E' doveroso un post sull'Ucraina e sul referendum della Crimea.
Abbiamo scelto due articoli: uno da Contropiano, intitolato, appunto, 'La legge ad est di Pecos', che mostra la vacuità storica del concetto di diritto internazionale ed il suo uso strumentale agli interessi del potere, aggiungendoci alcune considerazioni generali sul concetto stesso di legalità.
Ad esso abbiamo aggiunto l'intervista a Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e curatore del rapporto "Nomos e Kaos" di Nomisma, che, senza poter essere sospettato di ideologismo, ci spiega perchè, contrariamente alla propaganda, sono gli USA ad aver avviato un'aggressiva guerra economica alla Russia e non viceversa.
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da http://www.contropiano.org/editioriali/item/22842-la-legge-ad-est-del-pecos
“Illegale”. Usa e Unione Europea hanno definito così il referendum in Crimea. E un generale statunitense, quello che guidava l'intervento militare in Bosnia, è stato invitato a spiegare (su La Stampa) che “il Kossovo non è un precedente”. In effetti, in Kossovo non c'è stato neppure un referendum prima, ma solo dopo l'intervento militare occidentale, che ha sancito per questa via la separazione del territorio a maggioranza albanese dal resto della Serbia.Nella definizione, però, si dà per scontato qualcosa che invece non lo è affatto: cosa è “legale” o “illegale” nel diritto internazionale? Qual è, insomma, la fonte della legge? Per il giudice Roy Bean era tutto molto semplice: "la legge a ovest del Pecos sono io"... Qui si cammina verso est, ma il concetto non cambia.
L'Onu è un organismo di mediazione intergovernativa, dove cinque paesi hanno diritto di veto e possono bloccare qualsiasi risoluzione. E lo fanno anche spesso, a turno, perché hanno interessi geostrategici contrapposti. Usa e Russia – che ha ereditato il seggio sovietico – difficilmente votano insieme. E così la Cina, che più spesso si astiene (lo ha fatto anche stavolta) per non rovinare i rapporti – molto differenti – che intrattiene con entrambe le potenze. La Gran Bretagna vota generalmente a seconda di quanto decide Washington, la Francia dipende.
Quindi, chi è il “legislatore globale”? Nessuno, tutto dipende da accordi, trattati. Che difficilmente sono sottoscritti da tutti i diretti interessati. Il paese con il record di risoluzioni dell'Onu respinte e non applicate è Israele, ma nessuno stato ha mai proposto sanzioni contro Tel Aviv. Le stesse “sanzioni” sono decise di volta in volta da gruppi di paesi riuniti intorno a una superpotenza – sempre gli Stati Uniti, da molto tempo a questa parte, negli ultimi anni anche l'Unione Europea – con l'astensione o il voto contrario di molti altri. Le applica chi ha la forza per farlo: è una decisione “privata” (in senso giuridico internazionale) non una “prescrizione di legge”. Per il buon motivo che una “legge” - nel senso pieno che usualmente si dà a questo termine - non esiste.
Eppure si parla e si scrive – specie sui giornali mainstream – in questo modo. La ragione è intuibile, se si accetta la bruta realtà: “noi siamo i buoni, chi ci sta contro sono i cattivi; noi stiamo dalla parte della legge, loro la violano”. È “illegale”, insomma, quello che fa “il nemico”; qualsiasi cosa faccia. Persino un referendum – il massimo, teoricamente, dell'espressione della volontà popolare - in una regione che per molte ragioni “deve restare nostra”. Il problema è che, in un conflitto, “nostra” viene detto da due parti esattamente contrapposte. E non c'è legge che decida, nello “stato di eccezione”; ogni riferimento a una “legge” non può che essere a geometria variabile, sulla base di “princìpi” così elastici da non poter essere neppure formulati.
Propaganda di guerra, dunque, né più né meno; giustificazione militante dell'intensificazione della “pressione” bellicista, non solo sul “nemico”, ma anche sulla propria popolazione; costruzione del consenso coatto a decisioni gravi, pericolose, con un margine di rischio elevatissimo (in questo caso si sta prendendo di mira una potenza nucleare e missilistica, non una maxi-tribù araba armata alla bell'e meglio).
