L'ARTICOLO DI OGGI E' MOLTO INTERESSANTE E STIMOLANTE, E, PER AGGIUNGERE DATI DI RIFLESSIONE, VIENE PRECEDUTO DALLA LETTERA DEL COMPAGNO DAVIDE ROSCI, CONDANNATO ALLA PENA ASSURDA DI SEI ANNI PER I FATTI DEL 15 OTTOBRE E SU ELEMENTI PROCESSUALI CHE DIRE DEBOLI PARE EUFEMISTICO.
LETTERA DI DAVIDE ROSCI, CONDANNATO A SEI ANNI PER I FATTI DEL 15 OTTOBRE.
Quando sono stato arrestato il 20 aprile scorso, dissi che ero sereno; ciò che mi portava ad esserlo era la fiducia che riponevo nella giustizia, la consapevolezza che gli inquirenti non avessero in mano niente di compromettente e la percezione che, nonostante il grande clamore creato ad hoc dai mass-media, il processo fosse equo ed imparziale, così come previsto dalla legge.Mi sbagliavo! Ieri ho visto la vera faccia della giustizia italiana, quella manipolata dai poteri forti dello stato, quella che si potrebbe tranquillamente definire sommaria. Una giustizia che mi condanna a pene pesantissime, leggete bene, solo per esser stato fotografato nei pressi dei luoghi dove avvenivano gli scontri. Avete capito bene, ieri sono stato punito non perché immortalato nel compiere atti di violenza o per aver fatto qualcosa vietato dalla legge, ma per il semplice fatto che io fossi presente vicino al blindato che prende fuoco.
Non tiro una pietra, non rompo nulla, non mi scaglio contro niente di niente. Mi limito a guardare il mezzo in fiamme in alcune scene, e in un’altre ridere di spalle al suddetto.
Tali “pericolosi” atteggiamenti, mi hanno dapprima fatto guadagnare gli arresti domiciliari (8 mesi) ed ora anche una condanna (6 anni) che definirla sproporzionata sarebbe un eufemismo.
Permettetemi allora di dire che la giustizia fa schifo, così come fa schifo questo “sistema” che, a distanza di anni e anni, dopo una lotta di liberazione, concede ancora la possibilità ai giudici di condannare gente utilizzando leggi fasciste. Si, devastazione e saccheggio è una legge di matrice fascista introdotta dal codice Rocco nel 1930, che viene sempre più spesso riesumata per punire dissidenti e oppositori politici solo perché ritenuti scomodi e quindi da annientare.
Basta! Non chiedetemi di starmi zitto e accettare in silenzio tutto ciò, consentitemi di sfogarmi contro questo sistema marcio, che adotta la mano pesante contro noi poveri cristi e che invece chiude gli occhi dinanzi a fatti ben più gravi come il massacro della Diaz a Genova e i vari omicidi compiuti dalle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi come Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri ancora.
Non posso accettarlo! Grido con tutta la voce che ho in corpo la mia rabbia a questo nuovo regime fascista che mi condanna ora a Roma per aver osservato un blindato andare in fiamme e che ora mi accusa di associazione a delinquere a Teramo, solo per non aver mai piegato la testa.
Non mi resta altro che percorrere la via più estrema per far sì che nessun’altro subisca quello che ho dovuto subire io e pertanto così come fece Antonio Gramsci, durante la prigionia fascista, anche io resisterò fino allo stremo per chiedere l’abolizione della legge di devastazione e saccheggio, la revisione del codice Rocco e che questo sistema repressivo venga arginato.
Comunico pertanto che da oggi intraprenderò lo sciopero della fame e della sete ad oltranza fino a quando non si scorgerà un po’ di luce in fondo a questo tunnel eretto e protetto dai soliti noti.
Concludo nel ringraziare i mie fratelli Antifascisti, i splendidi ragazzi della Est, i firmatari del Comitato Civile, i tantissimi che mi hanno dimostrato solidarietà in questi mesi e soprattutto quanti appoggeranno questa battaglia.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere!
Rosci Davide......lettera di un compagno condannato a 6 anni
Apriamo un dibattito su cosa sono "legalità" e "giustizia", per un nuovo garantismo.
Con questo contributo intendiamo avviare, all’interno di Dinamopress.it, un focus di analisi, inchiesta, discussione sullo stato attuale della “giustizia” in Italia. Indagare la natura e le modalità dei nuovi dispositivi repressivi, le tendenze e le trasformazioni in atto nella gestione dell’ordine pubblico, le nuove forme di attacco ai movimenti e alle lotte sociali. E ancora, interrogarsi su quali siano oggi le condizioni di possibilità, o quantomeno gli spazi residui, di un’azione politica garantista in Italia. Termine carico di ambiguità quello del garantismo, come specificheremo più avanti, ma che dal nostro punto di vista ci rinvia ad una nobile esperienza di lavoro comune tra militanti, avvocati, giuristi, associazioni, volto all’autotutela delle lotte stesse.
