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25 anni fa veniva ucciso Thomas Sankara, rivoluzionario africano
Il 15 ottobre 1987 - 25 anni fa veniva assassinato Thomas Sankara, rivoluzionario comunista e presidente del Burkina Faso.
CAPITAN FUTURO
Marinella Correggia (Il Manifesto)
Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale«Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che.
Come una parola d'ordine
Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987.
Sovranità alimentare nel Sahel
L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara).
Un presidente senza privilegi
Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».
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CRONOLOGIA DELL'UOMO INTEGRO
Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell'Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un'alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l'Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei "sankaristi" è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.
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1987-2012
Un viaggio in Renault 5
Dalle parole ai fatti e alla macroeconomia
Eugenio Lorenzano
Uomo e politico di grandi parole e fatti concreti, Thomas Sankara è stato forse il leader africano più carismatico del XX secolo. Stupisce l'efficacia politica e la concretezza con la quale riuscì a realizzare incredibili obiettivi in soli quattro anni e mezzo al potere (1983-87) in Burkina Faso. Il giovane capitano-presidente licenziò circa 10 mila dirigenti, funzionari, quadri e impiegati statali, retaggio clientelare del vecchio impero coloniale francese; con i soldi risparmiati fu capace in soli 8 mesi di costruire una ferrovia di comunicazione tra le due principali città del paese. Rilanciò alla grande l'artigianato tessile locale obbligando i nuovi impiegati statali assunti ad indossare esclusivamente abiti in cotone naturale di produzione nazionale, proibendo l'utilizzo e l'importazione di quello acrilico. Emancipò le donne ed i bambini burkinabè con la realizzazione di progetti di alfabetizzazione rurale e costruzione di scuole rispettose dello stile, degli usi e tradizioni del Sahel. Inorgoglì i suoi connazionali istituendo il più bel festival folklorico, musicale, artistico e cinematografico del continente. Con l'aiuto di pochi tecnici e medici cubani riuscì a portare ausilio medico, infermieristico sinanche nei villaggi più sperduti del paese e soprattutto riuscì ad incrementare la superfice arativa del paese del 40 %, di quel territorio semidesertico chiamato Sahel. Irrise senza cattiveria, ma anzi con ironia ed autoironia gli osservatori europei ai vertici dei paesi dell'Oua, l'organizzazione dei paesi africani, dove si discuteva sul debito dei paesi del terzo mondo verso quelli più ricchi. Conseguì la sua più grande vittoria proprio dove nessuno se l'aspettava: in macroeconomia... Infatti dimezzò letteralmente la povertà del suo paese in meno di un lustro, portandolo dal 143˚ al 78˚ posto. Lui cristiano, richiamò le alte sfere delle religioni monoteistiche a un maggior rispetto delle religioni ancestrali burkinabè ed africane in generale. Con integerrima onestà intellettuale, da marxista eterodosso e gramsciano convinto si distaccò dallo sterile carro dello statalismo sovietico e dei paesi dell'est. Pochi giorni prima di essere assassinato ricordò in un memorabile discorso all'Onu il suo idolo e punto di riferimento: Ernesto Che Guevara. Riuscì in quel famoso discorso addirittura ad essere profeta del suo imminente destino e del suo incombente assassinio da parte del suo migliore (si fa per dire) amico Blaise Camporè, attuale presidente del Burkina Faso. Viveva in una semplice casa di Ougadougou di tre vani ed accessori con moglie e figli. Dopo aver venduto tutte le auto blu dello stato per invece costruire due ospedali, si vide obbligato ad utilizzare una Renault 5 presidenziale, ovvero una delle sole 4 utilitarie gemelle del parco macchine nazionale. Si decurtò lo stipendio del 500% abbasandolo sino a 200 dollari mensili, imponendo col suo esempio il tetto massimo per qualsiasi salario statale. Suonava la chitarra nelle sue frequenti visite nei villaggi rurali più remoti. Riuscì anche qualche volta a rimanere senza soldi in tasca, tanto da farseli prestare dalle sue guardie del corpo. Ma più di ogni cosa Thomas Sankara riuscì a trasmettere a tutti i suoi connazionali l'entusiasmo per un cambiamento, per una rivoluzione pacifica, filantropica ed umanista. Insomma l'esperimento di Thomas Sankara e dei burkinabè divenne un "cattivo esempio" per i paesi limitrofi, tanto da riuscire a far alleare i servizi segreti statunitensi, francesi e libici al fine di assassinarlo.