Tutto è “illegale” quando l'interesse dominante esclude la mediazione. È “illegale” chi si oppone al Tav, chi lotta per avere una casa, chi si mobilita per difendere i diritti (“le leggi”!) sul lavoro o alla pensione in età ancora “godibile”. Sul piano internazionale, o inter-imperialista, avviene lo stesso slittamento semantico: “Il nemico” è per definizione anche “illegale”. In fondo è l'accusa minore che gli possa venir fatta. Sono 30 anni, non a caso dalla caduta del Muro, che spunta fuori un “nuovo Hitler” a scadenze regolari. Ne ricordiamo solo alcuni, dimenticandone forse altri: Noriega (Panama, ex agente della Cia), Milosevic, Saddam (due volte), Gheddafi, Assad, persino il Chavez che vinceva una tornata elettorale l'anno in presenza di centinaia di osservatori internazionali...
In Ucraina il gioco si è un po' rotto: Yanukovich è scappato ai primi spari, gli ammiratori di Hitler sono “dalla parte nostra” (ma non fa niente...), e persino i meno embedded tra i commentatori invitano a tenere conto dei “rischi di effetto domino”... Non per nulla la guerra in Bosnia partì con un referendum voluto e riconosciuto soltanto da una parte in gioco. Chi allora mandò i bombardieri per imporne il rispetto, a che titolo – oggi – può definire quello crimeano “illegale”?
Soprattutto: ora che avete scoperchiato il vaso di Pandora dei nazionalismo micro e macro, dove pensate di poter bloccare la corsa della Bestia? Fino al 1989, nell'Europa a Est di Gorizia c'erano dieci Stati, oggi ce ne sono trenta. Pensate di poter dire “basta” lì dove finiscono gli interessi dell'imperialismo Usa e di quello – un po' più spuntato, militarmente – dell'Unione Europea? Come se “gli altri” (Russia e Cina, per cominciare) non esistessero e non avessero altrettanti interessi da accampare? A questa assenza di pensiero strategico, siete ridotti?
Ai giornali mainstream non si può chiedere un di più di riflessione, ma è impensabile che nei think tank che contano non si siano fatti due conti un po' più precisi. E se la risposta è stata questa, allora vuol dire che la dinamica della crisi (economica, quindi sistemica) sta assumendo proporzioni incontrollabili. E si sta passando dal “calcolo” all'”azzardo”. Allacciate le cinture e accendete il cervello, vi servirà...
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da http://www.formiche.net/2014/03/05/usa-russia-guerra-economica-sanzioni-gas/
La crisi in Ucraina assume nuovi contorni. Dopo l’escalation militare dei giorni scorsi, ieri il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che “l’uso della forza ancora non è necessario, ma legittimo“, scacciando per il momento i timori di un’invasione del Paese o della sola Crimea paventate dal segretario di Stato americano John Kerry. Gli Stati Uniti però non mollano Mosca e si muovono soprattutto sul versante finanziario, pensando a sanzioni contro le banche russe, rifiuti di visti e congelamento di beni. Dal canto suo la Russia minaccia una crescita del prezzo del gas in Ucraina.
È l’inizio di una guerra economica tra i due Paesi (e i loro alleati)? Un’opzione sul campo, ma con caratteristiche ben precise, come spiega in una conversazione conFormiche.net Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e curatore del rapporto “Nomos e Kaos” di Nomisma.
Professore, potrebbe davvero concretizzarsi una guerra economica tra Washington e Mosca?
Mi riesce molto difficile immaginare una guerra economica scatenata dalla Russia contro gli Stati Uniti. In Ucraina, anche se sembra il contrario, in realtà Mosca sta combattendo una battaglia difensiva, volta al mantenimento della sua sfera d’influenza nel cosiddetto “estero vicino”, lo spazio ex sovietico. Il dopo Guerra Fredda, in questo senso, non è ancora finito. Un gruppo di Paesi europei, noto come Partnership Orientale, guidato da Polonia e Svezia, opera dal 2010 per cercare di avvicinare all’Ue ed alla Nato gli Stati ex sovietici che ne sono ancora al di fuori.
Che significa questo?
