da http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7253/
Secondo un sondaggio delle Associazioni cristiane dei lavoratori, un terzo degli italiani pensa che con le riforme non usciremo dalla crisi e che è necessaria una "rivoluzione"
Preoccupanti i dati del sondaggio commissionato a Ipr Marketing dalle Acli, le Associazioni cristiane dei lavoratori alla vigilia del loro 24esimo congresso nazionale. Secondo un terzo degli italiani, infatti, per uscire dalla crisi è necessario fare la rivoluzione. Che detta così suona anche bene. Peccato che le "rivoluzioni" possano anche essere di stampo conservatore e neo fascista. Dunque a tutti gli effetti si tratta di una notizia preoccupante che segna ancora una volta il distacco e la sfiducia degli italiani nei confronti dell'attuale assetto politico.
I motivi di una tale sfiducia d'altronde vengono raccontati nello stesso sondaggio, laddove rivela che una spesa imprevista di 100 euro manderebbe in crisi il bilancio familiare per sei italiani su 10; piu' preoccupati sono i cittadini del Sud, le donne e i giovani. Quasi la meta' degli intervistati (47,5%) ha iniziato a percepire in concreto nella vita quotidiana gli effetti della crisi economica tra il 2010 e il 2011; il 14,8% era gia' in una situazione di sofferenza economica prima del 2008. La grande maggioranza degli italiani (72,4%) non riesce a leggere in questa crisi un'occasione di progresso o cambiamento.
E le soluzioni? A leggere i risultati sembra piuttosto poter intravedere in filigrana di cosa abbiano "fame" gli italiani: equità, interesse generale, etica, competenze. Cioè: normalità. Per uscire dalla crisi, infatti, secondo gli italiani non si puo' non puntare su una maggiore equita' (24,9%) e moralita' generale (22,8%) da un lato e dall'altro occorre far leva sulla competenza (18,5%) delle classi dirigenti e sull'innovazione (12,7%). La richiesta di una maggiore equita' sociale emerge anche in relazione all'opinione degli italiani su chi deve pagare la crisi: il 74,8% infatti ritiene che siano i cittadini piu' facoltosi a dover sopportare il carico maggiore della crisi.
Il sondaggio delle acli cerca anche di tracciare il profilo della eprsona che potrebbe tirarci fuori dalla crisi, del "principe illuminato" che in molti aspettano (e che sembrava avere le sembianze di MArio Monti,a nche se l'attuale premier italiano sta perdendo consensi). Buone notizie: gli italiani non danno improtanza ad argomenti su cui pure siamo abituati a litigare molto. Donna o uomo, è uguale, cattolico o no, è uguale, sposato ono, è uguale. Deve eprò essere giovane (53%) e con competenze professionali all'altezza delle sfide attuali, laureato (49%), se necessario docente universitario (37%).
E su cosa bisogna puntare? Gli intervistati pensanoc he prima bisogna avee un occhio alle famiglie (il vero welfare) e solo dopo ai conti dello Stato. La maggioranza (50,9%) è ancora sulla starda riformista e pensa che gli interventi debbano essere graduali e condivisi ma anche impopolari. Ma, appunto, si tratta solo di poco più del 50%. Quasi un terzo del campione (32,%), infatti, vede la ''rivoluzione'' come unico mezzo per trasformare l'Italia. E poi c'è quel 17,2% degli intervistati - mica pochi - che pensa che ''questo Paese non cambiera' mai''.
Per il presidente delle Acli, Andrea Olivero, "il Paese ha bisogno di ripartire ricostruendo il rapporto di fiducia con i cittadini e rianimando il sentimento di speranza, offrendo un modello e un progetto credibile di sviluppo. Il risanamento dei conti non basta. Gli italiani mostrano di aver ben chiare le priorita': lavoro, giustizia e onesta'. La strada da percorrere e' quella delle riforme, per cambiare in meglio questo Paese, senza lasciare altro pericoloso spazio ad astensionismo e antipolitica".
Secondo un sondaggio delle Associazioni cristiane dei lavoratori, un terzo degli italiani pensa che con le riforme non usciremo dalla crisi e che è necessaria una "rivoluzione"

I motivi di una tale sfiducia d'altronde vengono raccontati nello stesso sondaggio, laddove rivela che una spesa imprevista di 100 euro manderebbe in crisi il bilancio familiare per sei italiani su 10; piu' preoccupati sono i cittadini del Sud, le donne e i giovani. Quasi la meta' degli intervistati (47,5%) ha iniziato a percepire in concreto nella vita quotidiana gli effetti della crisi economica tra il 2010 e il 2011; il 14,8% era gia' in una situazione di sofferenza economica prima del 2008. La grande maggioranza degli italiani (72,4%) non riesce a leggere in questa crisi un'occasione di progresso o cambiamento.
