Ho sempre grosse difficoltà ad esprimermi sulla lista Tsipras: sinceramente detto, non ho simpatia politica nè umana verso quasi nessun personaggio che vi sta dentro (a cominciare da Tsipras), sono molto lontano dalla concezione democraticista dei 'diritti' -anzichè dell'analisi delle strutture del Capitale a partire dal salario e dalla teoria del valore-che ne permea pensiero e lessico anche e soprattutto per quanto riguarda l'analisi politica internazionale (in cui è del tutto assente un progetto di lotta contro il padrone yankee, che quando si parla di UE non va mai dimenticato), e reputo ingenuo il solo pensare di poter trasformare un polo imperialista fondato sull'espansione ad est della governance del Capitale -quale è quello UE- in una sorta di mondo federativo equo e solidale, contando anche che il Parlamento europeo non ha un reale potere decisionale per quanto riguarda i dispositivi economici attraverso cui l'UE strangola i suoi Paesi più deboli.D'altronde, l'euroscetticismo e il boicottaggio astensionista mi sembrano, nel migliore dei casi, una sorta di astratto purismo, o nel peggiore un ingresso surettizio di ideologie destrorse camuffate da anticolonialismo fuori tempo e fuori analisi (la punta avanzata dell nostra borghesia nazionale è perfettamente inserita nella catena di comando del Capitale atlantico, dunque l'analisi sovranista che dipinge l'Italia come una sorta di neocolonia non sta analiticamente in piedi).
Va detto pure che, al di là dell'importanza reale dell'evento, rischiamo di far riempire il Parlamento europeo di fascisti o di forze ambigue, e questo va evitato per impedire che tendenze del genere impostate sull'antieuropeismo sovranista -che costituisce, insieme al richiamo alla laicità e all'illuminismo, strumentalizzati in forma anti musulmana, il volto nuovo dell'estrema destra europea, vedi Wilders e prima di lui Theo Van Gogh- si radichino vieppiù nei singoli territori, sfruttando l'efffetto detonatore del successo elettorale.
Questo articolo, che parte dalle elezioni francesi, ha un notevole pregio: un ottimo equilibrio di valutazione, che da una parte non cade in un entusiasmo assolutamente fuori luogo per il progetto Tsipras (peraltro fortemente caldeggiato e sostenuto da Repubblica, e questo già dovrebbe far scattare un campanello di allarme, visto che il nemico non deve mai marciare alla tua testa, e se ciò succede, direbbe Mao, si sta sbagliando qualcosa) e dall'altra evita il purismo rivoluzionario di chi, ragionando senza contare i rapporti di forza ma solo in termini quasi etici, vorrebbe abbattere il polo imperialista europeo senza se e senza ma, non mostrando alcuna forma di duttilità tattica, che è invece altrettanto importante dei principi di analisi teorica.
Thomas Müntzer
Le elezioni in Francia costituiscono la ripetizione di quanto già abbiamo visto. Quando la sinistra al governo fa politiche di destra e si presenta come la continuazione di quest'ultima è l'estrema destra a sfondare. Il risultato del Front National di Marine Le Pen, infatti, non lascia spazio a dubbi: ballottaggio a Marsiglia, vittoria al primo turno nell'ex bastione operaio del Pas de Calais, risultati importanti in molte altre città. E, contestualmente, disfatte ovunque da parte del Partito socialista, senza grandi benefici per la sinistra più estrema, presentatasi in questa tornata con molte divisioni al suo interno.
La situazione si potrebbe liquidare con queste brevi battute se, però, stavolta non ci fosse la novità europea e il significato più ampio del voto. Che si interseca con il tentativo di Marine Le Pen di cambiare pelle al movimento politico ereditato dal padre, cercando di portarlo da un'identità chiaramente razzista, antisemita e di matrice fascista a quella che potremmo definire dell'euroscetticismo. In questa chiave il voto francese ha un respiro più ampio e interroga le attuali politiche dell'Unione europea ma anche le risposte che a queste devono essere date.
Dalla Francia il vento di un nuovo "sovranismo" - definirlo nazionalismo è ancora prematuro - cioè di politiche economiche che risiedano più nettamente nelle mani degli Stati nazionali come rimedio all'austerità soffia ancora più forte. E dispiegherà i suoi effetti alle prossime elezioni del 25 maggio. Del resto, movimenti e spinte analoghe esistono ovunque e con risultati elettorali sempre più significativi. Basti pensare all'Italia e al voto del Movimento Cinque Stelle.