Vedi anche
Thomas Sankara e la lotta per il non pagamento del debito
CRONOLOGIA DELL'UOMO INTEGRO
Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell'Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un'alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l'Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei "sankaristi" è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.
LA RIVOLUZIONE DEL BURKINA FASO, UN DISCORSO DA RIPASSARE A MEMORIA
25 anni fa veniva ucciso Thomas Sankara, rivoluzionario africano
Il 15 ottobre 1987 - 25 anni fa veniva assassinato Thomas Sankara, rivoluzionario comunista e presidente del Burkina Faso.
CAPITAN FUTURO
Marinella Correggia (Il Manifesto)
Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale«Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che.
Come una parola d'ordine
Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987.
Sovranità alimentare nel Sahel
L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara).
Un presidente senza privilegi
Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».
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CRONOLOGIA DELL'UOMO INTEGRO
Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell'Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un'alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l'Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei "sankaristi" è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.
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1987-2012
Un viaggio in Renault 5
Dalle parole ai fatti e alla macroeconomia
Eugenio Lorenzano
Uomo e politico di grandi parole e fatti concreti, Thomas Sankara è stato forse il leader africano più carismatico del XX secolo. Stupisce l'efficacia politica e la concretezza con la quale riuscì a realizzare incredibili obiettivi in soli quattro anni e mezzo al potere (1983-87) in Burkina Faso. Il giovane capitano-presidente licenziò circa 10 mila dirigenti, funzionari, quadri e impiegati statali, retaggio clientelare del vecchio impero coloniale francese; con i soldi risparmiati fu capace in soli 8 mesi di costruire una ferrovia di comunicazione tra le due principali città del paese. Rilanciò alla grande l'artigianato tessile locale obbligando i nuovi impiegati statali assunti ad indossare esclusivamente abiti in cotone naturale di produzione nazionale, proibendo l'utilizzo e l'importazione di quello acrilico. Emancipò le donne ed i bambini burkinabè con la realizzazione di progetti di alfabetizzazione rurale e costruzione di scuole rispettose dello stile, degli usi e tradizioni del Sahel. Inorgoglì i suoi connazionali istituendo il più bel festival folklorico, musicale, artistico e cinematografico del continente. Con l'aiuto di pochi tecnici e medici cubani riuscì a portare ausilio medico, infermieristico sinanche nei villaggi più sperduti del paese e soprattutto riuscì ad incrementare la superfice arativa del paese del 40 %, di quel territorio semidesertico chiamato Sahel. Irrise senza cattiveria, ma anzi con ironia ed autoironia gli osservatori europei ai vertici dei paesi dell'Oua, l'organizzazione dei paesi africani, dove si discuteva sul debito dei paesi del terzo mondo verso quelli più ricchi. Conseguì la sua più grande vittoria proprio dove nessuno se l'aspettava: in macroeconomia... Infatti dimezzò letteralmente la povertà del suo paese in meno di un lustro, portandolo dal 143˚ al 78˚ posto. Lui cristiano, richiamò le alte sfere delle religioni monoteistiche a un maggior rispetto delle religioni ancestrali burkinabè ed africane in generale. Con integerrima onestà intellettuale, da marxista eterodosso e gramsciano convinto si distaccò dallo sterile carro dello statalismo sovietico e dei paesi dell'est. Pochi giorni prima di essere assassinato ricordò in un memorabile discorso all'Onu il suo idolo e punto di riferimento: Ernesto Che Guevara. Riuscì in quel famoso discorso addirittura ad essere profeta del suo imminente destino e del suo incombente assassinio da parte del suo migliore (si fa per dire) amico Blaise Camporè, attuale presidente del Burkina Faso. Viveva in una semplice casa di Ougadougou di tre vani ed accessori con moglie e figli. Dopo aver venduto tutte le auto blu dello stato per invece costruire due ospedali, si vide obbligato ad utilizzare una Renault 5 presidenziale, ovvero una delle sole 4 utilitarie gemelle del parco macchine nazionale. Si decurtò lo stipendio del 500% abbasandolo sino a 200 dollari mensili, imponendo col suo esempio il tetto massimo per qualsiasi salario statale. Suonava la chitarra nelle sue frequenti visite nei villaggi rurali più remoti. Riuscì anche qualche volta a rimanere senza soldi in tasca, tanto da farseli prestare dalle sue guardie del corpo. Ma più di ogni cosa Thomas Sankara riuscì a trasmettere a tutti i suoi connazionali l'entusiasmo per un cambiamento, per una rivoluzione pacifica, filantropica ed umanista. Insomma l'esperimento di Thomas Sankara e dei burkinabè divenne un "cattivo esempio" per i paesi limitrofi, tanto da riuscire a far alleare i servizi segreti statunitensi, francesi e libici al fine di assassinarlo.
