da http://www.senzasoste.it/internazionale/mali-la-nuova-frontiera-di-hollande-ecco-perche
Mettendo fine a mesi di indugi e trattative internazionali, nel fine settimana appena trascorso il presidente francese, François Hollande, ha deciso di aprire un nuovo fronte di guerra in Africa occidentale, inviando centinaia di soldati e avviando una campagna di bombardamenti aerei in Mali, ufficialmente per contenere l’avanzata sempre più minacciosa dei ribelli islamisti nel nord del paese.Ad innescare l’offensiva della Francia sarebbe stato l’ingresso il 10 gennaio scorso nella città di Konna, a oltre 600 km a nord-est della capitale del Mali, Bamako, delle forze ribelli, le quali hanno costretto l’esercito regolare alla fuga, minacciando di prendere possesso delle località cruciali di Mopti e Sevaré, dove sorge una base aerea di fondamentale importanza strategica. Con il resto del paese africano a rischio di cadere nelle mani dei ribelli, il giorno successivo Parigi ha perciò ordinato l’impiego delle proprie forze aeree, grazie alle quali Konna è tornata subito nelle mani del governo centrale.
Le bombe francesi avrebbero causato un centinaio di morti a Konna, dei quali, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un portavoce del gruppo integralista Ansar Dine, solo 5 guerriglieri e il resto civili. Inoltre, un pilota di un elicottero francese e una decina di soldati maliani sarebbero rimasti uccisi durante le operazioni. Nonostante la cacciata dei ribelli da Konna, come ha affermato il ministro della Difesa transalpino, Jean-Yves Le Drian, l’area attorno alla città rimane teatro di “intensi scontri”.
I bombardamenti sono continuati anche nei giorni successivi. Domenica, gli aerei francesi hanno preso di mira località più a nord, come Gao e Kidal, dove i ribelli avevano stabilito le proprie basi nei mesi scorsi. Pubblicamente, i principali alleati della Francia hanno espresso il proprio sostegno all’operazione. Gli Stati Uniti hanno offerto supporto logistico e di intelligence ma nessun soldato, mentre la Gran Bretagna soltanto velivoli per facilitare il trasporto delle truppe.
La lenta preparazione delle forze di terra africane per contrastare i ribelli islamici nel nord del Mali, seguita alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e inizialmente prevista per il prossimo settembre, sembra avere subito un’accelerazione con l’iniziativa presa da Parigi. I governi che fanno parte della Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS) stanno infatti organizzando vari contingenti da inviare in Mali a sostegno dello sforzo francese.
Il Senegal e la Nigeria, ad esempio, avrebbero già inviato delle truppe, mentre 500 soldati dal Burkina Faso dovrebbero giungere nei prossimi giorni. Alla guida provvisoria dell’ECOWAS, va ricordato, c’è in questo momento il presidente della Costa d’Avorio, l’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale Alassane Ouattara, installato al potere proprio grazie all’intervento armato nella ex colonia dell’esercito francese nell’aprile del 2011 dopo le discusse elezioni del novembre precedente.
Il governo di Parigi ha in ogni caso tenuto a precisare non solo che i raid dei giorni scorsi hanno già fermato l’avanzata dei “terroristi” ma, come ha affermato domenica il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che l’intervento francese in Mali sarà solo “questione di settimane” e servirà ad aprire la strada alla forza multinazionale organizzata dai paesi vicini. Nonostante la massiccia campagna aerea, però, i ribelli hanno fatto segnare progressi nella giornata di lunedì, strappando all’esercito regolare la località di Diabaly, nel Mali centrale e a soli 400 km dalla capitale.
Le bombe francesi avrebbero causato un centinaio di morti a Konna, dei quali, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un portavoce del gruppo integralista Ansar Dine, solo 5 guerriglieri e il resto civili. Inoltre, un pilota di un elicottero francese e una decina di soldati maliani sarebbero rimasti uccisi durante le operazioni. Nonostante la cacciata dei ribelli da Konna, come ha affermato il ministro della Difesa transalpino, Jean-Yves Le Drian, l’area attorno alla città rimane teatro di “intensi scontri”.
