Pubblico tardivamente (sono state scritte per il 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne) alcune riflessioni della compagna e amica Costanza sul ruolo disgregante nei confronti della ricomposizione di classe del femminismo odierno, sostanzialmente improntato a una compatibilità col sistema capitalista, in cui la critica al 'patriarcato' è qualcosa di astratto e archetipo, assolutamente lontano dalla trasformazione dei rapporti di classe esistenti. Riflessioni che, per quel che vale, trovo molto acute e costruttive.
Oggi, 25 novembre, si celebra la giornata contro la violenza sulle donne, e alcune riflessioni sono doverose. Se poi a farle è una donna, come in questo caso, si eviterà (forse) l’ulteriore demonizzazione del genere maschile. Bisognerà trattare il tema con la dovuta cura, per questo procederò per punti:1.Il femminismo come incentivo all’ideologia borghese: come molti lettori sapranno, il capitale, per giustificare se stesso, ha bisogno di dominare le coscienze, creando dei modelli di moralità. Il femminismo originario (ammesso che così possa essere definito dal momento che i concetti di eguaglianza e parità fra i sessi erano ricompresi all’interno dell’ideologia comunista e socialista) trovò storicamente voce in Clara Zetkin, che sosteneva la tesi secondo cui l’ emancipazione della donna potesse avvenire SOLO attraverso l’unione nella lotta con gli sfruttati, con le classi oppresse e quindi di uomini e di donne (la Zetkin si schierò poi anche contro le tesi riformiste del Bernstein insieme alla Luxemburg, quindi non stiamo certo parlando di una piccolo-borghese).
Il punto è che i femminismi di regime odierni sono lontani anni luce dalla teoria sopra detta. Perché? Perché facendo leva sull’esasperazione della lotta fra sessi arrivano al postulato secondo cui “la storia dell’umanità è storia della lotta fra sessi”, mettendo dunque in atto un dispositivo disgregativo della lotta contro il vero oppressore. Se ricordiamo poi ciò che Lenin disse nel 1902 (“democrazia significa essenzialmente soppressione del dominio di classe”) capiamo come i femminismi “radical” siano pienamente sostenuti dalle aree liberaldemocratiche; concludendosi nell’equazione padrone=uomo o ancora padrone= uomo= violenza. Tesi assurda se si considera, per fare solo un esempio fra i tanti che potrei portare, che la “donna” Margaret Thatcher , mentre diffondeva il verbo della “libertà” – essendo una dei pochi esponenti conservatori a votare a favore della depenalizzazione dell’omosessualità e dell’aborto – attuò nello stesso tempo una delle più violente repressioni contro i militanti dell’IRA e contro i minatori inglesi che lottavano contro le politiche neoliberiste portate vanti dal suo governo, oltre a scatenare una guerra neocolonialista e imperialista contro l’Argentina per la riconquista delle isole Malvinas. Ma andiamo avanti.
2.Violenza di genere e “vittime” del patriarcato: La giornata di domani si svolgerà all’insegna di queste parole, esasperando il concetto di violenza per l’appunto di genere, in un momento storico in cui di violenza se ne vede tutti i giorni, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle guerre. Ma è proprio vero che si possa parlare di vittime del patriarcato? (ammesso che sa esistita realmente una fase storica in cui il patriarcato abbia “strappato il potere” dalle mani del così detto matriarcato). Gli uomini che commettono violenze sulle donne, non sono forse gli stessi cresciuti e allevati (e che spesso subiscono anch’essi violenza) dalle stesse donne/madri? Chi sarà allora più “vittima”? Lascio questi punti di domanda aperti poiché come molti sapranno, gli interrogativi generano di norma una riflessione.
3. Il modello occidentale come esempio di “libertà” femminile: I media main stream sempre più spesso, ci propongono l’immagine della donna manager in carriera come libera dai ruoli della famiglia, libera perché è emancipata, seducente e ammiccante. Di contro, il volto della donna oppressa è identificato con la donna mussulmana, coperta, retrograda, “schiava” , colei che non sa ancora opporsi al giogo maschile, che ha bisogno di emanciparsi. In che modo? Rinnegando la sua cultura e abbracciando la non-cultura del capitale in cui tutto è apparentemente permesso, nel senso di potenzialmente illimitato. Non troppo recente ma comunque significativo, fu l’episodio in cui la signora Santanchè, in nome della liberazione della donna, strappò il velo a delle donne musulmane, andando con un colpo solo a cooptare da una parte l’ideologia borghese pseudo femminista e dall’altra l’anti islamismo (nuovo simbolo di nemico da combattere). Ciò che molti non vedono è l’inganno dell’ “emancipazione” della donna in carriera, della donna che si uniforma e forse scavalca anche l’uomo; ma in che modo? Andando a sviluppare un arrivismo e una cattiveria individuale e sociale superiore ai loro colleghi. Non siamo davanti a nessuna critica dei modelli capitalistici bensì di fronte a un’assimilazione della donna all’interno del medesimo ingranaggio che non contesta ma che felicemente fa suo, ringrazia e trova nel medesimo un senso di “libertà”; nell’alimentare i modelli sociali dominanti, nel far carriera all’interno delle forze di polizia, nell’entrare a far parte dell’esercito, unendosi a quel braccio dello stato che ora usa lei e l’ideologia femminista per giustificare e perpetrare se stesso.
