Abbiamo scovato un piccolo saggio che ha il pregio di analizzare con strumenti marxiani il fenomeno e di proiettarlo sulle dinamiche internazionali del capitalismo, legale o meno.
Ci sono magari punti che andrebbero trattati in modo più dialettico per le obiezioni che potrebbero suscitare, come ad esempio le poco concrete soluzioni finali (ma un saggista non ha il compito di dare risposte operative e complesse che spetterebbero alla politica), ma ci sembra un articolo molto istruttivo anche solo a livello di acquisizione di informazioni.
Consigliandone la lettura, fermiamo domani il blog vista la sua lunghezza per permetterne a chi vuole una valutazione più accurata.
da https://jacobinitalia.it/il-feticcio-della-mafia-nigeriana/

Introduzione: complottismo e romanzi gialli
Ogni epoca ha il complottismo che si merita. In Italia l’attuale clima
politico ha prodotto una nuova ossessione per l’estrema destra: quella della
‘mafia nigeriana’. Il tema è diventato virale: articoli a cadenza quotidiana su
web, libri della stampa indipendente, inchieste dei carabinieri e commenti di
filosofi e scrittori molto diversi tra loro, dall’area dell’antimafia a quella
neofascista. Solo la sinistra non si è accorta della narrazione che si sta
costruendo. Eppure dovrebbe.
È stato un blog dell’estrema destra – non troppo famoso – a costruire le
prime denunce contro le Ong, accusandole di avere contatti con i trafficanti
libici, e questo «complotto» ha costituito la base dei decreti Salvini contro
il soccorso in mare, con conseguenze catastrofiche che il nuovo governo ancora
non ha abrogato né mitigato. È la stessa strategia usata dall’estrema destra
quando elabora proposte di legge adatte a rispondere alle paure fomentate dalla
sua stessa propaganda, come mandare l’esercito a Castel Volturno (ormai
città-bersaglio per via della comunità africana lì stabilitasi) o creare
tribunali speciali solo per i reati commessi da cittadini stranieri. Nonostante
siano solamente 100 mila i cittadini nigeriani in Italia, la loro presenza sta
avendo effetti notevoli sulla vita politica nazionale in Italia e altrove.
Quest’articolo vuole far luce sulla natura delle accuse dell’estrema destra
e sulla strategia giuridica che una parte della polizia e della magistratura
adottano in risposta ad azioni sia effettivamente delittuose che
«criminalizzate» da parte di cittadini nigeriani in Italia. In risposta alla
diffusa enfasi su misticismo e magia nera, e lontano da una lettura
profondamente razzista della realtà del dominio maschile violento, qui si
presenta una tesi che inquadra la criminalità organizzata internazionale nel
contesto attuale del capitalismo internazionale postfordista. Vedremo così come
supremazia bianca e legislazione antimafia vengano mescolate allo scopo di
fornire una lettura ideologica del fenomeno, coprendo il ruolo storico che la
classe dirigente italiana e quella nigeriana hanno avuto nella sua genesi.
L’attenzione alla struttura organizzativa sottostante certi reati commessi
da cittadini nigeriani – vuoi all’interno della magistratura, vuoi da parte
della destra politica italiana – è stata stimolata dalla pubblicazione
dell’ultima relazione bimestrale della Direzione Investigativa Antimafia (la Dia) che include un capitolo
dedicato alla cosiddetta mafia nigeriana, citato poi in tantissime pubblicazioni
della stampa di destra come, fra le altre, La mafia nigeriana: origini, rituali, crimini di Alessandro
Meluzzi, Il lato oscuro della mafia nigeriana in
Italia di Fabio Federici e Ascia nera: la brutale
intelligenza della mafia nigeriana di Leonardo Palmisano. Queste opere,
pur marginali, stanno ricevendo grande attenzione. Il libro di Palmisano è
stato recensito positivamente dal mafiologo Roberto Saviano, mentre il libro di
Federici vanta una postfazione di Nando Dalla Chiesa. Il libro di Meluzzi include
una prefazione addirittura di Giorgia Meloni, e spesso l’autore è accompagnato
sul palco delle presentazioni da Diego Fusaro, il filosofo idealista e
sedicente marxista.
