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domenica 17 giugno 2012

SUNDAY MAGAZINE


QUESTA DOMENICA CONTINUIAMO CON LA PRODUZIONE LETTERARIA DI PERSONE CHE PARTECIPANO AL NOSTRO BLOG.
OGGI ABBIAMO UN RACCONTO DI ROBERTA, CHE CON IL NOME 'LA SARTINA' SCRIVE SUL SITO http://www.liberaeva.com/1autori/9/lasartinailcacciatore.htm DA CUI IL RACCONTO E' RIPRODOTTO.

BUONA LETTURA
IL CACCIATORE
Il dorso della collina rivestito di arbusti nuovi spiccava chiaro contro il cielo violaceo.
Un temporale era in arrivo, il vento pesante portava l’odore di terra e i lampi rilucevano in lontananza, accendendosi tra le matasse plumbee che oscuravano le montagne.
Il giovane cacciatore chiamò i suoi cani e si guardò intorno in cerca di un riparo: si ricordò che a un certo punto si apriva un piccolo sentiero che portava ad una casa abbandonata.
Non fu facile avanzare tra i cespugli e l’erba alta, ma riuscì a raggiungere la casa poco dopo l’inizio del primo scroscio di pioggia: sedette sui resti erosi e anneriti del focolare di pietra e lasciò vagare lo sguardo intorno, tra le ragnatele e le pareti cadenti, e poi fuori dalla finestra ormai senza vetri. La pioggia era quasi cessata quando lui si accorse che dietro la casa, a una certa distanza, c’era una piccola chiesa diroccata, poco più che una cappella seminascosta dai rovi.
Mentre si chiedeva come mai non l’avesse notata prima, i cani irrequieti uscirono e presero a correre in quella direzione, incuranti dei suoi richiami.
Lui li seguiva malvolentieri, mettere piede in chiese e posti simili lo innervosiva: preferiva affrontare un lupo o un cinghiale piuttosto.
La vide subito, in piedi sul ciglio della scarpata, le braccia un po’ scostate dal corpo e le palme delle mani rivolte in su, come per raccogliere la pioggia: l’acqua sgocciolava dalla lunga treccia bruna che scendeva dritta al centro della schiena, incollava il vestito di cotone leggero alla delicata linea delle scapole, inzuppava le pieghe della gonna.
Ai piedi aveva sandali assai poco adatti a quel terreno, ma pareva a suo agio:quando i cani si avvicinarono fiutando timorosi, si voltò rivelando la curva piena del seno e un sorriso appena accennato.
“Attenta a non scivolare”
Lo aveva detto d’impulso, senza pensarci si era slanciato in avanti come per afferrarla e sorreggerla:
ma lei con un solo scatto si allontanò, in pochi istanti sparì dalla sua vista.
Il suo primo pensiero fu di inseguirla, ma si disse che l’aveva spaventata abbastanza, in fondo era un uomo armato di fronte a una donna sola, e decise di tornare indietro: stava facendo scuro quando arrivò a casa.
“In giro con questo tempaccio come un vagabondo! Vedi di non beccarti una polmonite!”
Lo apostrofò acida la vecchia zia, ma prese lesta dal carniere le prede per spennarle e cucinarle per cena: lui la lasciò a brontolare, la sua mente era rimasta alla chiesetta e a lei che sorrideva sotto la pioggia, con gli occhi sgranati come una bambina.
Si ritrovò lassù qualche tempo dopo: inseguiva una volpe, l’animale era svelto e spariva a tratti in mezzo ai cespugli; per non perderlo si mise a correre e cadde malamente sul pendio ripido, rotolò temendo il peggio: ma d’un tratto fu come se una rete invisibile frenasse la caduta, e si ritrovò stranamente indenne in fondo alla discesa, a pochi palmi dai resti aguzzi di un tronco d’albero spezzato. Si rialzò confuso: lei si affacciava dall’alto come per accertarsi che stesse bene, e quando lo vide in piedi il sollievo le rischiarò il viso: si allontanò, silenziosa e leggera.
Per giorni tornò a cercarla, smanioso di vederla di nuovo: ma ogni volta la scorgeva solo per qualche momento, il tempo di un gesto, di un sorriso che facevano sobbalzare il suo cuore come un animale selvatico destato; provava a seguirla senza riuscirci: come se lei potesse rendersi invisibile in mezzo alla vegetazione.
I suoi cani, di solito così svegli, capaci di fiutare le tracce più sottili, vagavano confusi e si riavvicinavano fissandolo con gli occhi umidi e interrogativi: a lui non restava che tornare a casa, portando con sé solo il turbamento che lo accompagnava nelle notti fitte di sogni.
Era deciso a tenere per sé quanto stava accadendo, ma una sera, dopo qualche bicchiere di troppo all’osteria, mentre gli altri avventori sciorinavano storie incredibili di donne e avventure, dichiarò che una ragazza meravigliosa, la più bella e dolce che avesse mai incontrato (e sì che ne aveva avute di donne!), si faceva vedere nelle vicinanze della piccola chiesa diroccata sul fianco della collina, e che ormai non desiderava altre che lei.