Su queste linee tematiche tenteremo, nelle prossime settimane, di raccogliere contributi, interviste, punti di vista.
Le ragioni di una tale urgenza sono sotto gli occhi di tutti. Soffermiamoci soltanto sulle ultime 48 ore. Nella giornata di lunedì, a Padova, due attivisti vengono sottoposti agli arresti domiciliari, due agli obblighi di firma, altri cinque denunciati a piede libero, con l’accusa di violenza e lesioni a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio (il che rasenta l’assurdo se consideriamo il contesto, una giornata di sciopero europeo). E’ l’ultima di una fitta sequenza di azioni repressive che, dopo il 14 Novembre, hanno colpito studenti e attivisti in molte città italiane (tra cui Roma, Torino, Napoli), la reazione alle grandi mobilitazioni autunnali.
Sempre nella giornata di lunedì a Roma sei giovani vengono condannati in primo grado a sei anni di reclusione ciascuno, per i fatti del 15 ottobre 2011 di piazza San Giovanni. Ritorna, dopo la sentenza estiva su Genova, il reato di devastazione e saccheggio, risalente al Codice Rocco ancora vigente. Reato posto a tutela della sacra e inviolabile proprietà privata, all’interno di un ordinamento penale dove non è invece ancora stato introdotto il reato di tortura (un’importante iniziativa su questo tema si è svolta lo scorso 10 novembre al Cinema Palazzo Occupato, in collaborazione con l’Associazione Papillon-Rebibbia). In sostanza, il nostro ordinamento penale, in un’ottica “sistemica”, antepone la difesa della proprietà all’incolumità fisica e morale del singolo.
Martedì mattina invece la Corte Europea di Strasburgo condanna lo Stato italiano al risarcimento di centomila euro per sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, affermando senza mezzi termini che la condizione carceraria in Italia viola, in maniera oramai strutturale, i diritti umani. La replica del Ministro Severino è a dir poco grottesca: «Avvilita, non stupita», ha dichiarato la Severino, per poi aggiungere, «non si faccia però campagna elettorale sulla pelle dei detenuti».
Non ci sembra che si corra questo rischio, neanche lontanamente. La tematica della condizione carceraria italiana è del tutto assente dai programmi delle coalizioni politiche in campo. Così com’è del tutto assente un qualche tipo di ragionamento sullo stato dell’arte del nostro ordinamento penale, su quel progressivo formarsi, per utilizzare le parole di Livio Pepino, di un «diritto penale del nemico» (cfr. L. Pepino, Forti con i deboli. Perché oggi la magistratura non riesce a fare giustizia, Rizzoli, 2012). Al contrario, registriamo un totale appiattimento di gran parte degli schieramenti politici sulla parola d’ordine, del tutto mistificatoria, della legalità.
E’ singolare quanto emblematico che nelle scorse settimane, “a sinistra”, la competizione si sia aperta con lo scontro tra l’oramai ex Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, candidato nel listino del Pd, e l’oramai ex Pm della Procura di Palermo, Antonio Ingroia, candidato addirittura alla Presidenza del Consiglio, con una lista che si propone di essere nientemeno che “rivoluzionaria”.
In tempi di crisi sistemica, di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 37%, di sovraffollamento delle carceri, in Italia una delle mete più ambite del nuovo ceto politico “di sinistra”, sembra essere il Ministero di Grazia e Giustizia, proprio quel ministero dal quale lo scorso 14 novembre sono piovuti lacrimogeni sulla testa dei manifestanti.
La pervasività del giustizialismo nella cultura politica della sinistra, il ripetersi con regolarità di un fenomeno che affonda le radici indietro nel tempo nella storia repubblicana, definisce forse il tratto più peculiare dell’anomalia italiana.
C’è una costante, infatti, che ha attraversato l’ultimo ventennio politico nel nostro Paese, che ha inciso in maniera determinante sulla transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, e tutto ci fa pensare che avrà un’influenza altrettanto decisiva in quello che sarà il probabile approdo alla Terza: il ruolo attivo che una parte della Magistratura, soprattutto Inquirente, svolge nella determinazione dei processi della politica, nella ridefinizione delle sue forme governamentali. In particolare, “a sinistra”.
La magistratura sembra rivestire in Italia lo stesso ruolo che nell’altra sponda del Mediterraneo è affidato agli eserciti: gestire le transizioni di regime politico, contenendo o reprimendo le istanze e le tendenze alla trasformazione radicale.