Proprio il libro di Meluzzi può fornire un esempio interessante delle
coordinate culturali di questo fenomeno. In primo luogo il testo rappresenta un
rigurgito esemplare di narrazioni, aforismi e offese razziste utilizzate
dall’estrema destra. L’antirazzismo è descritto, nella migliore delle ipotesi,
come opera di buonisti borghesi inconsapevoli, che aiutano
un’orda di stupratori, trafficanti e criminali a entrare nella Terra Promessa
italiana; nel peggiore dei casi, si narra del complotto borghese per la
sostituzione della razza bianca cristiana, i cui valori illuministici sono
stati conquistati “con tanta fatica”. Meluzzi difende questa ideologia
suprematista mettendo in campo un’accozzaglia di «fatti» e di narrazioni sulla
storia, l’etnografia e la criminologia in Africa (dalla Nigeria alla Tanzania)
allo scopo di fornire l’immagine di una razza brutale e intrinsecamente
cannibale che non ha neanche colpa, in verità, per gli atti di violenza
inaudita che commette, visto che li percepisce – sia pure erroneamente – come
facenti parte del culto delle divinità pagane. A riguardo, l’omicidio della
diciottenne Pamela Mastropietro, commesso a Macerata lo scorso anno da un uomo,
è ricordato in quanto atto esemplare di tal genere di brutalità, mentre della
tentata strage neonazista avvenuta in seguito non si fa menzione. A tutto ciò,
Meluzzi aggiunge delle citazioni tratte dalla casistica giudiziaria e dalla
relazione della Dia, al fine di dimostrare il radicamento di questa mentalità
criminale nel territorio italiano a causa degli errori e delle collusioni da
parte della classe dirigente italiana, e della tolleranza e collaborazione con
«le mafie nostrane», evidenziando la minaccia che questa pericolosa
combinazione di immigrazione e primitivismo africano rappresenta per il futuro
dell’Italia: più femminicidi, cannibalismo rituale, razzìa di organi,
radicalizzazione islamica.
Il tono di quest’analisi neofascista della «mafia nigeriana» dipende, senza
dubbio, da discorsi diversi e precedenti. La ricetta prevede parti uguali di
Julius Evola, del Ku Klux Klan e di Raymond Chandler e – quanto alla struttura
narrativa costruita all’uopo da tanti giornalisti occidentali – si colloca
nello spazio fra il cinema noir e le storie d’avventura per ragazzi. A
proposito della versione britannica di queste ultime, Alta Jablow diceva che
«nell’epoca imperiale, gli scrittori avevano sviluppato una dipendenza nei
confronti delle storie di cannibalismo ben più grande di quanto sia mai stato
il cannibalismo stesso». E, davvero, per più di un decennio, la stampa
occidentale è stata inondata da “colpi” giornalistici sul mondo nigeriano nelle
principali città europee, con tutta una classica tipologia dei personaggi: le
ragazze vulnerabili («l’ingenua in pericolo»), le mezzane cattive («la Regina
della notte»), le pozioni magiche, i machete e le sette sanguinose, tutto ambientato
in un paesaggio urbano che ricorda i piovosi marciapiedi e lo spietato cinismo
del film noir.
Che cosa sono le confraternite nigeriane?
La relazione della Dia è diventata oggetto di interesse non solo per
l’antropologo dilettantesco o il giornalista sensazionalista, ma anche per una
parte della polizia e della magistratura. Applicando l’articolo 416bis nelle
denunce e nei processi contro cittadini nigeriani, nel contesto legislativo si
va stabilizzando un nuovo modo di trattare la microcriminalità: una volta
stabilito lo «stampo mafioso» di confraternite nigeriane come il Black Axe
(l’Ascia nera) o i Vikings, i cosiddetti soci possono essere incarcerati fino a quindici anni solo per aver preso
parte a qualsiasi livello a tali organizzazioni; ciò riguarda qualsiasi
sentenza penale, dal traffico internazionale di esseri umani all’omicidio,
dallo spaccio di strada alle risse da bar. Ma l’articolo 416bis, nato dalle
proposte di Pio La Torre, dirigente comunista ucciso da Cosa Nostra nel 1982,
intendeva leggere e contrastare la mafia in quanto una grande organizzazione
criminale che operava in collegamento con certi politici democristiani e con il
vastissimo e corrotto comparto dell’edilizia durante il «sacco di Palermo». La
microcriminalità di strada non era esattamente al centro dei suoi pensieri.