Si aspettava proteste a non finire, ma tutti lo guardarono increduli e ripresero a bere e a giocare: in fondo lo conoscevano, un ragazzo burbero e solitario, poco avvezzo all’effetto del vino.
Solo un vecchio che aveva fama di essere un po’ bizzarro, mezzo mago e mezzo vagabondo, lo afferrò per un braccio e gli piantò addosso uno sguardo di metallo chiaro:
“ Ho sentito raccontare di quella donna: è meglio per te se le stai lontano, figlio mio.” Gli sibilò in faccia.
“Non è una del paese, non si sa come viva, che ci faccia lì, sempre intorno a quella chiesetta sconsacrata: forse è solo una povera pazza, ma potrebbe essere una strega…le donne che stanno da sole non portano mai niente di buono, dammi retta….”
Il cacciatore si liberò seccato dalla sua stretta: l’altro non aveva mai vista, altrimenti non avrebbe parlato così, non avrebbe accostato follia e malvagità all’immagine di lei, che invece sembrava creata solo per dare gioia.
Non era un ingenuo, di donne ne aveva avute davvero, tante ne aveva adagiate nei fienili o dietro le siepi, ma nessuna gli avevo dato le emozioni che adesso provava per lei, pur senza averla ancora sfiorata.
I giorni passavano ed era sempre più ossessionato dal desiderio di incontrarla, gli pareva di impazzire: decise che l’avrebbe fermata in un modo o nell’altro.
La ragazza stava rientrando alla chiesa da una porticina laterale invasa dall’edera: appena varcata la soglia si ritrovò puntate contro il petto le canne della doppietta, e dietro queste il viso duro del cacciatore.
“Abbassa quest’arma da selvaggina.” Fece tranquilla: “Non sarà certo il piombo a difenderti da me.”
“Non sono una pazza e nemmeno una strega: sono un angelo. Aspetta, lo so che non mi credi ma ascolta lo stesso: per conoscere meglio l’umanità ho chiesto e ottenuto di trascorrere dodici anni su questa terra, come una di voi.
Ho vissuto tra voi, ho conosciuto il vostro dolore e le vostre passioni, ho provato l’amore e i piaceri dei sensi: adesso i dodici anni sono trascorsi e io sto per tornare alla mia dimensione: ormai mi restano solo cinque giorni qui.
Nelle ultime settimane ho lasciato la città che mi ospitava e mi sono ritirata quassù, sperando di non incontrare nessuno: il mio corpo si sta lentamente trasformando per tornare alla sua natura spirituale, e se una persona adesso mi avvicinasse, se mi toccasse, sarebbe in pericolo.
Se un uomo mi possedesse ora, verrebbe circondato dalla mia energia e non potrebbe più uscirne: diventerebbe un angelo come me, e insieme a lui io tornerei in quello che è il mio mondo.
Adesso capisci perché cercavo di sfuggirti? Era per proteggerti: percepisco il tuo desiderio, percepisco il tuo amore, e anche io ti amo, ancora come una donna, da quando ti ho visto per la prima volta…ma non posso strapparti dal tuo mondo, non è giusto: hai la tua vita, è quella che devi vivere; mi dimenticherai, ma io ti ricorderò e ti proteggerò…”
Lui indietreggiò e fuggì via.
Ci pensò a lungo, incredulo, confuso, tormentato: non dormì nelle notti seguenti, quasi senza mangiare vagava assorto di giorno; arrivò persino a farsi vedere in canonica per parlare col vecchio parroco, intenzionato a chiedergli se mai si fosse saputo di angeli scesi sulla terra. Il prete naturalmente non capì, e con il suo tono lamentoso si limitò a metterlo in guardia dal peccato e dalle tentazioni del mondo, opera certo del maligno, che spesso prendeva sembianze femminili, di donne lussuriose e ingannatrici.
Il cacciatore si congedò con un rispettoso saluto: non aveva più bisogno di sapere, ormai aveva deciso.
Lei rinunciava al suo amore e lo teneva lontano per non strapparlo dalla sua vita, ma il realtà non c’era niente per cui valesse davvero la pena di restare.
La sua vita era sempre stata dura e senza affetto, con un padre fuggito quando lui era ancora piccolo e una madre morta pochi anni dopo: la vecchia zia lo aveva preso con sé di malagrazia, contenta solo di avere due braccia giovani per i campi. Non aveva amici, e le donne lo cercavano per qualche ora di piacere, ma non per trascorrere insieme i mesi e gli anni. Lui non aveva altro da offrire che un corpo forte e bello e una passione impetuosa, a loro cercavano anche altro, sicurezza e stabilità, e sceglievano infine altri uomini con cui sistemarsi. No, non c’era niente che lo trattenesse.

