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lunedì 28 aprile 2014

PERCHE' WOJTYLA NON E' UN SANTO

UNA RIFLESSIONE DEL 2011 DELL'ABATE GIOVANNI FRANZONI CHE CREDO CENTRI MOLTO BENE LA QUESTIONE WOJTYLA ANCHE SE LASCIA FUORI IL DISCORSO PINOCHET: UN RAPPORTO DI CORDIALITA' CHE VA OLTRE LA RAGION DI STATO E CHE E' CULMINATO CON UNA BENEDIZIONE APOSTOLICA PARTICOLARE, ATTO ASSOLUTAMENTE NON DOVUTO E CHE DESTA SCONCERTO RISPETTO AL MODO CON CUI EGLI TRATTO' SEMPRE LE MADRI DI PLAZA DE MAYO, CHE PRODUSSERO QUESTO DOCUMENTO:

"Buenos Aires 23 febbraio 1999
Sig Giovanni Paolo II
Ci è costato diversi giorni assimilare la richiesta di perdono che Lei, Sig. Giovanni Paolo II, ha inoltrato in favore del responsabile di genocidio Pinochet.
Ci rivolgiamo a Lei come cittadino comune, perchè ci sembra aberrante che dalla sua poltrona di Papa in Vaticano, senza conoscere, senza avere sofferto sulla sua pelle la tortura con scariche elettriche, le mutilazioni e le violenze sessuali, abbia il coraggio di chiedere, in nome di Gesù Cristo, clemenza per l'assassino Pinochet.
Gesù è stato crocifisso e la sua carne è stata lacerata dai Giuda come Lei che oggi difende gli assassini.Sig. Giovanni Paolo II, nessuna madre del Terzo Mondo che ha dato alla luce, allattato e curato con amore un figlio che è stato mutilato dalle dittature di Pinochet, Videla, Banzer, Stroessner, accetterà con rassegnazione la sua richiesta di clemenza.
Noi Madri ci siamo incontrate con Lei in tre occasioni, ma Lei non ha impedito i massacri, non ha alzato la voce in difesa delle nostre migliaia di figli durante quegli anni di terrore.
Adesso non abbiamo più dubbi su da quale parte sta Lei, ma sappia che malgrado il suo potere immenso, non potrà arrivare nè a Dio nè a Gesù.
Molti dei nostri figli si sono ispirati a Gesù nel loro impegno per il popolo.
Noi Membri dell'Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, attraverso una preghiera immensa che arriverà al mondo, chiediamo a Dio che non perdoni Lei, Sig. Giovanni Paolo II, perchè Lei denigra la Chiesa del popolo che soffre. Lo facciamo in nome dei milioni di esseri umani che morirono e continuano a morire ad opera degli assassini che Lei difende e sostiene."
DICIAMO: SIGNORE NON PERDONARE GIOVANNI PAOLO II
Associazione Madri di Plaza de Mayo
Hebe Bonafini
http://temi.repubblica.it/micromega-online/perche-wojtyla-non-e-un-santo/

Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo fuori le Mura (nella cui veste – equiparata a quella di vescovo – ha partecipato al Concilio Vaticano II), è stato convocato agli inizi del 2007 dalla Postulazione per la causa dei santi per portare la sua testimonianza nel processo di beatificazione di Karol Wojtyła. Il ritratto del pontefice che emerge dalla sua deposizione giurata, che qui riproduciamo fedelmente, è assai distante dall’iconografia ufficiale.
di dom Giovanni Franzoni, da "Karol Wojtyła, Il grande oscurantista", volume speciale di MicroMega, aprile 2011
Dopo l’apertura della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II un gruppo di teologhe e teologi cattolici, partendo ciascuno dalle proprie conoscenze e dalle proprie sensibilità ferite durante l’esercizio del pontificato di questo papa, ha diffuso un appello nel quale sono confluite le principali obiezioni al processo di canonizzazione. Si è voluto così rispondere all’invito della congregazione competente affinché fossero esposte sia le testimonianze favorevoli sia quelle contrarie alla beatificazione.
Personalmente, oltre che dalla repressione del pensiero teologico cattolico attuata da Wojtyła, ero fortemente colpito da quanto avevo appreso a Managua, nella segreteria del Centro Valdivieso, circa il doloroso isolamento di monsignor Oscar Arnulfo Romero che – ricevuto in udienza privata dal papa affinché potesse riferirgli delle scomparse e delle uccisioni di cittadini, sindacalisti e sacerdoti salvadoregni che avevano sostenuto la causa dei contadini nella presa di possesso delle terre loro concesse dalla riforma agraria – vide disprezzata questa documentazione, si sentì esortare ad andar d’accordo comunque col governo salvadoregno e non riscontrò alcun calore pastorale nel papa.
Per i dettagli di questo doloroso isolamento rinvio alla deposizione già consegnata al tribunale del vicariato di Roma [pubblicata qui di seguito, n.d.r.]. Aggiungo solo due considerazioni maturate in seguito a quella deposizione.
Quando è emerso lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi cattolici, e non per un atto di consapevolezza da parte della Chiesa ma grazie ai procedimenti legali e risarcitori intentati dalle vittime, l’attenzione del mondo si è rivolta alle responsabilità non solo dei religiosi abusanti ma anche delle autorità della gerarchia che avevano celato il fenomeno agli organi inquirenti laici e si erano accontentate di ammonimenti e di trasferimenti in altre sedi dei preti pedofili (che infatti, in molti casi, hanno proseguito nei loro perversi comportamenti).
Questa modalità di copertura degli scandali oltre a essere contrastante con la lettera dell’Evangelo, secondo il quale è bene che gli scandali siano manifesti perché ci sia chiarezza nella comunità, è risultata anche offensiva nei confronti del rapporto fra corpo ecclesiastico e società laica. Alcuni vescovi costretti tardivamente a dare le dimissioni in seguito all’esplosione degli scandali hanno pubblicamente detto che consultandosi con la Congregazione per la dottrina della fede, di cui era prefetto l’attuale pontefice, avevano operato nella convinzione di essere in armonia con la volontà del papa. Quanto poi allo scandalo che ha coinvolto l’arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër, costretto alle dimissioni da una corale richiesta dei vescovi austriaci, è noto che la sua promozione da abate benedettino ad arcivescovo fu promossa personalmente da Giovanni Paolo II che aveva stretto un rapporto di amicizia e collaborazione con Groër già da quando era vescovo di Cracovia.
Una seconda considerazione più che la figura di papa Wojtyła riguarda la scelta dell’attuale pontefice di procedere alla cerimonia di beatificazione in una data – il 1° maggio 2011 – che evidentemente viene sottratta alla celebrazione e alla frequentazione di masse di lavoratori organizzati fra i quali vi sono notoriamente cattolici e non cattolici, credenti religiosi e diversamente credenti.
Questa «invasione di campo» costringe alcuni cattolici a scegliere fra partecipazione socio-politica e partecipazione a aventi ecclesiastici. Si tratta di un antagonismo di cui non sentivamo il bisogno.(g.f.)
L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha sollecitato tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, a inviare le loro testimonianze sulle opere del romano pontefice scomparso il 2 aprile precedente.
Come era stato correttamente annunziato, potevano essere inviate, all’ufficio competente del vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyła, purché tutte fondate su dati obiettivi.
Valutando, in tutta scienza e coscienza, il pontificato di Giovanni Paolo II, un gruppo di cattolici (teologi, teologhe, storici), al quale mi sono unito, ritenne che le dichiarazioni pubbliche sul pontefice scomparso, e le iniziative suscitate per favorire la sua causa di beatificazione, fossero spesso caratterizzate da una valutazione superficiale e acritica del suo operato. E perciò, nel rispetto – ovviamente – di altri e differenti pareri, lo stesso gruppo a dicembre 2005 pubblicò un appello, confermato e firmato anche da altri esattamente un anno dopo e quindi inviato al vicariato di Roma, nel quale metteva brevemente in luce quelli che, a parere dei sottoscrittori, erano dei pesanti limiti del pontificato. Limiti così grandi da ostare alla beatificazione.
Quell’appello si limitava a indicare alcuni punti critici del pontificato. I firmatari, comunque, confidavano, e confidano, che l’apposito Tribunale del vicariato approfondirà adeguatamente le piste segnalate per fare maggior chiarezza.
È naturale che un pontificato durato quasi 27 anni sia carico di eventi, variamente valutabili. Se, in quell’appello, erano sottolineati quelli, a giudizio dei firmatari, «negativi», non si presumeva certo, con questo, ignorare gli aspetti «positivi» del pontificato, e perciò, en passant, si ricordava in particolare l’impegno di Wojtyła contro la guerra.
Nello stesso spirito dell’appello, e lasciandolo sullo sfondo, in questa deposizione, e come testimonianza personale, vorrei precisare le ragioni delle mie fondate riserve alla beatificazione di papa Wojtyła, il che naturalmente non mi fa dimenticare gli aspetti a mio parere luminosi dell’azione del pontefice (ad esempio, già a suo tempo lo lodai con una lettera pubblica per il suo impegno contro la guerra in Iraq nel 2003).
Ho detto «papa Wojtyła»: la mia attenzione, dunque, è rivolta unicamente e solamente a come questa persona ha vissuto il suo pontificato, e in essa ha operato. Nulla io so, direttamente, della sua vita precedente in Polonia, e su di essa nessun giudizio posso esprimere. Parlo, dunque, del pontefice eletto il 16 ottobre 1978, e deceduto il 2 aprile 2005.
Sempre in rapporto alla beatificazione, questa, a mio parere, è la questione previa che si pone: è possibile, in un papa, distinguere la persona dal suo ruolo, le virtù private dalle decisioni pubbliche?
È bene evidente che su questa terra nessuno può giudicare la coscienza dell’altro; solo il Signore può farlo. Dunque, sotto questo aspetto, nulla io avrei da dire su Giovanni Paolo II. Se intervengo è perché mi domando se alcune sue scelte – così come valutabili dall’esterno – siano state una trasparente e cristallina testimonianza di quello spirito evangelico e di quelle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) che debbono rifulgere in grado altissimo in un «candidato» alla gloria del Bernini.

