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lunedì 16 aprile 2012

Tutti assolti in Corte D'Assise per la strage di Piazza della Loggia

I giudici hanno assolto Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale Francesco Delfino per l'attentato a Brescia del 1974. Ancora una volta nessuna verità su quel che accadde quel 28 maggio.
La Corte d'assise d'appello di Brescia ha assolto Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale dei carabinieri Francesco Delfino nel IV processo per la strage di Piazza della Loggia, avvenuta nel 1974. In primo grado, il 16 novembre 2010, i 4 erano stati assolti con formula dubitativa.
Nei confronti del quinto imputato del processo di primo grado, Pino Rauti, anch'egli assolto, non era stato presentato ricorso da parte della Procura ma solamente da due parti civili. Uno dei ricorsi e' stato dichiarato inammissibile con la conseguente disposizione del pagamento delle spese processuali a carico delle parti civili. Prima di leggere la sentenza, il presidente della Corte d'assise d'appello, Enzo Plate', ha ringraziato i giudici popolari per l'impegno e lo scrupolo profusi durante la durata del processo.
Si sono detti ''sereni perché è stato fatto tutto il possibile'' il procuratore Roberto Di Martino e il pm Francesco Piantoni, titolari dell'inchiesta sulla strage: ''Ormai è una vicenda che va affidata alla storia, ancor più che alla giustizia”, ha commentato il procuratore di Martino. La procura attenderà il deposito delle motivazioni per decidere se ricorrere in Cassazione.
L'attentato terroristico ricordiamo era avvenuto il 28 maggio a Brescia durante un manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista. In piazza della Loggia c'era anche Franco Castrezzati sindacalista Cisl, Adelio Terraroli del Pci e Gianni Pannella segretario della camera del lavoro. Una bomba venne nascosta in un cestino portarifiuti e morirono 8 persone, mentre rimasero ferite 102.
La prima inchiesta portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti di estrema destra. Ermanno Buzzi, in carcere in attesa d'appello, però fu strangolato il 13 aprile 1981 da Pierliugi Concutelli e Mario Tuti. Nel giudizio di secondo grado, nel 1982, la condanne del giudizio di primo grado vennero commutate in assoluzioni, le quali a loro volta vennero confermate nel 1984 in Cassazione
Un secondo filone di indagine, partì nel 1984 dopo le rivelazioni di alcuni pentiti, mettendo sotto accusa altri rappresentanti della destra eversiva. Ma gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987, per insufficienza di prove, e prosciolti in appello nel 1989 con formula piena. La Cassazione, qualche mese dopo, confermerà l'esito processuale di secondo grado.
Quello di oggi è il terzo processo aperto il 15 maggio 2008 con il rinvio a giudizio di 6 imputati appunto Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. I primi tre erano all'epoca militanti di spicco di Ordine Nuovo, gruppo neofascista fondato nel 1956 da Rauti e sciolto nel 1973.

10 commenti:

brunaccio ha detto...

Commenterò questo fatto in modo indiretto, partendo da un punto che apparentemente c'entra nulla.
Stanotte coi compagni al circolo ci siamo visti il documentario 'black block' su rai3 in cui si ricostruiscono con testimonianze e documenti le assurde violenze concentrazionarie della Diaz e dei giorni seguenti.
E' qualcosa che fa accapponare la pelle: un metodo di tortura di tipo cileno e argentino fatto da neonazisti in divisa democratica.
Le condanne che sono uscite -inevitabili visto che erano coinvolti cittadini di paesi europei che 'contano'- sono assolutamente irrisorie rispetto al livello perpetrato.
Consiglio tutte e tutti di vedere questo documentario.
Morale della favola? Possiamo aspettarci che uno stato così benevolo verso i suoi nazisti in divisa sia così serio da processare se stesso rispetto a tutta la strategia della tensione?
Perchè le condanne degli stragisti sarebbero indirettamente state una condanna dell'operato statale lungo un intero periodo e comincerebbe a mostrare anche tutta l'ingerenza statunitense sulla nostra sovranità.
Solo un ingenuo credulone all'effettività dei 'diritti umani' che ormai sono una sorta di mantra astratto avrebbe potuto credere il contrario.