Onde riportare le organizzazioni nigeriane dentro la definizione di «stampo
mafioso», la Dia e altri soggetti hanno prodotto una narrazione di che cosa
siano in realtà le confraternite e quale sia stata la genesi dei «cults» (cioè
le sette): settant’anni fa, nella Nigeria coloniale, giovani intellettuali
formarono un club universitario chiamato i Pyrates, sul modello delle
confraternite statunitensi, una società segreta con lo scopo di promuovere
l’eccellenza accademica e il principio di mutualità che includeva i luminari
come lo scrittore Wole Soyinke. Questo gruppo originario subì diverse
scissioni, sopratutto nel periodo turbolento dopo l’indipendenza e la guerra
civile, che portarono alla formazione di altre confraternite studentesche. Il
report descrive i vari gruppetti e le divisioni interne alle diverse sette,
focalizzandosi con un certo piacere sui loro bizzarri nomi: i Vikings, i
Buccaneers, i Seadogs ecc. Durante gli anni Ottanta queste sette divennero molto
violente e raramente questo sviluppo è stato spiegato, spesso è stato solamente
attribuito, con superficialità, al generale clima di violenza diffusosi nella
società nigeriana. In questo periodo le organizzazioni universitarie si
trasformarono in bande di strada, armate e in guerra una contro l’altra,
diventate di fatto negli ultimi quarant’anni i nodi della rete criminale
nigeriana sul piano locale e internazionale.
Questa trama, così ricostruita, però, ha tanti buchi che la costante
attenzione delle aule dei tribunali e degli uffici delle questure non ci aiuta
a riempire. Da una prospettiva storica, questa tesi mostra come dei gruppi,
inizialmente nati da brave persone con lodevoli intenzioni, possono cambiare
profondamente se il contesto diventa troppo violento. Ma l’esplosione di questo
clima di violenza non è stata causale come non è stato un caso che la violenza
si sia insinuata dentro le università, corrompendo ingenui studiosi. Karl Marx
per descrivere il fascino borghese verso le merci, utilizzò come paragone la
credenza diffusa in Africa occidentale nella magia dei «feticci». La narrazione
borghese della trasformazione delle confraternite universitarie nigeriane, da
comunità di apprendisti studiosi a covo di figure oscure, rispecchia un po’
troppo i canoni della magia nera e non tiene conto del fattore centrale della
storia, del motore senza il quale tutte le trasformazioni paiono davvero juju e miracoli: la lotta di classe.
Le confraternite iniziarono a promuovere spontanee forme di ribellione
studentesca all’interno del sistema universitario nigeriano nel dopoguerra,
utilizzando lo stesso gergo pirata come nella migliore tradizione romantica
delle rivolte transatlantiche. Entro la metà degli anni Sessanta, però, la
situazione mutò: Soyinka dovette lasciare l’accademia e poco dopo fu arrestato,
per aver occupato una stazione radio dirottandone le trasmissioni per
denunciare le violenze commesse dal governo. Nel 1966 lo scoppio della guerra
civile nel Biafra trasformò profondamente lo stato nigeriano ed ebbe
conseguenze profonde a tutti i livelli; qualche anno dopo alla fine della
guerra avvenne un altro cambiamento radicale con la crisi petrolifera di
‘73: il prezzo del petrolio crebbe velocemente dando al nascente Stato
opportunità materiali inaspettate. La rendita proveniente dal petrolio
trasformò ulteriormente la società, sostituendosi alle rendite agrarie e al
surplus ottenuto dai contadini, le iscrizioni universitarie aumentarono dai 3,5
milioni nel 1970 ai 13,5 milioni del 1980 e si sviluppò un politicizzato e
vivace movimento studentesco. Nel 1985 però il presidente-dittatore Babangida
prese il potere e avviò il «Programma di adeguamento strutturale» perfettamente
in linea con la prospettiva reaganiana che mise l’economia del paese nelle mani
della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Nel decennio
seguente lo stato nigeriano mise in atto durissime misure di austerità: tagli
drastici nelle università, riduzione dei salari, privatizzazione delle terre,
sostegno pieno ai piano di sviluppo delle multinazionali. Si introdusse
anche la pena di morte per il reato di «sabotaggio economico».