Il caso Ior-Banco Ambrosiano

Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera che, a mio parere, mostra come quel pontefice violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza: mi riferisco a come egli gestì la vicenda dell’Istituto per le opere di religione (Ior) in connessione con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è, questo, il luogo per esaminare in lungo e in largo la complessa vicenda; mi limito a rilevare che giudici italiani erano giunti alla conclusione che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, aveva avuto gravissime responsabilità per il crack dell’Ambrosiano e, dunque, dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere arrestato e interrogato. Del resto, questa era anche la possibilità, per lui, di dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli.
La linea difensiva della Santa Sede, in tale vicenda, non fu quella di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma solamente quella di respingere, in quanto a suo parere contrastanti con i Patti lateranensi, le richieste della magistratura italiana, perché queste avrebbero interferito in un àmbito, e in uno Stato (Vaticano), in cui l’Italia non poteva entrare. In effetti, dopo una lunga schermaglia giuridica e diplomatica, la stessa Corte di Cassazione nel luglio 1987 diede ragione alle tesi vaticane.
Senza entrare in questioni giuridiche, la domanda da porsi è la seguente: Giovanni Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior? La risposta, mi pare, è negativa. Infatti, il papa decise, o lasciò che decidessero, di impedire, con pretesti giuridici, l’accertamento della verità. Infatti, ammesso e non concesso che i giudici italiani non avessero titolo a chiedere l’estradizione di Marcinkus, nessun processo pubblico si è tenuto nella Città del Vaticano per accertare i fatti. Wojtyła diede allora, e offre anche oggi, motivi fondatissimi per dubitare dell’innocenza di Marcinkus e, anche, della trasparenza della gestione economica della Santa Sede.
Pochi mesi dopo i fatti sopra citati (l’appello ai Patti lateranensi per evitare l’estradizione di monsignor Marcinkus), Wojtyła, il 26 novembre 1982, così affermava alla conclusione di una plenaria del Collegio cardinalizio che aveva discusso anche dello Ior: «Desidero poi ringraziarvi in modo particolare per l’attenzione che avete dato alla questione dell’Istituto per le opere di religione. Una riunione di 15 cardinali, com’è noto, ha previamente studiato la cosa prima che il Collegio cardinalizio si radunasse qui, in questi giorni. Si tratta di questione delicata, complessa, che è stata soppesata in tutti i particolari: voi ne avete avuto un’esposizione adeguata, e avete potuto rendervene conto per quei suggerimenti che siano necessari. La Santa Sede è disposta a compiere ancora tutti i passi che siano richiesti per un’intesa da entrambe le parti perché sia posta in luce l’intera verità. Anche in questo, essa vuole solo servire la causa dell’amore».
Mai parole tanto impegnative (quelle che ho segnato in corsivo) sono state altrettanto contraddette: infatti, pubblicamente, nulla ha fatto Wojtyła per fare accertare la verità. È vero, ha poi riformato lo Ior e allontanato Marcinkus: ma la verità sui rapporti tra il prelato e Calvi, e il crack dell’Ambrosiano, non si è potuta sapere, da parte vaticana. E il fatto che la Santa Sede, pur dicendosi estranea al crack dell’Ambrosiano, abbia dato, a titolo di buona volontà, un sostanzioso contributo per aiutare chi da quel crack aveva subìto ingenti danni economici, non risolve affatto, ma rende più aspro, il problema di fondo.
Beatificare un papa che, su un tema tanto scottante, non ha fatto luce mi sembrerebbe assai grave. L’impressione – dall’esterno – che molti hanno è che, al dunque, Wojtyła abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione ecclesiastica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili. Per non parlare dello sbigottimento di milioni di semplici fedeli cattolici nel mondo intero.
Dal punto di vista religioso, a me pare che, nel caso citato, Wojtyła sia venuto meno, in modo obiettivamente gravissimo, alle virtù della prudenza e della fortezza: la prudenza che avrebbe dovuto imporgli, come capo della Chiesa cattolica romana, di salvaguardare il buon nome di tale Chiesa, e dunque di fare ogni cosa per accertare la verità; la fortezza che avrebbe dovuto spingerlo a opporsi alle prevedibili resistenze dell’apparato ecclesiastico della curia romana restìa a «scoprire gli altarini». Quali che siano state le motivazioni soggettive per cui il papa agì come agì (motivazioni che io non so), il risultato pubblico di tale decisione è aver obiettivamente impedito l’accertamento della verità. Come persona il papa forse non ha fatto nulla di male o, soggettivamente, ha creduto di non farlo; ma come pontefice ha compiuto un gesto gravido di conseguenze.

