da http://www.militant-blog.org/?p=7955
Sabato c’è stato un bellissimo corteo romano in solidarietà col popolo palestinese, per l’ennesima volta attaccato mortalmente da Israele. Il presidio di Montecitorio ha avuto la capacità e la forza di trasformarsi in corteo, anche perché inaspettatamente il numero dei partecipanti è costantemente salito, fino a raggiungere le 500/800 persone. Un corteo conquistato con la determinazione, che si è spostato da Montecitorio fino al Colosseo, bloccando via del corso e piazza Venezia. Insomma, viste le premesse e l’assenza di qualsiasi mobilitazione su questioni internazionali, un fatto significativo. Una risposta più che dignitosa ai bombardamenti israeliani, difesi e addirittura giustificati ideologicamente da tutto quel mondo filo sionista di sinistra che produce più danni che le vere bombe al fosforo sganciate su Gaza. Pensiamo a quel mondo della cultura, formalmente schierato a sinistra, ma che in realtà è la patina riformista che ogni volta giustifica i peggiori crimini dello stato israeliano. Amos Oz, ad esempio, che proprio ieri ci spiegava, dalle colonne del Corriere della Sera, come il suo essere di sinistra non gli impediva di prendere posizione a fianco di Netanyahu, perché questa guerra è voluta dai palestinesi stessi e da Hamas in particolare. Insomma, la solita favola sionista di un popolo israeliano che vorrebbe solo vivere in pace e che purtroppo è costantemente sotto attacco dei palestinesi. La solita favola riportata su tutti i media, terrorizzati dal razzetto caduto fuori Gerusalemme ma silenti sui cinquanta e più morti palestinesi di questi sei giorni di guerra.
Detto questo, nonostante la mobilitazione riuscita, anche sabato è emerso in maniera lampante uno dei problemi, secondo noi centrali, del movimento italiano. L’assenza cioè di ogni forma di internazionalismo e di unione fra lotte differenti che ci caratterizza. La capacità, cioè, di capire che tutte le lotte vanno nella stessa direzione e si rafforzano l’una con l’altra. Nonostante un periodo di mobilitazioni frequenti; nonostante la vicinanza di un’università, la Sapienza, in lotta e con le facoltà occupate; nonostante il grande corteo di mercoledì ancora fresco di memoria, ieri il movimento palestinese a Roma era solo. Molti compagni, ma i soliti (stoici) che si occupano della causa palestinese. Nessuno studente, nessun sindacato di base (a parte i compagni dell’USB che si occupano anche della causa palestinese), nessun movimento organizzato che ha ritenuto importante esserci, solidarizzare attivamente e in maniera militante con la manifestazione e col popolo palestinese. Un bellissimo corteo, che però poteva essere ancora più grande, ancora più creativo, ancora più radicale, se solo ci fosse stato questo benedetto collegamento fra lotte che continua costantemente a mancare.
Senza scomodare Giovanni Ardizzone, Piero Bruno e i molti altri compagni che per la causa internazionalista hanno trovato la morte, non possiamo fare a meno di tornare con la mente ad anni in cui anche la più piccola e insignificante lotta in giro per il mondo era appoggiata dai movimenti del nostro paese. In fondo, era sabato; in fondo, era sera, le 18.00, un orario che avrebbe consentito la mobilitazione a chiunque. Eppure, mai come ieri si è capito che i sindacati si muovono solo su dinamiche sindacali; gli studenti solo in dinamiche studentesche; i partiti solo quando ci sono telecamere al seguito; le altre varie organizzazioni politiche, solo quando viene toccato il proprio campo d’azione.
La generalizzazione delle lotte rimane l’obiettivo da raggiungere, quella generalizzazione che dovrebbe portare i compagni a connettere tutti i mille rivoli della lotta di classe, dal lavoro al diritto allo studio, dall’internazionalismo alla lotta per la casa, dalle vertenze sindacali alle lotte ambientali. Perché tutte le lotte sono la stessa lotta.

Detto questo, nonostante la mobilitazione riuscita, anche sabato è emerso in maniera lampante uno dei problemi, secondo noi centrali, del movimento italiano. L’assenza cioè di ogni forma di internazionalismo e di unione fra lotte differenti che ci caratterizza. La capacità, cioè, di capire che tutte le lotte vanno nella stessa direzione e si rafforzano l’una con l’altra. Nonostante un periodo di mobilitazioni frequenti; nonostante la vicinanza di un’università, la Sapienza, in lotta e con le facoltà occupate; nonostante il grande corteo di mercoledì ancora fresco di memoria, ieri il movimento palestinese a Roma era solo. Molti compagni, ma i soliti (stoici) che si occupano della causa palestinese. Nessuno studente, nessun sindacato di base (a parte i compagni dell’USB che si occupano anche della causa palestinese), nessun movimento organizzato che ha ritenuto importante esserci, solidarizzare attivamente e in maniera militante con la manifestazione e col popolo palestinese. Un bellissimo corteo, che però poteva essere ancora più grande, ancora più creativo, ancora più radicale, se solo ci fosse stato questo benedetto collegamento fra lotte che continua costantemente a mancare.