E le soluzioni? A leggere i risultati sembra piuttosto poter intravedere in filigrana di cosa abbiano "fame" gli italiani: equità, interesse generale, etica, competenze. Cioè: normalità. Per uscire dalla crisi, infatti, secondo gli italiani non si puo' non puntare su una maggiore equita' (24,9%) e moralita' generale (22,8%) da un lato e dall'altro occorre far leva sulla competenza (18,5%) delle classi dirigenti e sull'innovazione (12,7%). La richiesta di una maggiore equita' sociale emerge anche in relazione all'opinione degli italiani su chi deve pagare la crisi: il 74,8% infatti ritiene che siano i cittadini piu' facoltosi a dover sopportare il carico maggiore della crisi.
Il sondaggio delle acli cerca anche di tracciare il profilo della eprsona che potrebbe tirarci fuori dalla crisi, del "principe illuminato" che in molti aspettano (e che sembrava avere le sembianze di MArio Monti,a nche se l'attuale premier italiano sta perdendo consensi). Buone notizie: gli italiani non danno improtanza ad argomenti su cui pure siamo abituati a litigare molto. Donna o uomo, è uguale, cattolico o no, è uguale, sposato ono, è uguale. Deve eprò essere giovane (53%) e con competenze professionali all'altezza delle sfide attuali, laureato (49%), se necessario docente universitario (37%).
E su cosa bisogna puntare? Gli intervistati pensanoc he prima bisogna avee un occhio alle famiglie (il vero welfare) e solo dopo ai conti dello Stato. La maggioranza (50,9%) è ancora sulla starda riformista e pensa che gli interventi debbano essere graduali e condivisi ma anche impopolari. Ma, appunto, si tratta solo di poco più del 50%. Quasi un terzo del campione (32,%), infatti, vede la ''rivoluzione'' come unico mezzo per trasformare l'Italia. E poi c'è quel 17,2% degli intervistati - mica pochi - che pensa che ''questo Paese non cambiera' mai''.
Per il presidente delle Acli, Andrea Olivero, "il Paese ha bisogno di ripartire ricostruendo il rapporto di fiducia con i cittadini e rianimando il sentimento di speranza, offrendo un modello e un progetto credibile di sviluppo. Il risanamento dei conti non basta. Gli italiani mostrano di aver ben chiare le priorita': lavoro, giustizia e onesta'. La strada da percorrere e' quella delle riforme, per cambiare in meglio questo Paese, senza lasciare altro pericoloso spazio ad astensionismo e antipolitica".
8 commenti:
SONO BRUNACCIO.
Oibò...anche le Acli sono infiltrate da pericolosi comunisti?!
la sondaggistica è 'na malattia dei nostri tempi, a me non fa ribollir le vene, anzi..comunque quel 32%rivoluzionario già me l'immagino...gente da "forconi", dove dentro ci può finir di tutto, o da grillo, un vero rivoluzionario de noantri. Ma quelli che mi fanno più imbestialire sono quel 17% di impavidi che "tanto non cambia nulla", e non so se perchè penso che possano aver ragione..azzz (djordji)
Dipende dal tipo di rivoluzione, naturalmente....
Con quella che dico io cambierebbe tutto eccome...
Una rivoluzione di tipo conservatore o neofascista non è una rivoluzione, visto che dal punto di vista economico si rimarrebbe nel capitalismo; è un ricambio di classe dirigente o al limite di forma stato ma non una rivoluzione.
Discordo anche io con l'inizio dell'articolo, che non è delle ACLI ma del Manifesto stesso, cosa anche più grave perchè se mi posso aspettare uno sfondone simile da un cattolico riformista non posso aspettarmelo da un giornale 'comunista'.
il mio sondaggio lo effettuo ogni giorno che vado al lavoro..i più inkazzati sono i più anziani...molti mi dicono che non intendono pagare l'IMU aggiungendo: tanto cosa vuole che mi facciano, non ho niente e a 80 anni in galera nn mi ci mettono...poi concludono: lei cosa ne pensa, sbaglio???
purtroppo tutti questi discorsi temo rimarranno solo discorsi perchè non c'è nessun vero progetto che possa canalizzare tutta questa inkazzatura, che secondo me è ancora troppo poca..