Anonimo ha detto...

hola!
io invece sono riuscito a vederne solo una parte..troppo forte l'inkazzatura ed i ricordi di quel 21 luglio 2001..ovviamente erano cose che conoscevo e di cui avevo spesso sentito parlare anche da chi in quei giorni c'era (ricordo che io non andai solo a causa di una serie di episodi)...
Concordo con il commento di brunaccio: in effetti sarà praticamente impossibile che sia fatta giustizia su vicende come piazza fontana, piazza della loggia, fino ad arrivare al massacro della Diaz...però che fare?
Ripensavo alle parole di Curcio, nel dibattito della scorsa settimana, in particolare quando ha posto l'attenzione sulla necessità di creare RELAZIONI (e non connessioni...), sulla necessità della NARRAZIONE, in sostanza sull'esigenza che di certe cose se ne continui quantomeno a parlare..poi se dessi retta unicamente alla ragione direi che non è possibile fare niente e vivrei la mia vita fregandomene di tutto...purtroppo o per fortuna per molti di noi non è così ed allora sono dell'idea che almeno certi episodi continuino a rimanere vivi nelle nostre memorie e soprattutto nelle memorie di chi non li ha vissuti direttamente, anche per questioni anagrafiche, o di cui non ne sa niente.. Mi accorgo di aver trascorso, senza essermene accorto, la mia infanzia in un Paese in guerra in un Paese in cui ogni giorno i TG si aprivano con notizie di uccisioni,arresti,attentati,..in un Paese in cui si è stati più volte sull'orlo del golpe...Poi siamo piombati direttamente nei favolosi anni '80, periodo di benessere e leggerezza (ovviamente benessere solo apparente dato che le conseguenze nefaste di quegli anni le stiamo ancora pagando...)e di ciò che era accaduto pochi anni prima non se ne è più parlato...

massimino

brunaccio ha detto...

Massi.

Io ho circa l'eta tua (mi pare un paio d' anni meno di te), e dunque gli anni '80 sono stati la mia infanzia e della prima adolescenza.
Io non andai a Genova; quell'anno lavoravo come portiere di notte e per una serie di ragioni lavorative e personali ero abbastanza lontano dalla politica attiva anche se seguivo con atenzione tutto.
Concordo sulla necessità della memoria: gli spazi di memoria sono utili, perchè è anche attraverso la memorialistica che si scrive la storia; anzi, oggi si da molta importanza in ambito di discipline storiche alla microstoria che serve a integrare in modo eccezionale e spesso ad interpretare la documentaristica).
Come si usa dire, chi non sa scrivere la propria storia è destinato a riviverla, e davvero quella mattanza a freddo e scientificamente organizzata sembra un ritorno di quella guerra che si dava allora, con la differenza che stavolta la guerra la combatteva unilateralmente il potere, una sorta di aggressione a freddo come furono le guerre coloniali, più che quelle civili.
Dal punto di vista politico, la questione della narrazione è secondo me un po' più complessa di quel che dice Curcio (anche perchè lui di proposte politiche ha scelto di non farne): la narrazione deve essere funzionale ad un progetto di trasformazione della realtà e dunque ad una chiave di lettura analitica, e per narrare Genova bisogna sempre capire che quelli erano gli anni in cui la guerra mondiale del neoliberismo contro l'umanità che diceva Marcos e di cui parlammo, stava iniziando ad aggredire l'Europa coi risultati che vediamo oggi...e se non si legge in questa chiave è difficile dare un senso a quei fatti, dall'aggressività di tipo neocoloniale all'intimidazione al disprezzo di qualsiasi settore dell'opinione pubblica.
Era l'inizio di quell'erosione della democrazia di cui diciamo spesso è che è bruciata di questi tempi ad Atene, segnando la fine del sogno liberaldemocratico di temperare l'aggressività intrinseca al capitalismo con l'esercizio giuridico dei diritti.
Oggi la storia ha provato quanto avevano ragione i marxisti (e anche gli anarchici) a considerare assolutamente ingenua e poco materialista in senso storico una concezione del genere.