Vedi anche
Thomas Sankara e la lotta per il non pagamento del debito
CRONOLOGIA DELL'UOMO INTEGRO
Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell'Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un'alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l'Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei "sankaristi" è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.
LA RIVOLUZIONE DEL BURKINA FASO, UN DISCORSO DA RIPASSARE A MEMORIA

4 commenti:
Discorso di Ouadadougou 8 ottobre 1987
Stamane, in modo modesto e semplice, abbiamo aperto la mostra che cerca di riepilogare la vita e il lavoro del Che.
Vogliamo oggi dire al mondo che per noi Che Guevara non è morto, perché ovunque esistono luoghi in cui i popoli lottano per piu’ libertà, piu’ dignità, piu’ giustizia, piu’ libertà. Ovunque c’è chi lotta contro l’oppressione e il dominio, contro il colonialismo, il neocolonialismo e l’imperialismo e contro lo sfruttamento di classe.
Cari amici, uniamo le nostre voci a quelli che ovunque nel mondo ricordano il giorno in cui un uomo chiamato Guevara, con il cuore pieno di fede, inizio’ la lotta con altri uomini e accese cosi’ la scintilla che tanto ha disturbato le forze della prevaricazione e che ha illuminato una nuova era anche in Burkina-Faso, mettendo in moto una nuova realtà nel nostro paese.
Che Guevara fu tolto di mezzo dalle pallottole imperialistiche sotto il ceilo boliviano. Ma per noiChe Guevara non è morto.
Una delle belle frasi spesso ripetute dai rivoluzionari-dai grandi rivoluzionari cubani è quella ripetuta da Fidel Castro, l’amico del Che, il suo compagno di lotta, suo fratello. La disse un giorno uno degli ufficiali del dittatore Batista che, benché parte di quell’esercito reazionario e oppressore, fu capace di stringere un’ alleanza con le forze che lottavano per il benessere del popolo cubano. I rivoluzionari che avevano appena tentato senza successo un assalto alla caserma del Moncada stavano per essere fucilati dai soldati di Batista. Nell’attimo cruciale, l’ufficiale disse semplicemente: “non sparate, le idee non si possono uccidere”.
E’ vero, le idee non si possono uccidere, le idee non muoiono. Ecco perché Che Guevara, incarnazione delle idee rivoluzionarie e del sacrificio di sé non è morto, e voi siete venuti qui oggi, e noi traiamo ispirazione da voi.
Che Guevara, argentino per nascita, ma cubano per l’impegno e il sangue che egli sparse per il popolo cubano, fu soprattutto cittadino del mondo libero-il mondo libero che insieme vogliamo costruire. Ecco perché Che Guevara è anche africano e burkinabè.
Il suo berretto con stella, che egli chiamava boina è conosciuta in tutta l’Africa e tutta l’Africa da nord a sud lo ricorda.
La gioventu’ senza paura-gioventu’ assettata della dignità, del coraggio, delle idee e della vitalità che egli simboleggia in Africa, si è ispirata a Che Guevars per bere alla sua fonte, quella fonte di vita che l’eredità rivoluzionaria del Che ha rappresentato per il mondo. Alcuni di coloro che ebbero l’opportunità e l’onore di essergli vicini, e che sono ancora in vita, sono qui fra noi oggi.
Il Che è burkinabè, perché partecipa alla nostra lotta; perché le sue idee ci ispirano e sono iscritte nel nostro discorso di orientamento politico; perché la sua stella è nella nostra bandiera; perché una parte del suo pensiero vive in ognuno di noi nella lotta che quotidianamente conduciamo.
Il Che era un uomo, ma un uomo che ha saputo educarci nell’idea che dobbiamo osare avere fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità. Il Che è fra noi.