*****

Il quarto giorno uscì al tramonto senza portare con sé i cani, senza voltarsi indietro, e presto arrivò alla chiesetta.
Lei lo aspettava, in piedi sul ciglio della scarpata dove l’aveva vista la prima volta, con le braccia protese ad accoglierlo: più bella che mai, aveva sciolto la lunga treccia e i capelli ondeggiavano leggeri, e la sua pelle era accesa come se avesse la febbre.
Non fuggì questa volta, mentre lui si avvicinava: le loro mani si cercarono tremanti e le loro labbra si unirono in un lunghissimo bacio. Il respiro di lei era spezzato dall’emozione, mentre lui le scostava dalle spalle il vestito leggero e la adagiava sull’erba umida.
L’alba illuminò la rugiada sulle foglie: piccole scintille parevano staccarsi dalle gocce e sciamare verso l’alto, in un silenzio irreale.

*****

In paese si accorsero solo a pomeriggio inoltrato della sua scomparsa, stanchi di sentire i guaiti dei cani: con l’aiuto del loro fiuto andarono a cercarlo, ma trovarono davanti alla piccola chiesa la doppietta e il carniere vuoto appoggiati al tronco di un albero, e la sua giacca buttata per terra: nient’altro. Conclusero che fosse fuggito con la ragazza, niente faceva pensare a una disgrazia, e del resto nessuno si prese la briga di indagare oltre: dopo un paio di settimane non si parlò più di lui.
A scarico di coscienza, la vecchia zia chiese al prete di pregare per l’anima dello sventurato nipote,
e giunse a fare una piccola offerta affinché lo ricordasse il mese seguente, durate messa domenicale.
Faceva caldo quella domenica mattina, e il prete sudava parlando del giovane scomparso: dopo avere invocato la protezione per la sua anima non poté trattenersi dall’ammonire i presenti, ricordando loro i pericoli rappresentati dalle donne, specie se sconosciute e sole, portatrici di tentazioni che era bene rifuggire… ma mentre si accaldava nella sua predica, da una delle finestre lasciate aperte arrivò una vivace folata di vento, a far tintinnare le decorazioni dei candelieri, come in una piccola risata.
FINE



Questo racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale.
(La Sartina)

CONTRIBUTI DI TRANSIT

Mia sposa senza cruna dell’ago o silenti

lontananze evocatrici cui disponi i colonnati.