La beatificazione di Pio IX
Quando, a fine 1999, fu annunciato che, di lì a pochi mesi (sarebbe effettivamente accaduto il 3 settembre del 2000), il papa avrebbe beatificato insieme Pio IX e Giovanni XXIII, da molte parti emersero fortissime perplessità. Perché? Non solo per l’«abbinamento» voluto da Wojtyła – dall’evidente significato di accontentare, da una parte, i «tradizionalisti», e, dall’altra, i «progressisti» – ma per due motivi ben precisi, legati alla pena di morte e alla vicenda di Edgardo Mortara.
Mastai Ferretti, come re dello Stato pontificio, aveva rifiutato la grazia a due patrioti, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, che avevano compiuto un attentato, e che nel 1868, a Roma, erano stati messi a morte.
Protetto da Pio IX, l’inquisitore di Bologna nel 1858 aveva fatto rapire alla famiglia Mortara – un’illustre famiglia ebraica – il piccolo Edgardo in quanto nascostamente battezzato da una domestica. Perché il piccolo, ormai cristiano, fosse educato nella «vera religione», era inevitabile – secondo Pio IX – che esso fosse sottratto con la forza alla famiglia di origine: «I diritti del Padre celeste vengono prima di quelli del padre terreno», sostenne sempre il pontefice per giustificare la sua decisione.
Mi si chiederà che cosa c’entri tutto questo con Wojtyła. C’entra, invece. In questione non è infatti l’intima coscienza di Pio IX, che fece le sue scelte – nel suo contesto storico e culturale – ritenendo di fare il meglio possibile. In questione è il fatto che un «beato», molti anni o anche secoli dopo la sua morte, e dunque in un altro contesto storico, culturale ed ecclesiale, viene proposto a tutti i fedeli come esempio da imitare.
Ora, all’alba del Duemila, e quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, all’interno della Chiesa cattolica romana si era enormemente accresciuta la sensibilità (pastorale e teologica) su due temi: la pena di morte e il rapporto Chiesa/popolo d’Israele. Perciò, elevare agli onori degli altari un papa che aveva permesso esecuzioni capitali, e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato era una provocazione impressionante. Infatti, la domanda non era, e non è, se Pio IX fosse in buona fede (lo diamo per accertato), ma quale significato assumesse oggi proclamare beato un papa che fece l’opposto di quanto oggi i buoni cattolici pensano.
Dopo i gesti coraggiosi (basti citare la sua visita alla grande sinagoga di Roma, del 1986, e al Muro del pianto di Gerusalemme, nel marzo del 2000) da lui compiuti verso il popolo ebraico, l’annunciata beatificazione di Pio IX appariva contraddittoria e incomprensibile.
In effetti, nei mesi precedenti l’annunciata beatificazione, personalmente ebbi modo di constatare l’amarezza e lo sconcerto della comunità ebraica romana per la decisione di Wojtyła. E analoghi furono i sentimenti in molti cattolici.
Non essendoci nessuna ragione cogente che obbligasse il papa a beatificare Pio IX, è necessario domandarsi perché egli così decise. La mia forte impressione è che, in realtà, Wojtyła volesse proclamare l’inattaccabilità e la supremazia del pontificato romano. E cioè: esaltare Pio IX, a prescindere dalle sue contraddizioni, era un passo necessario per esaltare l’istituzione ecclesiastica. A costo di smentire, indirettamente, il «nuovo corso» avviato dal Vaticano II.
Mi domando se, in questo caso, Wojtyła abbia osservato le virtù della prudenza e della temperanza (l’invito ad avere, nell’agire, il senso della misura).

I diritti umani violati
Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della Curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che in sostanza hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica: teologi, teologhe, studiosi non «in linea» sono stati allontanati dalle loro cattedre o è stato loro impedito di proseguire le ricerche. Non voglio qui fare il lungo elenco dei castigati: mi permetto di rinviare alla lista, non esaustiva, compilata dall’agenzia Adista (numero 76 del novembre 2003).
Nella maggior parte dei casi le procedure adottate da Roma per punire gli indiziati non soddisfano lo standard che nei paesi occidentali si esige perché un processo sia considerato giusto, e comunque i provvedimenti punitivi non hanno dato all’imputato il modo di difendersi adeguatamente.
Questa situazione è particolarmente stridente in un papa che è andato pellegrino in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei diritti umani.
Eppure, la ricerca della giustizia – nella Chiesa, anzitutto! – è, appunto, una delle virtù cardinali che dovrebbero rifulgere in un «beato». Tanto più se papa.
Aggiungo che, di norma, Wojtyła non volle mai ricevere pubblicamente in udienza i «dissenzienti» (ma, un «padre», non dovrebbe infine avere un dialogo a quattr’occhi con il figlio che, a suo parere, sbaglia?) o compiere verso di essi un gesto di amicizia. Un tale atteggiamento era il corollario inevitabile dell’intransigente «difesa della verità»? Non necessariamente; e a smentire Giovanni Paolo II è stato lo stesso suo successore che, pochi mesi dopo la sua elezione, ricevette in udienza Hans Küng.
Quale che sia stato l’intimo convincimento della persona Wojtyła, è un fatto che le scelte del papa Wojtyła hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come «nemici» quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.
D’altra parte, la storia della Chiesa e delle Chiese dimostra che condanne affrettate hanno soffocato idee che, con il passare del tempo, si sono invece rivelate più giuste di quelle ufficiali. Anche per questo, mi pare, Wojtyła è stato assai imprudente.

