IL MANIFESTO di sabato 29 dicembre annuncia, sotto il titolo “Miracolo di Natale” e con la firma “Il nuovo manifesto cooperativa editrice”, che il giornale non cesserà le pubblicazioni “nemmeno un giorno”. I commissari liquidatori hanno dato “in affitto” la testata alla nuova cooperativa costituita in questi ultimi giorni. Come il passaggio dalla vecchia alla nuova cooperativa sia avvenuto lo racconta – dal suo punto di vista – Tiziana Ferri, dipendente della vecchia cooperativa. Qui sotto pubblichiamo sia il testo pubblicato sul giornale che il racconto di Tiziana: ognuno si farà la sua impressione.Quel che la nuova cooperativa non dice è cosa accadrà all’”affitto” della testata quando i liquidatori decideranno quale, delle tre offerte che a quanto pare hanno ricevuto da potenziali compratori della testata, è la migliore. Le tre offerte vengono, a quel che se ne sa, dallo stampatore attuale del manifesto a Roma, Farina; da una cordata capeggiata dall’ex presidente del consiglio di amministrazione del manifesto, Emanuele Bevilacqua; dai fratelli Mastagni, a loro volta stampatori. Né è chiaro quale sia il destino della quota di proprietà della testata detenuta dalla Manifesto Spa, a suo tempo costituita da migliaia di soci.
Ecco il testo dell’annuncio della “nuova cooperativa” e , a seguire, il testo di Tiziana Ferri.
Finalmente una buona notizia: il manifesto non cesserà le pubblicazioni nemmeno per un giorno.
La «nuova storia» inizierà il 2 gennaio, quando questo giornale sarà in edicola grazie alla nuova cooperativa nata poco prima di Natale. Stiamo facendo i salti mortali per gestire un’impresa mai tentata prima da un quotidiano in liquidazione, e cioè riuscire a passare le consegne dalla vecchia alla nuova gestione senza perdere neanche un giorno con i lettori.
Da soli, per quanto tenaci, non ci saremmo mai riusciti. Insieme ad alcuni consulenti formidabili e appassionati abbiamo elaborato un piano di lavoro serio che ci ha portato a tappe forzate a questo traguardo affatto scontato. Il ministero dello Sviluppo ha autorizzato ieri ufficialmente l’«affitto» del giornale alla nuova cooperativa. È un «contratto» che allontana, almeno per qualche tempo, l’urgenza della vendita della testata che per mesi ha angosciato noi e voi.
Questo giornale da oggi conquista una seconda chance e non vogliamo sprecarla. Anzi, vogliamo un manifesto migliore. E non disperiamo nemmeno che la nuova cooperativa riesca a ricoinvolgere alcune firme «storiche» e i nostri circoli di sostenitori.
La fase della liquidazione coatta, per quanto riguarda queste pagine, è finita. Con il primo dell’anno inizia una nuova avventura ancora tutta da scrivere.
Car* compagn*, come sapete sono in corso le procedure per formare la nuova cooperativa che dovrà fare in modo che il manifesto rimanga in edicola. La nuova coop è stata costituita prima di Natale da (credo) 9 persone, con uno statuto (credo sia stato ripreso quello della vecchia coop) senza che sia mai stata data una comunicazione ufficiale ai vecchi, nuovi e aspiranti soci. Se ne è parlato al giornale, sul giornale, sui social media, ma chi abbia deciso i nomi dei “fondatori” e anche chi siano i fondatori io non lo so. Avrei potuto chiedere, certo, ma non ho voluto. Ho atteso invano una comunicazione ufficiale che non è mai arrivata.
E ora veniamo a “come” si sta formando la nuova cooperativa: si parte dal budget (calcolato sulle vendite attuali), si cerca di capire quanti posti di lavoro si possono salvare con quei soldi, si fanno alcune scelte (chiudere il centralino, chiudere il sito, ridimensionare l’archivio, ma questi sono solo esempi) e poi un comitato, formato da due persone, comunica ai singoli lavoratori il tipo di contratto che il giornale si può (o non si può) permettere per loro.
Il processo che io, insieme ad altri compagni, tutti ormai fuori dal giornale, compresi Rossana e Valentino, ho sempre caldeggiato, era esattamente l’inverso: prima si doveva parlare di progetto e poi di chi serviva per realizzarlo, cercando di fare un buon giornale, che aumentasse le vendite e fosse in grado di riassorbire progressivamente più persone possibili. Questo ovviamente comportava un grande e impegnativo dibattito politico che si è scelto di non fare.