I bombardamenti sono continuati anche nei giorni successivi. Domenica, gli aerei francesi hanno preso di mira località più a nord, come Gao e Kidal, dove i ribelli avevano stabilito le proprie basi nei mesi scorsi. Pubblicamente, i principali alleati della Francia hanno espresso il proprio sostegno all’operazione. Gli Stati Uniti hanno offerto supporto logistico e di intelligence ma nessun soldato, mentre la Gran Bretagna soltanto velivoli per facilitare il trasporto delle truppe.
La lenta preparazione delle forze di terra africane per contrastare i ribelli islamici nel nord del Mali, seguita alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e inizialmente prevista per il prossimo settembre, sembra avere subito un’accelerazione con l’iniziativa presa da Parigi. I governi che fanno parte della Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS) stanno infatti organizzando vari contingenti da inviare in Mali a sostegno dello sforzo francese.
Il Senegal e la Nigeria, ad esempio, avrebbero già inviato delle truppe, mentre 500 soldati dal Burkina Faso dovrebbero giungere nei prossimi giorni. Alla guida provvisoria dell’ECOWAS, va ricordato, c’è in questo momento il presidente della Costa d’Avorio, l’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale Alassane Ouattara, installato al potere proprio grazie all’intervento armato nella ex colonia dell’esercito francese nell’aprile del 2011 dopo le discusse elezioni del novembre precedente.
Il governo di Parigi ha in ogni caso tenuto a precisare non solo che i raid dei giorni scorsi hanno già fermato l’avanzata dei “terroristi” ma, come ha affermato domenica il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che l’intervento francese in Mali sarà solo “questione di settimane” e servirà ad aprire la strada alla forza multinazionale organizzata dai paesi vicini. Nonostante la massiccia campagna aerea, però, i ribelli hanno fatto segnare progressi nella giornata di lunedì, strappando all’esercito regolare la località di Diabaly, nel Mali centrale e a soli 400 km dalla capitale.
Il Mali, colonia francese fino al 1960, era precipitato nel caos lo scorso marzo, quando un colpo di stato guidato da un capitano dell’esercito addestrato negli Stati Uniti, Amadou Sanogo, aveva deposto il presidente uscente Amadou Toumani Touré. Pochi giorni più tardi, un’alleanza di ribelli Tuareg e integralisti islamici aveva facilmente cacciato le forze di un esercito regolare allo sbando dalle postazioni nel nord del paese. In seguito, i gruppi jihadisti avevano proceduto ad emarginare i Tuareg, imponendo le norme della legge islamica (Sharia) nelle aree da loro controllate ed attirando guerriglieri islamisti da svariati paesi africani, asiatici ed europei.
L’intervento delle forze armate francesi in Mali viene in questi giorni descritto da quasi tutti i media occidentali come una decisione necessaria, inquadrata nella consueta retorica di una “guerra al terrore” che ha fatto ora irruzione nel continente africano. Tuttavia, simili pretese risultano a dir poco assurde.
Innanzitutto, la crisi esplosa lo scorso anno in Mali è la diretta conseguenza del conflitto imperialista orchestrato in Libia per rimuovere il regime di Gheddafi. L’intervento della NATO nel paese nord-africano ha, da un lato, causato il rimpatrio forzato di guerriglieri Tuareg ben armati che avevano combattuto a fianco di Gheddafi e, dall’altro, consentito il flusso di armi fornite ai ribelli libici dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo Persico a favore di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), la principale formazione estremista impegnata in Mali assieme ad Ansar Dine.
La doppiezza di Parigi, così come di Washington o di Londra, appare in tutta la sua evidenza proprio alla luce della vicenda libica e della risposta data più in generale ai fatti della Primavera Araba. In Libia, infatti, la Francia e i suoi alleati hanno collaborato in maniera molto stretta con il cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG) per abbattere il regime di Gheddafi, fornendo ai suoi affiliati armi, denaro e addestramento.