L’emergenza della questione femminile
Risolvere d’autorità i problemi acuti e aspri può, all’apparenza, sciogliere i nodi ma, in realtà, essi si aggrovigliano rendendo tutto più difficile. È quanto – a mio parere – è accaduto, sotto Wojtyła, con la «questione donna».
Le crescenti e diffuse richieste di piena partecipazione della donna alla vita della Chiesa sono state da Wojtyła soffocate. Senza entrare qui nelle problematiche teologiche dei ministeri femminili o della donna prete, si deve rilevare che il pontefice ha accuratamente evitato di permettere, in proposito, un ampio dibattito, ad esempio in un sinodo dei vescovi ad hoc o ascoltando pubblicamente un’ampia e variegata rappresentanza delle donne.
Ma è prudente un pastore che deliberatamente evita di ascoltare che cosa dice l’«altra metà del cielo»? Pur avendo esaltato più volte il «genio femminile», e avendo dedicato alla «dignità della donna» una lettera apostolica (la Mulieris dignitatem, del 1988), in realtà Wojtyła non ha ascoltato le richieste delle donne; le ha solo interpretate a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica.
Avendo negato, a livello istituzionale, un reale dibattito sulla «questione donna», Wojtyła si è assunto la responsabilità di impedire che varie posizioni emergessero, si confrontassero, si arricchissero nel reciproco ascolto e nella comune ricerca della volontà di Dio.

La vicenda di Oscar Romero
È in atto il tentativo – così a me sembra, leggendo i più recenti libri su monsignor Oscar Romero scritti da persone «sensibili» ai desiderata della curia romana – di descrivere come idilliaci i rapporti tra l’arcivescovo di San Salvador e il papa. Credo che tale descrizione non corrisponda alla realtà, e che, al contrario, essa sottenda il forte desiderio di proporre, sulla vicenda, un Wojtyła «comprensivo» che non è esistito.
Varie testimonianze, tutte basate su affermazioni di monsignor Romero, concordano nel dire che il papa accolse con freddezza Romero quando (1979) a Roma lo ricevette in udienza. In proposito posso portare anche un’esperienza personale.
Nel febbraio 1989 ho incontrato a Managua una religiosa – suor Vigil – che lavorava presso il Centro ecumenico Valdivieso. Ella mi confermò di aver incontrato a Madrid monsignor Romero di ritorno da Roma (siamo sempre nella primavera del 1979) e di averlo trovato «costernato» per la freddezza con cui il papa, durante l’udienza, aveva valutato l’ampia documentazione, da lui stesso fatta pervenire in Vaticano, circa la violazione dei diritti umani e della vita di quanti si erano opposti, anche fra i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno sulla popolazione. Oscar Romero avrebbe ricevuto dal papa una secca esortazione ad andar «più d’accordo» con il governo.
A commento di quell’udienza – mi riferì ancora suor Vigil – Romero disse alla religiosa: «Non mi sono mai sentito così solo come a Roma».
Il «clima» di quella famosa udienza non appare nella sua drammaticità dal diario di Romero, che di essa pure fa cenno. Ma trarre da tale silenzio prova per smentire la successiva, e ben più realistica, «confessione» dell’arcivescovo, mi sembrerebbe un’operazione apologetica per salvare Wojtyła. È evidente, infatti, che nella difficilissima situazione in cui si trovava, Romero «non poteva» condannarsi da solo, dicendo che il papa lo aveva rimproverato di «fare politica». Tanto meno poteva dirlo dal pulpito della cattedrale del Salvador. E, tuttavia, perché la verità si sapesse, e quasi a futura memoria, agli amici più intimi raccontò quanto disse anche a suor Vigil.
Al di là della vicenda dell’udienza, è un fatto che Wojtyła non fece gesti pubblici e inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo. Del resto, se avesse voluto dire al mondo, con un gesto riconoscibile anche dai più umili, di essere dalla parte di Romero, Wojtyła lo avrebbe pur potuto creare cardinale nel suo primo concistoro (giugno 1979). Il che non fece.
Del resto, in oltre 26 anni di pontificato – e, cioè, sia prima che dopo la caduta del Muro di Berlino – Wojtyła ha mostrato, mi pare, un’incapacità radicale di cogliere la sensibilità di quei milioni di persone che vedevano in Romero un martire della giustizia, e la fondatezza pastorale ed evangelica di quei cristiani – religiose, preti, vescovi, laici, uomini e donne – che si ispiravano alla Teologia della liberazione. Una teologia con la quale, agli inizi, lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, e della quale poi finì per incarnare in modo esemplare lo spirito.
Nessun vescovo dell’America Latina apertamente schierato con la Teologia della liberazione è stato creato cardinale da Wojtyła: non che essi cercassero tale onore, ma, nell’attuale sistema ecclesiastico, sarebbe pur stato importante che il papa mostrasse apertamente la sua stima dando all’uno o all’altro la porpora. Non solo: ma Wojtyła ha portato nella curia romana prelati latinoamericani apertamente ostili a Romero, accaniti avversari della Teologia della liberazione e, anche, talora, non troppo coperti amici di dittatori.
Se, in tutte queste vicende, Wojtyła si sia segnalato per la virtù della prudenza è tema che, ritengo, meriti approfondita riflessione. Molti dubbi, comunque, sono leciti. In particolare, non vi sono segni che egli si sia chinato per cercare di capire una «pastorale» e una «teologia» diversissime dalle sue.

Il concubinato del clero
Non intendo esaminare tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano, o meno, il mantenimento nella Chiesa latina. Voglio solo affrontare uno spicchio di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e fedeli al loro celibato, e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure limitata, del clero, il problema esiste.
Ricordo un episodio: quando, come «padre» conciliare, ero al Vaticano II, avevo come vicino di banco un vescovo dell’America Latina. Questi rimase molto male quando Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione, mi disse: «Caro padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge del celibato!».
Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo papa imputo come scelta assai temeraria quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della Chiesa.
Wojtyła ha talmente insistito sulla «saldatura» tra ministero presbiterale e celibato da rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati. Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un particolare decisivo, che un pastore saggio in nessun modo potrebbe ignorare: il problema dei figli dei preti, e delle donne dei preti.
Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei figli, ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere – coram populo – padri amorosi dei loro figli, e sposi affettuosi di donne non più tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece la legge del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità, e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone senza diritti.
Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania, al Brasile al Congo – i figli dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre «inesistente». Una tale situazione lede molti diritti umani, e fa stringere il cuore. È impressionante che Wojtyła non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo «tabù», preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai complicate.
Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyła abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti d’America, sul finire degli anni Novanta.