Alcuni, nel corso di questi anni, hanno messo in luce le fattezze – di certo mostruose – di questo fenomeno parlando di «ruolo di supplenza» della magistratura nei confronti della politica, altri, in maniera più evocativa, di «partito dei giudici». Occorre tenere aperto un punto di vista materialistico su questo fenomeno, coglierne la sua internità alla crisi dello Stato e dei suoi tradizionali istituti della mediazione politica. In tal senso la magistratura diviene a tutti gli effetti un dispositivo di governo, una forma di regolazione dei conflitti sociali che subentra allo sgretolarsi dello Stato dei Partiti.
In uno scritto molto importante apparso nel 1996, Luciano Ferrari Bravo (Processo all’italiana, ora in L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione, Manifestolibri, 2001, pp. 287 ss.) metteva in luce come il «partito dei giudici» si sia trovato ad essere protagonista della lotta politica in Italia in due momenti storici cruciali: negli anni Settanta, al fine di reprimere le istanze di trasformazione espresse dalla nuova composizione sociale del lavoro, esterna al patto fordista, e in un secondo momento nei primi anni Novanta, con l’avvio della stagione di Tangentopoli, nel quale invece si pone al servizio di una regolazione dei conti «infrasistemica», funzionale alla definizione di un nuovo regime politico, post-Muro di Berlino.
Tra questi due momenti cruciali della storia italiana, si materializza, secondo l’autore, un vero e proprio “idealtipo” di processo politico all’italiana: gli strumenti giurisdizionali si trasformano da garantisti a repressivi, il processo diviene un dispositivo per perseguire, per via giudiziaria, scopi di lotta politica.
*****
All’avvio di una nuova campagna elettorale che vuole essere costituente, constatiamo che questo fenomeno si è diffuso in maniera ancor più capillare, al punto da condizionare la selezione del ceto politico, le strategie e i programmi della maggior parte degli schieramenti in campo.
Per ora, nel dibattito pubblico, poche ci sembrano le voci che stanno manifestando insoddisfazione o inquietudine per questa tendenza. Luigi Ferrajoli, in un recente intervento all’Università di Roma Tre, ha definito questo fenomeno come «nuovo populismo penale», che ha contagiato la cultura politica della sinistra a ogni latitudine. Luigi Manconi, in un intervento molto “sobrio”, apparso su «l’Unità» lo scorso 27 dicembre, si chiedeva: «La crisi della giustizia non ha nulla a che fare con la delega alla magistratura dell’uso simbolico del diritto penale? Non è certo un caso che, proprio ora, al partito di un Pm possa subentrare il partito di un altro Pm, capeggiato da un terzo Pm (e tutto ciò si vorrebbe sinistra!)».
Ecco, questo ci sembra il punto: tutto ciò si vorrebbe sinistra.
Può una sinistra, che si propone di essere alternativa alle costituente neoliberale europea, essere appiattita attorno alla parola d’ordine della legalità? Non c’è forse, in questa delega ai professionisti della legalità e, nello stesso tempo, nell’investitura di nuove figure carismatiche, il rischio di produrre uno strano mix tra cultura dei tecnici e partito personale di berlusconiana memoria?
Ma chiediamoci ancora: cosa si intende oggi, al di là degli slogan e della retorica, per rispetto della legalità?
Se con questa parola si intende la centralità e la supremazia della legge all’interno dell’ordinamento rispetto alle altre fonti giuridiche, possiamo constatare con un certo realismo che questa centralità è finita e da un pezzo. Un punto di vista di classe dovrebbe assumere la crisi dello Stato di diritto e del rapporto di rappresentanza fiduciaria ad esso connaturato, come base di partenza per la riapertura di ogni sperimentazione politica. Assumere il pluralismo (e l’eccedenza) delle fonti del diritto come una premessa, per ripensare completamente il tema della legalità (e il binomio legalità-legittimità), valorizzare le sperimentazioni istituzionali dei movimenti, la produzione di diritto autonomo, come un laboratorio per la ricerca di nuove forme di decisione e di organizzazione politica. L’esperienza di Syriza, ad esempio, ci sembra interessante proprio laddove ha scommesso sulla valorizzazione delle esperienze di istituzionalità prodotte nella società e nei movimenti.