Senza scomodare Giovanni Ardizzone, Piero Bruno e i molti altri compagni che per la causa internazionalista hanno trovato la morte, non possiamo fare a meno di tornare con la mente ad anni in cui anche la più piccola e insignificante lotta in giro per il mondo era appoggiata dai movimenti del nostro paese. In fondo, era sabato; in fondo, era sera, le 18.00, un orario che avrebbe consentito la mobilitazione a chiunque. Eppure, mai come ieri si è capito che i sindacati si muovono solo su dinamiche sindacali; gli studenti solo in dinamiche studentesche; i partiti solo quando ci sono telecamere al seguito; le altre varie organizzazioni politiche, solo quando viene toccato il proprio campo d’azione.
La generalizzazione delle lotte rimane l’obiettivo da raggiungere, quella generalizzazione che dovrebbe portare i compagni a connettere tutti i mille rivoli della lotta di classe, dal lavoro al diritto allo studio, dall’internazionalismo alla lotta per la casa, dalle vertenze sindacali alle lotte ambientali. Perché tutte le lotte sono la stessa lotta.
5 commenti:
SONO BRUNACCIO.
Io credo che in ambito di movimenti manchi una seria analisi del quadro internazionale.
Ultimamente si è spesso finiti per accettare il clichè democrazia versus dittatura, che come tutti i concetti astratti calati di peso nella concretezza materiale è uno pseudoargomento, perchè le democrazie imperialiste costituiscono esse per prime dittature per i Paesi poveri (dal debito alle armi).
E così si è sbagliata l'analisi delle primavere araba, si è accettata tranquillamente l'aggressione alla Libia, stiamo sbagliando sottovalutando il discorso Siria (o leggendolo con le stesse lenti deformanti con cui si è letta la Libia), e la stessa questione Gaza viene letta più con spirito filantropico che in un'ottica di guerra internazionale alle risorse. Gaza dovrebbe essere studiata meglio, anche in rapporto atlantismo-brics, e si vede già come essa sia un grimaldello verso l'Iran e la Siria, basta legggere le ultime dichiarazioni.
Se il quadro è come lo vedo io, è normale che non ci sia solidarietà internazionale, ma anche che non ci sia una connessione tra le lotte nazionali, perchè dove non si capisce che la fase va letta complessivamente e non sui singoli problemi non si va da nessuna parte.
..daccordissimo! però la domanda è: quanto o cosa dovremmo ancora aspettare per capire questa cosa?? ki prenderà l'iniziativa??
massimino
SONO BRUNACCIO.
Il problema credo che riguardi il modo con cui sono strutturati i movimenti, e dunque dipende dai militanti stessi e magari dal fatto di dover aspettare che escano di scena i vari leaders storici vecchi aspettando le nuove generazioni che sappiano lasciare alle spalla settarismi, dissapori e dispetti che, come accade soprattutto in talune città, paralizzano tutto.
Sicuramente non siamo noi tre o quattro che possiamo farlo, è un problema di leadership e solo dopo di formazione pratica e teorica dei militanti su scala nazionale ed addirittura forse europea.
Per quel che riguarda l'Italia, credo che il primo passo per andare dal movimento all'organizzazione sia eliminare le leadership storiche e spesso ormai talvolta ormai puramente referenziali, che campano proprio sull'assemblearismo che è il contrario della democrazia, perchè nell'assemblearismo vince sempre il più carismatico e il più allenato a tirarla alla lunga.
Da lì in poi potrà nascere davvero una fase costituente, di cui talvolta si sproloquia sin troppo, e solo da quel punto in poi si potrà cominciare a ragionare di dirigenti eletti e revocati, di strutture, di commisiioni incaricate delle varie forme di analisi e della coordinazione tra esse e via dicendo.
Il fatto che noi ce ne sianmo accorti non vuol però dire che abbiamo la forza di determinare la realtà.
hola brunaccio!
non sono così sicuro che quello che tu citi sia il problema dirimente, tuttavia concordo con quanto tu dici. Se le cose stanno così, basterebbe fare una prova, no??!!
massimino
SONO BRUNACCIO.
Ciao Massi.
Nemmeno io sono così sicuro, ma sono ragionevolmente persuaso che perlomeno sia una concausa o comunque un dato su cui riflettere.
Sul fare una prova...il fatto non riguarda certo la nostra città, dove abbiamo un livello di coesione e di amicizia enorme -che molti altre realtà notano e, in senso buono ci invidiano,- e non c'è alcun problema in questo senso, nè di Precari United, che è una realtà in sè talmente esigua da non poter riprodurre queste contraddizioni o per incidere all'esterno, ma tutto il discorso dell'arcipelago nazionale e delle mille rivalità interne che spesso impediscono un lavoro unitario.
Ecco perchè dico che, difficilmente, noi qua, intesi come persone singole, possiamo far poco se non discuterne coi compagni, cosa che io personalmente faccio spesso, forse anche troppo spesso.
Ovvio che non entro nei dettagli dell'argomento, perchè si sta comunque parlando in pubblico di politica ed elencare in pubblico nomi, città e rivalità interne non sia di alcun interesse per una crescita politica e un dibattito tematico.
Ecco perchè sto così abbottonato nelle mie considerazioni! :-)
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