Le dimissioni dal pontificato
Una delle conseguenze più corpose, perché più incidenti nella realtà, del Vaticano II è stata la norma, infine stabilita dal nuovo Codice di diritto canonico, che chiede ai vescovi che compiono 75 anni di presentare le loro dimissioni al papa, che valuterà caso per caso.
Non so se si sia riflettuto sino in fondo sulla «teologia» che sottostà a tale norma: una volta, infatti, si diceva che il vescovo è lo «sposo» della sua Chiesa, cioè della sua diocesi, e perciò l’ama fino alla fine, cioè – in linea di principio – ne resta titolare fino alla morte. Perché mai, infatti, uno sposo non sarebbe più tale quando è avanti con gli anni?
Ad ogni modo, ammesso il principio non solo della legittimità, ma anche dell’opportunità delle dimissioni dei vescovi diocesani a 75 anni, non si comprende perché a tale normativa si sottragga il vescovo di Roma. Anche se non giuridicamente, ma di sicuro moralmente, egli dovrebbe essere il primo ad applicare una tale legge. Perché è il re il primo servo delle leggi di tutti.
Invece, quando Wojtyła compì i 75 anni, e ancor più quando, più tardi, andò aggravandosi in modo irreversibile la sua malattia, impedendogli un reale controllo della curia romana, a chi direttamente o indirettamente gli suggeriva di rassegnare le dimissioni, egli rispondeva che «Cristo non si dimise dalla croce».
Vi è una contraddizione teologica grande nel ragionamento di Wojtyła: perché mai sarebbe normale che, a 75 anni, un vescovo (che magari sta ancora bene in salute) si dimetta dalla sua diocesi, e sarebbe inaudito invece che nella stessa situazione si dimettesse il vescovo di Roma?
A me pare che da tale ragionamento emerga un substrato che considera il papa un «super vescovo»: ma questo è del tutto contrario alla Lumen gentium. La mistica della sofferenza connessa con il papa che, in quanto tale, «non può» dimettersi senza tradire il Cristo sofferente, confligge con la decisione giuridica e pastorale adombrata dal Vaticano II che chiede al vescovo «normale» di… discendere dalla croce e lasciare in altre mani la diocesi.
A parte una tale questione di fondo, vi è poi un problema concreto: è stato prudente, Wojtyła, a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità di governare? Non ha forse, così facendo, favorito maneggi che permettevano all’una o all’altra «cordata» curiale di far prevalere la propria linea, e dunque imporre scelte, nomine, decisioni, tutte formalmente del pontefice, ma in effetti tutte forse non sue?
Se la «resistenza» di Wojtyła fino alla fine è, per alcuni, un segno di particolare fedeltà al proprio dovere, a me suscita invece molta perplessità, e mi induce appunto a domandarmi dove, in tale dolorosa vicenda, lui abbia dimostrato in modo forte le virtù dell’umiltà e della prudenza.

Lasciamo Wojtyła nella sua complessità

Esaminando i pochi fatti elencati appare evidente come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere tra le scelte dell’uomo Wojtyła e di Wojtyła papa. Ora, è vero che, qualora lo si proclamasse «beato», si preciserebbe che ciò avverrebbe per aver accertato che egli visse le virtù in modo eroico, ma non si intenderebbe con questo «santificare» tutte le sue scelte come pontefice. In teoria, la distinzione corre; e infatti – per rispondere in qualche modo alle critiche per sua incredibile decisione – la propose lo stesso Wojtyła nel discorso in cui spiegò perché beatificava Pio IX. Nei fatti, però, essa è zoppa, come dimostrò appunto la vicenda di Pio IX.
Immagino bene che la «macchina» del processo per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II procederà inarrestabilmente verso il traguardo atteso. Per parte mia, ritenevo mio dovere elencare i gravi dubbi che ho via via sollevato. Ho detto in altra sede, e ci tengo qui a ribadirlo, che le mie riflessioni non derivano da alcun interesse personale, o da alcun fazioso pregiudizio, ma solo da un’onesta valutazione di fatti e circostanze che, secondo la mia scienza e coscienza, non si dovrebbero sottacere. Sono consapevole di essere solo una piccola voce, e naturalmente rispetto le molte voci di altro tono. Ho parlato, e parlo, per amore della nostra Chiesa romana. Mi rendo conto che, in un clima prevalentemente apologetico rispetto a Wojtyła, alcune mie affermazioni sembreranno quasi inaudite. Eppure, molte persone, soprattutto (ma non solo) in America Latina, si ritroverebbero in esse.
Non ho potuto e voluto fare un’analisi esaustiva del pontificato di Wojtyła, delle sue (secondo me) luci e delle sue (secondo me) ombre. Ad altri l’arduo compito! Ma, ritengo, le pur poche cose dette potrebbero dare un aiuto per evitare sia critiche aprioristiche che applausi scontati al pontificato wojtyliano.
Se potessi esprimere un sogno, sarebbe questo: che Wojtyła sia lasciato al giudizio della storia, abbandonando dunque l’idea di elevarlo agli onori degli altari. Sono infatti così complesse, e contraddittorie, le scelte del suo pontificato, che è difficile separare luci e ombre, le personali convinzioni dell’uomo Wojtyła, la sua pietà privata, dalle sue decisioni pubbliche. Credo che, lasciare Wojtyła nella sua complessità, e come tale affidarlo alla storia, oltre che alla memoria della Chiesa, sarebbe la scelta migliore per onorarlo nella sua sfaccettata verità. L’insistenza e l’ansia con cui molti ambienti lavorano per la beatificazione di Wojtyła a me pare un atteggiamento che poco sa di evangelico, e molto di voglia di esaltare il pontificato romano come istituzione.

7 commenti:

brunaccio ha detto...

Testimonianza di Ernesto Cardenal, prete cattolico ministro della cultura nel governo sandinista, sulla famigerata visita papale in Nicaragua. Da leggere, un brano anche molto toccante.

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"Bienvenido a Nicaragua Libre gracias a Dios y a la Revoluciòn", recitava uno striscione messo all'aeroporto quando arrivò il Papa. Se Giovanni Paolo II lo lesse sicuramente gli provocò più arrabbiatura di quella che aveva già dentro.
Analisti religiosi fecero notare che era stato molto effusivo e cordiale durante tutto il suo giro per il Centroamerica. Aveva accarezzato i bambini, salutato i ragazzi e le ragazze ed alcuni menomati, ma non fu lo stesso in Nicaragua perché rimase molto serio e rigido, senza nessuna spontaneità affettiva, senza alcun gesto che non fosse controllato. E questo accadde prima della confusione che si generò durante la Messa in piazza.
Una delle prime cose che il Papa fece toccando suolo nicaraguense fu l'umiliazione pubblica che mi fece all'aeroporto davanti a tutti i mezzi di informazione.
Nonostante questo non mi colse di sorpresa perché me lo aspettavo ed ero preparato.
Il Nunzio Apostolico già mi aveva avvertito che sarebbe potuto accadere.
Il Papa non voleva che i sacerdoti che formavano parte del Governo venissero ad accoglierlo all'aeroporto, ma solo a me successe questo. Il Padre Miguel D'Escoto, che era Ministro degli Esteri, era ad una riunione a Nueva Delhi. Mio fratello Fernando, che sarebbe poi diventato Ministro dell'Educazione, ma che era già dirigente della Juventud Sandinista. Il Padre Parrales, che aveva un incarico diplomatico a Washington. Solo io, come membro del Governo, dovevo essere presente all'aeroporto. Dissi alla Direzione Nazionale che non avevo nessun interesse nell'essere presente al ricevimento e che sarebbe stato meglio darmi un incarico da qualche altra parte dato che, per l'arrivo del Papa, era una negoziazione continua. Chi sarebbe salito sulla scaletta per accompagnare il Papa a terra, se si toglieva il mural con i
fondatori del Frente Sandinista dietro alle spalle del Papa quando avrebbe celebrato la messa (non fu tolto). Anche le cose più apparentemente insignificanti si discutevano perché, quando viaggia il Papa, nulla è insignificante.
Per quello che mi riguarda la Direzione non cedette e mi dissero che dovevo stare lì perché, oltre a far parte del governo, ero anche una gloria nazionale.