Se invece con legalità si allude alla lotta alla corruzione, anche in questo caso le torsioni giustizialiste rischiano di condurci, a nostro modo di vedere, del tutto fuori strada. Prendiamo la distinzione, più volte richiamata e un po’ manichea, tra un’economia “pulita”, da valorizzare, e un’economia “sporca”, da combattere a suon di manette, leggi e carceri speciali. Manca del tutto anche in questa seconda declinazione della legalità un punto di vista che colga la natura congenitamente corrotta del capitalismo contemporaneo. Con corruzione intendiamo, fuori da ogni tirannia della morale, il ritorno al centro della scena dello sfruttamento di forme di “accumulazione originaria”, di violenza sostanzialmente extra giuridica ma del tutto assorbita all’interno del c.d. regime di legalità. La corruzione, vale a dire l’appropriazione a fini privati di ricchezza pubblica, è a tutti gli effetti l’altra faccia della medaglia della crisi della rappresentanza. Non è una “deviazione” ma il segno di una modificazione generale dei rapporti sociali. Al contrario, ridurre la lotta alla corruzione alla lotta tra due economie – “buona” o “pulita” la prima, “sporca” o “cattiva” la seconda – rischia di essere del tutto speculare alla concezione del mercato propugnata dai neoliberali (si noti, infatti, come nei discorsi dei giustizialisti la parola legalità vada sempre a braccetto con “merito”, “competenze”, etc.).
Una sinistra “anticapitalista” pensiamo non possa non fare i conti con queste considerazioni.
*****
Per queste ragioni riteniamo opportuno aprire un ragionamento sull’attualità del garantismo in Italia, sottoporlo alla prova del presente. Distinguendo, sempre con Ferrari Bravo, un garantismo “passivo”, volto alla mera difesa dell’esistente (e che in fin dei conti si riduce alla riproposizione di un astratto quanto sbiadito principio di legalità costituzionale, da tempo assorbito dalle retoriche “presidenzialiste” sul patriottismo costituzionale) e un garantismo “attivo”, che mira piuttosto «alla garanzia dell’apertura continua delle regole di trasformazione del sistema». Su quest’ultimo “tipo” di garantismo vorremmo riaprire il ragionamento, provando anche a capire quali concreti elementi di campagna politica si possano costruire nei mesi a venire.
LETTERA DI DAVIDE ROSCI, CONDANNATO A SEI ANNI PER I FATTI DEL 15 OTTOBRE.
Quando sono stato arrestato il 20 aprile scorso, dissi che ero sereno; ciò che mi portava ad esserlo era la fiducia che riponevo nella giustizia, la consapevolezza che gli inquirenti non avessero in mano niente di compromettente e la percezione che, nonostante il grande clamore creato ad hoc dai mass-media, il processo fosse equo ed imparziale, così come previsto dalla legge.Mi sbagliavo! Ieri ho visto la vera faccia della giustizia italiana, quella manipolata dai poteri forti dello stato, quella che si potrebbe tranquillamente definire sommaria. Una giustizia che mi condanna a pene pesantissime, leggete bene, solo per esser stato fotografato nei pressi dei luoghi dove avvenivano gli scontri. Avete capito bene, ieri sono stato punito non perché immortalato nel compiere atti di violenza o per aver fatto qualcosa vietato dalla legge, ma per il semplice fatto che io fossi presente vicino al blindato che prende fuoco.
Non tiro una pietra, non rompo nulla, non mi scaglio contro niente di niente. Mi limito a guardare il mezzo in fiamme in alcune scene, e in un’altre ridere di spalle al suddetto.
Tali “pericolosi” atteggiamenti, mi hanno dapprima fatto guadagnare gli arresti domiciliari (8 mesi) ed ora anche una condanna (6 anni) che definirla sproporzionata sarebbe un eufemismo.
Permettetemi allora di dire che la giustizia fa schifo, così come fa schifo questo “sistema” che, a distanza di anni e anni, dopo una lotta di liberazione, concede ancora la possibilità ai giudici di condannare gente utilizzando leggi fasciste. Si, devastazione e saccheggio è una legge di matrice fascista introdotta dal codice Rocco nel 1930, che viene sempre più spesso riesumata per punire dissidenti e oppositori politici solo perché ritenuti scomodi e quindi da annientare.
Basta! Non chiedetemi di starmi zitto e accettare in silenzio tutto ciò, consentitemi di sfogarmi contro questo sistema marcio, che adotta la mano pesante contro noi poveri cristi e che invece chiude gli occhi dinanzi a fatti ben più gravi come il massacro della Diaz a Genova e i vari omicidi compiuti dalle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi come Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri ancora.
Non posso accettarlo! Grido con tutta la voce che ho in corpo la mia rabbia a questo nuovo regime fascista che mi condanna ora a Roma per aver osservato un blindato andare in fiamme e che ora mi accusa di associazione a delinquere a Teramo, solo per non aver mai piegato la testa.
Non mi resta altro che percorrere la via più estrema per far sì che nessun’altro subisca quello che ho dovuto subire io e pertanto così come fece Antonio Gramsci, durante la prigionia fascista, anche io resisterò fino allo stremo per chiedere l’abolizione della legge di devastazione e saccheggio, la revisione del codice Rocco e che questo sistema repressivo venga arginato.