Questa formazione integralista è da anni alleata precisamente con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico, contro cui le forze francesi stanno combattendo in questi giorni in Mali, ed è attiva da tempo con propri uomini nella guerra civile in Siria in collaborazione con gruppi jihadisti come il Fronte al-Nusra, questa volta nuovamente per servire gli interessi dell’imperialismo occidentale, battendosi contro il regime di Bashar al-Assad.
La vicenda del Mali dimostra dunque ancora una volta come la cosiddetta “guerra al terrore” non sia altro che un comodo pretesto per promuovere gli interessi dell’Occidente nelle aree strategicamente più importanti del pianeta, dal momento che i vari gruppi estremisti riconducibili ad Al-Qaeda vengono di volta in volta utilizzati, a seconda delle necessità e con una schizofrenia solo apparente, come giustificazione per attaccare o invadere un determinato paese (Afghanistan, Mali) oppure come partner affidabili per portare a termine i propri obiettivi (Libia, Siria), salvo poi cercare di prenderne le distanze una volta raggiunti.
In Mali e in Africa occidentale, una regione con ingenti risorse naturali anche se tra le più povere del pianeta, sono piuttosto in gioco enormi interessi per la Francia, garantiti dalla continua interferenza di Parigi nei paesi facenti parte del suo ex impero coloniale.
Nel vicino Niger, ad esempio, la multinazionale transalpina Areva opera da decenni estraendo uranio con ben pochi benefici per la popolazione locale. Lo stesso Mali possiede giacimenti di uranio in gran parte ancora da sfruttare e su cui le grandi compagnie estrattive internazionali hanno già messo gli occhi, tra cui ovviamente quelle francesi, soprattutto alla luce dei problemi incontrati recentemente da Areva in Niger.
Da questa regione la Francia ottiene circa un terzo dell’uranio di cui ha bisogno per alimentare le centrali nucleari domestiche, così che la stabilità nelle ex colonie dell’Africa occidentale risulta un requisito imprescindibile per mantenere la propria indipendenza energetica.
L’intervento delle forze armate francesi in Mali viene in questi giorni descritto da quasi tutti i media occidentali come una decisione necessaria, inquadrata nella consueta retorica di una “guerra al terrore” che ha fatto ora irruzione nel continente africano. Tuttavia, simili pretese risultano a dir poco assurde.
Innanzitutto, la crisi esplosa lo scorso anno in Mali è la diretta conseguenza del conflitto imperialista orchestrato in Libia per rimuovere il regime di Gheddafi. L’intervento della NATO nel paese nord-africano ha, da un lato, causato il rimpatrio forzato di guerriglieri Tuareg ben armati che avevano combattuto a fianco di Gheddafi e, dall’altro, consentito il flusso di armi fornite ai ribelli libici dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo Persico a favore di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), la principale formazione estremista impegnata in Mali assieme ad Ansar Dine.
La doppiezza di Parigi, così come di Washington o di Londra, appare in tutta la sua evidenza proprio alla luce della vicenda libica e della risposta data più in generale ai fatti della Primavera Araba. In Libia, infatti, la Francia e i suoi alleati hanno collaborato in maniera molto stretta con il cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG) per abbattere il regime di Gheddafi, fornendo ai suoi affiliati armi, denaro e addestramento.
Questa formazione integralista è da anni alleata precisamente con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico, contro cui le forze francesi stanno combattendo in questi giorni in Mali, ed è attiva da tempo con propri uomini nella guerra civile in Siria in collaborazione con gruppi jihadisti come il Fronte al-Nusra, questa volta nuovamente per servire gli interessi dell’imperialismo occidentale, battendosi contro il regime di Bashar al-Assad.
La vicenda del Mali dimostra dunque ancora una volta come la cosiddetta “guerra al terrore” non sia altro che un comodo pretesto per promuovere gli interessi dell’Occidente nelle aree strategicamente più importanti del pianeta, dal momento che i vari gruppi estremisti riconducibili ad Al-Qaeda vengono di volta in volta utilizzati, a seconda delle necessità e con una schizofrenia solo apparente, come giustificazione per attaccare o invadere un determinato paese (Afghanistan, Mali) oppure come partner affidabili per portare a termine i propri obiettivi (Libia, Siria), salvo poi cercare di prenderne le distanze una volta raggiunti.