Queste parole vengono da una donna, comunista, che nel giorno in cui tutti dicono che quello è il giorno in cui “si combatte per lei” non ci crede nemmeno un pò, che non crede alle retoriche della demonizzazione di genere e che vede nel capitale e nei padroni (che siano uomini o donne) il vero nemico.
Costanza Lopez.
Il punto è che i femminismi di regime odierni sono lontani anni luce dalla teoria sopra detta. Perché? Perché facendo leva sull’esasperazione della lotta fra sessi arrivano al postulato secondo cui “la storia dell’umanità è storia della lotta fra sessi”, mettendo dunque in atto un dispositivo disgregativo della lotta contro il vero oppressore. Se ricordiamo poi ciò che Lenin disse nel 1902 (“democrazia significa essenzialmente soppressione del dominio di classe”) capiamo come i femminismi “radical” siano pienamente sostenuti dalle aree liberaldemocratiche; concludendosi nell’equazione padrone=uomo o ancora padrone= uomo= violenza. Tesi assurda se si considera, per fare solo un esempio fra i tanti che potrei portare, che la “donna” Margaret Thatcher , mentre diffondeva il verbo della “libertà” – essendo una dei pochi esponenti conservatori a votare a favore della depenalizzazione dell’omosessualità e dell’aborto – attuò nello stesso tempo una delle più violente repressioni contro i militanti dell’IRA e contro i minatori inglesi che lottavano contro le politiche neoliberiste portate vanti dal suo governo, oltre a scatenare una guerra neocolonialista e imperialista contro l’Argentina per la riconquista delle isole Malvinas. Ma andiamo avanti.
2.Violenza di genere e “vittime” del patriarcato: La giornata di domani si svolgerà all’insegna di queste parole, esasperando il concetto di violenza per l’appunto di genere, in un momento storico in cui di violenza se ne vede tutti i giorni, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle guerre. Ma è proprio vero che si possa parlare di vittime del patriarcato? (ammesso che sa esistita realmente una fase storica in cui il patriarcato abbia “strappato il potere” dalle mani del così detto matriarcato). Gli uomini che commettono violenze sulle donne, non sono forse gli stessi cresciuti e allevati (e che spesso subiscono anch’essi violenza) dalle stesse donne/madri? Chi sarà allora più “vittima”? Lascio questi punti di domanda aperti poiché come molti sapranno, gli interrogativi generano di norma una riflessione.
3. Il modello occidentale come esempio di “libertà” femminile: I media main stream sempre più spesso, ci propongono l’immagine della donna manager in carriera come libera dai ruoli della famiglia, libera perché è emancipata, seducente e ammiccante. Di contro, il volto della donna oppressa è identificato con la donna mussulmana, coperta, retrograda, “schiava” , colei che non sa ancora opporsi al giogo maschile, che ha bisogno di emanciparsi. In che modo? Rinnegando la sua cultura e abbracciando la non-cultura del capitale in cui tutto è apparentemente permesso, nel senso di potenzialmente illimitato. Non troppo recente ma comunque significativo, fu l’episodio in cui la signora Santanchè, in nome della liberazione della donna, strappò il velo a delle donne musulmane, andando con un colpo solo a cooptare da una parte l’ideologia borghese pseudo femminista e dall’altra l’anti islamismo (nuovo simbolo di nemico da combattere). Ciò che molti non vedono è l’inganno dell’ “emancipazione” della donna in carriera, della donna che si uniforma e forse scavalca anche l’uomo; ma in che modo? Andando a sviluppare un arrivismo e una cattiveria individuale e sociale superiore ai loro colleghi. Non siamo davanti a nessuna critica dei modelli capitalistici bensì di fronte a un’assimilazione della donna all’interno del medesimo ingranaggio che non contesta ma che felicemente fa suo, ringrazia e trova nel medesimo un senso di “libertà”; nell’alimentare i modelli sociali dominanti, nel far carriera all’interno delle forze di polizia, nell’entrare a far parte dell’esercito, unendosi a quel braccio dello stato che ora usa lei e l’ideologia femminista per giustificare e perpetrare se stesso.
Queste parole vengono da una donna, comunista, che nel giorno in cui tutti dicono che quello è il giorno in cui “si combatte per lei” non ci crede nemmeno un pò, che non crede alle retoriche della demonizzazione di genere e che vede nel capitale e nei padroni (che siano uomini o donne) il vero nemico.
Costanza Lopez.
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