Venimmo minacciati di sospendere il viaggio del Papa, ma siccome poco tempo prima Reagan aveva fatto un giro in tutto il Centroamerica ed aveva evitato il Nicaragua, per il Papa sarebbe stato molto brutto ripetere la stessa cosa. Alla fine il Governo fece una proposta: il Papa avrebbe salutato i Ministri da lontano in modo da non venire a contatto con me.
Il Cardinale Silvestrini, che era il Vicesegretario di Stato mentre il Cardinale Casaroli era il Segretario, arrivò una settimana prima per definire tutti i dettagli e disse che questa era una soluzione geniale e che così si sarebbe fatto. Il Papa, però, decise in un altro modo. Dopo tutti i saluti di protocollo, compresi quelli della guardia di onore ed alla bandiera, il Papa chiese a Daniel, che lo portava a braccetto, se poteva salutare i Ministri e lui disse naturalmente di sì.

brunaccio ha detto...

(...)

Si diresse verso di noi. Affiancato da Daniel e da Casaroli il Papa cominciò a dare la mano ai Ministri e quando mi si avvicinò, io feci quello che ero già pronto a fare in base ai consigli del Nunzio: mi tolsi il "basco" e mi inginocchiai per baciare l'anello. Lui non permise che glielo baciassi e blandendo il dito come fosse un bastone, mi disse
con tono di rimprovero: "Lei deve regolarizzare la sua posizione".
Siccome non dissi nulla ripeté la sua brusca ammonizione. Mentre tutte le telecamere del mondo stavano riprendendo la scena.
Un giornalista del Atlantic Monthly scrisse che quando raccontai il fatto a mia mamma, dispiaciuta per l'incidente, mi disse: "Pensavo che ti avrebbe trattato da padre" ed io risposi: "Mi ha trattato da padre, ma non da madre". Francamente non mi ricordo di questo.
Credo che tutto questo fu premeditato dal Papa e che le telecamere fossero allerta. Il fatto è che queste immagini furono diffuse in tutto il mondo e continuano ad esserlo: ancora adesso, 29 anni dopo, mi hanno informato che le hanno tirate fuori in occasione di un recente viaggio del Papa in queste zone.

In quella occasione, il nordamericano Blase Bonpane, scrisse una lettera aperta al Papa dicendogli che era scandaloso quello che mi aveva fatto e che doveva chiedermi perdono pubblicamente e gli fece notare che, mentre a me aveva fatto questo, in Salvador aveva abbracciato l'assassino di Monseñor Romero.
In effetti l'atto del Papa era stato ingiusto dato che la mia situazione con la Chiesa era già regolarizzata. Il Vescovo locale mi aveva già dato l'autorizzazione ad avere incarichi pubblici e così anche gli altri sacerdoti che avevano questi tipi di incarichi e questa autorizzazione era stata resa pubblica (Fu solo dopo che il Vaticano ce lo proibì). La verità è che la cosa che più dava fastidio al Papa era che la Rivoluzione nicaraguense non perseguitava la Chiesa. Lui avrebbe preferito un regime come quello polacco, anticattolico in un paese altamente cattolico e quindi, impopolare.
Quello che meno voleva era una rivoluzione appoggiata in modo massiccio dai cristiani, in un paese cristiano e quindi una rivoluzione molto popolare. E la cosa peggiore era che si trattava di una rivoluzione con sacerdoti!
Non era così la posizione del Cardinale Casaroli. Io ero stato ricevuto da lui in Vaticano un anno prima. Il suo ufficio era sotto a quello del Papa. Incominciò a dirmi che io sapevo benissimo quale era la posizione del Vaticano rispetto a sacerdoti che avevano posti di Governo, ma che credeva che il Nicaragua poteva essere un'eccezione perché era una cosa nuova. Lui era solito dire in Vaticano: "In Nicaragua tutto è nuovo". Mi domandò di Solentiname e quando gli dissi che volevo rinunciare
all'incarico per tornare là vidi uno sguardo preoccupato sul suo volto.
Mi disse che era una decisione da non prendere con leggerezza e che doveva essere pensata e consultata. Quando gli dissi che gli incarichi per i sacerdoti nella Rivoluzione non erano onorifici, ma tra i più fondamentali, vidi che rimase molto impressionato come fosse qualcosa a cui non aveva pensato. Quello di Ministro degli Esteri era l'incarico più importante in un Governo, quasi paragonabile al suo che era Segretario di Stato. A Fernando gli avevano affidato la formazione della gioventù, che era il futuro della Rivoluzione. Quello della Cultura era il Ministero ideologico della Rivoluzione: incaricato delle pubblicazioni, letteratura, cinema, teatro, arti plastiche, musica, biblioteche, Case della Cultura. Mi disse nuovamente che dovevo pensarci
bene prima di tornare a Solentiname. Anche a lui, quello che più gli piaceva, era dare lezioni di Filosofia, ma che aveva rinunciato per il lavoro che gli avevano affidato in Vaticano. Mi disse che conosceva bene il marxismo perché era stato Nunzio nei paesi socialisti per 8 anni e che non avrebbe avuto nessun problema con un marxismo che non obbligasse ad essere ateo e gli dissi che questo era il marxismo della Rivoluzione
in Nicaragua.

brunaccio ha detto...

(...)
La notte precedente alla grande Messa del Papa a Managua, nella stessa piazza mentre si facevano i preparativi per la messa, il Governo e la gente celebrarono insieme i funerali di 17 ragazzi in età scolare che erano stati uccisi dalla Contra.
Questo fu il primo attacco forte della Contra in Nicaragua. Non si era ancora conformato l'esercito e la difesa era gestita dai giovani che non avevano esperienza militare e nemmeno buone armi (quando li attaccarono non avevano nemmeno messo la guardia). Il sangue era fresco in questo posto e ci si aspettava, da parte del Papa, almeno una parola in favore della pace.
Negli altri paesi centroamericani l'affluenza era stata dalle 75 mila alle 100 mila persone, ma a Managua ne arrivarono 700 mila ed avevano viaggiato giorni per poter sentire il Papa. Vennero da tutte le parti del Nicaragua con camion strapieni e tutta Managua era piena di questi camion. La massa di gente era lì dalla mattina presto sopportando il sole tremendo. Si era decretato giorno festivo per l'arrivo del Papa ed il trasporto era gratis in tutto il paese. In tutto il paese si formarono commissioni con le autorità civili, militari e con il prete di ogni parrocchia per permettere l'arrivo a Managua di tutti coloro che volessero ascoltare il Papa e tutto questo, costò 50 mila dollari all'impoverito Nicaragua. Il Governo fece tutto il possibile affinché la piazza si riempisse di gente perché, riempirsi di gente, voleva dire riempirsi di rivoluzionari.
In quel tempo il Nicaragua aveva 3 milioni di persone e ne arrivarono 700 mila e cioè un quarto della popolazione. Anche la destra portò tutta la gente che poté e ne arrivarono 50 mila capeggiate dal Padre Carballo che li accompagnò la notte precedente per prendere i posti davanti.