Dalle grandi proteste degli studenti nell’89 alle campagne per la
democrazia alla fine degli anni Novanta – che portano all’eventuale
restaurazione di elezioni democratiche – il movimento studentesco e i sindacati
dei docenti svolgono un ruolo fondamentale. Inoltre, questo è stato il periodo
in cui le confraternite universitarie si sono trasformate da club scolastici ad
organizzazioni di violenza collettiva, in quanto che sono state
strumentalizzate dalle dittature per opprimere le rivolte studentesche.
Un’estratto dal bollettino di 1996 del «Comitato per la libertà accademica» –
un’organizzazione fondata da George Caffentzis e Silvia Federici dopo i
loro anni di insegnamento in Nigeria – ci fornisce l’atmosfera dell’epoca:
Uno degli esempi più macabro della vita nelle università nigeriane in
questo momento arriva dall’università di Port Harcout dove, il 17 gennaio di
quest’anno, a mezzogiorno, in pieno giorno, dieci studenti hanno ammazzato
un’altro studente all’area dell’assemblea, sotto gli occhi di mille studenti e
quattro docenti, che sono stati fatti scappare dalla scena con colpi di
pistola. L’esito dell’attacco – descritto da un testimone come ‘un’azione
mafiosa’ – è che lo studente è morto dopo quattro giorni. Incredibilmente, un
congresso del sindacato studentesco il 31 gennaio non ha fatto menzione della
questione, probabilmente per paura oppure perché ormai gli studenti hanno perso
qualsiasi speranza che le autorità possano punire i colpevoli. Gli studenti
dicono, infatti, che i cosiddetti soci delle confraternite hanno un’immunità
virtuale e addirittura ricevono le armi direttamente dalla polizia, quindi
anche quando gli assalitori vengono individuati, poco succede nei loro
confronti.
«Azione mafiosa» («Mafia-like action») è espressione che colpisce,
sopratutto nella metà degli anni Novanta, gli anni dei reati più infami di Cosa
Nostra. E qua davvero vediamo un parallelo con la Mafia siciliana, anche se non
con una modalità che conviene alle forze d’ordine italiane di oggi: sia
l’organizzazione criminale nigeriana che siciliana sono state strumentalizzate
dallo Stato per reprimere le rivendicazioni di riforme socialiste. In Italia,
il movimento contadino del dopoguerra che rivendicava la riforma della terra fu
ripreso con il sangue dai mafiosi della Sicilia occidentale. Dozzine di
comunisti siciliani furono assassinati o scomparvero. E parallelamente, le
proteste più riuscite in Nigeria contro la ristrutturazione capitalista negli
anni Ottanta e Novanta furono dei sindacati.
Il ruolo del capitalismo italiano in Nigeria
Il Ventunesimo secolo ha visto un’altra fase nella trasformazione delle
confraternite, durante la militarizzazione del conflitto nel Delta. Come
riportato dallo studioso Omolade Adunbi, durante le elezioni nazionali del 2003
i politici «arruolavano i giovani delle confraternite segrete per importare
armi e munizioni e proteggere i loro interessi elettorali. Appena le elezioni
si sono concluse, i giovani disoccupati arruolati in questo ‘esercito’ vennero
privati del loro ruolo ‘politico’: non restò loro altra alternativa che
ritornare ai propri villaggi, tenendosi però le armi». Ma resta impossibile
capire il conflitto armato nel Delta del Niger – un conflitto che ha
ulteriormente militarizzato le confraternite e «normalizzato» l’omicidio
politico per un’intera generazione – senza tener conto del ruolo che le
multinazionali hanno svolto nei campi petroliferi.
Siccome il nostro punto di partenza è la presenza delle organizzazioni
criminali nigeriane in Italia, è opportuno approfondire il coinvolgimento
dell’Italia stessa in Nigeria (anche se una storia simile si potrebbe
raccontare anche riguardo agli interessi statunitensi, francesi e inglesi). Eni
ha preso parte alla produzione nigeriana di petrolio sin dal 1962 e quindi era
anche presente in un momento importante nel corso della guerra civile:
nel 1969 l’esercito biafrano accusò gli operatori italiani presso il campo di
Okpai nel Delta di aver passato informazioni segrete all’esercito dello stato
nigeriano. Diciotto lavoratori – fra cui undici cittadini italiani – furono
presi in ostaggio e condannati a morte da un tribunale rivoluzionario. I
biafrani costrinsero così l’Italia a riconoscere il loro nuovo stato
rivoluzionario per poter negoziare la liberazione dei lavoratori in questione.