Non è in questione solo l’allineamento futuro dell’Ucraina, quindi, ma anche quello della Georgia e della Moldova, nell’immediato, e forse, a più lungo termine, anche quello della Bielorussia, dell’Armenia e magari del Kazakhstan. Perché no? Non è tuttavia escluso che a pressioni economiche si risolvano invece americani ed europei, varando delle sanzioni, ad esempio, che avrebbero gravi ripercussioni in Russia, colpendo anche settori del locale sistema economico essenziali alla sopravvivenza dell’attuale assetto politico. Potrebbe ricorrervi persino lo stesso Governo provvisorio di Kiev: se messo alle strette, infatti, non è escluso che gli ucraini interrompano il flusso delle forniture di gas russo all’Europa, per costringere i più riottosi a schierarsi. Mosca a quel punto sarebbe infatti costretta a far lo stesso, per non farsi derubare il gas in transito, sopportandone però le conseguenze, che sarebbero pesanti, sotto forma di ingenti mancati guadagni. Nel frattempo, non sono da escludersi manovre al ribasso sul rublo e sui titoli denominati nella divisa russa, anche ad iniziativa dei maggiori investitori internazionali, la cui visione spesso coincide con quella dell’Amministrazione statunitense.
La Russia è davvero in grado di lasciare il dollaro per altre valute e creare un suo sistema di calcolo e pagamenti?
Da tempo i russi perseguono insieme ai cinesi l’obiettivo di porre fine alla supremazia del dollaro nel sistema economico-finanziario internazionale, ponendo al suo centro un paniere di monete, una delle quali avrebbe dovuto essere l’euro. Quanto è avvenuto dal 2011 in poi prova che si tratta di un traguardo molto lontano, se non addirittura un’utopia. Tuttavia, sistemi geo-economicamente circoscritti organizzati intorno a una divisa diversa dal dollaro sono possibili. Pechino sta ad esempio tentando di allestire un’area del renmimbi. Ed un’area del rublo avrebbe potuto prendere corpo intorno all’Unione Eurasiatica, anche ricorrendo agli strumenti menzionati recentemente. Nulla, comunque, in grado di porre fine a quello che Valery Giscard d’Estaing chiamava il “privilegio esorbitante”. Quello che permette agli Stati Uniti di stampare carta moneta ad libitum e con quella acquistare tutto ciò di cui l’America ha bisogno. È una delle condizioni che permettono a Washington di mantenere il proprio primato globale senza sopportare costi insopportabili.
E quale sarebbe la risposta degli Usa?
Mi sembra che gli Stati Uniti siano e restino in una posizione di grandissima forza, che Obama è riuscito a migliorare sensibilmente, per quanto sembri il contrario: prodigi dello smart power, del “potere scaltro”, che contraddistingue il suo approccio innovativo alla politica estera. Fintantoché il sistema economico resta globale e altamente finanziarizzato, grandi investitori ed agenzie di rating sono perfettamente in grado di sanzionare autonomamente comportamenti non graditi. L’America anticipa e cavalca i flussi, anche grazie alle straordinarie capacità di profilatura collettiva di cui dispone la sua intelligence. È per questo, tra l’altro, che il Presidente statunitense può rivolgersi ai russi rimproverandoli di “andare contro la direzione di marcia della storia”. Ha perfettamente ragione: questo non può accadere agli americani. Chi non lo ha compreso, non ha colto la novità che Snowden ci ha fatto conoscere. Washington potrà essere colta di sorpresa da decisioni di leaders capaci di schermarsi rispetto alle intrusioni della National Security Agency, come Putin e forse anche i generali egiziani, non dagli orientamenti profondi di una società civile posta “sotto osservazione.
Per molti osservatori Putin sta forzando troppo la mano per un’economia debole come quella russa, legata prevalentemente a risorse naturali. È Mosca a rischiare di più in questa partita, come ha sottolineato l’ambasciatore Guido Lenzi su Formiche.net?
Certo che è così e ne è perfettamente consapevole, come prova la smentita delle aggressive dichiarazioni rese da Glaziev, che aveva minacciato la liquidazione delle attività in dollari detenute da Mosca. Ma cosa dovrebbe fare? Per Putin è in gioco il futuro della Russia e quello suo personale. Perché dovrebbe lasciare qualcosa di intentato? Il comportamento della dirigenza russa mi pare comunque molto razionale e realistico. Cerca di acquisire dei chip negoziali da spendere in eventuali trattative successive e comunque di evitare che si stabilisca il precedente. Lo provano le aperture fatte proprio da Putin alla creazione di un gruppo di contatto sull’Ucraina e la decisione di partecipare al Consiglio Nato-Russia. Mosca vuol restare rilevante a Kiev. E provare altresì che cambiare l’allineamento internazionale di un Paese alleato non può essere un’operazione indolore ed a basso costo. Non deve esserlo specialmente quando un leader amico, per di più legittimamente eletto, viene travolto da un’insurrezione armata appoggiata dall’estero.