In Mali e in Africa occidentale, una regione con ingenti risorse naturali anche se tra le più povere del pianeta, sono piuttosto in gioco enormi interessi per la Francia, garantiti dalla continua interferenza di Parigi nei paesi facenti parte del suo ex impero coloniale.
Nel vicino Niger, ad esempio, la multinazionale transalpina Areva opera da decenni estraendo uranio con ben pochi benefici per la popolazione locale. Lo stesso Mali possiede giacimenti di uranio in gran parte ancora da sfruttare e su cui le grandi compagnie estrattive internazionali hanno già messo gli occhi, tra cui ovviamente quelle francesi, soprattutto alla luce dei problemi incontrati recentemente da Areva in Niger.
Da questa regione la Francia ottiene circa un terzo dell’uranio di cui ha bisogno per alimentare le centrali nucleari domestiche, così che la stabilità nelle ex colonie dell’Africa occidentale risulta un requisito imprescindibile per mantenere la propria indipendenza energetica.
La rapida decisione di dispiegare truppe francesi in Mali da parte di un politico notoriamente tutt’altro che risoluto come Hollande testimonia dunque dell’importanza della posta in gioco in questo paese e dei timori diffusi tra la classe dirigente d’oltralpe per una situazione che rischiava di sfuggire di mano al debole governo di Bamako.
Tra i governi occidentali rimangono però profonde divisioni interne, con molte voci che più o meno apertamente mettono in guardia dalle possibili conseguenze di un intervento diretto e che evocano uno scenario simile a quello afgano.Alcuni commentatori in questi giorni prevedono che gli estremisti islamici attivi in Mali, anche se evacuati definitivamente da città come Gao o Timbuktu, continueranno ad operare con tattiche di guerriglia e, al limite, con attentati terroristici in Africa settentrionale se non addirittura in Europa, come hanno minacciato di fare lunedì.
Per cominciare, queste formazioni jihadiste potrebbero trovare riparo nella vicina Algeria, il cui governo si era a lungo opposto ad un intervento esterno in Mali per le prevedibili conseguenze interne. Il presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, anche in seguito alle recenti visite di Hillary Clinton e dello stesso Hollande, ha però alla fine deciso di fornire il proprio sostegno all’Occidente, consentendo in questi giorni ai velivoli francesi di sorvolare lo spazio aereo del proprio paese.
Un’operazione che rischia di infiammare l’intera regione del Sahel ha infine trovato il sostegno praticamente di tutta la classe politica transalpina, dall’UMP ai neo-fascisti del Fronte Nazionale, ed ha confermato la natura del Partito Socialista, attraverso il presidente Hollande e il suo governo teoricamente di sinistra, di esecutore delle politiche neo-coloniali francesi come lo era stato Nicolas Sarkozy durante gli anni trascorsi all’Eliseo.
L’apertura di un nuovo fronte di guerra in Mali serve inoltre a sviare l’attenzione dalle politiche anti-sociali messe in atto dal governo socialista sul fronte interno. In particolare, l’intervento in Africa è giunto, probabilmente non a caso, in concomitanza con l’annuncio dell’accordo trovato nel fine settimana tra gli industriali e i principali sindacati sulla “riforma” del mercato del lavoro, con misure estremamente impopolari che prospettano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori per favorire la competitività delle aziende francesi.