Rimasi molto perplesso quando il Papa, all'aeroporto, disse che gli dispiaceva per la gente a cui non avevano permesso di venire come avrebbero voluto fare. Durante la messa lo ripeté varie volte e ci metteva un'enfasi perversa in ogni sillaba affinché si capisse che pensava che erano molti quelli a cui non avevano permesso di venire.
Sarebbero per caso potute venire più di 700 mila persone? E siccome il discorso era già scritto ed era stato portato da Roma, come potevano sapere che erano molte le persone a cui non si era permesso venire?
All'inizio del pomeriggio di quel 4 marzo del 1983 eravamo già tutti sudati perché quello è uno dei mesi più caldi in Nicaragua e ci potevano essere 40°, ma nessuno poteva sapere che gli animi si sarebbero riscaldati più di quei 40°.
In modo inatteso la Messa cominciò con un intervento del Vescovo Obando.
La Rivoluzione si era sforzata così tanto per riempire questa piazza e tutto per sentire, ora, l'arcinemico della Rivoluzione stessa. Durante tutte le negoziazioni non si era mai contemplato che Monsignore Obando parlasse e lui dette il benvenuto al Papa paragonando il suo arrivo in Nicaragua a quello di Giovanni XXIII quando visitò un carcere di Roma.
Mi colpì questo paragone del Nicaragua con un carcere, ma mi colpì ancora di più l'applauso della piazza. Il popolo si stava forse rivoltando contro di noi?
Le Letture della messa non furono casuali e si vedeva che erano state scelte appositamente per usarle contro i sandinisti. Dall'Antico Testamento si lesse il pezzo sulla Torre di Babele: gli uomini che volevano essere uguali a Dio. Dal Nuovo Testamento si lesse la parte del Buon Pastore: solo Cristo può esserlo e gli altri sono ladri. Il tema dell'Omelia fu sull'unità della Chiesa che voleva dire un attacco alla chiamata "Chiesa popolare" o "Chiesa parallela": i cristiani rivoluzionari che venivano accusati di voler distruggere questa unità.

brunaccio ha detto...

(...)

Fernando ed io eravamo seduti vicini nella tribuna del Governo e poco prima che cominciasse la messa, lo chiamò Daniel Ortega per chiedergli di dire ad un gruppetto di teologi, che erano pronti ad assessorare in caso di emergenza, che non c'era nulla da temere perché aveva letto l'Omelia del Papa e non era conflittuale.
Il problema era che non sembrava conflittuale a chi la leggeva velocemente , ma lo era se letta dal Papa. L'aggressività non era nelle parole usate, ma nel tono accusatorio con cui venivano dette ed a volte, gridate. Una cosa era dare un'occhiata ad un testo innocuo, un'altra cosa era ascoltarlo letto dal Papa.

Era chiaro che il Papa odiava la Rivoluzione sandinista ed era venuto in Nicaragua per scontrarsi. Quello che era più sconcertante era che, ogni volta che finiva una frase, la folla scoppiava in un applauso ed in Viva per il Papa. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che la Rivoluzione sarebbe crollata e che, se continuava così, a tutti noi del Governo ci sarebbe toccato fare le valigie il pomeriggio stesso. Fu in quel momento che finirono i grandi applausi e quelli che applaudivano erano solo i 50 mila portati dal Padre Carballo ed il resto della piazza aveva cominciato a protestare contro il Papa.
Più tardi mi resi conto che l'orientamento della Rivoluzione in tutto il Paese era stato di non gridare slogan politici e di applaudire ed invocare il Papa ad ogni frase dell'Omelia perché, come accordato con il Vaticano, si pensava che i contenuti sarebbero stati solo di tipo Pastorale.
Se uno vede il video della Messa può rendersi conto come ci fu un cambiamento progressivo tra la gente nella piazza. Prima smisero di applaudire e poi cominciarono a protestare sempre di più mano a mano che si rendevano conto che il Papa, parlando della Chiesa, stava parlando contro la Rivoluzione e contro i cristiani ed i sacerdoti della Rivoluzione stessa.
Quindi non fu, come molti hanno poi detto, un attacco premeditato al Papa da parte della Rivoluzione, ma fu il Papa che attaccò per primo ed il popolo rimase confuso e dubbioso per 20 minuti e poi reagì contro il Papa.
Più volte aveva detto che il Nicaragua era la sua "seconda Polonia" e questo fu un grande errore perché il Nicaragua non era la Polonia.
Pensava ci fosse un regime impopolare rifiutato dalla maggioranza cristiana e che la sua presenza belligerante avrebbe creato una sollevazione popolare contro i Comandanti della Direzione Nazionale e contro la Giunta di Governo che erano presenti nella piazza. Che sarebbe bastato parlare contro la Rivoluzione sandinista per avere l'appoggio di tutta la piazza. Il Papa venne in Nicaragua per destabilizzare la Rivoluzione e se non si fosse sbagliato tutti i giornali avrebbero detto che il popolo rifiutava la Rivoluzione e questa sarebbe stata la sua fine, come io ho per un attimo temuto. Siccome il popolo appoggiò la Rivoluzione e rifiutò il Papa la notizia che girò per il mondo fu "sull'affronto subito dal Papa in Nicaragua". Il popolo mancò di rispetto al Papa, è vero, ma il Papa fu il primo a mancare di rispetto al popolo.

brunaccio ha detto...