Anonimo ha detto...

..sarebbe interessante approfondire quanto dici...Marcos portò alla ribalta temi ancora molto attuali, contribuì a creare coscienza critica e genova, con la sua repressione è stato il segnale di come reagì il potere neoliberista.
Mi piacerebbe approfondire questo argomento..tra l'altro tra noi abbiamo chi conosce bene quella storia, ancora non conclusa...
Attualmente, spero di non essere troppo pessimista, quella coscienza critica si è persa e resiste solo in alcune situazioni..di qui il discorso della narrazione tramite cui creare relazioni...

m.

Massimo Campus ha detto...

Io invece c'ero nel '74 e ricordo come ieri i funerali. Era il 31 maggio ed ero rientrato da appena un mese, non dico come, dal Cile, dopo aver assistito ad un golpe feroce, ai funerali di Allende e di dozzine d'altri innocenti massacrati ed aver combattuto sino ad ogni ragionevole possibilità Pinochet ed i suoi sgherri. Perciò ero preparato, diciamo così.
Trovai un'Italia prostrata ma non doma, dolente ma non remissiva. Ai funerali c'erano decine di migliaia di persone, bandiere rosse ovunque, operai e studenti, gente qualunque. La mano dei servizi segreti e della Cia - in Cile come in Italia - si intuiva prepotente dietro la strage, ed il popolo italiano, la sinistra parlamentare ed extra, non era per nulla disposto a fare la medesima fine del Cile.
Brescia era blindata da un gigantesco servizio d'ordine della Cgil, non si vedeva ombra di poliziotto se non sotto il palco delle autorità, tra cui spiccava il presidente della Repubblica Giovanni Leone, dimessosi in seguito a causa di un'inchiesta su tangenti ed intrallazzi su forniture militari. Si sapeva già molto della strategia della tensione e molti di noi in quegli anni non dormivano volentieri casa propria. Addirittura il Pci aveva una serie di residenze sicure a rotazione per i suoi dirigenti ed una struttura, ovviamente coperta, per l'espatrio di suoi quadri e responsabili in caso di golpe.
Brescia non fu la prima strage e nemmno l'ultima. Seguirono quelle sui treni e soprattutto quella del 2 agosto 80 a Bologna, la più grave di tutte.
Voglio dire con ciò che la democrazia, anche se borghese, si difende quotidianamente e non deve mai essere data per acquisita. Purtroppo i 25 anni seguenti videro il progressivo attacco e smantellamento delle conquiste dei lavoratori ma soprattutto, e qui insisto, l'abbassamento drammatico delle difese proletarie della capacità di comprensione e di reazione ai fatti.
Genova non avrebbe mai potuto succedere in quell'epoca e non perchè la polizia fosse più democratica, tuttaltro, ma perchè lavoratori e studenti in piazza allora facevano paura e le forze di repressione si guardavano bene dall'agire direttamente. Con ciò non intendo dire che non agissero. Sparavano ragazzi. Sparavano in piazza, sparavano poliziotti in borghese, sparavano in divisa, ma noi reagivamo e Bolzaneto l'avremmo liberata manu militari in mezz'ora. Senza scherzi. Avevano paura di un movimento rivoluzionario inarrestabile. Che realmente era nell'aria e attraversava trasversalmente tutta la società italiana. La frattura era evidente e verticale: di là la borghesia coi suoi giornali (Corriere e Stampa su tutti) e le sue forze di repressione, gli apparati, la Cia. Di qua noi, organizzati e per nulla remissivi. L'ottobre 80 alla Fiat fu l'inversione di tendenza, l'inizio della loro riscossa. E seppero lavorare con metodo: disinnescando le nostre lotte, impoverendoci culturalmente, dividendoci in mille rivoli, incarcerandoci a migliaia, rendendoci inoffensivi ed incapaci di organizzare persino una normalissima manifestazione come quella di Genova. Nella quale, mi spiace dirlo, migliaia di poveretti inermi con le mani bianche alzate, dai volti dipinti coi fiorellini e cantanti canzoni di pace affrontarono la peggior polizia del continente. E non seppero reagire perchè erano stati educati alla tolleranza, alla nonviolenza, alla democrazia, ai diritti inalienabili ed altre simili baggianate. Che non lo sono ovviamente, ma che lo diventano se propagandate dal regime.
Lo Stato non processa se stesso, questo è il messaggio di Brescia, di Milano, di Bologna. Mettiamocelo bene in mente ogni volta che vediamo qualcuno che va davanti ai soldati a mani alzate a chiedere rispetto e pietà.
Quelli capiscono solo una cosa credetemi.

