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lunedì 31 marzo 2014

MORIRE DI TSO. LA TRAGEDIA DI GIUSEPPE CASU

La psichiatria è sempre stata una branca problematica della medicina.
Se gli studi sulle patologie mentali hanno portato e portano al miglioramento della qualità della vita di molte persone, il passato di questa disciplina ha lati ferocissimi di brutalità, derivata da errate teorie del positivismo e da una forma di controllo sociale delle 'devianze' delle fasce povere: gli strumenti di tortura veri e propri sono stati tantissimi, dalla camicia di forza, all'elettroshock, alla lobotomia.
La presenza di Franco Basaglia ha cercato di eliminare in maniera definitiva questo lato repressivo -e legato fortemente alla povertà, visto che i manicomi erano pieni di poveri- ma purtroppo siamo ancora molto lontani: l'uso indiscriminato dei TSO, di cui questo caso è la punta dell'iceberg, la mancanza di strutture territoriali e l'abbandono delle famiglie a cui spesso il malato è a carico, i manicomi criminali giudiziari, queste sono ancora situazioni totalmente lontane dalla scienza e molto più vicino alla repressione brutale, che peraltro riguarda quasi sempre i malati di categorie sociali povere, perchè difficilmente un ricco finirà a morire o languire varie volte in vita sua su un lettino di TSO e perchè, d'altro canto, le famiglie povere con un paziente a carico hanno meno risorse.Esiste anche e soprattutto un problema di fondo che rende molto forte questo lato oscuro della psichiatria: l'idea, ancora diffusissima nell'inconscio della società, che le patologie mentali siano in qualche modo una colpa o una vergogna da nascondere e occultare, a differenza, chessò, di un problema cardiaco o osteopatico, per cui il malato psichiatrico è a monte già molto più criminalizzato di qualsiasi malato.
Non possiamo che esprimere solidarietà e vicinanza alla famiglia di Giuseppe Casu e a tutte quelle e tutti quelli che, anzichè una cura, si ritrovano a subire una repressione feroce, e per di più spesso classista.

da http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/03/21/news/la-multa-il-ricovero-la-morte-legato-cosi-un-tso-ha-ucciso-giuseppe-casu-1.158104

Legato, sedato e infine ucciso L'assurda morte di Giuseppe Casu per trattamento sanitario obbligatorio
Un uomo è morto dopo sette giorni di ricovero nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Cagliari. Ora i giudici d'appello hanno confermato l'assoluzione dei medici. Scrivendo però che si tratta di un "macroscopico caso di malasanità". E la figlia chiede: "Diventi un esempio". Perché non si ripetano vicende come questa di Francesca Sironi
 
La foto (Ap) non si riferisce a questo caso specifico

Si chiamava Giuseppe Casu. Faceva l'ambulante. Ed è morto dopo essere rimasto per sette giorni legato a un letto d'ospedale. I medici che lo hanno tenuto in queste condizioni sono stati assolti, anche in secondo grado. Ora però i giudici della corte d'appello di Cagliari hanno chiarito le motivazioni della sentenza. Di una assoluzione che, dicono, ha molti “ma”. Perché si tratta, scrivono i magistrati, di un «macroscopico caso di malasanità». Di una vicenda «dall'evoluzione incredibile» che deve essere conosciuta. Anche perché non è poi così “anormale” come sembra.
La morte di Giuseppe Casu inizia il 15 giugno del 2006, quando viene ricoverato contro la sua volontà nel reparto di psichiatria dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari: un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) attivato d'ufficio di fronte alla sua agitazione contro le forze dell'ordine a causa dell'ennesima multa per abusivismo. Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi, e portato in una stanza. Quel giorno può vederlo solo la moglie. «Io l'ho visto dopo», racconta la figlia, Natascia : «Era addormentato, faceva fatica a parlare».
 