Michele Paris
tratto da http://www.altrenotizie.org
15 gennaio 2013
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Aggiungo un vecchio articolo del 2011 per mostrare come l'Africa sia da sempre terra di conquista dei capitalismi odierni, Brics compresi, ma questo articolo ci fa anche capire come il capitalismo che è pronto a muovere guerre, massacrare inermi, distruggere città (la bellissima Dienne ad esempio in questi giorni) rimane sempre il capitalismo 'dei diritti umani', cioè quello occidentale ed atlantico.
da http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B8802f4f1B0D1nTW26850B9&-session=terramadre%3A42F9425002f4f25355wwj28F6364
Cina e Libia mettono le mani sul Mali
In Mali stiamo assistendo all’ennesimo esempio di “land grabbing”, l’usurpazione della terra, in questo caso concordata dai presidenti della Libia e del Mali a spese dei contadini.
L’esempio più significativo si ha nella regione di Ségou, la “ciotola di riso” del Mali, che da alcuni anni è contesa da investitori stranieri.
La company libica Malibya, sussidiaria a Bamako della Libya Africa Investment Portfolio (Lap), ha acquisito il diritto esclusivo per 50 anni di gestire 100mila ettari di terra nella regione di Ségou. Nell’ambito di un più ampio progetto che, tra l’altro, ha previsto la costruzione, a opera di appaltatori cinesi, di un gigantesco canale d’irrigazione largo 30 metri e lungo 40 chilometri.
Il progetto di Malibya - il cui valore si stima in 54,7 milioni dollari - promette irrigazioni, incremento dei raccolti, posti di lavoro e “food security” in un Paese dove molti ancora muoiono di fame. I rappresentanti degli agricoltori locali sono meno fiduciosi: è certo che verranno espropriati delle terre, poiché non hanno titoli scritti di proprietà, con indennizzi irrisori. Mentre i terreni verranno adibiti a coltivazioni di riso altamente meccanizzate, i contadini temono di diventare braccianti nei loro stessi campi, pagati a giornata, senza più avere il diritto di coltivarli o di praticarvi la pastorizia per nutrire le loro famiglie. Poco si sa dei termini dell’accordo, nulla sull’impatto socio-ambientale.
Tienty Tangaka, agricoltore che ha perso casa e proprietà, racconta: «Il compenso che mi hanno dato non è sufficiente per costruire una nuova casa. Ho vissuto qui la mia intera vita, ma mi è stato detto che la mia piccola proprietà non era censita sulla mappa utilizzata da Malibya. Mi hanno portato in tribunale, dove mi hanno spiegato che avevo costruito la mia casa in un luogo dove non era permesso, e così l’ho persa» prosegue Tangaka.
Nella stessa zona sarà costruita anche una pista di atterraggio per aerei cargo, e ciò alimenta i sospetti che il riso coltivato da Malibya sarà destinato all’esportazione verso la Libia e altri Paesi del Medio Oriente – anziché al consumo domestico - per rispondere alle esigenze di cibo di quelle popolazioni.
Per quanto riguarda il progetto irriguo, il nuovo canale dovrebbe avere una capacità di 4 miliardi di metri cubi l’anno, il doppio di ogni altro canale nella regione sub-sahariana. Malibya avrebbe negoziato un accesso prioritario alle riserve idriche. L’acqua è vitale, in un Paese dove la metà della superficie è deserta e il fiume Niger è cruciale per la produzione di riso, la pesca e il pascolo. A valle, altri cinque Paesi dipendono dalle acque del fiume, prima del suo sbocco nell’oceano Atlantico, e condividono le preoccupazioni del Mali.
Non è tutto: la società-madre di Malibya, Libya Africa Investment Portfolio, a dicembre 2007 ha già investito 30 milioni di dollari in un progetto per la coltivazione di riso in Liberia, in accordo con la Ngo locale Foundation for African Development Aid (Ada) che ha ottenuto dal Governo liberiano la concessione di su 15-17mila ettari di terreno.
Malibya si è affidata a partner cinesi sia per la realizzazione delle infrastrutture, sia per la fornitura di sementi di riso ibrido e la formazione degli esperti locali.