Massimo Campus ha detto...

Io invece c'ero nel '74 e ricordo come ieri i funerali. Era il 31 maggio ed ero rientrato da appena un mese, non dico come, dal Cile, dopo aver assistito ad un golpe feroce, ai funerali di Allende e di dozzine d'altri innocenti massacrati ed aver combattuto sino ad ogni ragionevole possibilità Pinochet ed i suoi sgherri. Perciò ero preparato, diciamo così.
Trovai un'Italia prostrata ma non doma, dolente ma non remissiva. Ai funerali c'erano decine di migliaia di persone, bandiere rosse ovunque, operai e studenti, gente qualunque. La mano dei servizi segreti e della Cia - in Cile come in Italia - si intuiva prepotente dietro la strage, ed il popolo italiano, la sinistra parlamentare ed extra, non era per nulla disposto a fare la medesima fine del Cile.
Brescia era blindata da un gigantesco servizio d'ordine della Cgil, non si vedeva ombra di poliziotto se non sotto il palco delle autorità, tra cui spiccava il presidente della Repubblica Giovanni Leone, dimessosi in seguito a causa di un'inchiesta su tangenti ed intrallazzi su forniture militari. Si sapeva già molto della strategia della tensione e molti di noi in quegli anni non dormivano volentieri casa propria. Addirittura il Pci aveva una serie di residenze sicure a rotazione per i suoi dirigenti ed una struttura, ovviamente coperta, per l'espatrio di suoi quadri e responsabili in caso di golpe.
Brescia non fu la prima strage e nemmno l'ultima. Seguirono quelle sui treni e soprattutto quella del 2 agosto 80 a Bologna, la più grave di tutte.
Voglio dire con ciò che la democrazia, anche se borghese, si difende quotidianamente e non deve mai essere data per acquisita. Purtroppo i 25 anni seguenti videro il progressivo attacco e smantellamento delle conquiste dei lavoratori ma soprattutto, e qui insisto, l'abbassamento drammatico delle difese proletarie della capacità di comprensione e di reazione ai fatti.
Genova non avrebbe mai potuto succedere in quell'epoca e non perchè la polizia fosse più democratica, tuttaltro, ma perchè lavoratori e studenti in piazza allora facevano paura e le forze di repressione si guardavano bene dall'agire direttamente. Con ciò non intendo dire che non agissero. Sparavano ragazzi. Sparavano in piazza, sparavano poliziotti in borghese, sparavano in divisa, ma noi reagivamo e Bolzaneto l'avremmo liberata manu militari in mezz'ora. Senza scherzi. Avevano paura di un movimento rivoluzionario inarrestabile. Che realmente era nell'aria e attraversava trasversalmente tutta la società italiana. La frattura era evidente e verticale: di là la borghesia coi suoi giornali (Corriere e Stampa su tutti) e le sue forze di repressione, gli apparati, la Cia. Di qua noi, organizzati e per nulla remissivi. L'ottobre 80 alla Fiat fu l'inversione di tendenza, l'inizio della loro riscossa. E seppero lavorare con metodo: disinnescando le nostre lotte, impoverendoci culturalmente, dividendoci in mille rivoli, incarcerandoci a migliaia, rendendoci inoffensivi ed incapaci di organizzare persino una normalissima manifestazione come quella di Genova. Nella quale, mi spiace dirlo, migliaia di poveretti inermi con le mani bianche alzate, dai volti dipinti coi fiorellini e cantanti canzoni di pace affrontarono la peggior polizia del continente. E non seppero reagire perchè erano stati educati alla tolleranza, alla nonviolenza, alla democrazia, ai diritti inalienabili ed altre simili baggianate. Che non lo sono ovviamente, ma che lo diventano se propagandate dal regime.
Lo Stato non processa se stesso, questo è il messaggio di Brescia, di Milano, di Bologna. Mettiamocelo bene in mente ogni volta che vediamo qualcuno che va davanti ai soldati a mani alzate a chiedere rispetto e pietà.
Quelli capiscono solo una cosa credetemi.