Qui, dunque, c'è la novità. Il voto al Front National o al M5S, che restano due movimenti nettamente distinti, si nutrono della stessa spinta popolare: rifiuto dell'austerità, rifiuto della "vecchia politica", della corruzione, delle liturgie istituzionali, nazionali o eruopee che siano, le quali alla fine producono sempre lo stesso risultato: taglio alle spese sociali, riduzione dei salari, dei servizi pubblici, libertà alle imprese di fare quello che vogliono a partire dai licenziamenti. Questa spinta non sarà fermata con il richiamo all'antifascismo o, come si dice in Francia, con la saldatura di un improbabile e irriconoscibile, oggi, Fronte repubblicano. Ed è lo stesso motivo per cui non basterà una dose di responsabilità in più per svuotare il consenso del "grillismo" in Italia (va anche detto, comunque, che per fortuna nel nostro paese questo vento euroscettico si esprime tramite un movimento di ben altra natura rispetto al Fn e permeato da ambizioni di rinnovamento e di progresso non negabili). Il fallimento progressivo di questa Europa e delle politiche di cui si nutre è sotto gli occhi di tutti. I partiti dell'establishmenti, quelli del Pse e quelli del Ppe o dei Liberali, lo sanno ma non è nella loro natura cambiare strategia. Si blinderanno fino alla morte, sperando di recuperare, e continueranno con l'andazzo di sempre. Al massimo, come fa Renzi in Italia, cercheranno di recuperare anch'essi una dose di populismo per non rimanere spiazzati del tutto.
Man mano, però, che l'austerità continua - con vantaggio per banche e imprese private e scorno di lavoratori e precari - la spinta euroscettica non potrà che aumentare perché oggi costituisce la vera forza alternativa. Questo è il vero problema, anche per chi si colloca a sinistra.
Se è così, non ce la si cava solo, come fa la lista Tsipras in Italia, con un europeismo progressista. Serve un di più in termini di scardinamento dei meccanismi dell'Unione senza per questo cedere al sovranismo o all'illusione che basti uscire dall'euro per cambiare di segno alle politiche liberiste. Per questo lavoriamo a una mobilitazione all'insegna del "Disobbediamo ai Trattati". Occorre, infatti, mettere al primo posto il ribaltamento delle priorità: basta con il rispetto dei parametri, basta con il primato del debito, basta con la supremazia delle banche. Qualsiasi politica europeista deve vedere al primo posto la riconquista di reddito e diritti, il recupero del salario e dei diritti sociali tagliati o aboliti negli ultimi dieci-venti anni. Cambiare verso significa andare davvero da un'altra parte e se questa non coincide con le direttive della burocrazia di Bruxelles i governi devono essere pronti a ogni evenienza. Anche l'estromissione dalla moneta unica, non come scelta a monte ma come conseguenza "a valle" per effetto del cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali. Questa è la prospettiva su cui si può costruire movimento e allargare il fronte della resistenza. Su questo ci muoveremo nei prossimi mesi, in particolare nelle giornate indette dal Coordinamento transnazionale Blockupy2014 che faremo vivere anche in Italia con una serie di date di mobilitazione dal 15 al 25 maggio.
Va detto pure che, al di là dell'importanza reale dell'evento, rischiamo di far riempire il Parlamento europeo di fascisti o di forze ambigue, e questo va evitato per impedire che tendenze del genere impostate sull'antieuropeismo sovranista -che costituisce, insieme al richiamo alla laicità e all'illuminismo, strumentalizzati in forma anti musulmana, il volto nuovo dell'estrema destra europea, vedi Wilders e prima di lui Theo Van Gogh- si radichino vieppiù nei singoli territori, sfruttando l'efffetto detonatore del successo elettorale.
Questo articolo, che parte dalle elezioni francesi, ha un notevole pregio: un ottimo equilibrio di valutazione, che da una parte non cade in un entusiasmo assolutamente fuori luogo per il progetto Tsipras (peraltro fortemente caldeggiato e sostenuto da Repubblica, e questo già dovrebbe far scattare un campanello di allarme, visto che il nemico non deve mai marciare alla tua testa, e se ciò succede, direbbe Mao, si sta sbagliando qualcosa) e dall'altra evita il purismo rivoluzionario di chi, ragionando senza contare i rapporti di forza ma solo in termini quasi etici, vorrebbe abbattere il polo imperialista europeo senza se e senza ma, non mostrando alcuna forma di duttilità tattica, che è invece altrettanto importante dei principi di analisi teorica.