L’Europa potrebbe pagare queste tensioni sul piano economico? E se sì, come?
L’Europa, piaccia o non piaccia, si articola in una molteplicità di Stati sovrani nella sfera della politica estera e di sicurezza, ciascuno dei quali ha una sua visione dei propri interessi nazionali. L’Italia, ad esempio, non ha la stessa percezione della Russia che prevale a Varsavia. E non è certamente partita da Roma l’idea di associare Kiev all’Ue, magari per aprirle successivamente la strada dell’accessione alle istituzioni comunitarie ed all’Alleanza Atlantica. Molti qui avevano tirato un sospiro di sollievo nello scorso novembre, quando Yanukovych aveva rinunciato al proposito di firmare l’accordo di associazione euro-ucraino. Poi, però, sono accadute cose impreviste. La pressione polacca e dei baltici è ripresa, ed i tedeschi vi si sono accodati, dandole ben altra solidità ed imbarazzando persino gli americani. Di qui, quasi certamente, i commenti indispettiti carpiti a Victoria Nuland. C’era in ballo non solo Kiev, a quel punto, ma anche l’influenza sull’intera Europa orientale. È stato un derby tra Washington e Berlino. E gli americani lo hanno vinto, perché l’accordo di compromesso tra Klitchko e Yanukovych, raggiunto al cospetto di Steinmeier, Fabius e Sikorsky è stato rigettato dalla piazza. Ed ora a Kiev sono al potere gli uomini di Yulia Timoshenko, che era il punto di riferimento degli Stati Uniti. Direi che complessivamente l’Europa si è indebolita. In buona parte, la responsabilità è però dei tedeschi, che hanno fatto il passo più lungo della gamba.
Quale sarebbe la posizione del nostro Paese in uno scenario del genere?
Dal 2011, l’Italia è prudentissima ed attenta ad evitare qualsiasi iniziativa velleitaria possa compromettere platealmente i rapporti con i nostri maggiori alleati. Faremmo ciò che abbiamo già fatto: adeguarci alla “direzione di marcia della storia”, facendo però capire che tutto sommato non siamo sempre del tutto d’accordo con quanto viene fatto. È un approccio realistico, in fondo rodato da decenni di prassi durante la tanto bistrattata Prima Repubblica, e del tutto conforme ai nostri interessi nazionali
Abbiamo scelto due articoli: uno da Contropiano, intitolato, appunto, 'La legge ad est di Pecos', che mostra la vacuità storica del concetto di diritto internazionale ed il suo uso strumentale agli interessi del potere, aggiungendoci alcune considerazioni generali sul concetto stesso di legalità.
Ad esso abbiamo aggiunto l'intervista a Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e curatore del rapporto "Nomos e Kaos" di Nomisma, che, senza poter essere sospettato di ideologismo, ci spiega perchè, contrariamente alla propaganda, sono gli USA ad aver avviato un'aggressiva guerra economica alla Russia e non viceversa.
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da http://www.contropiano.org/editioriali/item/22842-la-legge-ad-est-del-pecos
L'Onu è un organismo di mediazione intergovernativa, dove cinque paesi hanno diritto di veto e possono bloccare qualsiasi risoluzione. E lo fanno anche spesso, a turno, perché hanno interessi geostrategici contrapposti. Usa e Russia – che ha ereditato il seggio sovietico – difficilmente votano insieme. E così la Cina, che più spesso si astiene (lo ha fatto anche stavolta) per non rovinare i rapporti – molto differenti – che intrattiene con entrambe le potenze. La Gran Bretagna vota generalmente a seconda di quanto decide Washington, la Francia dipende.
Quindi, chi è il “legislatore globale”? Nessuno, tutto dipende da accordi, trattati. Che difficilmente sono sottoscritti da tutti i diretti interessati. Il paese con il record di risoluzioni dell'Onu respinte e non applicate è Israele, ma nessuno stato ha mai proposto sanzioni contro Tel Aviv. Le stesse “sanzioni” sono decise di volta in volta da gruppi di paesi riuniti intorno a una superpotenza – sempre gli Stati Uniti, da molto tempo a questa parte, negli ultimi anni anche l'Unione Europea – con l'astensione o il voto contrario di molti altri. Le applica chi ha la forza per farlo: è una decisione “privata” (in senso giuridico internazionale) non una “prescrizione di legge”. Per il buon motivo che una “legge” - nel senso pieno che usualmente si dà a questo termine - non esiste.