Massimo Campus ha detto...

Questo Blogger è peggio di Splinder: o non pubblica il commento o lo pubblica due volte, eppure io ho digitato le paroline magiche giuste solo una volta, naturalmente, perchè tutte le altre volte mi diceva che erano sbagliate.....

Volevo aggiungere, a scanso di equivoci, che io non sono affatto favorevole alla violenza di piazza, che ritengo anzi spesso una scorciatoia che porta al baratro piuttosto che alla salvezza. In un noto romanzo di fantascienza, forse il più famoso di tutti, ovvero la trilogia stellare di Asimov, il protagonista del primo libro, Salvor Hardin afferma che la violenza è il rifugio degli incapaci. E come non dargli ragione? Ma ciò però non significa che ci si debba far bastonare perchè non si è capaci di affrontare la repressione e la violenza dello Stato. Diciamo che eiste una buona sorta di compromesso: mettere in campo la minima violenza necessaria per raggiungere lo scopo.
Certo se devi prendere il potere non è che puoi andare dal nemico coi fiori in mano, ma la truculenza, la ferocia ed il terrore lasciamoli al potere che vogliamo abbattere. Eliminati giocoforza i caporione, quelli che se non li elimi te li ritrovi ad organizzare la reazione dopo 6 mesi, per tutti gli altri basta il lavoro obbligatorio e qualche campo di rieducazione.
E' il concetto stesso di potere che dovremo riscrivere, altrimenti non andrà mai meglio. E laddove abbiamo preso il potere non siamo stati capaci di gestirlo in modo relmente e radicalmente diverso.

Un giorno, tanti anni fa, durante una manifestazione, un carabiniere simpatico ed intelligente, mi disse: "lottate, lottate pure. Che tanto poi, quando crederete di avere preso il potere, chi comanderà, a noi ci metterà sul berretto, al posto della fiamma, una bella stella rossa e noi vi bastoneremo come prima"......
Un pò anarchica ma veritiera, credetemi. Dobbiamo evitare che succeda di nuovo quella cosa lì.

brunaccio ha detto...

Ilic.

Ovviamente io negli anni '70 non c'ero, ma, basandomi sulle minime conoscenze in materia, non so se nemmeno allora sarebbe stata possibile la rivoluzione.
Ti sottopongo le mie minime riflessioni, in modo che tu possa, quando avrai tempo, darmi (e credo darci) un chiarimento.


I miei dubbi vertono su due questioni
1) La guerra fredda, gli Usa e Stay behind che sarebbero significate un attacco frontale e violentissimo all'Italia da parte degli Usa e dei suoi manutengoli.
2) La lontananza delle classi lavoratrici dal cuore del movimento. Il Pci era un partito di massa e riformista e la pubblicità contraria al movimento del Pci oltre ai piani di intervento e miglioramento delle condizioni operaie (riforma sanitaria, edilizia pubblica ecc..) rendevano molto difficili due delle tre condizioni di possibilità rivoluzionaria secondo la condivisibile riflessione di Lenin (la forbice economica larga e la restrizione totale degli spazi democratici.
Per quanto riguarda la terza (il passaggio della polizia e delle forze armate o almeno di una loro parte consistente nei rivoluzionari), se la leva obbligatoria rendeva i militari meno pericolosi di oggi, polizia e carabinieri hanno sempre mantenuto una forte cultura fascista, a causa delle mancate epurazioni del dopoguerra.