Comunico pertanto che da oggi intraprenderò lo sciopero della fame e della sete ad oltranza fino a quando non si scorgerà un po’ di luce in fondo a questo tunnel eretto e protetto dai soliti noti.
Concludo nel ringraziare i mie fratelli Antifascisti, i splendidi ragazzi della Est, i firmatari del Comitato Civile, i tantissimi che mi hanno dimostrato solidarietà in questi mesi e soprattutto quanti appoggeranno questa battaglia.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere!
Rosci Davide......lettera di un compagno condannato a 6 anni

Con questo contributo intendiamo avviare, all’interno di Dinamopress.it, un focus di analisi, inchiesta, discussione sullo stato attuale della “giustizia” in Italia. Indagare la natura e le modalità dei nuovi dispositivi repressivi, le tendenze e le trasformazioni in atto nella gestione dell’ordine pubblico, le nuove forme di attacco ai movimenti e alle lotte sociali. E ancora, interrogarsi su quali siano oggi le condizioni di possibilità, o quantomeno gli spazi residui, di un’azione politica garantista in Italia. Termine carico di ambiguità quello del garantismo, come specificheremo più avanti, ma che dal nostro punto di vista ci rinvia ad una nobile esperienza di lavoro comune tra militanti, avvocati, giuristi, associazioni, volto all’autotutela delle lotte stesse.
Su queste linee tematiche tenteremo, nelle prossime settimane, di raccogliere contributi, interviste, punti di vista.
Le ragioni di una tale urgenza sono sotto gli occhi di tutti. Soffermiamoci soltanto sulle ultime 48 ore. Nella giornata di lunedì, a Padova, due attivisti vengono sottoposti agli arresti domiciliari, due agli obblighi di firma, altri cinque denunciati a piede libero, con l’accusa di violenza e lesioni a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio (il che rasenta l’assurdo se consideriamo il contesto, una giornata di sciopero europeo). E’ l’ultima di una fitta sequenza di azioni repressive che, dopo il 14 Novembre, hanno colpito studenti e attivisti in molte città italiane (tra cui Roma, Torino, Napoli), la reazione alle grandi mobilitazioni autunnali.
Sempre nella giornata di lunedì a Roma sei giovani vengono condannati in primo grado a sei anni di reclusione ciascuno, per i fatti del 15 ottobre 2011 di piazza San Giovanni. Ritorna, dopo la sentenza estiva su Genova, il reato di devastazione e saccheggio, risalente al Codice Rocco ancora vigente. Reato posto a tutela della sacra e inviolabile proprietà privata, all’interno di un ordinamento penale dove non è invece ancora stato introdotto il reato di tortura (un’importante iniziativa su questo tema si è svolta lo scorso 10 novembre al Cinema Palazzo Occupato, in collaborazione con l’Associazione Papillon-Rebibbia). In sostanza, il nostro ordinamento penale, in un’ottica “sistemica”, antepone la difesa della proprietà all’incolumità fisica e morale del singolo.
Martedì mattina invece la Corte Europea di Strasburgo condanna lo Stato italiano al risarcimento di centomila euro per sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, affermando senza mezzi termini che la condizione carceraria in Italia viola, in maniera oramai strutturale, i diritti umani. La replica del Ministro Severino è a dir poco grottesca: «Avvilita, non stupita», ha dichiarato la Severino, per poi aggiungere, «non si faccia però campagna elettorale sulla pelle dei detenuti».
Non ci sembra che si corra questo rischio, neanche lontanamente. La tematica della condizione carceraria italiana è del tutto assente dai programmi delle coalizioni politiche in campo. Così com’è del tutto assente un qualche tipo di ragionamento sullo stato dell’arte del nostro ordinamento penale, su quel progressivo formarsi, per utilizzare le parole di Livio Pepino, di un «diritto penale del nemico» (cfr. L. Pepino, Forti con i deboli. Perché oggi la magistratura non riesce a fare giustizia, Rizzoli, 2012). Al contrario, registriamo un totale appiattimento di gran parte degli schieramenti politici sulla parola d’ordine, del tutto mistificatoria, della legalità.
E’ singolare quanto emblematico che nelle scorse settimane, “a sinistra”, la competizione si sia aperta con lo scontro tra l’oramai ex Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, candidato nel listino del Pd, e l’oramai ex Pm della Procura di Palermo, Antonio Ingroia, candidato addirittura alla Presidenza del Consiglio, con una lista che si propone di essere nientemeno che “rivoluzionaria”.
In tempi di crisi sistemica, di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 37%, di sovraffollamento delle carceri, in Italia una delle mete più ambite del nuovo ceto politico “di sinistra”, sembra essere il Ministero di Grazia e Giustizia, proprio quel ministero dal quale lo scorso 14 novembre sono piovuti lacrimogeni sulla testa dei manifestanti.