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All'inizio le madri dei 17 ragazzi uccisi chiesero al Papa una preghiera per i loro figli e lui non le diede retta. Poi si avvicinarono all'altare e cominciarono a chiederlo gridando. Altri chiedevano una preghiera per la pace e poco dopo, erano in molti a gridare "Vogliamo la pace" e ciò fece sì che il Papa rispondesse alla moltitudine gridando: "La Chiesa è la prima che vuole la pace". Più tardi, mentre la protesta
cresceva sempre di più, prese il microfono e gridò a pieni polmoni: "Silenzio!". Ciò fece ancora più arrabbiare il popolo che non era abituato a che i loro dirigenti gli gridassero in quel modo.
"Silenzio!". Da quel momento la mancanza di rispetto fu totale. Il Papa voleva recitare le parole della Consacrazione, il momento più solenne della Messa , ma non poteva per le grida della gente. "Vogliamo la pace", "Potere Popolare", "Non passeranno!" Vi erano anche grida in favore del FSLN mentre, le migliaia di persone di destra inneggiavano al
Papa. In un video si sente una donna che grida: "Non è un Papa dei poveri, guardate come è vestito!".
Ancora due o tre volte il Papa gridò di stare zitti e per la prima volta nella storia un papa veniva umiliato dalla gente. Nei video lo si vede sconcertato per quello che stava succedendo e molte volte dava segni di vacillamento con la voglia di abbandonare l'altare. Alla fine della messa riuscì appena a dare la benedizione dopo averci tentato per tre volte davanti alla moltitudine che stava cantando l'inno del Frente Sandinista.
Il Papa andò direttamente all'aeroporto con un auto accompagnato solo dal Vescovo Obando e durante il percorso nessuno dei due disse una parola. L'autista della macchina, che era un ufficiale del Ministero degli Interni, raccontò poi che il Papa era taciturno e non disse nulla su quanto era successo.
Arrivato all'aeroporto volle salire sull'aereo senza nessun protocollo di saluto, ma fu fermato e gli fu impedito di andarsene in questo modo.
L'Ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, il mio amico Ricardo Peters, mi raccontò che, terminata la messa, si avvicinò a Monsignor Casaroli per chiedere una sua opinione e gli disse: "Il Papa è venuto a fare un atto politico in Nicaragua e Sua Eminenza ha visto il risultato".
Casaroli sembrava essere d'accordo e disse che avrebbero visto come riparare questo a Roma, ma non fu mai riparato.
Casaroli era stato propenso a mantenere buone relazioni con il Nicaragua e magari fu anche contento di ciò che era successo perché dava ragione a lui e dimostrava che la politica del Papa era sbagliata. Quello che accadde fu che Casaroli fu sospeso dall'incarico di Segretario di Stato (il numero due del vaticano ed un possibile futuro Papa) e mandato in un'oscura parrocchia in Italia dove non so se avrà avuto la possibilità di dare lezione di Filosofia come diceva. Monsignore Obando divenne Cardinale e prima di tornare in Nicaragua si fermò a Miami per riunirsi con gli esiliati nicaraguensi che lo accolsero con giubilo.
Quello che hanno detto il Vaticano, i mezzi di comunicazione dell'informazione capitalista del mondo intero, molti vescovi, fu che il regime marxista del Nicaragua aveva commesso un oltraggio contro il Sommo Pontefice e si parlò di sacrilegio e di profanazione della messa papale. In altre città di paesi centroamericani che visitò dopo furono celebrate messe per recuperare il fatto. Certamente fu gettato discredito sulla Rivoluzione, ma cosa sarebbe successo se il popolo avesse continuato ad applaudire? Mi sembra che fu una prova di fuoco per la Rivoluzione e che ne uscì trionfante. Era una popolazione prevalentemente cattolica quella che era presente e nemmeno tutto il prestigio ed il potere spirituale del papa di Roma riuscì a farla
rivoltare contro i propri dirigenti, ma si rivoltò contro il Papa.

brunaccio ha detto...

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Negli Stati Uniti il giornale cattolico National Catholic Reporter scrisse che il Papa in Nicaragua si era rifiutato di parlare di pace come aveva fatto in altre paesi centroamericani e la moltitudine gli si era rivoltata contro come aveva fatto San Paolo con il primo Papa.
Altri segnalarono che nelle varie messe campali in Centroamerica il messaggio del Papa fu di pace, meno che in Nicaragua, dove era ancora di più necessario perché stava affrontando una guerra. Non pregò per la pace e nemmeno per i caduti. Venne anche segnalato che nei paesi latinoamericani dove esisteva una guerriglia il Papa si rivolgeva ai guerriglieri esortandoli a deporre le armi. In Nicaragua non lo fece nonostante soffrisse una guerra finanziata da Reagan ed era un posto dove la sua esortazione avrebbe potuto sortire qualche effetto dato che venivano commesse atrocità e crimini invocando il suo nome.
Pochi mesi dopo circolò per il mondo un documento segreto dal quale il Papa prese spunto, informandolo sulla situazione politica ed ecclesiastica, per la visita che avrebbe fatto in Nicaragua. Teologi spagnoli dissero che l'attitudine del Papa sembrava derivata dal fatto di essersi attenuto letteralmente alle proposte di questo documento e che da qui si può ricavare una spiegazione al suo comportamento.
La rivista francese Informaciones Catolicas Internacionales commentò: "Sembra più un documento fatto dal Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti che un documento pastorale. Tutto il testo riguarda la politica ed i rapporti di forza; non esiste nessuna preoccupazione pastorale o evangelica". Si scoprì che l'autore era il nicaraguense Humberto Belli, un fanatico di destra che dopo il trionfo della rivoluzione diresse la campagna ideologica del giornale La Prensa in campo religioso. Collaborò strettamente con Monsignore Obando e più tardi, con gli Stati Uniti, organizzò una campagna di diffamazione sulla Rivoluzione sandinista e sui settori della Chiesa che l'appoggiavano. Le tesi di Belli, sintetizzate da una équipe specializzata nordamericana, furono date al
Papa con una struttura grammaticale e sintattica presa dall'inglese e da queste, elaborarono il discorso del Papa in Nicaragua.

Inoltre c'è altro che il Vaticano ha tenuto segreto e sono molto pochi quelli che l'hanno saputo. Con il Papa in Nicaragua arrivarono anche 20 giubbotti antiproiettile ed insistettero affinché ne usasse uno durante la messa, ma lui non volle. Per me questo è un fatto molto chiaro: sapevano che il Papa avrebbe fatto un discorso di fuoco in Nicaragua e che avrebbe potuto rovesciare il Governo e che quindi, avrebbe potuto subire un attentato.
Il Superiore Generale di un ordine religioso molto vincolato al Vaticano ha rivelato in confidenza che il Papa Giovanni Paolo II era molto vendicativo e che non si è mai dimenticato di ciò che era successo in Nicaragua. Questo mi venne confermato quando, anni più tardi, il Papa tornò in Nicaragua per vendicarsi dei sandinisti e non perse l'occasione per umiliare i dirigenti che lo avevano umiliato e che avevano perso il potere politico dopo la sconfitta elettorale. Ottenne anche che il National Catholic Reporter scrivesse questa volta che il Papa, che aveva visitato un carcere di Roma per perdonare la persona che aveva attentato contro la sua vita, non era riuscito a perdonare i sandinisti.

brunaccio ha detto...

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Questa seconda volta il Papa, durante la sua messa campale, disse che questa volta finalmente erano potuti arrivare in piazza tutti quelli che avevano voluto dimostrare la loro fede e senza che nessuno glielo impedisse: nonostante che il pubblico presente non fosse nemmeno un terzo di quello che era arrivato la prima volta.
Si riferì al Nicaragua della prima volta chiamandolo "la notte scura" nonostante quella volta la messa fu a metà del pomeriggio in pieno sole.
Ed è vero che per molti cattolici, quella volta, quando verso sera si allontanarono dalla piazza coperta di fogli, quelle che caddero furono tenebre e vacillò la fede di molti e molti la persero.
E forse chi interpretò nel modo migliore la maggioranza di coloro che colmarono la piazza fu un venditore di noccioline che disse: "Il Papa non ci ha detto niente, ci ha lasciato un vuoto".