Un dipinto con la scena del Tso e il volto di Casu da giovane

Le “cure” (il virgolettato è dei giudici) continuano: psicofarmaci, controlli, visite. Nessun elettrocardiogramma. Nessun colloquio verbale: il 20 giugno il primario vorrebbe parlare con lui ma non riesce, è troppo sedato. Nonostante questo stabilisce una diagnosi: disturbo bipolare maniacale. L'unica patologia riconosciuta negli anni al venditore ambulante era stata un disturbo di personalità non meglio identificato e una leggera epilessia giovanile tenuta sotto controllo dai farmaci. Ma nelle mani dei medici arriva col fiato che puzza d'alcol (i parenti e il medico di famiglia informano il giorno stesso del fatto che non era mai stato un alcolizzato - quella mattina sì, aveva una bottiglia di moscato), e in stato di “evidente agitazione”. Fra i fratelli poi ci sono persone con disturbi mentali. Così per il dottor Gianpaolo Turri, la dottoressa Maria Rosaria Cantone e la loro équipe la diagnosi è fatta. E nonostante i dubbi, senza altri esami clinici, inseriscono fra i farmaci una sostanza indicata per gli alcolisti a rischio crisi d'astinenza.
«Mi hanno preso per pazzo, chiamate i carabinieri», dice un giorno Giuseppe ai parenti in visita. «Non ero mai stata di fronte a uno psichiatra, non sapevo nemmeno cosa fosse un Tso», racconta Natascia: «Non avevo pregiudizi, motivi di temere. Mi son fidata dei medici e basta». Sui farmaci, le costrizioni, i lamenti, lei e i fratelli non sanno cosa dire. Chiedendo quando sarebbe stato slegato, accettano. Aspettano. Fino a che il 22 giugno non arriva la notizia: è morto.
La prima autopsia parla di una tromboembolia all'arteria polmonare. Da questo partono gli avvocati ingaggiati da Natascia, accompagnata da Francesca Ziccheddu, fondatrice del comitato "Verità e giustizia per Giuseppe Casu ", e Gisella Trincas, portavoce di molte associazioni di familiari, per sostenere l'accusa di omicidio contro i responsabili di reparto: la costrizione fisica sarebbe stata, per loro, all'origine di quell'embolia.
Ma qui inizia “l'incredibile evoluzione della vicenda” di cui scrivono i giudici della corte d'appello di Cagliari. Perché parallelente al processo che si avvia contro i camici bianchi del servizio di psichiatria, iniziano le udienze per il primario di anatomopatologia dello stesso ospedale, Antonio Maccioni, e di un suo tecnico. L'accusa è di aver occultato parti del cadavere di Giuseppe Casu e di averle sostituite con quelle di un altro paziente deceduto. I giudici di primo e di secondo grado confermano: colpevoli, e condannano il primario a tre anni di carcere. Ma poiché la sentenza non è ancora definitiva, non ha ancora superato l'ultimo grado della corte di Cassazione, il processo sulla morte di Casu non può tenere conto degli esiti.
Il dibattimento su cosa (e chi) ha ucciso quindi Giuseppe Casu continua, tralasciando il fatto che i reperti dell'autopsia siano tutti potenzialmente scorretti. La tromboembolia diventa difficile da dimostrare, e i tecnici della difesa convincono i togati che si tratti di "morte improvvisa", una crisi cardiaca di cui è impossibile tracciare sicure fasi e origini certe. In mancanza di prove e di un nesso fra cause ed effetti, i medici responsabili del servizio di psichiatria vengono assolti, anche in appello.
 