Eppure si parla e si scrive – specie sui giornali mainstream – in questo modo. La ragione è intuibile, se si accetta la bruta realtà: “noi siamo i buoni, chi ci sta contro sono i cattivi; noi stiamo dalla parte della legge, loro la violano”. È “illegale”, insomma, quello che fa “il nemico”; qualsiasi cosa faccia. Persino un referendum – il massimo, teoricamente, dell'espressione della volontà popolare - in una regione che per molte ragioni “deve restare nostra”. Il problema è che, in un conflitto, “nostra” viene detto da due parti esattamente contrapposte. E non c'è legge che decida, nello “stato di eccezione”; ogni riferimento a una “legge” non può che essere a geometria variabile, sulla base di “princìpi” così elastici da non poter essere neppure formulati.
Propaganda di guerra, dunque, né più né meno; giustificazione militante dell'intensificazione della “pressione” bellicista, non solo sul “nemico”, ma anche sulla propria popolazione; costruzione del consenso coatto a decisioni gravi, pericolose, con un margine di rischio elevatissimo (in questo caso si sta prendendo di mira una potenza nucleare e missilistica, non una maxi-tribù araba armata alla bell'e meglio).
Tutto è “illegale” quando l'interesse dominante esclude la mediazione. È “illegale” chi si oppone al Tav, chi lotta per avere una casa, chi si mobilita per difendere i diritti (“le leggi”!) sul lavoro o alla pensione in età ancora “godibile”. Sul piano internazionale, o inter-imperialista, avviene lo stesso slittamento semantico: “Il nemico” è per definizione anche “illegale”. In fondo è l'accusa minore che gli possa venir fatta. Sono 30 anni, non a caso dalla caduta del Muro, che spunta fuori un “nuovo Hitler” a scadenze regolari. Ne ricordiamo solo alcuni, dimenticandone forse altri: Noriega (Panama, ex agente della Cia), Milosevic, Saddam (due volte), Gheddafi, Assad, persino il Chavez che vinceva una tornata elettorale l'anno in presenza di centinaia di osservatori internazionali...
In Ucraina il gioco si è un po' rotto: Yanukovich è scappato ai primi spari, gli ammiratori di Hitler sono “dalla parte nostra” (ma non fa niente...), e persino i meno embedded tra i commentatori invitano a tenere conto dei “rischi di effetto domino”... Non per nulla la guerra in Bosnia partì con un referendum voluto e riconosciuto soltanto da una parte in gioco. Chi allora mandò i bombardieri per imporne il rispetto, a che titolo – oggi – può definire quello crimeano “illegale”?
Soprattutto: ora che avete scoperchiato il vaso di Pandora dei nazionalismo micro e macro, dove pensate di poter bloccare la corsa della Bestia? Fino al 1989, nell'Europa a Est di Gorizia c'erano dieci Stati, oggi ce ne sono trenta. Pensate di poter dire “basta” lì dove finiscono gli interessi dell'imperialismo Usa e di quello – un po' più spuntato, militarmente – dell'Unione Europea? Come se “gli altri” (Russia e Cina, per cominciare) non esistessero e non avessero altrettanti interessi da accampare? A questa assenza di pensiero strategico, siete ridotti?
Ai giornali mainstream non si può chiedere un di più di riflessione, ma è impensabile che nei think tank che contano non si siano fatti due conti un po' più precisi. E se la risposta è stata questa, allora vuol dire che la dinamica della crisi (economica, quindi sistemica) sta assumendo proporzioni incontrollabili. E si sta passando dal “calcolo” all'”azzardo”. Allacciate le cinture e accendete il cervello, vi servirà...