Al di là di questi dubbi, certamente non c'era mai stato in Italia (o perlomeno escludendo gli anni precedenti al fascismo) un movimento così avanzato, questo è certo e per il resto concordo appieno: decisa, perchè inevitabile, repressione delle forze realmente controrivoluzionarie e abbandono dell'inveterata categoria del tradimento (di cui dovremmo ormai liberarci) nella dialettica rivoluzionaria con chi avanza dubbi senza essere reazionario. Ovvio che sono discorsi puramente accademici perchè poi il livello della dittatura interna rivoluzionaria dipende spesso dalla durezza della controrivoluzione, ma credo che le condizioni di possibilità odierne, se mai si darà qualcosa, sarebbero molto diverse dall'accerchiamento capitalista verso l'Urss perchè stavolta la lotta si darebbe finalmente all'interno del capitalismo occidentale stesso e non in una dimensione di Stati o di blocchi contrapposti.
Ma c'è anche la fortissima possibilità contraria: scenario di barbarie, miseria e guerre...cosa che avverrà se continueremo a subire passivamente l'attacco del capitale finanziario il quale ormai governa direttamente il Paese nella figura dell'advisor Goldman Sachs Mario Monti.

brunaccio ha detto...

Ho avuto una lunga conversazione con Ilic.
Aveva scritto un lungo ed articolato commento in merito ma blogspot se lo è mangiato.
Ora non ha tempo nè voglia di riscriverlo, ma credo che in qualche modo i punti salienti del suo ragionamento vadano toccati.
Sperando di avere tempo e di avere bene afferrato i concetti, vedrò, se lui non riesce, di evidenziarne domani i punti salienti.

Certo, tra noi possiamo parlarne a voce, e anzi sarebbe interessante organizzare prima o poi una conferenza sugli anni '70, ma credo che vada scritto qualcosa a beneficio di qualsiasi lettore x che passi per questo blog.

brunaccio ha detto...

Vi dico in estrema sintesi la posizione di Ilic.

LE FORZE ARMATE.
La Cia avrebbe forse voluto il golpe, ma esso non si è dato per l'esercito di leva che rappresentava le posizioni delle masse popolari (c'erano molti comunisti fin nei parà, come testimonia l'incidente dell'elicottero in cui quasi tutti i morti parà erano iscritti al Pci) e che dunque era contrario a questo golpe, così come lo sarebbe stata gran parte della popolazione. Di qui le stragi anzichè una soluzione alla cilena o all'argentina

LE ALTRE DUE CONDIZIONI.
Qui Ilic mi da ragione, ma aggiunge anche che la gran parte del movimento ne era discretamente conscio e si batteva per migliorare in senso radicale le condizioni delle masse.
L'eccezione fu l'ideologia brigatista che sperava di colpire le contraddizoni del sistema annullando la facciata democratica e portandolo ad uno spostamento antidemocratico così da favorire la rivoluzione, errori teorici netti in senso leninista.

Un'ultima riflessione sua: se in Italia manca un partito di sinistra riformista è anche per il ruolo stratgegico dell'Italia nella geopolitica della guerra fredda, dove ci fu sempre una tensione enorme tra la Dc, filoamericana, e il Pci, visto come emissario da Mosca anche dopo lo strappo teorico di Berlinguer.
Una sorta di confine interno che spaccava in due la società e che ha impedito la normale dialettica che si è data nei Paesi non di ocnfine e di cui ancora oggi si sentono gli effetti (pensiamo alla campagna anticomunista stile anni'50 con cui Berlusconi costruì il suo consenso).