Il ministro biafrano dichiarò che «gli uomini delle aziende petrolifere sono
più pericolosi dei mercenari. Questa gente è responsabile delle nostre sofferenze».
Il boom petrolifero del 1973–1983 ha visto non solo l’impegno
continuo da parte dello stato italiano, ma anche l’ascesa del miliardario
Gabriele Volpi, la cui azienda Intels è diventata sempre più parte integrante
della logistica per tutte le multinazionali petrolifere presenti nel Delta per
vari decenni. Nei primi anni Novanta, all’epoca delle misure di austerità del
Fondo Monetario, un nuovo leader della regione del Delta ha raggiunto notorietà
internazionale: Ken Saro-Wiwa, che annunciava le manifestazioni pacifiche del
popolo Ogoni per rivendicare il possesso del petrolio e la necessità di
proteggere l’ambiente. Da tempo il delta del Niger è stata vittima di
catastrofi ecologiche: oltre a quelle causate dall’estrazione del petrolio
in sé e per sé, c’è anche lo scarico di rifiuti tossici: si veda ad esempio lo
scandalo scoperto da alcuni studenti nigeriani residenti in Italia negli anni
Ottanta. Nonostante la solidarietà internazionale che ha ricevuto, i tentativi
non-violenti e pacifici del militante Saro-Wiwa per una soluzione alla crisi
ecologica sono stati ignorati: nel novembre di 1995 Saro-Wiwa messo a morte
dallo Stato nigeriano. La repressione di questo grande movimento sociale ha di
fatto suonato la campana a morte per le tattiche pacifiche da parte del
proletariato nigeriano.
Fu poi all’inizio del millennio, come abbiamo già visto, che una nuova
militarizzazione ha preso piede nel Delta, sotto forma di una politica
elettorale e clientelistica. Degli uomini politici organizzarono un afflusso di
armi leggere per creare milizie semi-legalizzate, allo scopo di puntellare il
proprio bacino elettorale e forzare la mano agli elettori al momento di recarsi
alle urne. Beninteso, la classe dirigente italiana ha fatto la sua parte anche
stavolta: basti pensare alle strette connessioni fra certe aziende edili
siciliane e talune figure di spicco del nuovo regime. Dieci anni dopo la morte
di Sara-Wiwa si costituì una nuova alleanza di gruppi indigeni del Delta, tra
le cui prime azioni vi furono degli attentati ai danni di alcune strutture di
sicurezza, navi e stazioni di flusso dell’Eni.
Il settore petrolifero italiano ha seguito da vicino ogni momento della
storia postcoloniale della Nigeria. Quando le manifestazioni dei popoli del
Delta erano pacifiche, Saro-Wiwa venne ucciso. Quando le proteste divennero
armate, gli interessi petroliferi italiani collaborarono con le forze di
sicurezza nigeriane per esacerbare conflitto. La cosiddetta mafia nigeriana,
sulla quale la destra italiana suona adesso l’allarme, è la conseguenza diretta
della militarizzazione della società nigeriana causata dalla repressione del
movimento studentesco e della sinistra nigeriana durante l’implementazione dei
tagli alla spesa pubblica, dell’armarsi delle confraternite promosso dalla
dittatura onde poter reprimere i movimenti sociali e mantenuto in seguito da
politici pseudo-democratici per tenere il proprio potere nel Delta. Non siamo
pertanto di fronte alla «violenza inaudita» degli «omicidi
rituali» ad opera di una organizzazione mistica proveniente dall’oscuro
passato africano: questa è una violenza assolutamente moderna, incoraggiata dai
«poteri forti» del capitale – ivi compresi settori della borghesia
italiana – così da poter integrare il proletariato africano nel mercato
mondiale e mantenere un controllo neocoloniale sulle sue risorse.