Mia rosa cremisi dagli occhi fuggitivi.

E senza la mano nella mano.

O giovane luce dalle fattezze immaginarie.

E dall’amore perduto in primavera.

Mia donchisciotta dai carati di stelle.

Dorata pelle dagli occhi di pesca profumata.

Amore mio sconosciuto. Senza vecchiezza,

glori di palpiti le mie ferite di sale grosso.

Sei pronta a sanare con l’aratro il mio cuore?

Perdonerai i miei occhi assetati della tua voce?

Sei pronta a lasciare la terraferma delle nuvole?

Giungerai a dragarmi sangue, calore e carezze

alle povere lacrime dell’uomo che ti spetta

dal tempo dei fiori immemori raccolti lungo il fiume?

Trafiggimi con coltello affilato il petto serrato

e sorridi delle mie sofferenze di gas inerte,

ma stai certa che a rapire la tua bocca ,

e i baci a ciliegia, sarò soltanto io,

e tu, immota e fissa, stella siderea,

balsamo dell’anima, amore mio immortale,

scardina

la solitudine arricciata dell’uomo scafandro.

-----------------------------------------
I poeti hanno il moccio al naso

e sbuffano sui petali di rosa.

I poeti hanno labbra di luna

e nasi di lampare.

I poeti hanno l’occhio cieco

e il piede adunco.

I poeti hanno sete di carne

e dita d’artgli.

Graffiano il cuore alla balena

dell’universo,

ma è solo lo sfizio

di toccare il culo di una donna,

a mandolino nella notte, i polpastrelli dai larghi sorrisi.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

Mia sposa senza cruna dell’ago o silenti
lontananze evocatrici cui disponi i colonnati.

Mia rosa cremisi dagli occhi fuggitivi.
E senza la mano nella mano.

O giovane luce dalle fattezze immaginarie.
E dall’amore perduto in primavera.

Mia donchisciotta dai carati di stelle.
Dorata pelle dagli occhi di pesca profumata.

Amore mio sconosciuto. Senza vecchiezza,
glori di palpiti le mie ferite di sale grosso.

Sei pronta a sanare con l’aratro il mio cuore?
Perdonerai i miei occhi assetati della tua voce?

Sei pronta a lasciare la terraferma delle nuvole?
Giungerai a dragarmi sangue, calore e carezze

alle povere lacrime dell’uomo che ti spetta
dal tempo dei fiori immemori raccolti lungo il fiume?

Trafiggimi con coltello affilato il petto serrato
e sorridi delle mie sofferenze di gas inerte,

ma stai certa che a rapire la tua bocca ,
e i baci a ciliegia, sarò soltanto io,

e tu, immota e fissa, stella siderea,
balsamo dell’anima, amore mio immortale,

scardina
la solitudine arricciata dell’uomo scafandro.

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO.

Solitamente non sono un fan dei racconti d'amore, ma questo mi è piaciuto davvero! (E mi è piaciuta pure la poesia di Transit che lo integra e lo traduce in senso lirico scavando tra pensieri e suggestioni)

Il racconto mi è piaciuto per l'ambivalenza di un angelo (anzi un'angelo) considerato strega in quanto donna, che, nella sua leggerezza espositiva, è un richiamo storico pesante come un macigno.

E per il binomio amore/morte, dove queste due polarità non indicano solo il ciclo biologico ma la riflessione su cosa valga la pena vivere veramente.

Una curiosità, che non so se Roberta conosceva.
Mentre nel cattolicesimo l'angelo viene rappresentato con fattezze efebiche e rassicuranti, nella bibbia degli ebrei, cioè il vecchio testamento, gli angeli vengono spesso rappresentati, come ad esempio nel libro di Daniele, con fattezze angosianti e paurose.
E l'idea di vedere l'angelo e poi morire viene sempre dall'antico testamento, perchè l'angelo spesso non era una persona, ma Jahvè stesso che si manifestava, e chi vedeva Dio rischiava di morire. L'esempio che mi viene alla memoria è la vicenda di Sansone (mi riferisco a Giudici 13), in cui i genitori, dopo aver capito di aver davanti l' 'Angelo del Signore' si dicono: «Noi moriremo sicuramente, perché abbiamo visto Dio»
Ovviamente parliamo di popoli antichi che volevano esprimere la potenza divina attraverso il loro immaginario, mentre Roberta introduce un discorso molto più moderno e differente, se vogliamo freudiano, quello della polarità eros/thanatos (amore e morte).