La pervasività del giustizialismo nella cultura politica della sinistra, il ripetersi con regolarità di un fenomeno che affonda le radici indietro nel tempo nella storia repubblicana, definisce forse il tratto più peculiare dell’anomalia italiana.
C’è una costante, infatti, che ha attraversato l’ultimo ventennio politico nel nostro Paese, che ha inciso in maniera determinante sulla transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, e tutto ci fa pensare che avrà un’influenza altrettanto decisiva in quello che sarà il probabile approdo alla Terza: il ruolo attivo che una parte della Magistratura, soprattutto Inquirente, svolge nella determinazione dei processi della politica, nella ridefinizione delle sue forme governamentali. In particolare, “a sinistra”.
La magistratura sembra rivestire in Italia lo stesso ruolo che nell’altra sponda del Mediterraneo è affidato agli eserciti: gestire le transizioni di regime politico, contenendo o reprimendo le istanze e le tendenze alla trasformazione radicale.
Alcuni, nel corso di questi anni, hanno messo in luce le fattezze – di certo mostruose – di questo fenomeno parlando di «ruolo di supplenza» della magistratura nei confronti della politica, altri, in maniera più evocativa, di «partito dei giudici». Occorre tenere aperto un punto di vista materialistico su questo fenomeno, coglierne la sua internità alla crisi dello Stato e dei suoi tradizionali istituti della mediazione politica. In tal senso la magistratura diviene a tutti gli effetti un dispositivo di governo, una forma di regolazione dei conflitti sociali che subentra allo sgretolarsi dello Stato dei Partiti.
In uno scritto molto importante apparso nel 1996, Luciano Ferrari Bravo (Processo all’italiana, ora in L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione, Manifestolibri, 2001, pp. 287 ss.) metteva in luce come il «partito dei giudici» si sia trovato ad essere protagonista della lotta politica in Italia in due momenti storici cruciali: negli anni Settanta, al fine di reprimere le istanze di trasformazione espresse dalla nuova composizione sociale del lavoro, esterna al patto fordista, e in un secondo momento nei primi anni Novanta, con l’avvio della stagione di Tangentopoli, nel quale invece si pone al servizio di una regolazione dei conti «infrasistemica», funzionale alla definizione di un nuovo regime politico, post-Muro di Berlino.
Tra questi due momenti cruciali della storia italiana, si materializza, secondo l’autore, un vero e proprio “idealtipo” di processo politico all’italiana: gli strumenti giurisdizionali si trasformano da garantisti a repressivi, il processo diviene un dispositivo per perseguire, per via giudiziaria, scopi di lotta politica.
*****
All’avvio di una nuova campagna elettorale che vuole essere costituente, constatiamo che questo fenomeno si è diffuso in maniera ancor più capillare, al punto da condizionare la selezione del ceto politico, le strategie e i programmi della maggior parte degli schieramenti in campo.
Per ora, nel dibattito pubblico, poche ci sembrano le voci che stanno manifestando insoddisfazione o inquietudine per questa tendenza. Luigi Ferrajoli, in un recente intervento all’Università di Roma Tre, ha definito questo fenomeno come «nuovo populismo penale», che ha contagiato la cultura politica della sinistra a ogni latitudine. Luigi Manconi, in un intervento molto “sobrio”, apparso su «l’Unità» lo scorso 27 dicembre, si chiedeva: «La crisi della giustizia non ha nulla a che fare con la delega alla magistratura dell’uso simbolico del diritto penale? Non è certo un caso che, proprio ora, al partito di un Pm possa subentrare il partito di un altro Pm, capeggiato da un terzo Pm (e tutto ciò si vorrebbe sinistra!)».
Ecco, questo ci sembra il punto: tutto ciò si vorrebbe sinistra.
Può una sinistra, che si propone di essere alternativa alle costituente neoliberale europea, essere appiattita attorno alla parola d’ordine della legalità? Non c’è forse, in questa delega ai professionisti della legalità e, nello stesso tempo, nell’investitura di nuove figure carismatiche, il rischio di produrre uno strano mix tra cultura dei tecnici e partito personale di berlusconiana memoria?
Ma chiediamoci ancora: cosa si intende oggi, al di là degli slogan e della retorica, per rispetto della legalità?