E il Che, per noi, è prima di tutto la convinzione, la convinzione rivoluzionaria, la fede rivoluzionaria…la convinzione che la vittoria è nostra e che la lotta è l’unica nostra risorsa.
Il Che è anche compassione, compassione umana, generosità, sacrificio di sé, che facevano di lui non solo un argentino, un cubano, un combattente internazionalista, ma anche un uomo pieno di calore umano.
Il Che chiese molto a se stesso, con la severità di uno che ebbe la fortuna di nascere in un abbiente famiglia argentina-non abbiamo niente contro le famiglie argentine-ma seppe voltare le spalle a una strada facile e dire no alla tentazione mostrando di essere un uomo che fa causa comune con il popolo e con le sofferenze degli altri. Il carattere “severo” del Che è qualcosa che ci dovrebbe ispirare di piu’.
(...continua)
(...continua(
La convinzione, la compassione umana, il rigore verso se stesso-tutto ha fatto di lui il Che. E tutti coloro i quali sono capaci di combinare in se stessi tali qualità, anch’essi possono ritenersi dei Che, esseri umani fra gli esseri umani, rivoluzionari fra i rivoluzionari.
Queste fotografie cercano di ritrarre al meglio possibileuna parte della vita del Che. Malgrado la forza della loro espressione, esse non riescono a parlare del suo animo, la parte piu’ determinante dell’uomo. Le pallottole dell’imperialismo miravano molto piu’ allo spirito del Che che alla sua immagine. La sua fotografia è conosciuta in tutto il mondo, ma dobbiamo sforzarci di conoscerlo meglio.
Andiamogli piu’ vicino, ma non come ad adorare un Dio o l’immagine posta fuori e al di sopra dell’uomo; bensi’ piuttosto con il sentimento che ci avvicina a un fratello che ci parla e a cui possiamo parlare. Altri rivoluzionari hanno trato ispirazione dallo spirito del Che e anch’essi sono diventati internazionalisti, anch’essi, con altri, hanno compreso come costruire la fede-nella lotta che cambia le cose – e come combattere l’imperialismo e il capitalismo.
E a te, compagno Camillo Guevara, non ci rivolgiamo come a un figlio orfano. Il Che è di tutti noi. E’ di tutti noi, in eredità a tutti i rivoluzionari. Non puoi sentirti solo e abbandonato, perché trovi in tutti noi dei fratelli e delle sorelle, amici e compagni. Sei come noi un cittadino del Burkina-Faso, perché hai seguito le orme del Che, del Che che è padre di tutti noi.
Ricordiamo quindi il Che semplicemente come questo eterno eroe romantico, di un eroismo giovane, fresco e vitale, e al tempo stesso ricordiamo la lucidità, la saggezza e la dedizione che solo esseri profondi e compassionevoli possono avere. Il Che era la giovinezza del diciassettenne e insieme la saggezza del settantasettenne. Questa combinazione piena di giudizio, dovrebbe essere sempre anche la nostra.
Grazie ai compagni cubani per lo sforzo di essere qui con noi. Grazie a quelli che hanno viaggiato per migliaia di chilometri e attraversato gli oceani per venire in Burkina-Faso a ricordare il Che. Grazie a quelli che con il loro contributo personale faranno in modo che questo giorno non sia una mera giornata di calendario, ma giorni, molti giorni, molti giorni per anni e secoli, durante i quali si griderà che lo spirito del Che è eterno. Compagni , esprimo la mia gioia nell’immortalare l’ideale di Che Guevara qui a Ouagadougou intitolando a lui questa strada.
Ogni volta che pensiamo al Che, cerchiamo di essere come lui, di fare vivere ancora quest’uomo, il combattente. E specialmente, ogni volta che cercheremo di agire come lui, con spirito di sacrificio, respingendo gli agi borghesi che tentano di alienarci, rifiutando il cammino facile, educandoci alla rigorosa disciplina della moralità rivoluzionaria, ogni volta che cercheremo di agire cosi, serviremo al meglio le idee del Che e le faremo rivivere.
Patria o morte, vinceremo!
Thomas Sankara.
SONO BRUNACCIO.
Thomas Sankara: un anticolonialista, un comunista, una persona enormemente morale.