Thomas Müntzer
Le elezioni in Francia costituiscono la ripetizione di quanto già abbiamo visto. Quando la sinistra al governo fa politiche di destra e si presenta come la continuazione di quest'ultima è l'estrema destra a sfondare. Il risultato del Front National di Marine Le Pen, infatti, non lascia spazio a dubbi: ballottaggio a Marsiglia, vittoria al primo turno nell'ex bastione operaio del Pas de Calais, risultati importanti in molte altre città. E, contestualmente, disfatte ovunque da parte del Partito socialista, senza grandi benefici per la sinistra più estrema, presentatasi in questa tornata con molte divisioni al suo interno.
La situazione si potrebbe liquidare con queste brevi battute se, però, stavolta non ci fosse la novità europea e il significato più ampio del voto. Che si interseca con il tentativo di Marine Le Pen di cambiare pelle al movimento politico ereditato dal padre, cercando di portarlo da un'identità chiaramente razzista, antisemita e di matrice fascista a quella che potremmo definire dell'euroscetticismo. In questa chiave il voto francese ha un respiro più ampio e interroga le attuali politiche dell'Unione europea ma anche le risposte che a queste devono essere date.
Dalla Francia il vento di un nuovo "sovranismo" - definirlo nazionalismo è ancora prematuro - cioè di politiche economiche che risiedano più nettamente nelle mani degli Stati nazionali come rimedio all'austerità soffia ancora più forte. E dispiegherà i suoi effetti alle prossime elezioni del 25 maggio. Del resto, movimenti e spinte analoghe esistono ovunque e con risultati elettorali sempre più significativi. Basti pensare all'Italia e al voto del Movimento Cinque Stelle.
Qui, dunque, c'è la novità. Il voto al Front National o al M5S, che restano due movimenti nettamente distinti, si nutrono della stessa spinta popolare: rifiuto dell'austerità, rifiuto della "vecchia politica", della corruzione, delle liturgie istituzionali, nazionali o eruopee che siano, le quali alla fine producono sempre lo stesso risultato: taglio alle spese sociali, riduzione dei salari, dei servizi pubblici, libertà alle imprese di fare quello che vogliono a partire dai licenziamenti. Questa spinta non sarà fermata con il richiamo all'antifascismo o, come si dice in Francia, con la saldatura di un improbabile e irriconoscibile, oggi, Fronte repubblicano. Ed è lo stesso motivo per cui non basterà una dose di responsabilità in più per svuotare il consenso del "grillismo" in Italia (va anche detto, comunque, che per fortuna nel nostro paese questo vento euroscettico si esprime tramite un movimento di ben altra natura rispetto al Fn e permeato da ambizioni di rinnovamento e di progresso non negabili). Il fallimento progressivo di questa Europa e delle politiche di cui si nutre è sotto gli occhi di tutti. I partiti dell'establishmenti, quelli del Pse e quelli del Ppe o dei Liberali, lo sanno ma non è nella loro natura cambiare strategia. Si blinderanno fino alla morte, sperando di recuperare, e continueranno con l'andazzo di sempre. Al massimo, come fa Renzi in Italia, cercheranno di recuperare anch'essi una dose di populismo per non rimanere spiazzati del tutto.
Man mano, però, che l'austerità continua - con vantaggio per banche e imprese private e scorno di lavoratori e precari - la spinta euroscettica non potrà che aumentare perché oggi costituisce la vera forza alternativa. Questo è il vero problema, anche per chi si colloca a sinistra.