I colloqui
Siamo stati convocati dal comitato singolarmente (cosa che ovviamente mette le persone in condizione di debolezza) e ci è stato comunicato cosa il comitato aveva deciso per noi: contratto a tempo pieno, contratto a tempo parziale o nessun contratto, senza altra possibilità che prendere o lasciare. Ognuno poi, sempre in perfetta solitudine, ha accettato tirando un sospiro di sollievo, ha rifiutato cortesemente, ha cercato di contrattare, ha pianto le sue lacrime o ha sbattuto la porta. Questo è quello che non mi va giù: ognuno solo con le sue gioie o le sue pene, nessun processo collettivo. Ognuno che racconta “come è andata” ai suoi amici, come fosse un colloquio di lavoro in un posto qualsiasi.
Per questo ho voluto scrivere questa lettera: per rompere queste solitudini, per cercare di far sentire meno solo e rabbioso chi è rimasto tagliato fuori.
Che fosse necessario un drastico ridimensionamento del personale lo sapevamo tutti ma che questo fosse il modo migliore per farlo, no, questo proprio no.
Che dovessimo formare una nuova cooperativa lo sapevamo tutti, che si formasse in questo modo, con questi tempi, senza alcuna discussione collettiva sul chi e sul cosa, no, questo proprio non lo accetto.
Siccome sono abituata a partire da me, vi racconto il mio colloquio (avvenuto ieri, 28 dicembre, ultimo giorno utile prima della liquidazione della vecchia coop): qualcuno, non so chi, ha deciso che bisognava chiudere il sito. Inutile dire che chi ci ha lavorato non è stato coinvolto in questa decisione, è stato informato solo a decisione già presa. Nessuno ha chiesto al gruppo di lavoro del sito se si poteva trovare una soluzione transitoria, per cercare di tenerlo aperto comunque, solo colloqui personali in cui si poteva accettare o rifiutare una soluzione alternativa oppure prendere atto di essere stati tagliati fuori. Dei quattro che lavoravano al sito uno è in pensione, a due sono stati offerti contratti certo molto miseri ma pur sempre contratti, a me è stato detto che non c’era alcuna possibilità di contratto. L’unico vantaggio economico che viene al giornale, quindi, è il taglio del mio stipendio, solo del mio, a fronte dell’immenso danno di immagine che comporta la chiusura del sito del manifesto. Se poi mi viene da pensare che la decisione di chiudere il sito sia stata presa al solo scopo di eliminare una persona scomoda, praticamente l’unica rimasta del gruppo dei “dissenzienti”, dite che sbaglio? Può darsi, ma io non posso fare a meno di pensarlo.
A questo bisogna aggiungere un particolare: mi sono stati tolti i permessi di amministratore della pagina Facebook del manifesto. Inutile dire che neanche questo è stato oggetto di discussione, me ne sono accorta da sola, loggandomi alla pagina. Forse qualcuno ha pensato che potessi abusare dei permessi da amministratore per farne un uso improprio? Se così è, quel qualcuno si sbaglia: non ho mai pensato di usare gli strumenti che il manifesto mi dava per scopi personali. Sono una persona seria e non tollero che questo sia messo in discussione.
Tanto per togliere qualche eventuale dubbio, non ho voluto scrivere questa lettera per cercare di strappare uno strapuntino, magari a scapito di qualcun altro. No, cari compagni, la guerra tra poveri non mi appartiene. La mia è, ancora una volta, una battaglia politica. Continuo, come faccio ormai da quando abbiamo deciso (tutti insieme) di mettere in liquidazione la cooperativa, a contestare il metodo. Ho condiviso l’idea dei Circoli della proprietà collettiva, ho scritto documenti, ne ho firmati altri, sono intervenuta in assemblea sempre con la stessa idea in mente: la rifondazione del manifesto non è un problema sindacale e nemmeno economico. E’ un problema politico e come tale va trattato.