Cercare di studiare personaggi come lui -grandi della Storia a noi quasi sempre ignoti perchè nessuna scuola ce li fa studiare- non è solo un'operazione didattica nè tantomeno un'operazione da museo.
Le lotte del terzo mondo degli ultimi trent'anni ci mostrano come il ricatto del debito, con conseguente cessione di sovranità in cambio di dilazioni, è l'attitudine base del neocolonialismo economico, successivo alla fine del colonialismo politico.
E' una cosa che dobbiamo capire, perchè altrimenti non capiamo che il problema del debito con cui tanto ci angustiano e che sembra un problema 'naturale' anzichè indotto, è semplicemente l'approdo colonialista delle multinazionali (in una fase in cui lo Stato è 'liquido' per reintepretare Baumann) anche in Europa.
Un continuo avanzare distruggendo tessuti sociali, vite umane, ambiente e risorse che se non viene fermato arriverà a divorare i popoli, la Terra e dunque anche se stesso.
Questo è il problema dei problemi, stando anche attenti che quando i padroni del vapore -attraverso le forme politiche atlantiste- si mettono a sindacare sulla scarsa cura dei diritti umani di qualche Stato riottoso al loro ordine stanno già preparandosi ad attaccarlo, economicamente e/o militarmente.
SEMPRE BRUNACCIO
"Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. Il debito non è che neocolonialismo ed è controllato dall’imperialismo. Dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Se non paghiamo, i creditori non moriranno di certo. Ma se paghiamo, moriremo noi. Dobbiamo avere il coraggio di dire soltanto: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all’Africa” (Thomas Sankara)
« Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel... »
(Thomas Sankara)
I padroni non potevano lasciare vivo uno così.
Sulla seconda frase, da quando lavoro nei ristoranti, vedendo la quantità immane di cibo che avanza dai piatti dei clienti e che viene buttata, mi sono sempre presi i cinque minuti. Non che ci si possa fare qualcosa (difficile riciclare cibo avanzato dai piatti e riciclare è comunque difficile anche dai vassoio con le velocità di lavoro dei ristoranti) però è una scena che da il polso di quello che dice Sankara. Pensate a moltiplicare questo spreco per tutti i ristoranti, le case, i luoghi di festa dell'occidente intero e viene fuori qualcosa di allucinante. Non sto facendo, si badi bene,la morale a nessuno (fuorchè, al massimo, a me stesso); dico solo che è una delle spie di un mondo impazzito.
Aggiungo al discorso di ieri una piccola considerazione scaturita da una disucssione con Ilic.
Ho dtto che quello del debito è fenomeno che va avanti da circa trent'anni.
In verità, già la Rivoluzione Francese ebbe enormi problemi nella sua guerra contro le Potenze perchè non le facevano credito, così come il Granducato di Toscana si indebitò per fare le ferrovie e tentò di ribellarsi al diktat (si trattava di uno Stato illuminato, peraltro -se non ricordo male-uno dei pionieri nell'abolizione della pena di morte), pensiamo al debito della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, dell'URSS post rivoluzionaria, e altri fenomeniche si torvano a leggere nella Storia.
Oggi succede -questo è il fatto nuovo- che il debito e dunque il Mercato cerca di essere fatto introiettare come un fenomeno naturale o addirittura metafisico (mentre si tratta di un prodotto umano, e dunque culturale e non naturale per citare Marx), per cui, con la scusa del debito, del rimettere a posto i conti pubblici, ecc... vengono fatte passare le peggiori misure e, come ha candidamente detto Napolitano (cioè colui che dovrebbe essere il custode della stessa), quote di sovranità politica ed economica.
Una situazione, ripeto, decisamente analoga (ovviamente, cioè, proporzionata nelle differenze di partenza) a quella che è stata fatta, con forme di violenza infinitamente più brutale, nel Terzo e nel Quarto mondo che, però, vediamo l'ALBA ma anche la Kirchner, ha capito benissimo la truffa, probabilmente grazie anche all'influenza di gente come Sankara (o Biko o Guevara che li ispirò tutti o, andando indietro, di Bolivar o degli Stati Uniti d'Africa teorizzati da Selassie, che pur essendo ben lontano da essere un compagno era comunque un panafricanista, uno dei primi) che loro spesso conoscono molto meglio di noi per ovvi motivi di diversità geografica, culturale, e di rapporti con l'Occidente.
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