La borghesia cultista
Elencando i crimini della classe dirigente italiana in Nigeria – il suo
ruolo nello sfruttamento del lavoro e nella distruzione delle risorse
naturali, e rispetto al neocolonialismo, la cleptocrazia, la distruzione
dei diritti delle donne, l’introduzione della pena di morte, l’endemizzazione
della violenza all’interno della vita politica – non intendiamo dare la colpa
agli italiani. Questo sarebbe lo stesso gioco dell’estrema destra: la
costruzione retorica di una guerra razziale laddove si tratta in verità di una
guerra di classe. Le malefatte delle borghesie nigeriana e italiana in
territorio nigeriano sono state perpetrate in combutta: e quest’alleanza adesso
giunge in Italia, come un boomerang.
Per capire quale potrebbe essere la lettura di sinistra della cosiddetta
mafia nigeriana, possiamo senz’altro rivolgerci a Umberto Santino, le cui
indagini marxiste su mezzo secolo di mafia Siciliana ci forniscono vari
strumenti analitici. Santino era uno storico compagno di Peppino Impastato,
militante dell’onda rivoluzionaria degli anni Settanta: denunciò pubblicamente
la Mafia (alcuni suoi parenti inclusi), e per questo venne assassinato nel
1978. Sin dai suoi primi articoli, Santino ha scritto di una «borghesia
mafiosa» (una frase ripresa da Mario Mineo). Non nel senso di una borghesia
all’interno della mafia (anche se è vero che qualsiasi organizzazione criminale
ha le sua dinamiche di classe e le sue gerarchie) ma piuttosto dello stampo
mafioso dell’intera borghesia, in sé stessa. Santino respinge il concetto di
una mafia «esterna» allo stato italiano; vi vede invece un elemento essenziale
per il capitalismo italiano, la rappresentante del controllo sociale da parte
dello stato nel meridione: dalla repressione dei contadini prima allo
sfruttamento della rendita fondiaria poi, dalla ricanalizzazione di capitale a
beneficio di una élite al mantenimento delle diseguaglianze regionali sulle
quali lo stato italiano venne fondato. Tutto ciò porta Santino alla conclusione
che l’abolizione della mafia è impossibile senza la rifondazione dello stato.
Si può leggere lo Stato nigeriano in modo non dissimile. I cults sono una parte integrante dello Stato nigeriano così come fu
rimodellato in seguito al Programma di adeguamento strutturale e
all’ipersfruttamento del Delta. Sono parte dei mezzi adoperati dallo stato per
reprimere le rivolte, distruggere i sindacati, smantellare lo stato
sociale e, adesso, implementare un nuovo clientelismo in luogo di strutture
democratiche. Se Santino scrive di una borghesia mafiosa in Italia, forse noi
potremmo parlare di una borghesia cultista per quanto
riguarda la Nigeria: una borghesia che ha bisogno dei metodi dei cultisti, che
ha trasformato e rifondato le confraternite universitarie nell’arco della sua
storia per dar luogo alla violenza antidemocratica.
Pretendere che la criminalità nigeriana sia esclusiva creazione degli Stati
occidentali sarebbe beninteso cosa folle, nonché eurocentrica: non è necessario
far risalire tutte le vicende del paese a un qualche ufficetto della Cia, e
neppure alla cultura del colonialismo in senso generale. Ciò detto possiamo
tuttavia notare come la criminalità nigeriana – così come quella italiana –
faccia parte di una classe dirigente internazionale, costituisca un tassello
del processo planetario volto a integrare la forza-lavoro internazionale nel
mercato, sconfiggendo le rivendicazioni proletarie.
Il ruolo della criminalità organizzata nigeriana in Italia
C’è però una domanda ulteriore che bisogna farsi: i reati commessi dai
cittadini nigeriani e dalle loro organizzazioni criminali hanno una
funzione precisa per la classe dirigente e lo stato italiani? In un articolo
importante del 1982, scritto all’epoca dell’assassinio del Generale Della
Chiesa, quando il narcotraffico di Cosa Nostra veniva riconosciuto come
questione di rilievo nazionale e non ‘meramente’ meridionale, Umberto Santino
cercò di analizzare il livello di coesione fra Stato italiano e mafia
siciliana. In una sezione dell’articolo intitolata Il modello di dominio mafioso scrive:
Nella società attuale, il consenso si costruisce a partire dalla capacità
di dare risposte concrete a bisogni di massa e di influire nella determinazione
e nella canalizzazione dei comportamenti di massa.