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da http://www.formiche.net/2014/03/05/usa-russia-guerra-economica-sanzioni-gas/
La crisi in Ucraina assume nuovi contorni. Dopo l’escalation militare dei giorni scorsi, ieri il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che “l’uso della forza ancora non è necessario, ma legittimo“, scacciando per il momento i timori di un’invasione del Paese o della sola Crimea paventate dal segretario di Stato americano John Kerry. Gli Stati Uniti però non mollano Mosca e si muovono soprattutto sul versante finanziario, pensando a sanzioni contro le banche russe, rifiuti di visti e congelamento di beni. Dal canto suo la Russia minaccia una crescita del prezzo del gas in Ucraina.
È l’inizio di una guerra economica tra i due Paesi (e i loro alleati)? Un’opzione sul campo, ma con caratteristiche ben precise, come spiega in una conversazione conFormiche.net Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e curatore del rapporto “Nomos e Kaos” di Nomisma.
Professore, potrebbe davvero concretizzarsi una guerra economica tra Washington e Mosca?
Mi riesce molto difficile immaginare una guerra economica scatenata dalla Russia contro gli Stati Uniti. In Ucraina, anche se sembra il contrario, in realtà Mosca sta combattendo una battaglia difensiva, volta al mantenimento della sua sfera d’influenza nel cosiddetto “estero vicino”, lo spazio ex sovietico. Il dopo Guerra Fredda, in questo senso, non è ancora finito. Un gruppo di Paesi europei, noto come Partnership Orientale, guidato da Polonia e Svezia, opera dal 2010 per cercare di avvicinare all’Ue ed alla Nato gli Stati ex sovietici che ne sono ancora al di fuori.
Che significa questo?
Non è in questione solo l’allineamento futuro dell’Ucraina, quindi, ma anche quello della Georgia e della Moldova, nell’immediato, e forse, a più lungo termine, anche quello della Bielorussia, dell’Armenia e magari del Kazakhstan. Perché no? Non è tuttavia escluso che a pressioni economiche si risolvano invece americani ed europei, varando delle sanzioni, ad esempio, che avrebbero gravi ripercussioni in Russia, colpendo anche settori del locale sistema economico essenziali alla sopravvivenza dell’attuale assetto politico. Potrebbe ricorrervi persino lo stesso Governo provvisorio di Kiev: se messo alle strette, infatti, non è escluso che gli ucraini interrompano il flusso delle forniture di gas russo all’Europa, per costringere i più riottosi a schierarsi. Mosca a quel punto sarebbe infatti costretta a far lo stesso, per non farsi derubare il gas in transito, sopportandone però le conseguenze, che sarebbero pesanti, sotto forma di ingenti mancati guadagni. Nel frattempo, non sono da escludersi manovre al ribasso sul rublo e sui titoli denominati nella divisa russa, anche ad iniziativa dei maggiori investitori internazionali, la cui visione spesso coincide con quella dell’Amministrazione statunitense.
La Russia è davvero in grado di lasciare il dollaro per altre valute e creare un suo sistema di calcolo e pagamenti?
Da tempo i russi perseguono insieme ai cinesi l’obiettivo di porre fine alla supremazia del dollaro nel sistema economico-finanziario internazionale, ponendo al suo centro un paniere di monete, una delle quali avrebbe dovuto essere l’euro. Quanto è avvenuto dal 2011 in poi prova che si tratta di un traguardo molto lontano, se non addirittura un’utopia. Tuttavia, sistemi geo-economicamente circoscritti organizzati intorno a una divisa diversa dal dollaro sono possibili. Pechino sta ad esempio tentando di allestire un’area del renmimbi. Ed un’area del rublo avrebbe potuto prendere corpo intorno all’Unione Eurasiatica, anche ricorrendo agli strumenti menzionati recentemente. Nulla, comunque, in grado di porre fine a quello che Valery Giscard d’Estaing chiamava il “privilegio esorbitante”. Quello che permette agli Stati Uniti di stampare carta moneta ad libitum e con quella acquistare tutto ciò di cui l’America ha bisogno. È una delle condizioni che permettono a Washington di mantenere il proprio primato globale senza sopportare costi insopportabili.
E quale sarebbe la risposta degli Usa?