La piazza in cui è stato ucciso giuseppe casu

Così termina la parte che riguarda condanne e assoluzioni. Ma comincia il resto, inizia «quella morte che sembra non finire mai», come cerca di spiegare Natascia, che continua a vivere e lavorare a Cagliari, e mentre aspetta la Cassazione si dice pronta a fare ricorso anche alla Corte Europea. Perché intorno alla sentenza, e lo si capisce dalle motivazioni dei giudici, dalle testimonianze, dal racconto della figlia, emerge come sia stata tolta la dignità, oltre che la vita, a una persona che era stata ricoverata «per proteggere gli altri e sé stessa dal male» ed è morta nelle mani di chi la doveva curare. Perché, scrive il tribunale cagliaritano, una cosa è certa: «se detto ricovero non fosse mai avvenuto, il Casu sarebbe ancora vivo».
«Il primo addebito di colpa è rappresentato dallo stato di contenzione fisica adottato per tutto l'arco di tempo», scrive la corte d'appello: «in contrasto con le più elementari regole di esperienza, che consigliano di mantenere la contenzione il minor tempo possibile e non certamente per giorni». «Mentre nel caso di specie», continuano le motivazioni: «a parte la necessità di applicare la contenzione nel primo periodo, nel rispetto del trattamento sanitario obbligatorio, essendo certo lo stato di agitazione psicomotoria, la fascia pettorale fu rimossa il secondo giorno, mentre quelle impiegate per immobilizzare polsi e caviglie non furono mai rimosse».
È normale? Esser legati così, senza poter parlare, spiegare, senza poter intervenire? Quasi. Nella sua testimonianza, resa durante le udienze del processo di primo grado, Maria Rosaria Cantone, il medico di guardia il giorno del ricovero: «dichiarò che la pratica della “contenzione fisica” anche oltre le 48 ore era frequente in quel reparto che presentava dei problemi legati al sovraffollamento», scrivono i giudici: «atteso che il numero dei pazienti ricoverati era di gran lunga eccedente quello massimo stabilito dai regolamenti mentre quello del personale infermieristico era inferiore a quello necessario». «Eravamo costantemente sotto organico dal punto di vista del personale infermieristico», dichiara la dottoressa: «la mancanza di personale per noi è una costante».
Oltre i lacci, ci sono i farmaci. In dosi normali ma sufficenti ad addormentare il paziente per giorni: «il Casu non fu mai in condizioni di potersi esprimere a riguardo», scrivono i giudici discutendo la scelta di somministrare un farmaco indicato particolarmente per gli alcolisti in crisi d'astinenza: «perché perennemente sedato o semi sedato».
«Io mi son sentita ignorante. Mi sono fidata. Non potevo temere. Non potevo immaginare cosa sarebbe successo», conclude Natascia: «Ora so, però. E voglio fare di tutto, colcomitato per la verità su mio padre, le associazioni e un documentario che stiamo per chiudere, per rendere quello ci è successo un esempio. Per informare le persone. Perché la gente sappia». Che, se anche «Non ci sono gli addebiti di colpa, il necessario nesso causale, idoneo ad integrare il reato di omicidio colposo», come scrivono i giudici, nei reparti di psichiatria degli ospedali, ancora oggi, a 36 anni dalla legge Basaglia, può succedere tutto questo. Per "mancanza di personale".

11 commenti:

precari united ha detto...

RIPORTO UN DIBATTITO DA FB

Sadici e assassini, questo sono gli psichiatri e sono gli unici che si meritano Le loro torture... Direi che Giuseppe è stato fortunato a morire quasi subito... Pensa a chi è legato, sedato, torturato,e non voglio immaginarmi altro, da anni ed anni senza che Le famiglie possano intervenire.... So Sad

Laura

precari united ha detto...

Sulla psichiatria, va detto che esistono medici più moderni di quelli di un tempo, solitamente derivati da Basaglia e che, ad esempio, usano molta psicoterapia. Il problema sta spesso, oltre che nel sadismo di molti, secondo me nell'assoluta mancanza di fondi di investimento e cura del settore pubblico, unica condizione per eliminare i torturatori e abbattere un mondo di contenzione e violenza. La fase economica e politica attuale certo non promette nulla di buono, così come il completo disinteresse dell'opinione pubblica ormai da lunghi anni...too sad!