Cioè da un lato la mafia siciliana poté fornire soldi, prestiti, lavoro e
protezione a uno strato delle masse siciliane per una buon parte del Ventesimo
secolo, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, grazie ai proventi del
mercato dell’eroina. D’altro canto però la mafia ha contribuito a formare
bisogni nuovi, altri comportamenti e atteggiamenti che
hanno creato la base per ulteriori mercati di consumo in cui la mafia ha svolto
un ruolo dominante a livello locale dentro una rete internazionale di monopoli
criminali, innanzitutto quello della droga.
Le organizzazioni criminali nigeriane riescono a costruire consenso in tale
maniera, in Italia? Rispondono a certi bisogni? Creano nuovi comportamenti?
Visti i limiti della loro ricchezza in Italia, la comunità nigeriana
sicuramente ha poco da offrire alle masse italiane in termini di creazione di
lavoro, di garanzia di sopravvivenza materiale, ecc. Possiede, però la capacità
di rispondere a certi bisogni delle masse non-italiane: i mercati della droga e del sesso forniscono lavoro, richiesto con una
certa disperazione dallo strato più basso dei cinque milioni di cittadini
non-europei che si trovano in Italia. Se mettiamo questi mercati illegali
accanto al settore di accoglienza e di cura – un settore all’interno del
quale la classe lavoratrice africana è sempre più importante – si comprende che
il popolo migrante in Italia è diventato centrale ai fini della riproduzione
sociale delle masse e della loro capacità di riuscire a perlomeno sopportare l’attuale depressione salariale. Per fare qualche esempio: la
disoccupazione giovanile di lunga durata è mitigata dall’offerta di droghe a
basso costo; gli stipendi bassissimi per lavoratori e lavoratrici con più di un
lavoro e gli orari lunghi sono mitigati dalla possibilità di impiegare una
«donna delle pulizie» a un euro all’ora; la pressione sociale di una
popolazione che invecchia, a fronte di una emigrazione giovanile di
massa, è mitigata dagli operatori sanitari e di cura per gli anziani, spesso
senza sindacalizzazione o diritti.
Se una mafia nigeriana organizzasse questa forza lavoro, effettivamente
avrebbe una posizione di comando all’interno di una sezione della società
italiana, una sezione che a sua volta è funzionale al capitalismo italiano più
in generale. Il mercato della droga forse è quello più facile da analizzare in
questa maniera: l’offerta di sostanze che inibiscono le emozioni, funzionante a
smorzare lo spirito aggressivo di una generazione abbandonata, canalizzandolo
verso il torpore individuale, costituisce un fenomeno che la borghesia italiana
non ha un vero interesse a stroncare. Manovre recenti da parte governativa,
volte alla chiusura dei negozi di canapa legale (che contiene una proporzione
insignificante di sostanza attiva), lascia il mercato illegale di droga non
solo fuori controllo ma addirittura in aumento. Assistiamo a ciò che il
criminologo Vincenzo Scalia ha nominato la riorganizzazione postfordista della
mafia: l’esternalizzazione, cioè il subappalto del lavoro sporco ad altri
gruppi così che il lavoro più pericoloso (quello attenzionato dalle forze
dell’ordine) viene fatto dai criminali stranieri, mentre le mafie nostrane
continuano le proprie attività finanziarie e fiscali – per esempio, la raccolta
di appalti pubblici per i Centri di accoglienza.
Più complessa risulta l’analisi per quanto concerne il mercato del sesso.
Innanzitutto perché l’organizzazione del lavoro sessuale svolto da nigeriani in
Italia non è affatto centralizzata o particolarmente gerarchica: ad esempio
tante donne lavorano in modo autonomo, anche se poi magari devono pagare il
pizzo o rifondere prestiti a vari capi e cape. Riecco di nuovo la rete
postfordista, diversa da quella dell’impresa internazionale e propria della
mafia classica. Allo stesso tempo, se la comunità nigeriana è riuscita a
destare un certo interesse nella società italiana, ciò è avvenuto soprattutto
nell’ambito di una mentalità razzista e guardona. Gli scritti allarmistici e spesso al contempo salaci dei giornalisti di
destra e degli pseudo-psicologi sociali attestano la fascinazione esercitata
dalla sessualizzazione del corpo nero e femminile su tutto uno strato della
cultura italiana, beninteso all’insegna di un colonialismo di ritorno. Non c’è
dubbio che tutto un genere letterario scandalistico, volto a descrivere droga,
sesso e violenza, tragga ispirazione dalla crescente richiesta di lavoro
sessuale nigeriano cui si è assistito in Italia, di pari passo al crescere
dell’offerta: o, quantomeno, tale letteratura nasce dagli stessi fattori
sociali che determinano il lavoro sessuale.
