuperate”, di cui si occupano un poco tutti, da Alberta Bottini, che fa cooperazione ma anche formazione ai recuperanti, al suo compagno Fabio, argentino dirigente della Cnct, a Francesco Vigliarolo, che sulle “recuperate” studia e intreccia relazioni. Diciamo a tutti che ci piacerebbe continuare a riflettere insieme, con i tanti che in Italia guardano a queste esperienze.
Ce n’è bisogno infatti, in questo nostro paese, così dimentico e perso. Ci chiedono tutti cosa succederà e noi diciamo che speriamo possa esserci ancora, o di nuovo, una forza che sia fuori e contro i diktat come il Fiscal Compact. E, aggiungiamo, molto dipenderà non solo dalle prossime elezioni ma, forse soprattutto, da come ci si saprà rifondare a partire dai movimenti e dalle pratiche sociali. Per questo il lavoro sulle “recuperate” può essere una traccia fondamentale
1 commento:
SONO BRUNACCIO
A quanto leggo, vista la vivacità della lotta sociale, forse sarebbe ora che l'Argentina superi la fase peronista -faccio per onestà presente che alla morte di Peron, i peronisti si divisero in due ali: quelli di destra e quelli di sinistra, i montoneros, che furono sterminati da Videla senza pietà e che lo combatterono...e che Kirchner esprime appunto questa anima di sinistra, mentre quella di destra mantiene il legame con gli aspetti più evidentemente filofascisti di Peron- per iniziare, come in Venezuela, la transizione alla socializzazione e una politica più autoritaria verso i settori più retrivi della borghesia locale che, come abbiamo visto su questo blog, hanno troppa libertà di boicottare e opporsi a politiche sociale, problema che c'è anche in Venezuela anche per la mancanza di una milizia popolare capace di contenere il momento in cui la borghesia proverà, e lo farà di certo, a passare dalle parole ai fatti.
Solo un legame sempre più stretto nel quadro bolivariano (a cui l'Argentina già oggi si avvicina molto anche se con una concezione più patriottice e dunque corporativa, tipica del peronismo anche di sinistra, che classista) può secondo me fare la differenza, anche più oggi che rischia di venire meno Chavez, grande ispiratore di questo progetto insieme a Castro (anche lui molto avanti con gli anni e quindi con un futuro certamente non lungo).
Certamente è da queste situazioni che anche noi nelle nostre lotte in Europa contro lo stesso imperialismo che attacca loro (anzi la Bce èad oggi se possibile anche più brutali del Fmi, vedansi le dichiarazioni sull'austerity in Europa di quest'ultimo)dobbiamo prendere esempio: cooperazione, autogestione, lotta per il territorio contro la sua erosione da parte delle multinazionali e altre cose che diciamo spesso.
Posta un commento