Se con questa parola si intende la centralità e la supremazia della legge all’interno dell’ordinamento rispetto alle altre fonti giuridiche, possiamo constatare con un certo realismo che questa centralità è finita e da un pezzo. Un punto di vista di classe dovrebbe assumere la crisi dello Stato di diritto e del rapporto di rappresentanza fiduciaria ad esso connaturato, come base di partenza per la riapertura di ogni sperimentazione politica. Assumere il pluralismo (e l’eccedenza) delle fonti del diritto come una premessa, per ripensare completamente il tema della legalità (e il binomio legalità-legittimità), valorizzare le sperimentazioni istituzionali dei movimenti, la produzione di diritto autonomo, come un laboratorio per la ricerca di nuove forme di decisione e di organizzazione politica. L’esperienza di Syriza, ad esempio, ci sembra interessante proprio laddove ha scommesso sulla valorizzazione delle esperienze di istituzionalità prodotte nella società e nei movimenti.
Se invece con legalità si allude alla lotta alla corruzione, anche in questo caso le torsioni giustizialiste rischiano di condurci, a nostro modo di vedere, del tutto fuori strada. Prendiamo la distinzione, più volte richiamata e un po’ manichea, tra un’economia “pulita”, da valorizzare, e un’economia “sporca”, da combattere a suon di manette, leggi e carceri speciali. Manca del tutto anche in questa seconda declinazione della legalità un punto di vista che colga la natura congenitamente corrotta del capitalismo contemporaneo. Con corruzione intendiamo, fuori da ogni tirannia della morale, il ritorno al centro della scena dello sfruttamento di forme di “accumulazione originaria”, di violenza sostanzialmente extra giuridica ma del tutto assorbita all’interno del c.d. regime di legalità. La corruzione, vale a dire l’appropriazione a fini privati di ricchezza pubblica, è a tutti gli effetti l’altra faccia della medaglia della crisi della rappresentanza. Non è una “deviazione” ma il segno di una modificazione generale dei rapporti sociali. Al contrario, ridurre la lotta alla corruzione alla lotta tra due economie – “buona” o “pulita” la prima, “sporca” o “cattiva” la seconda – rischia di essere del tutto speculare alla concezione del mercato propugnata dai neoliberali (si noti, infatti, come nei discorsi dei giustizialisti la parola legalità vada sempre a braccetto con “merito”, “competenze”, etc.).
Una sinistra “anticapitalista” pensiamo non possa non fare i conti con queste considerazioni.
*****
Per queste ragioni riteniamo opportuno aprire un ragionamento sull’attualità del garantismo in Italia, sottoporlo alla prova del presente. Distinguendo, sempre con Ferrari Bravo, un garantismo “passivo”, volto alla mera difesa dell’esistente (e che in fin dei conti si riduce alla riproposizione di un astratto quanto sbiadito principio di legalità costituzionale, da tempo assorbito dalle retoriche “presidenzialiste” sul patriottismo costituzionale) e un garantismo “attivo”, che mira piuttosto «alla garanzia dell’apertura continua delle regole di trasformazione del sistema». Su quest’ultimo “tipo” di garantismo vorremmo riaprire il ragionamento, provando anche a capire quali concreti elementi di campagna politica si possano costruire nei mesi a venire.
5 commenti:
SONO BRUNACCIO
Innanzitutto solidarietà al compagno Davide, sequestrato dallo Stato!
Venendo all'articolo...
Lo condivido alla grande, anzi, detto da noi che già da volanterossa prima di precariunited (e nei tempi non sospetti dell'antiberlusconismo di massa in cui anche molti compagni non disdegnavano simpatie alle toghe), abbiamo sempre criticato il flirt con la (loro) legalità e la (loro) magistratura, non può che far piacere.
Ma io mi spingo oltre, con qualche considerazione, che a qualcuno potrà parere massimalista, ma che a mio avviso riflette benissimo l'evidenza cristallina della realtà, che non sempre e per forza deve essere ultracomplessa.
Io dico che tra un movimento che vuole incidere per cambiare lo stato di cose presenti (dunque rivoluzionario almeno come orizzonte finale) e chi invece ne amministra l'aspetto giuridico della forma Stato (i giudici) non può esserci nulla in comune a livello politico, se non a vantaggio dei giudici, che cavalcano le istanze di lotta per recuperarle nei loro partiti di riferimento, spesso il Pd (e il caso dell'antiberlusconismo borghese ne è un esempio) o altre volte qualche partito alla sua sinistra.
Noi a scendere sul terreno della 'giustizia' e della legalità (loro) non abbiamo nulla da guadagnare.
Chiuderò con un esempio semplice, ma credo emblematico.
Uno si trova nell'impossibilità di lavorare o avere un reddito sufficiente. Decide allora che lo squilibirio della ricchezza è troppo e decide di riappropriarsi (uso il prefisso 'ri' perchè la ricchezza è un prodotto sociale) del maltolto in modo illegale.
Qualsiasi compagno gli direbbe bravo.