massimino
una critica se possibile e se mi posso permettere vorrei rivolgerla a chi pensa ancora di essere comunista...perchè non è facile essere comunisti oggi...sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa dirlo più.E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano, condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un po' meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Nessuno di noi ha dato una mappa e una topografia approfondita e comune per un progetto possibile e condivisibile oggi; molte cose sono camiate.Quasi tutte. Ma non ne abbiamo tratto ed esplicitato le conseguenze...si è lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni si è messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l'irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale. Forse che quel che vogliamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche nei nostri pensieri nei nostri progetti nelle nostre dimostrazioni nelle nostre manifestazioni. siamo molto stanchi tutti quanti siamo consapevoli che per il momento le cose non cambieranno perchè molti vogliono questo mondo e non pensano a cambiarlo... insisto perché nel chiedere solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la storia sia finita e che "io speriamo che me la cavo" sia divenato il solo slogan veramente popolare?
Il vero slogan che contraddistingue da secoli l'italiano medio è purtroppo "chiagne e futte", col quale com'è noto si galleggia ma non si cambia il mondo.
Per me la contraddizione capitale-lavoro rimane insanabile, lo sappiamo noi ma lo sanno anche i padroni che difatti hanno saputo lavorare con capacità e metodo.
Sapete cos'è che non ha funzionato? la sottovalutazione della gigantesca forza di fascinazione che ha il sistema mercantile delle merci. E poi la nostra convinzione, probabilmente inadeguata all'epoca attuale, che le drammatiche condizioni di sfruttamento delle classi subalterne fossero il motore della rivoluzione sociale.
Un famoso sindacalista torinese, Pugno, l'aveva vista giusta e diceva rispetto alle giovani generazioni: " a forza di dire ai nostri figli di elevarsi socialmente, come se l'ascesa sociale fosse il toccasana taumaturgico per la condizione proletaria, li abbiamo ridotti ad un branco di incapaci. Incapaci a comprendere i reali processi sociali, proni davanti al feticcio delle merci, schiavi culturali inconsapevoli prima che fisici di questa società che li tratta come vero e proprio esercito di riserva per i propri fini".
Oggi, cari miei, non c'è bisogno qui in Occidente, di guerre. Basta un pò di televisione e di internet. Torno a ridirlo (storpiando un pò Klausewitz): la crisi economica non è che la prosecuzione della guerra con altri mezzi.
SONO BRUNACCIO.
Apro il blog solo ora, chè ho avuto un po' di impegni, e vedo che c'è un intervento molto interessante di un nuovo compagno sui motivi per cui non si è diventati maggioritari.
Devo dire che sono troppo giovane per aver partecipato al grande ciclo di lotte degli anni '60 e '70 ma la risposta di Ilic mi convince molto.
Certo, fascinazione verso la società dei consumi e ambizione alla scalata sociale dei propri figli hanno un legame netto, ma io vorrei soffermarmi sul secondo punto.
E' umanamente più che comprensibile che un proletario voglia un futuro migliore per i figli, che vuol dire affrancarsi da un lavoro usurante e mal pagato.
Tuttavia è proprio questa una delle molle che ha portato alla vittoria dell'ideologia borghese, che oggi permea di sè tutti gli aspetti compreso quella della lotta sociale.
Cosa intendo?
Gli indignados si indignano perchè la crisi impedisce loro di svolgere il lavoro qualificato per cui hanno studiato e si sono formati...insomma impedisce loro di essere quei borghesi del 'cognitariato' che vogliono essere.
Una protesta che non si cura di quei popoli che per il nostro benessere muoiono di fame, non hanno istruzione e molto spesso nè cibo nè acqua; questo, all'indignato non importa nè importerà mai...è il suo futuro da borghese piccolo piccolo che è quello che in fondo rimpiange.
Oggi che c'è la crisi senti anche la gente più insospettabile iniziare a dire che ci vuole la rivoluzione e proclami simili, ma questo lo dicono solo perchè il figlio ha poche possibilità di un futuro da lavoratore in banca o all'università e questo, cosa anche più grave, in cui il lavoro è un problema gigantesco anche per il proletariato, per cui fare le lagne perchè in un momento così non si trova il lavoro più consono è l'esempio massimo di penetrazione dell'ideologia borghese.
E, scommetteteci, se il capitale saprà far rientrare i problemi, e il quarto mondo continuerà allegramente a fare la fame, i propositi pseudorivoluzionari saranno accantonati e chi oggi è arrabbiato per il futuro del figliolo 'che ha tanto studiato ed è così intelligente' tornerà ad essere un riformista e un conformista, indifferente a chi continuerà a sputare sangue per il suo limbo di plastica e certezze un po' meschine.
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