Mi sembra che gli Stati Uniti siano e restino in una posizione di grandissima forza, che Obama è riuscito a migliorare sensibilmente, per quanto sembri il contrario: prodigi dello smart power, del “potere scaltro”, che contraddistingue il suo approccio innovativo alla politica estera. Fintantoché il sistema economico resta globale e altamente finanziarizzato, grandi investitori ed agenzie di rating sono perfettamente in grado di sanzionare autonomamente comportamenti non graditi. L’America anticipa e cavalca i flussi, anche grazie alle straordinarie capacità di profilatura collettiva di cui dispone la sua intelligence. È per questo, tra l’altro, che il Presidente statunitense può rivolgersi ai russi rimproverandoli di “andare contro la direzione di marcia della storia”. Ha perfettamente ragione: questo non può accadere agli americani. Chi non lo ha compreso, non ha colto la novità che Snowden ci ha fatto conoscere. Washington potrà essere colta di sorpresa da decisioni di leaders capaci di schermarsi rispetto alle intrusioni della National Security Agency, come Putin e forse anche i generali egiziani, non dagli orientamenti profondi di una società civile posta “sotto osservazione.
Per molti osservatori Putin sta forzando troppo la mano per un’economia debole come quella russa, legata prevalentemente a risorse naturali. È Mosca a rischiare di più in questa partita, come ha sottolineato l’ambasciatore Guido Lenzi su Formiche.net?
Certo che è così e ne è perfettamente consapevole, come prova la smentita delle aggressive dichiarazioni rese da Glaziev, che aveva minacciato la liquidazione delle attività in dollari detenute da Mosca. Ma cosa dovrebbe fare? Per Putin è in gioco il futuro della Russia e quello suo personale. Perché dovrebbe lasciare qualcosa di intentato? Il comportamento della dirigenza russa mi pare comunque molto razionale e realistico. Cerca di acquisire dei chip negoziali da spendere in eventuali trattative successive e comunque di evitare che si stabilisca il precedente. Lo provano le aperture fatte proprio da Putin alla creazione di un gruppo di contatto sull’Ucraina e la decisione di partecipare al Consiglio Nato-Russia. Mosca vuol restare rilevante a Kiev. E provare altresì che cambiare l’allineamento internazionale di un Paese alleato non può essere un’operazione indolore ed a basso costo. Non deve esserlo specialmente quando un leader amico, per di più legittimamente eletto, viene travolto da un’insurrezione armata appoggiata dall’estero.
L’Europa potrebbe pagare queste tensioni sul piano economico? E se sì, come?
L’Europa, piaccia o non piaccia, si articola in una molteplicità di Stati sovrani nella sfera della politica estera e di sicurezza, ciascuno dei quali ha una sua visione dei propri interessi nazionali. L’Italia, ad esempio, non ha la stessa percezione della Russia che prevale a Varsavia. E non è certamente partita da Roma l’idea di associare Kiev all’Ue, magari per aprirle successivamente la strada dell’accessione alle istituzioni comunitarie ed all’Alleanza Atlantica. Molti qui avevano tirato un sospiro di sollievo nello scorso novembre, quando Yanukovych aveva rinunciato al proposito di firmare l’accordo di associazione euro-ucraino. Poi, però, sono accadute cose impreviste. La pressione polacca e dei baltici è ripresa, ed i tedeschi vi si sono accodati, dandole ben altra solidità ed imbarazzando persino gli americani. Di qui, quasi certamente, i commenti indispettiti carpiti a Victoria Nuland. C’era in ballo non solo Kiev, a quel punto, ma anche l’influenza sull’intera Europa orientale. È stato un derby tra Washington e Berlino. E gli americani lo hanno vinto, perché l’accordo di compromesso tra Klitchko e Yanukovych, raggiunto al cospetto di Steinmeier, Fabius e Sikorsky è stato rigettato dalla piazza. Ed ora a Kiev sono al potere gli uomini di Yulia Timoshenko, che era il punto di riferimento degli Stati Uniti. Direi che complessivamente l’Europa si è indebolita. In buona parte, la responsabilità è però dei tedeschi, che hanno fatto il passo più lungo della gamba.
Quale sarebbe la posizione del nostro Paese in uno scenario del genere?
Dal 2011, l’Italia è prudentissima ed attenta ad evitare qualsiasi iniziativa velleitaria possa compromettere platealmente i rapporti con i nostri maggiori alleati. Faremmo ciò che abbiamo già fatto: adeguarci alla “direzione di marcia della storia”, facendo però capire che tutto sommato non siamo sempre del tutto d’accordo con quanto viene fatto. È un approccio realistico, in fondo rodato da decenni di prassi durante la tanto bistrattata Prima Repubblica, e del tutto conforme ai nostri interessi nazionali
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