So per certo che molti non hanno firmato documenti o ne hanno firmati altri solo temendo di perdere il posto di lavoro. E’ una preoccupazione comprensibile che ha però inibito la discussione che dovevamo e potevamo fare sul futuro del manifesto. Questo modo di procedere con colloqui personali ha fatto il resto: nessun processo collettivo, nessuna condivisione, ognuno lasciato a decidere (o a subire) da solo. Per questo o voluto socializzare la mia esperienza e mi piacerebbe che anche altri lo facessero. Chi ha deciso di rimanere contento, chi ha deciso di rimanere con molte perplessità, chi non ha potuto decidere niente, chi ha deciso, più o meno serenamente, di non voler prendere parte a questa nuova avventura. Mi piacerebbe. E ora a voi la palla.
Ecco il testo dell’annuncio della “nuova cooperativa” e , a seguire, il testo di Tiziana Ferri.
Finalmente una buona notizia: il manifesto non cesserà le pubblicazioni nemmeno per un giorno.
La «nuova storia» inizierà il 2 gennaio, quando questo giornale sarà in edicola grazie alla nuova cooperativa nata poco prima di Natale. Stiamo facendo i salti mortali per gestire un’impresa mai tentata prima da un quotidiano in liquidazione, e cioè riuscire a passare le consegne dalla vecchia alla nuova gestione senza perdere neanche un giorno con i lettori.
Da soli, per quanto tenaci, non ci saremmo mai riusciti. Insieme ad alcuni consulenti formidabili e appassionati abbiamo elaborato un piano di lavoro serio che ci ha portato a tappe forzate a questo traguardo affatto scontato. Il ministero dello Sviluppo ha autorizzato ieri ufficialmente l’«affitto» del giornale alla nuova cooperativa. È un «contratto» che allontana, almeno per qualche tempo, l’urgenza della vendita della testata che per mesi ha angosciato noi e voi.
Questo giornale da oggi conquista una seconda chance e non vogliamo sprecarla. Anzi, vogliamo un manifesto migliore. E non disperiamo nemmeno che la nuova cooperativa riesca a ricoinvolgere alcune firme «storiche» e i nostri circoli di sostenitori.
La fase della liquidazione coatta, per quanto riguarda queste pagine, è finita. Con il primo dell’anno inizia una nuova avventura ancora tutta da scrivere.
Car* compagn*, come sapete sono in corso le procedure per formare la nuova cooperativa che dovrà fare in modo che il manifesto rimanga in edicola. La nuova coop è stata costituita prima di Natale da (credo) 9 persone, con uno statuto (credo sia stato ripreso quello della vecchia coop) senza che sia mai stata data una comunicazione ufficiale ai vecchi, nuovi e aspiranti soci. Se ne è parlato al giornale, sul giornale, sui social media, ma chi abbia deciso i nomi dei “fondatori” e anche chi siano i fondatori io non lo so. Avrei potuto chiedere, certo, ma non ho voluto. Ho atteso invano una comunicazione ufficiale che non è mai arrivata.
E ora veniamo a “come” si sta formando la nuova cooperativa: si parte dal budget (calcolato sulle vendite attuali), si cerca di capire quanti posti di lavoro si possono salvare con quei soldi, si fanno alcune scelte (chiudere il centralino, chiudere il sito, ridimensionare l’archivio, ma questi sono solo esempi) e poi un comitato, formato da due persone, comunica ai singoli lavoratori il tipo di contratto che il giornale si può (o non si può) permettere per loro.
Il processo che io, insieme ad altri compagni, tutti ormai fuori dal giornale, compresi Rossana e Valentino, ho sempre caldeggiato, era esattamente l’inverso: prima si doveva parlare di progetto e poi di chi serviva per realizzarlo, cercando di fare un buon giornale, che aumentasse le vendite e fosse in grado di riassorbire progressivamente più persone possibili. Questo ovviamente comportava un grande e impegnativo dibattito politico che si è scelto di non fare.
I colloqui
Siamo stati convocati dal comitato singolarmente (cosa che ovviamente mette le persone in condizione di debolezza) e ci è stato comunicato cosa il comitato aveva deciso per noi: contratto a tempo pieno, contratto a tempo parziale o nessun contratto, senza altra possibilità che prendere o lasciare. Ognuno poi, sempre in perfetta solitudine, ha accettato tirando un sospiro di sollievo, ha rifiutato cortesemente, ha cercato di contrattare, ha pianto le sue lacrime o ha sbattuto la porta. Questo è quello che non mi va giù: ognuno solo con le sue gioie o le sue pene, nessun processo collettivo. Ognuno che racconta “come è andata” ai suoi amici, come fosse un colloquio di lavoro in un posto qualsiasi.