Se è così, non ce la si cava solo, come fa la lista Tsipras in Italia, con un europeismo progressista. Serve un di più in termini di scardinamento dei meccanismi dell'Unione senza per questo cedere al sovranismo o all'illusione che basti uscire dall'euro per cambiare di segno alle politiche liberiste. Per questo lavoriamo a una mobilitazione all'insegna del "Disobbediamo ai Trattati". Occorre, infatti, mettere al primo posto il ribaltamento delle priorità: basta con il rispetto dei parametri, basta con il primato del debito, basta con la supremazia delle banche. Qualsiasi politica europeista deve vedere al primo posto la riconquista di reddito e diritti, il recupero del salario e dei diritti sociali tagliati o aboliti negli ultimi dieci-venti anni. Cambiare verso significa andare davvero da un'altra parte e se questa non coincide con le direttive della burocrazia di Bruxelles i governi devono essere pronti a ogni evenienza. Anche l'estromissione dalla moneta unica, non come scelta a monte ma come conseguenza "a valle" per effetto del cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali. Questa è la prospettiva su cui si può costruire movimento e allargare il fronte della resistenza. Su questo ci muoveremo nei prossimi mesi, in particolare nelle giornate indette dal Coordinamento transnazionale Blockupy2014 che faremo vivere anche in Italia con una serie di date di mobilitazione dal 15 al 25 maggio.
8 commenti:
RIPORTO UNA CONVERSAZIONE DA FACEBOOK
La mia analisi, del tutto personale, si può riassumere nei seguenti punti;
1) sono anni che movimenti antagonisti fortemente critici rispetto a questo sistema economico comandato dalle banche si confrontano a livello europeo, si riuniscono, organizzano proteste e non sono stati capaci di realizzare niente di unitario, di coinvolgente per le masse, qualcosa che possa davvero essere concreto e tangibile dal punto di vista strutturale e politico al di là dei vari Occupy ecc…
2) adesso arriva Tsipras e a livello nazionale raccoglie su, oltre ad una sinistra fallita che vede in lui l’ultima spiaggia per sopravvivere ed il cui patrocinio io rigetto totalmente, i vari Casarini in senso lato che sono fortemente responsabili di una incapacità di costruire qualcosa, di raccogliere le proteste e codificarle in un movimento proprio che possa fare la differenza e si aggregano a questa lista che non è un vestito che calza a pennello ma una maglia di una misura sbagliata. Camilleri e Flores D’Arcais se ne vanno per via della “legalità”, adesso poi la Spinelli apre a Grillo, Moni Ovadia si candida per spot ma poi annuncia che, se eletto, si ritirerà, in un’accozzaglia di idee che mi lascia interdetta. Ed i dati delle elezioni in Francia mi fanno credere che questa fotografia nazionale sia una copia di quanto sia probabile questo stia accadendo anche in altri paesi europei ;
3) a livello nazionale la Lista Tsipras servirà a fare una conta interna per Sel, Prc ecc…che, dopo lo smascheramento del Pd come forza capitalista, probabilmente beneficeranno di nuova linfa vitale, proprio loro che, di questa situazione sono assolutamente responsabili;
4) la destra avanza perché bisogna riconoscerle un merito: assenza di pensiero ma capacità estrema di sintetizzare il malessere della gente, malessere che non è ideologico ma pratico. Laddove la “sinistra” vera ancora crede in un percorso propedeutico di formazione delle coscienze che possa successivamente portare ad un voto consapevole e di cambiamento, la destra teorizza e propone demagogicamente di dare da mangiare e la gente adesso vuole lo stomaco pieno, non una coscienza civile.
Claudia
Secondo me la tua fotografia della situazione è ineccepibile. Vengo su alcuni punti: anche io ritengo impresentabile la composizione degli 'intellettuali' che gira intorno alla lista, ritengo -a differenza di molti miei compagni- Casarini uno dei principali responsabili di molte analisi errate dei movimenti e penso che avrebbe dovuto ritirarsi a vita privata, anche io penso che la lista Tsipras possa tornare utile ai vari partitini della sinistra oltre il PD per piazzare gente e provare a riciclarsi...eppure non mi pongo contro perchè come unica alternativa vedo l'estrema destra, nei modi in cui dici nel punto 4), e un loro successo europeo può rafforzarli sui territori, con gravi problemi per tutti, e l'unico pendant che vedo, a livello di stretti tempi contingenti, è quella lista. Tuttavia faccio fatica per primo io a concepire il 'voto utile' e non so ancora se finirà come per Ingroia, ove, essendo stato sempre possibilista, alla fine non mi sono sentito di votare magistrati e riciclati. L'unica possibilità di uscita da una situazione davvero tragica -in quanto non si riesce a vedere via di uscita- è nel punto 1). In Italia si stanno iniziando a provare a costruire strutture, anzichè mobilitazioni e analisi spesso quantomeno avventurose e fondate più sulla filantropia che sul materialismo storico ( e che consentono il successo delle destre come dici molto bene sempre nel tuo punto quarto), coi tempi che un processo del genere richiede, ma è in Europa che i movimenti devono iniziare a costruire strutture...e guardando al Mediterraneo, che è l'unico polo economico in cui l'Italia può pensare di avere un ruolo che non sia quello della riduzione alla fame del Capitale atlantico.