Anonimo ha detto...

roberta

ciao, buona domenica e grazie per avere pubblicato il mio racconto :)
in effetti per gli ebrei del vecchio testamento l'angelo era tutt'altro che una figura dolce e gentile:
pensiamo anche alla cacciata dell'uomo dall'eden:
24 Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita.

la cosa curiosa è che nella prima stesura del racconto anche il "mio " angelo appariva poco rassicurante...poi ho cercato di addolcirlo,di renderlo più "umano" e femminile...

Transit come sempre è bravissimo...complimenti davvero !

Anonimo ha detto...

Mi spiace, ma poco fa avevo scritto un ampio commento, dopo l'invio è scomparso. Brava alla scrittrice del blog, Roberta.

Buona domenica.

ciao


Transit

Anonimo ha detto...

I poeti hanno il moccio al naso
e sbuffano sui petali di rosa.

I poeti hanno labbra di luna
e nasi di lampare.

I poeti hanno l’occhio cieco
e il piede adunco.

I poeti hanno sete di carne
e dita d’artgli.

Graffiano il cuore alla balena
dell’universo,

ma è solo lo sfizio
di toccare il culo di una donna,

a mandolino nella notte, i polpastrelli dai larghi sorrisi.

Anonimo ha detto...

transit, se pensi di ricevere un compenso monetario per avermi elogiata ti sbagli...al massimo posso offrirti il caffè se passi dalle mie parti...
(scherzo, sei gentilissimo e bravissimo...)

Anonimo ha detto...

transit, se pensi di ricevere un compenso monetario per avermi elogiata ti sbagli...al massimo posso offrirti il caffè se passi dalle mie parti...
(scherzo, sei gentilissimo e bravissimo...)

Anonimo ha detto...

Certo che voglio un compenso. E dalle tue parti ci passo. Crostata e caffè vanno bene. E dopo, complimenti a palate, per la scrittrice Roberta che già vedo in cima alle classifiche dei libri più venduti. Oddio, se ci esce anche un fine settimana pagato da te, mica stò lì a contare le stelle.
Eh, però se tu passi dalle mie parti c'è un bel pò di cose da ammirare con i sensi dell'anima.
Ciao

Anonimo ha detto...

SONO BRUNACCIO

Transit.
La tua poesia delle 16,21 è fantastica! Ora aggiungo quella e l'altra nel post.



Roberta.
La versione alternativa che avevi in mente, con l'angelo dagli aspetti inquietanti, mi incuriosisce un sacco!
Chissà che un giorno non svilupperai anche questa versione...

Anonimo ha detto...

sono Roberta...beh in effetti
credo che la riscriverò un giorno, la storia con l'angelo inquietante...
intanto preparo la crostata per Transit...ciao

Anonimo ha detto...

Brunaccio,

nel commento che avevo scritto ieri che è stato mangiato, a proposito del racconto di Roberta, mi soffermavo sulla pretesa dei personaggi che urlano il loro percorso individuale.

Anche l'Angelo Inquietante pretende l'autonomia, quindi, Roberta, ascolta quel lui che ha da mostrarti e dirti.

E il racconto e il personaggio femminile spalancheranno animi e porte.

insomma, quando ci mettiamo a scrivere un racconto, un romanzo e direi anche una poesia, bisogna anche farsi trascinare non dalla volontà dello scrittore, ma dalla storia, dai personaggi e dalla materia stessa che costituisce la scrittura.

la scrittura è magma.

il libro dovrebbe esser materia incandescente, pericolosissimo da maneggiare sia per il corpo che per la parte utopica di noi stessi.

Tra qualche ora passo da te, mica già vai a nanna, dormigliona?