Un giudice invece lo condannerebbe (in modo più o meno mite a seconda di quanto il giudice è buono, pio e magari 'di sinistra')sulle basi delle leggi che reggono giuridicamente un sistema che deve garantire la proprietà sempre e comunque.
Cosa hanno in comune, sul terreno politico, questi due soggetti?
E noi a chi ci sentiamo più vicini?
Io la risposta ce l'ho, ed è per questo che, per non votare il partito dei giudici, probabilmente non voterò.
Mi sembra tutto molto attuale, considerando anche la geografia politica che sta emergendo in vista delle elezioni. E' chiaro che la magistratura è stata e sempre sarà uno strumento in mano al petere ed è chiaro, al di là dei deliri berlusconiani, che è politicizzata. La magistratura, tanto requirente, quanto giudicante, ha svolto e continua a svolgere un ruolo determinante nel soffocare i conflitti. Esiste una magistratura di "sinistra" che traduce coerentemente e concretamente l'ideologia legalitaria del PD e non solo e che in passato, negli anni '70, fu funzionale al disegno di unità e difesa nazionale e costituzionale del PCI contro le istanze provenienti dai movimenti. La lotta non può essere mai per la legalità, deve essere invece sempre per il DIRITTO.
Un compagno.
SONO BRUNACCIO
Al commento illuminante del compagno sopra, aggiungo che la meta finale della lotta non può che essere la fine della scissione capitale-lavoro. Se resta quella i diritti saranno sempre monchi e incompiuti. Ovvio che per la classe dirigente che ci ha messo in questa situazione non potranno più esistere diritti di espressione e ricostituzione politica.
Non ho altro da aggiungere tranne che solidarietà e condivisione dei contenuti della lettera, bello anche l'esempio semplice ed emblematico di brunaccio. Su quanto esprime Ingroia con la sua lista abbiamo già discusso..e il precedente intervento di 'un compagno' esaurisce definitivamente la questione. sinceramente sto giro di voto mi lascia quantomai orfano di scelta..djordj
SONO BRUNACCIO.
Aggiungo una nuova lettera di Davide, a 48 ore dall'inizio dello sciopero della fame; lettera bellissima e toccante che, credo, non farà che rafforzarci nelle idee finora espresse.
Forza Davide: fino alla vittoria sempre!
-------------------------------
Sono passate ormai più di 48 ore da quando ho iniziato la mia forma di protesta non violenta dello sciopero della fame e sete.
E’ una prova molto difficile che mi stà provando notevolmente. Dopo le prime 24 ore, che potrei definire sopportabili, nelle ultime ho iniziato ad accusare pesantemente gli effetti dello stesso. Noto un cambiamento del mio aspetto fisico, la faccia si è asciutta così come si è assottigliato il tono muscolare. Gli armoniosi brotolii della pancia, ormai mi accompagnano per tutta la giornata così come il mal di schiena, la sensazione di freddo e soprattutto di stanchezza.
Penso di poter riuscire a sopportare ancora una giornata, massimo due, dopodiché chiederò un controllo da parte delle unità mediche per accertare il mio stato.
Anche se sono consapevole che la cosa migliore in questo momento sia quella di restare in forma per affrontare la già difficile detenzione, comunico di essere intenzionato a portare a termine la mia protesta.
Nella speranza che a breve arrivi, da parte di coloro che saranno chiamati a governare, l’impegno concreto ad abolire, in particolar modo, la legge fascista di devastazione e saccheggio, voglio con forza ribadire ai più, che io non stò chiedendo solidarietà, sostegno o altro, ma solo che vengano spazzate via quelle odiose norme che un dittatore fece emanare e contro le quali i nostri valorosi partigiani combatterono, al sacrificio della vita, per non farle subire a nessun altro in futuro.
Credo che la mia sia una battaglia condivisibile, peraltro già messa in campo dalla sinistra italiana anni e anni fa e pertanto resto fiducioso dell’appoggio di almeno quei partiti che si dichiarano Antifascisti.
Concludo rivolgendo un pensiero particolare agli operai Alcoa che in queste ore protestano in Sardegna chiusi nelle miniere e, nell’attesa di una risposta, voglio ringraziare coloro che in questi giorni stanno nutrendo il mio spirito, sopratutto Rifondazione Comunista per tutto l’impegno profuso, i miei impagabili fratelli Antifascisti, il Collettivo Stella Rossa, l’Udu, i COBAS, Sinistra Critica, i CARC, il PMLI, i vari movimenti Italiani e anche tutti quei giustizialisti che, non perdendo un minuto per vomitare sentenze, mi ricordano di vivere nel paese fino a ieri governato dai vari Berlusconi, Dell’Utri, “er Batman”e chi più ne ha più ne metta.
Posta un commento