Brunaccio
premesso che sono anni che non mi entusiasmo alle "operazioni esclusivamente elettoralistiche" e che condivido nella sostanza le opinioni espresse da Bruno e Claudia, resta il problema di fondo: con quali strumenti provare ad aprire una rete di comunicazione tra settori, politici e sociali, che si oppongono allo "stato di cose esistenti" finalizzata alla costruzione di un possibile percorso unitario? tenendo conto che le storie politiche passate sono diverse. Tutto il resto (confronto, giudizio, analisi, prospettive ecc.) credo, sono solo la conseguenza di una volontà finalizzata ad un lavoro comune, altrimenti rischiamo di continuare ad esecitarci in un inutile dialogo tra sordi. La lista Tsipras, con tutti i suoi limiti (e per me la scelta di restare nell'Euro è uno di questi), in questa fase può rappresentare un elemento che apre un dialogo e un confronto?...non lo so...forse si, forse no. Possiamo anche decidere che non vale la pena neanche di considerarla come opportunità, aldilà di come ognuno di noi deciderà di comportarsi rispetto al voto...che sinceramente penso sia la cosa meno importante, ma questo non risolve nessuno dei problemi a cui ho fatto riferimento.
Sandro
Io non credo che la lista Tsipras possa essere il mezzo adatto a costruire la rete che intendi, proprio per i motivi espressi da Claudia e che la portano assolutamente lontana dalla presenza militante dei territori. Io reputo che avremo una primavera abbastanza 'calda', e, se non sbaglio previsione (che ora non sto qua a motivare per motivi di lunghezza e di medium non adatto), penso che le occasioni sarebbero da trovare più lì che altrove. Però se la campagna elettorale che verrà fatta parirà l'occasione di un abbozzo di essa, ben venga. Io non partecipo in nessun modo alla raccolta firme e alla campagna elettorale, e dunque, nel caso ci sia qualcosa di interessante, fatemi un fischio!
Brunaccio
Alessandro il problema che poni è reale, ma non capisco come la lista Tsipras lo risolverebbe... Forse bisognerebbe trovare forme per sviluppare il dialogo indipendentemente dalle iniziative elettorali dei soggetti più in vista della "sinistra radicale" perché non è assolutamente garantito che Tsipras investirebbe il proprio successo elettorale nel rafforzare il dialogo e il confronto collettivi.
Cristiano
forse hai ragione Cristiano, ma io quando penso a Tsipras, più che all'operazione elettorale che si sta facendo quì in Italia, penso all'esperienza e al percoso di Syriza, che certamente non può essere esportato come modello per diversi motivi, ma dal punto di vista organizzativo, strategiico e politico, può rappresentare un idea di riferimento. Per quanto ne sappia, dovrebbe essere l'unico soggetto politico organizzato in Europa, che nasce dall'unione di esperienze diverse sulla base di una storia comune che è quella di Genova 2001.
Sandro
Ok ammetto di non essere molto informato su Syriza in realtà, forse ho troppi pregiudizi a causa dei vari Ferrero e Diliberto che conosco meglio essendo l'Italia il mio paese... Ma infatti la mia non era una critica, era un dubbio (piuttosto forte)
Cristiano
Syriza, con tutti i suoi limiti, nacque come sintesi di un fermento di lotte. L'unico modo concreto e pensabile di costruire sintesi è partecipare ai cicli di lotte. Promuovere conflittualità sui territori è compito dei movimenti, costruire strutture e teorie è compito di tutte le compagne ed i compagni. Se non sbaglio, l'ispirazione di Syriza -che, ripeto, non vedo personalmente con eccessivo entusiasmo ma sarebbe lungo- fu questa, e, se tantoi mi da tanto, questo è l'unico modo di costruire un processo analogo nei nostri territori.
Brunaccio
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