Anche la biodiversità è a rischio. Le varietà di riso, tuttora a base del 90% delle coltivazioni del Sahel, sono destinate a venire soppiantate dal riso ibrido cinese e dal “Nerica”, sviluppato dallo African Rice Centre. Secondo Assetou Samaké, docente di genetica delle piante all’Università di Bamako, nonché membro della Coalition for the Protection of African Genetic Heritage (Copagen), l’intera area del Niger è stata trasformata in una “foresta di esperimenti” e mancano informazioni sull’identità dei semi importati. Si teme perciò che possano anche avere luogo sperimentazioni incontrollate su sementi Ogm.
Le voci di protesta si levano dalla Coordination Nationale des Organisations Paysannes, e anche da alcune agenzie europee di aiuto, come la britannica Tearfund.
Fonte:
ilfattoalimentare.it
Alessia Pautasso
a.pautasso@slowfood.it
Tra i governi occidentali rimangono però profonde divisioni interne, con molte voci che più o meno apertamente mettono in guardia dalle possibili conseguenze di un intervento diretto e che evocano uno scenario simile a quello afgano.Alcuni commentatori in questi giorni prevedono che gli estremisti islamici attivi in Mali, anche se evacuati definitivamente da città come Gao o Timbuktu, continueranno ad operare con tattiche di guerriglia e, al limite, con attentati terroristici in Africa settentrionale se non addirittura in Europa, come hanno minacciato di fare lunedì.
Per cominciare, queste formazioni jihadiste potrebbero trovare riparo nella vicina Algeria, il cui governo si era a lungo opposto ad un intervento esterno in Mali per le prevedibili conseguenze interne. Il presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, anche in seguito alle recenti visite di Hillary Clinton e dello stesso Hollande, ha però alla fine deciso di fornire il proprio sostegno all’Occidente, consentendo in questi giorni ai velivoli francesi di sorvolare lo spazio aereo del proprio paese.
Un’operazione che rischia di infiammare l’intera regione del Sahel ha infine trovato il sostegno praticamente di tutta la classe politica transalpina, dall’UMP ai neo-fascisti del Fronte Nazionale, ed ha confermato la natura del Partito Socialista, attraverso il presidente Hollande e il suo governo teoricamente di sinistra, di esecutore delle politiche neo-coloniali francesi come lo era stato Nicolas Sarkozy durante gli anni trascorsi all’Eliseo.
L’apertura di un nuovo fronte di guerra in Mali serve inoltre a sviare l’attenzione dalle politiche anti-sociali messe in atto dal governo socialista sul fronte interno. In particolare, l’intervento in Africa è giunto, probabilmente non a caso, in concomitanza con l’annuncio dell’accordo trovato nel fine settimana tra gli industriali e i principali sindacati sulla “riforma” del mercato del lavoro, con misure estremamente impopolari che prospettano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori per favorire la competitività delle aziende francesi.
Michele Paris
tratto da http://www.altrenotizie.org
15 gennaio 2013
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Aggiungo un vecchio articolo del 2011 per mostrare come l'Africa sia da sempre terra di conquista dei capitalismi odierni, Brics compresi, ma questo articolo ci fa anche capire come il capitalismo che è pronto a muovere guerre, massacrare inermi, distruggere città (la bellissima Dienne ad esempio in questi giorni) rimane sempre il capitalismo 'dei diritti umani', cioè quello occidentale ed atlantico.
da http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B8802f4f1B0D1nTW26850B9&-session=terramadre%3A42F9425002f4f25355wwj28F6364
Cina e Libia mettono le mani sul Mali

L’esempio più significativo si ha nella regione di Ségou, la “ciotola di riso” del Mali, che da alcuni anni è contesa da investitori stranieri.
La company libica Malibya, sussidiaria a Bamako della Libya Africa Investment Portfolio (Lap), ha acquisito il diritto esclusivo per 50 anni di gestire 100mila ettari di terra nella regione di Ségou. Nell’ambito di un più ampio progetto che, tra l’altro, ha previsto la costruzione, a opera di appaltatori cinesi, di un gigantesco canale d’irrigazione largo 30 metri e lungo 40 chilometri.