Conclusione: La rifondazione del mondo
Rimane tuttavia dubbio che tale forma di controllo sulla popolazione degli
immigrati, e la creazione di comportamenti e desideri nella popolazione in
generale, rispondano effettivamente al comando pianificato di una rete
gerarchica criminale del tipo descritto vuoi da certa magistratura, vuoi dai
complottisti della destra italiana, vuoi anche da tantissimi giornalisti
internazionali. Gli elementi necessari a una definizione della criminalità
nigeriana in Italia come organizzazione che di regola rientri nella tipologia individuata dalla legislazione antimafia –
l’omertà, l’impegno ‘aziendale’ all’acquisizione di appalti pubblici tramite
truffa e corruzione, una struttura strettamente gerarchica – appaiono mancare
in quelle che sono le prove ad oggi disponibili. Per non parlare del voto di
scambio o dell’impatto sulle strutture democratiche, visto che la gran parte
dei nigeriani presenti in Italia non ha diritto di voto ed è priva di forti
legami politici. Ci si deve chiedere pertanto: a che scopo settori della
magistratura stanno cercando di presentare queste piccole gang di strada come
parte di un complotto mafioso a livello internazionale?
La grande maggioranza dei procedimenti giunti finora in tribunale non pare
riveli un traffico di droga su vasta scala, che sappiamo passare oggi per le
mani della Camorra; né indicano l’uso di armi da fuoco, tantomeno di traffico
d’armi; non c’è un solo cittadino nigeriano cui sia stato assegnato un appalto
pubblico, in maniera limpida o torbida che sia. Oltretutto – e
indipendentemente da ciò che può succedere in altri luoghi e altri tempi – la
casistica italiana di questi anni non indica neanche il tipo di attività
finanziaria che ci si aspetta da un’organizzazione internazionale del
Ventunesimo secolo. Tutto ciò non significa, in nessun modo, che non dobbiamo
opporci alla violenza e soprattutto all’estrema, devastante violenza sessuale
che uno strato di cittadini nigeriani organizza in tutta Europa – in alleanza
ovviamente con i loro soci in affari europei e le file di clienti maschi che,
per un motivo o per l’altro, spesso vengono cancellati dalle equazioni
giuridiche e politiche.
Come dovremmo rispondere quindi? Siamo solo all’inizio. Ma non siamo privi
di indizi. Storicamente il Pci ha seguito una strategia legislativa per
combattere la mafia siciliana, fornendo il concetto di assocazione mafiosa e
costruendo un’alleanza con la magistratura e la polizia democratica. Ma a
seguito delle stragi e del tritolo degli anni Novanta, Santino ha sottolineato
come fosse vacuo paragonare la mafia siciliana a un «cancro», parlarne
come qualcosa da combattere esclusivamente a colpi di manette e di martelletto.
Le radici mafiose nello stato erano troppo profonde, la collaborazione tra
mafia e politica troppo integrale: per Santino, la mafia fa parte dello stato e
l’unico modo di distruggerla sarà quello di «rifondare» lo stato. Se questo
rappresenta la conclusione della critica rivoluzionaria della mafia siciliana,
qualsiasi critica dell’organizzazione internazionale della criminalità
nigeriana deve cercare lo stesso sbocco: il mondo stesso va rifondato, va
ri-stabilito, onde creare le condizioni della libertà e della democrazia su un
piano planetario.
Nel lottare contro le carneficine causate dalle borghesie italiana e nigeriana
in tutti e due i paesi, gli internazionalisti devono essere uniti contro le
tattiche cui a livello mondiale ricorrono i capitalisti – legali o meno – senza
fare affidamento nelle carcerazioni o nel misticismo. E non c’è motivo di
ricorrere alla magia nera per spiegare certi fenomeni: il mondo della borghesia
è già abbastanza cattivo «di suo».
*Richard Brodie, traduttore e attivista
antirazzista, vive a Palermo. Questo articolo è uscito anche su JacobinMag.
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