Per questo ho voluto scrivere questa lettera: per rompere queste solitudini, per cercare di far sentire meno solo e rabbioso chi è rimasto tagliato fuori.
Che fosse necessario un drastico ridimensionamento del personale lo sapevamo tutti ma che questo fosse il modo migliore per farlo, no, questo proprio no.
Che dovessimo formare una nuova cooperativa lo sapevamo tutti, che si formasse in questo modo, con questi tempi, senza alcuna discussione collettiva sul chi e sul cosa, no, questo proprio non lo accetto.
Siccome sono abituata a partire da me, vi racconto il mio colloquio (avvenuto ieri, 28 dicembre, ultimo giorno utile prima della liquidazione della vecchia coop): qualcuno, non so chi, ha deciso che bisognava chiudere il sito. Inutile dire che chi ci ha lavorato non è stato coinvolto in questa decisione, è stato informato solo a decisione già presa. Nessuno ha chiesto al gruppo di lavoro del sito se si poteva trovare una soluzione transitoria, per cercare di tenerlo aperto comunque, solo colloqui personali in cui si poteva accettare o rifiutare una soluzione alternativa oppure prendere atto di essere stati tagliati fuori. Dei quattro che lavoravano al sito uno è in pensione, a due sono stati offerti contratti certo molto miseri ma pur sempre contratti, a me è stato detto che non c’era alcuna possibilità di contratto. L’unico vantaggio economico che viene al giornale, quindi, è il taglio del mio stipendio, solo del mio, a fronte dell’immenso danno di immagine che comporta la chiusura del sito del manifesto. Se poi mi viene da pensare che la decisione di chiudere il sito sia stata presa al solo scopo di eliminare una persona scomoda, praticamente l’unica rimasta del gruppo dei “dissenzienti”, dite che sbaglio? Può darsi, ma io non posso fare a meno di pensarlo.
A questo bisogna aggiungere un particolare: mi sono stati tolti i permessi di amministratore della pagina Facebook del manifesto. Inutile dire che neanche questo è stato oggetto di discussione, me ne sono accorta da sola, loggandomi alla pagina. Forse qualcuno ha pensato che potessi abusare dei permessi da amministratore per farne un uso improprio? Se così è, quel qualcuno si sbaglia: non ho mai pensato di usare gli strumenti che il manifesto mi dava per scopi personali. Sono una persona seria e non tollero che questo sia messo in discussione.
Tanto per togliere qualche eventuale dubbio, non ho voluto scrivere questa lettera per cercare di strappare uno strapuntino, magari a scapito di qualcun altro. No, cari compagni, la guerra tra poveri non mi appartiene. La mia è, ancora una volta, una battaglia politica. Continuo, come faccio ormai da quando abbiamo deciso (tutti insieme) di mettere in liquidazione la cooperativa, a contestare il metodo. Ho condiviso l’idea dei Circoli della proprietà collettiva, ho scritto documenti, ne ho firmati altri, sono intervenuta in assemblea sempre con la stessa idea in mente: la rifondazione del manifesto non è un problema sindacale e nemmeno economico. E’ un problema politico e come tale va trattato.
So per certo che molti non hanno firmato documenti o ne hanno firmati altri solo temendo di perdere il posto di lavoro. E’ una preoccupazione comprensibile che ha però inibito la discussione che dovevamo e potevamo fare sul futuro del manifesto. Questo modo di procedere con colloqui personali ha fatto il resto: nessun processo collettivo, nessuna condivisione, ognuno lasciato a decidere (o a subire) da solo. Per questo o voluto socializzare la mia esperienza e mi piacerebbe che anche altri lo facessero. Chi ha deciso di rimanere contento, chi ha deciso di rimanere con molte perplessità, chi non ha potuto decidere niente, chi ha deciso, più o meno serenamente, di non voler prendere parte a questa nuova avventura. Mi piacerebbe. E ora a voi la palla.

1 commento:
SONO BRUNACCIO
Sono cose che capitano quando si è alla fine di un processo storico.
Il Manifesto nasce per rendere in qualche modo organiche e politiche le istanze dei movimenti alla sinistra del PCI, e, secondo me, con la velleità di stimolare al cambiamento il PCI stesso da cui il gruppo dirigente era stato espulso.
Ovviamente la democrazia di allora non esiste più, è normale che un progetto naufraghi, e nel naufragio si salvi chi può. Così capitano cose come queste.
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