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martedì 20 novembre 2012

QUANDO IL DENARO CREA POVERTA'. IL FMI.

da http://www.you-ng.it/blog/4030-quando-il-denaro-crea-povert%C3%A0-la-verit%C3%A0-sul-fondo-monetario.html
 
Il Fondo Monetario Internazionale nasce, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 a Bretton Woods con lo scopo di creare un “Nuovo Ordine Mondiale” che regolasse l’economia del pianeta limandone le discrepanze. Nelle sale del Mount Washington Hotel, abbracciato dai boschi del New Hampshire, si scontrarono le idee di Keynes, che voleva un fondo finalizzato ad attenuare gli effetti di eventuali fasi di recessione, e dello statunitense White, che spingeva per dare all’ente una struttura tipicamente bancaria che concedesse prestiti ai paesi che ne facessero richiesta, con relativi interessi.
A prevalere fu la seconda impostazione, dando al Fondo una struttura e un modus operandiche l’ha resa continuo bersaglio di critiche da parte di una parte significativa della comunità economica mondiale. Il Fondo, infatti, concede prestiti ai paesi a rischio d’insolvenza che ne fanno richiesta in cambio del rispetto dei cosiddetti Performance Criteria, cioè degli obblighi d’obiettivo macroeconomici come la riduzione dell’Inflazione o del rapporto tra PIL e debito pubblico. Fin qui non sembrerebbe esserci nulla di male dato che la finalità essenziale dei crediti concessi è proprio quella di sistemare i conti dei paesi richiedenti se non fosse che spesso tali parametri sorpassano priorità economiche di maggiore incidenza, trasformandosi in mere barriere burocratiche incapaci di conformarsi al mutare delle condizioni o al presentarsi di nuove esigenze più funzionali alla crescita del paese.
Nel 2000 su Le Monde Diplomatique, il premio Nobel Joseph Stiglitz, ex Capo Economista della Banca Mondiale, fu una delle voci più autoritarie a schierarsi contro il Fondo, denunciandolo di agire solo sulla base dei freddi dati stampati sulla carte sotto forma di numeri e curve statistiche, senza mai interessarsi di rinvenire o per lo meno indagare sulle reali condizioni di un paese, facendo dei disoccupati e dei crampi della fame niente di più che un simbolo algebrico.
In particolare l’economista si concentrò sul caso dell’Etiopia dove Meles Zenawi, subentrato ad un leader Marxista attraverso un golpe militare, stava cercando di risanare un’economia dove il reddito pro capite non superava i 110 $ annui e guerre e carestie non facevano che affondare il proprio peso sull’agonizzare del paese nel fango della povertà. Nel 1997 Meles stava lentamente riportando il paese verso una costante, benché lieve, crescita della produzione, diminuendo le spese militare e reinvestendo nei servizi ai cittadini. Il Fondo Monetario Internazionale, però, decise di interrompere i propri finanziamenti perché preoccupata del fatto che il paese fosse a rischio di deficit di bilancio. Il Fondo sosteneva che, poiché buona parte delle entrate del paese erano dovute ad aiuti esteri, il paese dovesse investire solo la liquidità coperta dalle entrate fiscali (tra l’altro molto basse) per non rischiare insolvenze nel caso in cui tali aiuti fossero stati interrotti e si riteneva preoccupata per il livello dell'inflazione, nonostante essa garantisse una riduzione del tasso di disoccupazione.
Secondo questa logica il paese avrebbe dovuto congelare ogni aiuto fornitogli, trasformando potenziali scuole e ospedali in depositi finalizzati unicamente a rassicurare al Fondo la restituzione del proprio credito, nonostante fossero stati elaborati piani che prevedessero depositi di sicurezza, dati i precedenti casi africani in cui tali eventualità si palesarono nell'effettivo. Oltre a ciò l’ente si scagliò contro la decisione di saldare un debito con una banca americana prima della sua scadenza, attingendo dai fondi del paese, andando quindi ben oltre le proprie competenze dirette e limitando di fatto la sovranità dell’Etiopia e facendo di dogmatismi aprioristici una priorità più impellente dei bisogni primari della popolazione. Inoltre il Fondo premette per la liberalizzazione del mercato azionario, nonostante le dimensioni speculative del paese fossero infime, costringendolo a competere con colossi Occidentali e gettandola, di fatto, nelle stesse sabbia mobili da cui da tempo affondavano tutte le realtà Africane che avevano già provato tale manovra, totalmente disomogena al contesto economico rurale e tutt'altro che competitivo.
Una questione simile si ebbe in Indonesia quando il Fondo entrò nel merito della produzione dei papaveri che, sì rappresentava un caso di baronaggio economico ma non rientrava in alcun modo negli equilibri e negli obiettivi imposti al paese per la restituzione del suo debito.
Il Fondo ora si sta occupando di elargire denaro ai paesi europei a magigor rischio default,Grecia in testa.
C’è da preoccuparsi, dati i precedenti?

1 commento:

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Ecco perchè non dobbiamo farci mai ingannare dalle favole 'sui conti a posto' e sui risanamenti.