Il progetto di Malibya - il cui valore si stima in 54,7 milioni dollari - promette irrigazioni, incremento dei raccolti, posti di lavoro e “food security” in un Paese dove molti ancora muoiono di fame. I rappresentanti degli agricoltori locali sono meno fiduciosi: è certo che verranno espropriati delle terre, poiché non hanno titoli scritti di proprietà, con indennizzi irrisori. Mentre i terreni verranno adibiti a coltivazioni di riso altamente meccanizzate, i contadini temono di diventare braccianti nei loro stessi campi, pagati a giornata, senza più avere il diritto di coltivarli o di praticarvi la pastorizia per nutrire le loro famiglie. Poco si sa dei termini dell’accordo, nulla sull’impatto socio-ambientale.
Tienty Tangaka, agricoltore che ha perso casa e proprietà, racconta: «Il compenso che mi hanno dato non è sufficiente per costruire una nuova casa. Ho vissuto qui la mia intera vita, ma mi è stato detto che la mia piccola proprietà non era censita sulla mappa utilizzata da Malibya. Mi hanno portato in tribunale, dove mi hanno spiegato che avevo costruito la mia casa in un luogo dove non era permesso, e così l’ho persa» prosegue Tangaka.
Nella stessa zona sarà costruita anche una pista di atterraggio per aerei cargo, e ciò alimenta i sospetti che il riso coltivato da Malibya sarà destinato all’esportazione verso la Libia e altri Paesi del Medio Oriente – anziché al consumo domestico - per rispondere alle esigenze di cibo di quelle popolazioni.
Per quanto riguarda il progetto irriguo, il nuovo canale dovrebbe avere una capacità di 4 miliardi di metri cubi l’anno, il doppio di ogni altro canale nella regione sub-sahariana. Malibya avrebbe negoziato un accesso prioritario alle riserve idriche. L’acqua è vitale, in un Paese dove la metà della superficie è deserta e il fiume Niger è cruciale per la produzione di riso, la pesca e il pascolo. A valle, altri cinque Paesi dipendono dalle acque del fiume, prima del suo sbocco nell’oceano Atlantico, e condividono le preoccupazioni del Mali.
Non è tutto: la società-madre di Malibya, Libya Africa Investment Portfolio, a dicembre 2007 ha già investito 30 milioni di dollari in un progetto per la coltivazione di riso in Liberia, in accordo con la Ngo locale Foundation for African Development Aid (Ada) che ha ottenuto dal Governo liberiano la concessione di su 15-17mila ettari di terreno.
Malibya si è affidata a partner cinesi sia per la realizzazione delle infrastrutture, sia per la fornitura di sementi di riso ibrido e la formazione degli esperti locali.
Anche la biodiversità è a rischio. Le varietà di riso, tuttora a base del 90% delle coltivazioni del Sahel, sono destinate a venire soppiantate dal riso ibrido cinese e dal “Nerica”, sviluppato dallo African Rice Centre. Secondo Assetou Samaké, docente di genetica delle piante all’Università di Bamako, nonché membro della Coalition for the Protection of African Genetic Heritage (Copagen), l’intera area del Niger è stata trasformata in una “foresta di esperimenti” e mancano informazioni sull’identità dei semi importati. Si teme perciò che possano anche avere luogo sperimentazioni incontrollate su sementi Ogm.
Le voci di protesta si levano dalla Coordination Nationale des Organisations Paysannes, e anche da alcune agenzie europee di aiuto, come la britannica Tearfund.
Fonte:
ilfattoalimentare.it
Alessia Pautasso
a.pautasso@slowfood.it
1 commento:
SONO BRUNACCIO
Se riusciranno a buttare giù Assad come hanno fatto con Gheddafi, attraverso forze mercenarie o islamiste o addirittura con un intervento esterno a supporto di costoro,quell'area sarà, ad essere ottimisti, come l'area africana di cui stiamo parlando.
La Francia si mostra il vecchio agente coloniale in versione euro, il soggetto lacchè dell'imperialismo attualmente più pericoloso per la destabilizzazione neoliberista dell'area siriana è invece a parer mio la Turchia.
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