Brunaccio

precari united ha detto...

In ogni ospedale a differenza tra un reparto di rianimazione o cardiologia rispetto a quella di psichiatria è notevole, i primi sono puliti, attrezzati mentre gli ultimi sono ultimi in tutti sensi, quindi, la stessa sanità pubblica tratta con sufficienza la psichiatria e i relativi servizi. x non parlare dello stigma è ke sia insito nella mente umana sempre.

RV

precari united ha detto...

su alcuni metodi usati da psichiatri(ed anche da psicologi,psicoterapeuti,pedagogisti)in passato ed oggi sono d'accordo(ne avrei di roba da raccontare visto il mestiere che faccio quando acchiappo qualche sostituzione).Sul Metodo Basaglia gli effetti nefasti e deleteri li ho visti in prima persona(può essere anche giusta l'impostazione ma senza strutture adeguate è pure fuffa sessantottino-settantasettina Bruno).E ora linciatemi

Roberto

precari united ha detto...

Robi, sai bene che qua la discussione è apprezzata sempre e comunque. Ti dico che, da Basaglia, sono derivate alcune esagerazioni del tipo negare l'esistenza della malattia mentale riducendola ad un'errata percezione della normalità. Questo è sbagliato: la malattia mentale esiste eccòme. Però, questo processo ha garantito uno svecchiamento, e quando parlo di medici che derivano da Basaglia parlo di medici a tutti gli effetti -una è una mia carissima amica- che hanno benissimo, da medici, compreso benissimo l'esistenza e la serietà delle patologie mentali, ma tentano altri strumenti -compresi i farmaci, i quali, se dati con competenza scientifica, non sono il demonio come si credeva- rispetto a quella che non era altro che una tortura camuffata da scienza. Se dunque concordo che alcuni epigoni di Basaglia sono stati antiscientifici, ciò va inquadrato in una generale antiscientificità dei metodi psichiatrici. Ma, almeno, quella posizione ha, a mio parere, contribuito, come antitesi dialettica, a cercare una sintesi di umanizzazione della psichiatria. Va da sè che riporterò, come sempre, tutto il dibattito sul blog in quanto i contributi sono sempre ben accetti, ancor più quando esprimono obiezioni intelligenti, e questa tua lo è, poichè mi ha fatto accorgere di avere omesso un passaggio assolutamente rilevante, quale è quello che hai sottolineato tu ora.

P.S. Io distinguo tra Basaglia, che aveva le competenze, e alcuni suoi epigoni che di scienza masticavano poco. Per cui, non attribuirei a Basaglia alcune posizioni oggi inammissibil

Brunaccio

precari united ha detto...

adesso si che va meglio.Fino alla legge del'68 sulle infermità mentali e fino all'arrivo della Basaglia le cose erano a la buena de Dios.Bruno non ho criticato il metodo Basaglia ho solo detto che senza le strutture adeguate(case famiglia,rsa,sanatori)e il personale medico-infermieristico-assistenziale preparato e formato,resta un libro dei sogni

Roberto

precari united ha detto...

Va meglio, ma deve andare ancora meglio, così come per la sanità tutta, con il fatto che la psichiatria presenta i problemi aggiunti che dicevamo.

Brunaccio

precari united ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=dDhR1nSjqpw&feature=youtu.be

...sandrone è mio fratello...e ho confidenza con le sue "voci"....
Un saluto sempre caro Bruno

Termax

precari united ha detto...

Un abbraccio fraterno a te, Termax

Brunaccio

precari united ha detto...

http://www.lostatodellafollia-ilfilm.it/

Sato

precari united ha detto...

“Chi lascia l’uomo nella sua colpevolezza, chi lo scolpisce dentro di essa, non è molto diverso dal colpevole stesso”.

_Cardinal Carlo Maria Martini_
(non sono cattolico...)

Termax